lunedì 16 luglio 2012

Teatro laconico

Progenitore e maestro forse insuperato di tutti i raccoglitori di bizzarrie letterarie, Americo Scarlatti (pseudonimo e quasi anagramma del “dottore bibliotecario” Carlo Mascaretti, 1855-1928) pubblicò nei primi due decenni del Novecento una serie di volumi intitolati Et ab hic et ab hoc, nei quali registrò tutte le stranezze, intenzionali e soprattutto involontarie, in cui si imbatteva nella sua attività di instancabile e divertito bibliofilo dell’insensato e dell’eccentrico. 

In uno dei capitoli del compendio degli Et ab hic et ab hoc edito da Salani nel 1988 con la prefazione di Guido Almansi, lo Scarlatti si occupò del cosiddetto Teatro laconico, costituito da tragedie di un verso per atto, o persino di un solo verso in cinque atti. 

Un verso che contiene un intero dramma comparve nel 1913 sulla rivista dei futuristi fiorentini Lacerba, di cui mi sono occupato parlando di Luciano Folgore e dell’Almanacco Purgativo, trionfo dei versi maltusiani. Sono passati più di settant’anni e posso riportare l’intera opera senza i problemi che assillavano lo Scarlatti, che sosteneva che “per poterne dare un saggio, come la legge sulla proprietà letteraria consente, anche limitandomi a riportarne un verso solo, sono costretto, contrariamente alla legge stessa, a riprodurre il dramma intero!” L’opera è senza titolo, ma il nostro compilatore si ritenne autorizzato a immaginare che fosse UCCIDILA

Personaggi: MARITO e MOGLIE 

Atto unico – Scena unica 

Il MARITO alla MOGLIE che sopraggiunge:  
D’onde vieni?
La MOGLIE abbassa confusa lo sguardo. Il MARITO feroce: 
                     So tutto!
La MOGLIE con impeto: 
                                   Io l’amo!
Il MARITO cava il revolver e spara: 
                                                 Muori!

Si tratta indubbiamente di un capolavoro, che esprime in un verso conciso e armonioso un’intera tragedia. Tuttavia il pregio dell’opera, la cui trama descrive una terrificante realtà anche dei giorni nostri, cioè l’uomo geloso che uccide la moglie o la compagna, non risiede certo nell'originalità. Secondo Americo Scarlatti, “tali bizzarrie comico-drammatiche sono derivate direttamente dal teatro di Vittorio Alfieri, il quale nel suo stile energico e conciso giunse a chiudere un'intiera scena del Filippo in tre soli versi, di cui rimane celebre il primo pel dialogo tra Filippo e Gomez in esso concentrato”:

 – Udisti?
               – Udii.
                          – Vedesti?
                                           – Vidi.
                                                      – Oh rabbia!...

Anche in una scena dell’Antigone troviamo concisione ed tono icastico, nel dialogo tra Creonte e Antigone:

– Scegliesti?
                   – Ho scelto.
                                   –  Emon?
                                                  –  Morte!
                                                                 – L’avrai!

Ovviamente tale laconismo alfieriano ha solleticato ben presto l’estro degli umoristi. Una delle prime parodie, giuntaci anonima, fa così dialogare una REGINA e il suo CONSIGLIERE:

REGINA:                                                                                                           Sallo?
CONSIGLIERE:                                                                                                          Sollo!
REGINA:               Sallo il re?
CONSIGLIERE:                    Sallo.
REGINA:                                        Sassi ovunque?
CONSIGLIERE:                                                     Sassi, Sassi per tutta Roma e tutta Atene!

Cinque atti in verso solo costituiscono invece la stravagante prestazione del letterato salentino Leonardo Antonio Forleo (1794-1859), autore di questa ROSMUNDA

ATTO PRIMO 
ALBOINO e ROSMUNDA 

 ALBOINO:
                    Bevi!

ATTO SECONDO 
ROSMUNDA e ALBOINO 

ROSMUNDA (tra sé):
                              Morrai!

ATTO TERZO 
ROSMUNDA e ALMACHILDE 

ROSMUNDA:                  
                                            Deh!...schiavo!

ATTO QUARTO 
ALMACHILDE e ROSMUNDA  

ALMACHILDE:                                        
                                                                    È spento!

ATTO QUINTO 
ROSMUNDA e ALBOINO morto 

ROSMUNDA (sollevando al cielo una ciocca di capelli dell’estinto):
                                                                                     Oh padre!

Simili componimenti, a metà strada tra la presa in giro e l’esercizio di stile, ebbero un discreto successo, aprendo la strada a opere dall'intento esclusivamente umoristico, come fece il commediografo e poeta bolognese Alfredo Testoni (1856-1931), autore tra l’altro della celebre commedia Il Cardinale Lambertini, che ogni bolognese degno di questo nome deve aver visto almeno una volta nella vita. Il Testoni concentrò in un sonetto un’intera commedia, intitolata LA FELICITÀ CONIUGALE

PRIMO ATTO. – Scena prima. – LUI: Profonda
ferita ho qui nel cor! Non ho più pace
quando la guardo! Ohimè – Scena seconda. –
LEI: (da sola) È simpatico, mi piace!

SECONDO ATTO. – LUI: (Presso a lei) M’infonda
una speme nell’anima! – LEI: (tace).
LUI: Vuole un po’ di bene a me? Risponda!
LEI: Tanto! – LUI: Tesor! (molto vivace)

TERZO ATTO. – (Sala in Municipio. Arriva 
il SINDACO che dice sorridente):
Vi unisco, o Sposi! (Voci): Evviva! Evviva!

QUARTO ATTO, ultimo. – (Un luogo solitario).
LUI: Mia tu sei, nevvero, eternamente?
LEI: (sorridendo) Sì! (Cala il sipario).

Purtroppo la nostra lingua non consente le acrobazie verbali del francese, le cui omofonie consentono opere laconiche per noi inarrivabili. Un anonimo autore d’Oltralpe è riuscito ad esempio a comporre una tragedia mettendo in fila nel loro ordine le lettere dell’alfabeto francese, dimostrandosi così un vero plagiario per anticipazione delle opere di alcuni oulipiani. Il titolo è, ovviamente, LA TRAGEDIA DELL’ALFABETO:

Personaggi:
L’ABBÉ PÉQU (a, b, p, q)
Il principe ENO (n, o) amante di 
ACHIKA (h, i, k)
UVÉ (u, v) carnefice.

All'alzarsi della tela, l’abbé PÉQU è inginocchiato ai piedi di ACHIKA. Entra ENO e lo trova in quella posizione compromettente. 

ENO: a, b, c, d! (Abbé, cédez!).
PÉQU: con disprezzo: e, f! (effe)
ENO: j, h, i, k, l, m, n, o. (J’ai ACHIKA, elle aime ENO).
     L’abate non si muove. 
ENO: p, q, r, s, t! (PÉQU est resté!). Corre verso la porta e irritato chiama: u, v! (UVÉ!). Compare il carnefice. 
ENO, mostrandogli PÉQU e facendo un gesto espressivo: z! (zet…).
(Cala la tela

In realtà mancano g, w, x e y, e l’esclamazione effe di PÉQU non ha significato nel contesto, a meno che voglia indicare un sospiro di disappunto, ma non si può criticare una tale opera per delle quisquilie. 

Sempre restando in Francia, un’opera laconica davvero imperitura porta la firma nientedimeno che del grandissimo Paul Verlaine (1844-1896). Egli la compose in occasione di un concorso bandito dal giornale Comédie per un “dramma rapido”. L’opera, dal titolo TROPPA FRETTA è così compiuta da poter essere tradotta in qualsiasi lingua senza perdere in bellezza. Ciò nonostante, non è mai stata rappresentata: 

Dramma in un atto e in prosa 

SCENA I 

Quando s’alza la tela un signore e una signora sono in scena, ma abbracciati. 

SCENA II 

Un altro signore s’avvicina senza far rumore e uccide entrambi con una revolverata. I cadaveri rimangono uno accanto all’altro coi visi rivolti a terra. Il signore va a sollevarne uno e fa un movimento di sorpresa. Va poi a sollevare l’altro e si mostra anche più stupito. 

IL SIGNORE: Perbacco! Ho sbagliato!

(cala la tela


Scende il sipario anche sulle note di Americo Scarlatti dedicate al teatro laconico, ma quest’ultimo ha avuto una degnissima continuazione nell'opera di Achille Campanile (1899-1977), uno dei maggiori umoristi italiani, che, tra gli anni ’20 fino alla morte negli anni '70, rappresentò con le sue opere in modo ironico e surreale il costume e la vita della società italiana. Le sue Tragedie in due battute, rappresentate per la prima volta intorno al 1925, sono certamente il risultato di un approccio innovativo sulla scena teatrale, figlio del futurismo, ma sicuramente personale, capace di anticipare certi aspetti del teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco, anche se lui stesso rifiutò questa parentela. Ne scrisse nel corso degli anni più di seicento, e alcune di esse sono entrate nei modi dire degli italiani. Si tratta di piccoli atti, effettivamente composti da pochissime battute, che della tragedia hanno solo il nome e che furono concepiti più per la lettura che la scena, anche per i numerosi commenti inseriti nelle note di rappresentazione, che talvolta costituiscono l'intero contenuto dell’opera. Il gioco di parole la fa da padrone. Ne presento alcuni esempi. 

PREMIO LETTERARIO 

Personaggi: 
IL POETA 
L'AMICO 

La scena si svolge dove vi pare. All'alzarsi del sipario tutti i personaggi sono in scena. 
IL POETA: Ho scritto nove sonetti e un'ode saffica. 
L'AMICO: Cosicché, in totale, quanti componimenti poetici ci saranno nel tuo nuovo - e speriamo ultimo - volume? 
IL POETA: Dieci con l'ode. 
(Galoppo di cavalli in lontananza. Sipario) 

LO SCANDALO 

Personaggi: 
L'INQUILINO 
IL PADRONE DI CASA 

La scena si svolge nell'ufficio del PADRONE DI CASA. All'alzarsi del sipario, L'INQUILINO viene a fare un reclamo al PADRONE DI CASA. 
L'INQUILINO: (indignato, al PADRONE DI CASA) Signor padrone di casa, c'è nel casamento una signora che fa i bagni di sole su un balcone, in costume troppo succinto e in vista di tutti. Chiedo il vostro intervento acciocché facciate cessare questo intollerabile scandalo. 
IL PADRONE DI CASA: Ma, scusate, questa signora è giovane? 
L'INQUILINO: Sì. 
IL PADRONE DI CASA: È bella? 
L'INQUILINO: Sì. 
IL PADRONE DI CASA: E allora perché protestate? 
L'INQUILINO: Perché sono il marito. 
(Sipario) 

CAPRICCIO 

Personaggi: 
IL PICCINO 
SUO PADRE 

IL PICCINO: Papà, io non ho mai ammazzato nessuno. Potrei ammazzare il signor Giuseppe? 
IL PADRE: Va bene, ma il signor Giuseppe soltanto. 
(Sipario) 

SORPRESA 

Personaggi: 
IL MARITO 
LA MOGLIE 
L'AMANTE DELLA MOGLIE che non parla 

In una camera da letto, ai giorni nostri. 
IL MARITO: (giungendo improvvisamente, trova LA MOGLIE intenta a tradirlo con uno sconosciuto) Ah, infame, dunque non mentiva la lettera anonima, da me ricevuta un'ora fa: tu hai un amante! 
LA MOGLIE: E tu stai a credere alle lettere anonime? Andiamo! 
(Sipario)

1 commento:

  1. Molto intereffante. Vagamente correlato al tema, c'era il gioco proposto da Arrigo Boito: riassumere una tragedia mediante l'anagramma dei nomi dei protagonisti. Da "Amleto, Laerte, Ofelia" il Nostro ricavò: "Ah, li fotte el malo aere!", con l'aggiunta di un "h" che tanto è muta e con riferimento alla probabile causa biologica di tanta depressione (e del puzzo di marcio).

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