giovedì 5 settembre 2013

Alberto Cavaliere oltre la chimica

Alberto Cavaliere (1897-1967): sì, proprio lui, l’autore della Chimica in versi (per la quale rimando anche a uno storico articolo di Dario Bressanini), scrisse centinaia di poesie sui più svariati argomenti, nelle quali l'elegante e arguto umorismo, unito a una buona capacità tecnica, rende accessibile la materia trattata mediante versi ligi alla tradizione, talora deliberatamente ottocenteschi, e lontanissimi dagli sperimentalismi.

Presento una piccolissima selezione delle sua poliedrica opera poetica: tre componimenti. Il primo è di grande attualità, dopo la nascita deprecabile di un movimento politico che ha fatto del localismo e del razzismo uno dei suoi punti di forza. Nel secondo il protagonista è il desiderio di fuga dalla banalità delle persone, dal loro vuoto chiacchiericcio, in cerca di una solitudine che è semplicemente il bisogno di ritrovare un senso. L’ultima poesia, che definirei a’livella di un chimico, è una spassosa analisi chimica dei componenti del corpo umano, che si conclude con la constatazione che da morti siamo tutti uguali e la gloria mondana è pura illusione.



Rataplaplan!!!!!! 

C' è chi ignora che molti "terron" 
rinomanza, splendore e fortune 
hanno dato alla Patria comune 
nella lingua che Dante parlò: 
Bernardino Telesio, Tommaso 
Campanella, il Divino Torquato; 
e quel Vico, dal mondo acclamato, 
e quel Bruno che il rogo affrontò. 
Tra i moderni fu Verga terrone 
fu terrone anche lui, Pirandello. 
E D'Annunzio? Terrone anche quello! 
Diaz e Orlando? Terroni anche lor! 
Tutta gente che ad un grande cervello 
spesso univa un grandissimo cuor. 
Senza dir di tant' altri intelletti, 
come il sommo filosofo Croce, 
la cui grande magnifica voce, 
sol da poco è venuta a mancar. 
E i terroni patrioti famosi? 
(..) 
Molti intanto non voglion capire 
che sian nati a Palermo o a Vercelli, 
gl' italiani son tutti fratelli, 
assiepati fra l'Alpi ed il mar. 
Perché dunque insultare il terrone? 
Perché dunque dobbiamo dolerci 
se, in mancanza di industrie e commerci, 
egli ha vinto un concorso statal, 
o se in cerca di un povero pane 
è qui giunto dal suolo natal? 
Poi si sposa con vostra cugina, 
mette al mondo sei figli gagliardi, 
e son questi che, nuovi lombardi, 
del terrone daranno a papà. 
Dunque, via quelle scritte dai muri, 
d' un sapore grottesco e stantio!! 
Zitti là!! Son terrone pur io, 
rataplan, rataplan, rataplà!!!!!! 


Monotonia 

Sono anni ed anni che puntualmente, 
ligio a un dovere che mi s'impose, 
incontro sempre la stessa gente, 
ascolto sempre le stesse cose; 

che, prigioniero della mia vita, 
sogno la fuga come un forzato 
e senza tregua cerco un'uscita, 
con l'ossessione d'un forsennato. 

Sono ormai stanco di queste vie, 
di queste piazze, di queste chiese, 
di queste vecchie malinconie 
che son la gloria del mio paese: 

di questo sole così fulgente, 
di queste mura così famose 
e, soprattutto, di questa gente, 
che dice sempre le stesse cose. 

Oh!, dileguarsi, fuggire altrove, 
senza una mèta, per non tornare; 
andare in cerca di cose nuove; 
dimenticato, dimenticare: 

in una terra qualunque sia, 
però, soltanto, molto remota, 
di cui non sappia la geografia, 
di cui la lingua mi resti ignota; 

dove sia freddo, dove ci piova 
però, soltanto, ch'io non capisca 
se mi si chieda : «come si trova?» 
o se all'inferno mi si spedisca. 

Poter girare per ore intere 
senza un incontro: felicità! 
Poter uscire tutte le sere, 
né domandarsi dove si andrà. 

Non avvertire questo tiranno 
che chiaman tempo, vecchio barbogio, 
che ti sta addosso come un malanno, 
ma fare a meno dell'orologio, 

ed ingannare l'ore distratte, 
e viver, solo, perché... chi sa !... 
perché c'è un cuore, dentro, che batte 
e che, un bel giorno si fermerà. 

E allora scender nel nero suolo, 
senza mendaci cerimoniali, 
senza aver dietro tutto uno stuolo 
di dilettanti di funerali, 

senza che ancóra, tenacemente, 
dietro un ingombro vano di rose, 
debba seguirti la stessa gente, 
che dice sempre le stesse cose... 


Il corpo umano 

Ecco un'analisi 
non troppo amena, 
che ha fatto un màcabro 
dottore a Jena: 
preso un cadavere, 
l'ha decomposto, 
con molto scrupolo 
stimando il costo. 
L'ossa forniscono 
tanta calcina 
dal far l'intonaco 
d'una cucina, 
e si ricupera 
tanta grafite 
da far al massimo 
cento matite 
I grassi abbondano 
‒ strano contrasto! ‒ 
pure in chi è solito 
saltare il pasto. 
Da tutto il fosforo, 
piedi compresi, 
al più ci scappano 
mille svedesi, 
mentre distillasi 
dal corpo vile 
d'acqua…potabile 
tutto un barile. 
Il ferro è in minime 
tracce, di modo 
che non ci fabbrichi 
neppure un chiodo: 
fatto stranissimo 
perché da vivi 
di chiodi, in genere, 
non siamo privi. 
Ma ciò che supera 
le previsioni 
più catastrofiche 
sono i bottoni; 
ne ottieni un numero 
fenomenale, 
sì che un legittimo 
dubbio t'assale: 
fece l'analisi 
quell'alchimista 
sopra lo scheletro 
d'un giornalista? 
Volendo vendere 
questi elementi 
ai poco modici 
prezzi correnti, 
ci si ricavano 
venti lirette: 
alcune scatole 
di sigarette! 
Che cifra misera! 
Solo conforto, 
se si considera 
che l'uomo morto, 
oscuro o celebre, 
ricco o pezzente, 
sciocco o filosofo, 
vale ugualmente. 
Ed è ridicolo, 
in fondo in fondo, 
che, mentre vivono 
su questo mondo, 
sia dian cert'arie 
tanti mortali, 
se poi gli scheletri 
son tutti uguali!



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