mercoledì 21 agosto 2013

Piero Camporesi e la tèchne della bottega

Ci sono autori di saggi che possiedono tali padronanza della lingua e amore della loro materia, che la loro lettura non dà solamente un piacere intellettuale, ma anche uno estetico, paragonabile a quello procurato dai più grandi romanzieri. Tra di essi annovero l’Angelo Maria Ripellino di Praga Magica, o l’Uberto Pestalozza di Eterno femminino mediterraneo, o il Roberto Calasso di Le nozze di Cadmo e Armonia. Piero Camporesi (1926–1997), il grande filologo, storico e antropologo, è tra questi. I suoi studi sono caratterizzati da una grande precisione scientifica e da una sapiente mescolanza di scrittura erudita e linguaggio delle fonti, utilizzati per ricostruire la società preindustriale attraverso una storia dei sensi degli uomini.

Camporesi ha infatti indagato in una serie di libri le condizioni materiali di vita della società dell'ancien régime, le relazioni dell’uomo preindustriale con i cibi e gli atti alimentari, le pratiche legate alla cura e alla salute del corpo, la concretezza laboriosa del mondo delle arti e dei mestieri, evidenziando l'apparato simbolico e le trasformazioni antropologiche connesse a un mondo materiale che ha influenzato profondamente l'immaginario collettivo ai primordi dell’età moderna.

Ne Le belle contrade (Garzanti, 1992), uno studio del paesaggio italiano che parte da ancor prima che maturasse l’idea stessa di paesaggio, Camporesi descrive il lavoro e il pensiero di tecnici, artigiani, ingegneri, “prattici”, ma anche pittori e architetti, individuando nelle attività pratiche e artistiche il necessario complemento a quella evoluzione delle idee, lenta e contrastata, che porterà alla nascita della scienza moderna, basata sul “cimento” e l’esperienza. Così descrive (alle pagine 20–21) la stagione splendida e irripetibile in cui il lavoro italiano, la tèchne della bottega, consentì la genesi del Rinascimento. Sua e nostra guida sono le parole di una figura di uomo pratico, per nulla portato all'astrazione filosofica o al sogno esoterico, ingiustamente poco nota e tralasciata dai programmi scolastici, quella del senese Vannoccio Biringuccio (1480–ca. 1539), autore dell’opera De la Pirotechnia, pubblicata nel 1540, il primo trattato sul mondo della metallurgia.

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Nelle officine degli artieri (anche le scuole e le botteghe pittoriche o d'altri mestieri - scultori, orafi, argentieri... - erano ad un tempo «studi e laboratori d'arte»), si rifletteva l'immagine di un'Italia alacre e produttiva, inventiva e industriosa, il prodigioso «specchio in che risplendeva tutta la bellezza de l'ingegno e '1 poter de l'arte». Questo era il paradiso-inferno degli artefici, il luogo nel quale si avverava l'esaltante epifania e l'incontro fecondo - tra il soffio dei mantici e le colate sfavillanti di liquefatti metalli - della «bellezza dell'ingegno» e del «poter de l'arte». Fioriva una stagione irripetibile in cui quel potere e quell'ingegno erano nelle mani di operosi «faticanti», artieri, artisti, artefici, artigiani, capomastri, dipintori, scultori, intagliatori, stuccatori, orafi, maestri di tutte le arti, inventori, costruttori, idraulici, gettitori, «inzignarii», architettori, legnaiuoli, maestri d'ascia e di pialla, liutai, armaioli che lavoravano con strumenti (le pialle, ad esempio) artisticamente rifiniti, belli come le armature milanesi che, sontuosamente cesellate, uscivano dalle mani dei Missaglia e dei Negroli: uomini inventivi e poliedrici che trasformavano, plasmavano, traducevano nel linguaggio dell'utile e del bello le pietre e i metalli estratti con grandi sudori da altri faticanti dalle cave e dalle miniere per soddisfare i bisogni di tutti e le «vanità» delle donne, lievito essenziale all'incremento dei consumi di lusso come quell'oro che esse straziavano (come diceva Biringuccio) «per loro adornamento», insieme all'ostentazione delle ricchezze che splendevano agli occhi di tutti sotto forma di magnificenza, di grandiosità, di sfarzo, in tutti quei modi ai quali può ricorrere la parata sfavillante della bellezza opulenta. Queste città di artieri e di lavoranti, di botteghe d'arte, soprattutto di arte applicata e «minore», erano strettamente legate al mondo delle miniere, delle cave, delle fonderie, delle fornaci, dei mantici, delle ruote idrauliche, dei pozzi, dei paranchi, dei magli, degli argani, a tutto l'imponente apparato che ruotava intorno alla res metallica, molto sviluppata in «questa nostra region de Italia... tutta piena di tante e altre eccellenzie che a luoghi abitabili può concedere il cielo... più che molte altre provincie copiosa e ricca, ancor che molte volte sia stata da varie nazioni depredata e lacerata come ancor ora ne li tempi nostri, da le ferine mani de le nazion barbare che, da circa 40 anni in qua, dentro ci sono entrate».Per rifornire le corti e i palazzi di tutte le «eccellenzie» possibili, per incrementare l'industria del lusso raffinato e il mercato dei beni durevoli era necessario anche un radicale rinnovamento culturale che, cancellate le chimere alchimistiche, dimenticato il «fabuloso lapis alchimico... e altre lor simil cose vane e senza fondamento», rimosse le «promesse di cose incomprensibili e vane», gettate le «lor fabulose scritture... ombre di mascare composte da certi romiti herbolari» e da «altra gente oziosa» e da «certi miserrimi alchimisti», moltiplicasse il numero dei «pratici investigatori» e dei filosofi delle «cose naturali intelligenti e pratici» che già con «industriosa advertenza» esploravano (servendosi, se necessario, della collaborazione dei pastori) vallate, pendii, cime perché «le matri di tutte le più stimate ricchezze e gli erari di tutti i tesori, son le montagne», al «ventre» delle quali è necessario arrivare perché laggiù «tal cose ascoste stanno»


In questa fertile atmosfera di utile cooperazione fra tutti i mestieri più disparati e le arti si andò formando anche il giovane Leon Battista Alberti (1404-1472) che pur appartenendo ad una ricca ed illustre famiglia, «non disdegnò, nonostante la sua condizione sociale, di dedicarsi all'arte e di imparare da tutti: "e da chiunque apprendeva volentieri ciò che pria non sapesse. Perfino a' fabbri, agli architetti, a' barcaroli, a' calzolai medesimi, e a' sarti chiedeva se avessero qualche util segreto per renderlo poi di pubblica utilità"»

Lo scenario del conflitto fra la mineralogia-chimica e l'alchimia tracciato da Biringuccio vedeva i «prattici per la sperienza approvata» schierarsi contro «nigromanti» e alchimisti; la fertile scienza dei metalli e del fuoco contro la fragile chimera delle occulte trasmutazioni, la pirotechnia e la res metallica contro il fornello dei maghi. Biringuccio - osserva B. Farrington - «era consapevole della sua originalità e si vantava di esser il solo ad avere pubblicato un'opera che non era fondata sopra altre opere ma sulla diretta esperienza della natura». Ed è vero, anche se è necessario sostituire a «pubblicato» «scritto», dal momento che passò a miglior vita qualche anno prima dell'uscita del suo capolavoro.



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