domenica 22 gennaio 2012

Vigilia

Un breve racconto scritto dieci anni fa e oggi ritrovato, autobiografico a ruoli invertiti.

II fiato si congela in una nebbia bianca appena lo respiri dai polmoni. La città, frastuoni grida di venditori di castagne clacson e carillon, è piena di facce imbecilli sorrisi beati beoti davanti alle vetrine addobbate di neve artificiale telefonini palmari mp3. Famigliole babbo mamma due figli che le vedi solo nelle pubblicità o la vigilia di Natale tutti per mano a ostruire il passaggio sul marciapiede, come fanno quelle giovani spose con il passeggino tra le bancarelle del mercato, arroganti fattrici dimentiche delle imminenti smagliature e di varicelle liti coliti, convinte di tutto potere per aver generato nuovo reddito per le fabbriche di pannolini. Nel riflesso di una vetrina guardo me stesso occhi pesti denti gialli tabagisti e mi ricordo di Borges che detestava specchi e paternità perché moltiplicano il genere umano.

Mi faccio largo spingendo maledicendo fanculando i poveri cristi che fanno i babbinatale con il cestino la campanella il vestito rosso di pannolenci la barba finta spelacchiata con sotto due maglioni e la giacca a vento per non ghiacciarsi il didietro. Meglio loro del mieloso originale Polo Nord renne campanellini, fortuna che domani l'effetto serra scioglierà anche lui. Scivolo su una grata smerigliata davanti una bottega dall'insegna demente "Intimissima" (slip e reggiseno rossi per il veglione, fremiti di eros conformista), ma è colpa delle scarpe offerta speciale stepper € 10,90 che hanno la suola palazzo del ghiaccio, fanculo il Lidl.

Sotto la metropolitana tutto il mondo di cinesi neri arabi zingari dai sudore rancido che garrotano la Turca di Mozart con violini lancinanti. Signore impellicciate labbra gonfiate bionde Garnier finte abbronzate con sacchetti di boutique chiocciano erremosciando che mi chiedo come fanno a non sudare che qui c'è l'umidità di Bangkok. Io sto gocciolando, capelli incollati devo slacciare il giubbotto no, meglio scendere due fermate prima e fare l'ultimo pezzo a piedi. Sulle scale mobili mandrie di adolescenti tamarri di lerce periferie, cuffiette stereo vita bassa piercing tatuaggi tribali puzza di piedi, si spingono ruttano ridono urlano in argot padano-pugliese. Tremo pensando di rivederli sei ore il giorno non appena questa storia finirà: monomi polinomi e prof non me ne frega un cazzo mio padre carrozziere guadagna il triplo di lei. Fanculando anche loro giungo a riveder le stelle. Di nuovo sano smog dicembrino. Scendono pippiolini d'acqua ghiacciata, che i fari delle auto e le luminarie virano in psichedelici arcobaleni.

L'ospedale incombe in fondo al viale con i suoi bianchi edifici littori, fantasmi di suore e manganelli, sciroppi e rosari. Accelero il passo e accendo l'ultima sigaretta che dentro non si può. Nell'ingresso tristi lumini colorati sul polveroso abete di plastica santa messa ore 11 presso la cappella madonna e padreppio. Come starà ora? Neurochirurgia edificio G terzo piano, l'ascensore come sempre non funziona. Nel reparto ora di cena pastina carote purè prosciutto cotto omogeneizzato, l'infermiera sorride, forse è andata bene. Il primario ora senza mascherina verde nessuna faccia di circostanza mi fa entrare. Sua moglie è fuori pericolo, l'intervento è riuscito, abbiamo applicato una clip per bloccare l'aneurisma domani la potrà vedere, torni a casa e si riposi che è qui intorno da due giorni, buon Natale. Adesso nevica fitto e io senza cappello senza ombrello il 4 non arriva, ma mi scopro a canticchiare. I talk to the wind / My words are all carried away. Mi trovo a sorridere a un venditore di rose filippino. Stanotte finalmente dormirò.


1 commento:

  1. Bello, Popinga. Mi dispiace che sia autobiografico, a ruoli invertiti o no, però è passata dai! (spero).
    Mi piace la rabbia generata dalla stanchezza, e lo sforzo cinico e nello stesso tempo del tutto naturale di trovare ogni cosa così schifosa nella sua banalità, come è la nostra vita, certe volte.
    Quando ho paura, io mi sento sempre sudata, mi viene il vomito, e sento puzze ovunque: sento la mia puzza di paura, forse, però fumo lo stesso. Quando la paura passa, il sollievo temporaneo mi deriva magari da una cosa stupida, tipo che non mi sento sopraffatta da alcuna fretta di tornare a casa, non ci devo tornare subito e per forza (e questa mi sembra una veravigliosa consapevolezza/conquista). Così posso attardarmi davanti a una vetrina di micro bikini leopardati, senza odiarla.

    B

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