martedì 30 dicembre 2014

Mostrare l'indicibile, oltre i limiti del linguaggio

"Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un'illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro dell'Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell'universo. Vidi il popoloso mare, vidi l'alba e la sera, vidi le moltitudini d'America, vidi un'argentea ragnatela al centro d'una nera piramide, (…), vidi in una casa di Adrogué un esemplare della prima versione inglese di Plinio, quella di Philemon Holland, vidi contemporaneamente ogni lettera di ogni pagina (bambino, solevo meravigliarmi del fatto che le lettere di un volume chiuso non si mescolassero e perdessero durante la notte), vidi insieme il giorno e la notte di quel giorno, (…), vidi la circolazione del mio oscuro sangue, vidi il meccanismo dell'amore e la modificazione della morte, vidi l'Aleph, da tutti i punti, vidi nell'Aleph la terra e nella terra di nuovo l'Aleph e nell'Aleph la terra (…) e provai vertigine e piansi, perché i miei occhi avevano visto l'oggetto segreto e supposto, il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l'inconcepibile universo." (1) 

Jorge Luis Borges, prima d'iniziare la descrizione della visione dell’Aleph, fa dire queste parole al protagonista, che potrebbe essere lui stesso: "Comincia qui la mia disperazione di scrittore. Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui esercizio presuppone un passato condiviso dagli interlocutori; come trasmette agli altri l'infinito Aleph che la mia tremula memoria a stento capta? (…) Ciò che videro i miei occhi fu simultaneo; quello che trascriverò, è successivo, perché lo è il linguaggio." 


Secondo Ludwig Wittgenstein (2), ciò che è indicibile, che non può essere espresso con le parole, risiede al fondamento stesso del linguaggio. Bisogna distinguere, infatti, ciò "che si dice", da "ciò che si mostra", l'indicibile. Mentre "ciò che si dice" riguarda il campo della scienza, che tratta i fenomeni descrivibili con il linguaggio (magari formale e simbolico), "ciò che si mostra" riguarda invece il fatto che non può essere espresso, in ultima analisi il fatto del linguaggio stesso. Il filosofo austriaco sembra frustrare ogni tentativo di studio su ciò che non si può esprimere con le parole: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” (3). Prima di lui, Nietzsche aveva avvertito meno apoditticamente che “la parola è pericolosa, e raramente è giusta. Quante cose non si devono dire! E le opinioni filosofiche e religiose appartengono proprio ai pudendis [le cose di cui ci si vergogna]. Sono le radici del nostro pensiero e della nostra volontà: perciò bisogna che non siano esposte alla luce brutale (…) (4). L'oggetto della ricerca sui fondamenti è esattamente ciò che non può essere descritto con il linguaggio e che, pertanto, coinvolge il linguaggio stesso. 

L’esperienza del sacro, ad esempio, tipica dei mistici d’ogni tradizione religiosa, costringe ad oscillare tra il non-senso di parole che si rivelano ambigue e folli e il silenzio, un silenzio che non è reticenza, ma consapevolezza che il linguaggio non è all’altezza dell’oggetto da descrivere. Ecco perché nel silenzio o nella follia risiede l’essenza della mistica, dell'esperienza del divino. Ci si deve allora rassegnare ad uno studio del sacro per difetto o per negazione, e ritirarsi silenziosamente per contemplare ciò che si mostra? Si è davvero costretti al suicidio linguistico di fronte all’ineffabilità del numinoso, del Totalmente Altro (5)? O bisogna affidarlo ai bla-bla dei sedicenti professionisti per volontà divina? Forse non è così, se si rinuncia alla pretesa di definirlo.


Certamente tutti abbiamo un’idea del significato di parole come punto, linea, angolo, poiché capita d'impiegarle quotidianamente. Eppure, leggendo gli Elementi di Euclide, che costituiscono la base della geometria classica, le definizioni giungono inattese e inquietanti: "un punto è ciò che non ha parti", "la linea è lunghezza senza larghezza". Chiunque avrebbe ragione di chiedersi se frasi come queste possono essere comprese, perché ci si trova ai limiti delle possibilità del linguaggio, alle soglie del non-senso. Volendo insegnare a un bambino il significato di queste parole, non cercheremo certamente di introdurre il concetto di punto o di linea tentando di dire che cosa sono. Non diremo che il punto è "ciò che non ha parti" o che la linea è "lunghezza senza larghezza", invitandolo poi a disegnare qualcosa privo di parti o qualcosa che è lungo, ma non è largo. Mostreremo invece un punto o una linea, dicendo "è così". Poi, dopo aver ripetuto in vari modi queste operazioni, inviteremo il bambino a disegnare una linea o un punto, esprimendo approvazione o disapprovazione fino a che si potrà essere ragionevolmente certi che il concetto è stato compreso. Ciò che avremo messo in opera, l'insieme di pratiche nelle quali le parole sono integrate da gesti, comportamenti, raccomandazioni, atti mimetici, rimproveri, è un insegnamento ostensivo (ostendere significa "mostrare"), nel quale non si usa la definizione verbale. (6) 

Ogni volta che, per spiegare un concetto, si dice che “è così”, si tocca il fondamento. La spiegazione è tautologica (tautos significa “lo stesso”), fa riferimento solo a se stessa. Manca, infatti, un sistema di riferimento, manca un prima. Un fondamento può essere spiegato solo da se stesso, perché le parole rischiano d'apparire folli. Il punto e la linea sono i fondamenti della geometria e possono essere solo mostrati, oppure definiti attraverso frasi enigmatiche e oscure, quasi oracolari, come quelle di Euclide. Analogamente, gli assiomi fondanti qualsiasi sistema matematico e logico (quelli ad esempio alla base dei Grundlagen di Frege o dei Principia di Peano, o delle opere di tutti coloro che si occuparono del problema dei fondamenti della matematica) possono essere mostrati, non dimostrati. Un fondamento non potrà essere spiegato che da se stesso, perché “è così”. L’indicibile che sta al fondamento può solo essere mostrato, oppure avvicinato in modo indiretto. 


L’indicibile, se resta non definibile in se stesso, produce attorno a sé degli effetti che ne rivelano la presenza e che sono, loro sì, osservabili, un po’ come accade per i buchi neri, le singolarità astronomiche che non sono visibili direttamente, ma producono effetti gravitazionali ed elettromagnetici che sono rilevabili e consentono di dedurre la loro esistenza (7). E’ su questo limite tra “ciò che si mostra” e i suoi effetti “che si possono dire” che si trova il pensiero metaforico, un modello di conoscenza alla quale non ha accesso la logica lineare del linguaggio scientifico, ma che spesso viene utilizzata proprio nella divulgazione scientifica. La metafora è comunemente intesa come una figura retorica in cui si attribuisce volutamente a un'entità una qualità che non può avere (ad esempio: “una ridente cittadina”, in cui si associano significati appartenenti a campi diversi, come una designazione geografica e un atto tipicamente umano). Si può ricorrere a una metafora per un fine poetico, ma essa può servire anche per un fine pragmatico, perché può facilitare la comprensione di pensieri complessi, i quali non potrebbero essere comunicati direttamente se non mediante un enunciato la cui oscurità (o complessità) richiederebbe, da parte dell'ascoltatore, uno sforzo di comprensione assai oneroso (si pensi alle definizioni euclidee di punto e linea). In altri termini, la metafora consente di raggiungere, di portar fuori (meta-phoréin è "portar fuori"), l'altrimenti indicibile. 

Rimane il problema, difficile e fondamentale, per i filosofi, gli scienziati, i divulgatori, e persino per i poeti (che non hanno più il dio dentro di sè), di utilizzare correttamente lo strumento del pensiero metaforico e la sua capacità di fornire una conoscenza indiretta di ciò che va al di là dell'esperienza e dei limiti del linguaggio. Si tratta di una questione delicata, sulla quale è opportuno magari che ritorni in un’altra occasione. 


Note: 

(1) Jorge Luis Borges, L'Aleph, Feltrinelli, Milano, 1959.

(2) Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino, 1964. 

(3) Ibid., prop. 7: Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen. 

(4) Friedrich Nietsche, Epistolario 1865-1900, Einaudi, Torino, 1962.

(5) Rudolf Otto, Il sacro, Feltrinelli, Milano, 1992. Otto propone il termine numinoso (dal latino numen, "divinità, volontà divina, potenza degli déi, autorità"), cui attribuisce gli aspetti del mistero (mysterium, poiché “totalmente altro”), del terrificante (tremendum, in quanto prodigiosamente inquietante), della sovrappotenza (maiestas), ma anche del fascino e dell'attrazione (fascinum). Tutte queste categorie riflettono l’assoluta inaccessibilità del sacro alla comprensione concettuale: “Un Dio compreso non è più Dio”. Il numinoso sarebbe, a parere di Otto, un momento conoscitivo a priori, vale a dire stimolato solamente da impressioni dei sensi, senza interpretazioni e valutazioni. 

(6) Le considerazioni di tipo "geometrico" sono tratte dal libro di Giovanni Piana Numero e figura. Idee per una epistemologia della ripetizione, CUEM, Milano, 1999. 

 (7) Il paragone con i buchi neri è un esempio di pensiero metaforico.

mercoledì 24 dicembre 2014

Regola, Arte, Creatività



La parola “regola” deriva da una radice proto-indoeuropea (ricostruita) *reg-, “muoversi in linea retta”, dalla quale sono derivati termini come “retta”, ma anche “re”. In latino rēgŭla era l’asticella con la quale si tiravano le righe (da cui anche il regolo calcolatore degli ingegneri di un tempo), e in senso figurato anche la regola, la norma, il principio, impersonate dal sovrano, il rex, colui che detta le regole. Termini derivati e imparentati sono “regolare”, “retto”, “diritto”, “corretto”. Sin dagli albori della matematica, c’è parentela etimologica e semantica tra il rispetto delle regole e il tirare le righe diritte. 


Dalla parola sono derivati anche l’inglese right (giusto, corretto, opportuno, bene, giusto, diritto, retto, destra) e, dall’accezione di “re”, to rule (comandare, governare) e rule (regolamento), il gaelico rī, in tedesco abbiamo Reich (regno, stato). 

Come si usa per i papi e per i re (e per i governanti in generale), morta una regola, parente etimologica dei re, se ne fa un’altra. Infatti, senza le regole sarebbe il caos, e delle regole non possiamo fare a meno: esse sono indispensabili, e un pochino antipatiche proprio perché necessarie. Quell’aura di autorità e potere che possiedono ab origine spinge molti a metterle alla berlina, come ha fatto Jaroslav Hašek scrivendo Il buon soldato Sc'vèik, il cui protagonista è un perfetto idiota che esegue acriticamente e disastrosamente gli ordini ricevuti, creando il finimondo ed evidenziando l’ipocrisia e la stupidità di una società dove le regole sono diventate il fine e non il mezzo. Un altro modo di non farsi sopraffare dalle regole è quello di giocare con loro, come fanno i bambini o, in campo artistico e letterario, fanno le avanguardie. A qualcuno può venire in mente di inventarne di nuove e apparentemente non necessarie, solo per il gusto di vedere come uscirne (il topo che si costruisce il labirinto di Queneau). È quello che hanno fatto i membri dell’Oulipo, valorizzando e inventando nuove regole formali autoimposte (“contraintes”) come stimolo per l’ispirazione letteraria. La regola è questa: giocare con le regole, non accontentandosi di quella già presenti nella lingua, nello stile, nel genere, nel soggetto, e aggiungendone altre, magari prendendone a prestito dall’enigmistica (il palindromo, l’acrostico, il lipogramma, dei quali certo non si è sottovalutato l’aspetto ludico) o dalla matematica, come il calcolo combinatorio, la teoria degli insiemi o la teoria dei grafi. 

Ma perché le regole cambiano? Una regola ha senso all'interno di un determinato paradigma (sociale, giuridico, scientifico, ecc.). Persino le "leggi di natura" dei filosofi naturali hanno rivelato i loro limiti man mano che la fisica ha rivelato nuovi orizzonti con la relatività e la fisica quantistica (che a loro volta sono debitrici delle geometrie non euclidee e n-dimensionali). Arriva un certo momento in cui le regole vanno cambiate perché è cambiato il mondo e con lui la testa di noi che lo guardiamo. Il rispetto delle regole è, come si dice, la felicità dei mediocri, che non cambierebbero mai nulla. L'uomo d'ingegno è invece un sovversivo (non necessariamente in campo sociale, ma le due cose talvolta procedono di pari passo). 

Lo spettro semantico della parola greca tèchne, di solito tradotta con “arte”, è molto ampio e comprende sia la nostra arte, sia la nostra tecnica, sia la capacità, manuale e no, di fare qualcosa che si svolge secondo una regola. Gli artisti sono anche tecnici e i tecnici sono anche artisti, perché il loro fare, in entrambi i casi, comporta un saper fare o un metodo; comporta, cioè, una conoscenza, pratica e teorica a un tempo, e una partecipazione consapevole a ciò che si fa. E questo vale sia per il lavoro intellettuale, sia per il lavoro manuale; technités era chi riuniva in sé il tecnico e l'artista, svolgendo un'azione che si organizza secondo "principi e regole razionalmente posseduti, dimostrabili e discutibili" (Gianni Vattimo), conoscendo principi generali e applicandoli secondo metodi razionali, finalizzati ad un risultato di natura estetica. In questa accezione, la conoscenza delle regole, della tecnica, è il primo gradino della creazione artistica. Ma non scordiamo che ciò vale anche al di fuori dell’arte, in tutte quelle attività in qualche modo riconducibili all’artigianato, alla creazione di un prodotto (materiale o intellettuale) che parte dalla padronanza della tecnica, delle regole del gioco, per poi trascenderle attraverso la creatività e il talento. 

In questo senso l’arte, compresa la letteratura, e la matematica, entrano nel campo semantico della téchne. Si parte dalle regole, le si esercita fino a interiorizzarle, quindi, se si è bravi, nasce l’atto creativo, l’Opera, che può essere un quadro, un edificio, un romanzo, un teorema. E quando l’occhio educato osserva il risultato di tali attività, prova lo stesso piacere estetico. In questo senso una formula, una nuova teoria scientifica, possono essere belli quanto una scultura o una poesia. Personalmente non ho alcuna difficoltà nel dire che comprendere una grande costruzione intellettuale (come la relatività einsteniana) o ammirare la preziosa sintesi della identità di Eulero è bello quanto leggere una poesia di Leopardi o guardare un quadro del Caravaggio. Sono tutte il frutto di sapere e creatività, tutte profondamente umane ai livelli più eccelsi.

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Dal testo del mio intervento a Elogeremmo solo somme regole tenutosi alla Libreria Assaggi di Roma. Il bellissimo palindromo del titolo è servito a battezzare l’incontro che ho avuto il 15 maggio 2013 con il suo autore, il matematico Marco Buratti, professore ordinario di Geometria presso l’Università di Perugia, esperto di Matematica Discreta. Buratti è autore di due libri di palindromi e da otto anni cura la rubrica “Né capo né coda” nel domenicale de Il Sole 24 Ore. L’occasione è stato l’invito rivolto a entrambi, da parte di Roberto Natalini di MaddMaths, di parlare di regole, secondo la formula adottata nel ciclo di incontri MaddMaths racconta.

lunedì 1 dicembre 2014

Una diabolica apparizione, di Anna Maccagni


In un caldo sabato di fine maggio, le guardie di Porta San Lazzaro vi­dero passare una povera donna, che si dirigeva verso la campagna con un cesto al braccio.
"Eccone un'altra che va a cercare qualcosa da mettere sotto i den­ti..." disse una sentinella.
"Già, come se fosse facile!" sogghignò il compagno, seguendo la donna con lo sguardo. A piedi e in quelle condizioni, non sarebbe andata lon­tano e lì intorno non c'erano altro che prati incolti e sterpaglia. Si trovavano, è vero, dei piccoli spazi coltivati, ma erano così stretta­mente sorvegliati che era quasi impossibile rubare qualcosa.
Dopo circa mezzo miglio, la donna lasciò la strada e s'inoltrò tra i campi, dove alcuni giorni prima aveva scoperto un orto coltivato a fa­gioli. Pensò che forse, con un po' di fortuna, sarebbe riuscita a riem­pire il paniere. Quando si chinò sulle piante, vide che i baccelli non erano ancora maturi, ma decise ugualmente di coglierli. Che cos'altro avrebbe potuto fare? La carestia continuava a mietere vittime ed erano ben pochi coloro che potevano scegliere che cosa mangiare.
All'improvviso si delineò un'ombra e la donna si voltò indietro atter­rita. Perse l'equilibrio e si trovò distesa ai piedi di un vecchio, la cui espressione furiosa e il randello che teneva in mano non lasciavano presagire nulla di buono.
"Pietà! Pietà per me e i miei figli!" gridò la poveretta.
"Pietà? Troppo comodo! - ringhiò il contadino, assestandole un colpo col bastone. - Tutti così voi di città: altezzosi e pieni d'arie; poi, però, non vi vergognate di derubare la povera gente... Se non sapete re­sistere alla fame, buttatevi nel Po!"
Il vecchio continuò a batterla, vomitando una sequela di bestemmie, finché la sua ira si fu placata. Allora prese la donna, che sembrava svenuta, e la trascinò fino al ciglio della strada, dove l'ab­bandonò.
La disgraziata aveva davvero perso conoscenza. Un po' per la debolezza dovuta alla fame, un po' per il dolore causato dalle percosse, s'era or­mai perduta in un mondo estraneo e lontano, bello come un sogno, in cui a fatica erano penetrati alcuni frammenti del reale.
"Potete sentirmi? Siete in grado di stare in piedi?"
La donna, dopo alcuni scossoni, aprì gli occhi e guardò il suo soccorritore con l'espressione vuota e stranita di chi si è smarrito nei labi­rinti della coscienza. Poi provò ad alzarsi, ma le gambe le cedettero; erano diventate così così dure e pesanti da parere dei macigni.
"Aspettate! Vi carico sul mio carretto" disse l'uomo, prendendola in braccio.
"E1 stata la Vergine Santissima a volere questo! - gridò la poveretta con gli occhi stralunati. - Capite? L'ho incontrata in quel campo di fa­gioli e con lei c'era Nostro Signore... Mi ha gravato le gambe perché non dimenticassi di riferire le sue parole... Tutti devono sapere che la città è in pericolo!"
Vaneggiava di bestemmie, di bastoni, di digiuni e di sabati, tanto che il carrettiere fu ben contento quando, portata a termine l'opera di soc­corso, poté far ritorno a casa.

Una settimana più tardi, non c'era famiglia di Piacenza che non fosse a conoscenza dell'apparizione e del miracolo capitato alla donna, le cui gambe la Vergine prima aveva reso pesanti e poi aveva guarito.
"Reverendo Padre, abbiamo le carte relative al caso dell'apparizione!" annunciò soddisfatto un giovane domenicano, entrando trafelato nella stanza del priore.
"Oh, finalmente! Spero che ci sia anche il verbale dell'interrogatorio fatto alla donna..." disse Padre Gattino, sfogliando avidamente le pagi­ne. Le dita ossute tremavano per l'eccitazione a stento trattenuta e an­che gli occhi, che una miopia vecchia d'anni aveva segregato in un mondo chiuso e circoscritto, tradivano un'insolita animazione.
Entro pochi giorni si sarebbe tenuta l'ultima e più importante riunio­ne che avrebbe deciso in via definitiva la veridicità dell'apparizione e quelle carte giungevano proprio al momento opportuno.
"Sia ben chiaro che non ho bisogno di queste scartoffie per dimostrare la verità. Tutti i fedeli della città mi hanno sentito sostenere che quella pretesa visione non è altro che una manifesta illusione diabolica e tutti i pulpiti fremono ancora della mia indignazione! Ma è sempre me­glio premunirsi... Se quello stolto di Don Riccardo dovesse parlare di nuovo in difesa della visione, saprò ribattere punto per punto!"
L'aiutante del priore di San Giovanni sorrise sollecito e compiaciuto. Conosceva lo zelo, l'erudizione e la profonda dottrina di Padre Gattino e non avrebbe voluto essere nei panni del canonico, Don Riccardo da Vercelli, quando si sarebbe discusso.
"Ecco, ecco! Guardate qui... - esclamò Padre Gattino, emergendo dai fogli che aveva tenuto incollati agli occhi fino a poco prima. - La donna ammette di essersi spaventata quando le è apparsa la Santa Vergine. Che vi dicevo prima? Questa è opera del Maligno, non c'è alcun dubbio! Come può far paura la visione della benedetta Madre di Dio, Regina dei Cieli? E poi quando dice che la Vergine Santissima c'impone di festeg­giare il sabato... Il sa-ba-to, avete inteso? Vi sembra possibile che la Madre del Signore possa indicare un giorno diverso dalla domenica, il giorno in cui il suo Figliuolo è risorto? No, vi dico; questa è opera del Demonio!"


Quel giorno, tutti i primari teologi e tutti i canonisti del clero piacentino, secolare e regolare, erano riuniti per dirimere la questione dell'apparizione avvenuta fuori dalla Porta di San Lazzaro.
I partecipanti erano divisi in due gruppi, posti uno di fronte all'altro, quasi a voler rimarcare con la distanza fisica la profonda diversi­tà delle loro opinioni. Ondate d'agitazione si propagavano lungo gli stalli, sollevando improvvisamente i toni di voce che diventavano acuti e aspri, per tornare subito dopo lievi e sommessi.
II relatore stava leggendo il racconto della visione fatto dalla don­na.
"La Madonna, vestita con un abito bianco da monaca, mi spiegò che il suo Figliolo era assai sdegnato con la nostra città, a causa delle molte bestemmie. Mi mostrò un poverello che teneva in mano un bastone e mi disse che era Nostro Signore..."
Un brusio prolungato interruppe la lettura.
"E aggiunse che, se il suo Figliolo avesse gettato quel bastone nel Po, tutto il mondo sarebbe stato distrutto. Poi Maria Vergine si sollevò la veste e mi mostrò le ginocchia: non avevano più pelle, né carne, ma il semplice osso; e ciò era accaduto per essere stata troppo a lungo in ginocchio a pregare Nostro Signore, affinché si placasse e perdonasse la nostra città. Poi mi ordinò di riferire quanto il Figlio di Dio fosse corrucciato e mi svelò il modo per evitare la sua ira: astenérsi dalla bestemmia, digiunare per tre sabati consecutivi a pane e acqua e festeg­giare il giorno del sabato..."
"Questa è bella! La Madonna che vuoi farci diventar giudei!" abbaiò un vecchio prete sdentato, inondando le tonache dei vicini con una miriade di spruzzi di saliva iridescente.
Risate e cenni d'assenso coinvolsero la fazione che sosteneva l'origi­ne diabolica della visione. Il più elettrizzato di tutti era Padre Gat­tino, che agitava sotto gli occhi dei convenuti un piccolo manoscritto.
Venne ripresa la lettura: "Le dissi che nessuno mi avrebbe creduto, ma la Vergine mi rassicurò: 'Farò in modo che ti crederanno'. E infatti le mie gambe divennero così pesanti che non riuscii più a muoverle. Rimasi a letto per tre o quattro giorni, dopo di che cominciai ad alzarmi; ma solo dopo altri tre o quattro giorni la Madre di Dio compì un altro mi­racolo ed io guarii completamente..."
Terminata la lettura del documento, cominciò la discussione. Venne de­ciso che per primi avrebbero parlato coloro che credevano che la causa dell'apparizione fosse da imputare a Dio. Essi potevano contare sull’appoggio autorevole del Vicario Generale e, addirittura, su quello del Reverendo Inquisitore della Fede.
"Noi riteniamo questa visione pia, cattolica, buona, santa e voluta da Dio - esordì Don Riccardo da Vercelli. - Per quanto ci siamo sforzati, mai abbiamo trovato qualcosa che andasse contro la dottrina. Le cose che ha detto la Santa Vergine non sono forse vere? Nessuno qui vorrà negare la brutta piega presa dalla città: sono sempre meno i fedeli che credono alla preghiera come mezzo per sconfiggere la carestia, mentre sono sem­pre più coloro che imprecano e bestemmiano. Riguardo alla parola che ha suscitato la garbata ironia del nostro amato confratello, devo dire che la donna, parlando del sabato, si era probabilmente sbagliata. Infatti in un secondo interrogatorio, da noi sollecitata e pregata di ricordare con esattezza, ha voluto correggere la prima dichiarazione. Leggo il passo: 'Forse ho detto troppo o male... Ma ora che mi avete così ben istruita, ricordo che non era da festeggiare tutto il sabato, ma che solo dopo l'ora nona del sabato si doveva far festa. Vedete dunque che non c'è nulla di sospetto? La visione viene da Dio e, anche se ammettessimo per assurdo che proviene da uno spirito maligno, noi crediamo che si debba interpretare piamente per il conforto spirituale degli abitanti e proponiamo che si costruisca un oratorio o una chiesa, là dove è avvenu­ta l'apparizione".
Don Riccardo si sedette, complimentato e applaudito dai suoi sosteni­tori, che per qualche istante dimenticarono chi erano e dove si trovavano. Nessuno dei loro fedeli avrebbe riconosciuto in quell'allegra compa­gnia il predicatore che tuonava dal pulpito o il confessore che sibilava dietro la grata, ordinando penitenze in cambio dell'assoluzione.
Padre Gattino dovette inghiottire qualche sorso d'acqua per placare il fastidioso singhiozzo che lo aveva colto durante il discorso della parte avversa; poi finalmente poté parlare.
"Reverendi fratelli, una cosa è certa: l'Anticristo sta spargendo ziz­zania anche nel cuore di alcuni di noi. Come spiegare altrimenti le pa­role udite poco prima? Questa visione è manifestamente diabolica e lo si capisce dal fatto che solo il Demonio poteva far credere al Reverendo
Vicario e al Reverendo Inquisitore, persone di limpida fede cattolica, che ad apparire era la Santa Madre di Dio! Non prendo neanche in considerazione la sciocca immaginazione della donna, dal momento che tutti sanno quale facile preda del Maligno sia il limitato intelletto femmini­le..."
A quel punto Padre Gattino fece una pausa. Guardò ad uno ad uno i vol­ti di coloro che gli sedevano di fronte, come se avesse dimenticato qualcuno; poi sorrise con espressione candida e benevola.
"Ah, già! Mi stavo scordando del nostro amato Don Vercelli... Che di­te? Davvero? Cari fratelli, sembra proprio che quello non sia il nome del relatore che mi ha preceduto. Chiedo scusa, ma è da così poco tempo che abbiamo la gioia di averlo tra noi che è facile dimenticare come si chiama... Vedete, egli non ha colpa delle cose che ha detto: non conosce ancora le sue pecorelle e la sua anima è così pura e ingenua - direi co­sì priva di perspicacia - che non vede il Male. Ma io che so, devo dirvi qual è la verità: è Satana all'origine di questa vicenda! L'ho scritto e ribadito anche in questo testo, che per volere di Dio sarà dato alle stampe".
Tra gli applausi dei sostenitori, mostrò un libello d'una cinquantina di pagine; lo teneva sollevato in alto, proprio come avrebbe fatto con l'ostensorio o la croce per tenere a distanza il Nemico.
La sua Crociata pareva cominciare davvero sotto buoni auspici.
Il volumetto odorava ancora di colla e d'inchiostro. Il priore di San Giovanni guardò per l'ennesima volta il frontespizio: "Ragionamento del Reverendo P.F. Pietro Martire Gattino da Vicenza, dell'Ordine di San Domenico, Minimo dei Teologi e Predicatore nella Città di Piacenza, a nome degli Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Farnesi, Signori Cristianissimi e veri figliuoli della Santa Chiesa Romana, sul caso della vi­sione veduta fuori della Porta di San Lazzaro" recitava il titolo im­presso a grandi lettere.
"Quando tutti lo avranno letto, nessuno più avrà l'ardire di negare l'origine diabolica dell'apparizione" pensò Padre Gattino, accarezzando il libercolo con la tenerezza che si riserva a un figlio.


Era trascorso circa un anno dal giorno dell'assemblea dei prelati pia­centini. Dopo lo scandaloso verdetto che aveva stabilito la parità tra i contendenti, il frate non aveva più avuto pace e si era adoperato in tutti i modi per far trionfare la verità, bussando e ribussando ad ogni porta del ducato. Aveva coltivato la sua ossessione giorno e notte, leggendo e rileggendo vecchi verbali del Tribunale dell'Inquisizione, cor­reggendo e limando il suo manoscritto.
"E' il mio Purgatorio!" soleva ripetere, crogiolandosi nel pensiero che le sue preoccupazioni erano il debito che doveva pagare per avere diritto, se non alla felicità, almeno alla tranquillità.
Era stato così preso da dimenticare persine i confratelli; costoro, d'altra parte, non ne avevano sofferto, dal momento che era diventato sempre più difficile sopportare i deliri e la sgradevolissima alitosi del priore.
Padre Gattino si sgranchii le membra. Sentiva la tensione che si allen­tava e per la prima volta dopo tanto tempo udiva il borboglio dello sto­maco affamato. Stava già pregustando la cena, quando giunse il suo aiutante con una terribile notizia: Don Riccardo da Vercelli era in procin­to di pubblicare un libro.
"Che... che libro?" balbettò, quasi rabbrividendo,
"Reverendo Padre, non agitatevi per amor del Cielo! Accettate questa croce e Dio ve ne renderà merito..."
"Che libro?" gridò il priore.
"Pare che sia sulla visione... Si dice che l'abbia scritto su consi­glio del Vicario Generale... Insomma, con quel titolo - Scrittura contro il Ragionamento - sembra proprio che cerchi di confutare le vostre te­si!"
Padre Gattino ebbe lunghi istanti di stordimento. Tutto il mondo, tut­te le sue speranze, tutto gli era crollato addosso.
"Il Demonio! Ditemi se questa non è opera del Demonio! - urlò gestico­lando scompostamente, rivolto ad un pubblico immaginario. - Solo il Ma­ligno poteva suggerire a quel prete delle false prove per dimostrare che ho torto... E chi se no? Il mio libro è ancora fresco di stampa!"
"Dimenticate che il vostro manoscritto circola liberamente per Piacenza da circa un anno" obiettò il giovane domenicano.
Quelle parole ammutolirono il priore. Come aveva potuto essere così sconsiderato? Aveva reso noto il Ragionamento, prima ancora che lo stam­patore di Bologna avesse preparato i punzoni necessari! Aveva peccato di superbia ed era stato punito...
"Sempre lui, il Demonio! Ecco chi mi ha indotto a peccare!" esclamò, battendosi il petto. Recitò qualche preghiera e, dopo aver allontanato lo stupefatto aiutante, si mise allo scrittoio.
Aveva già in mente la risposta alla Scrittura di Don Riccardo: "Apolo­gia del Reverendo P.F. Pietro Martire Gattino da Vicenza, dell'Ordine di San Domenico, Priore in San Giovanni di Piacenza e Predicatore, a nome degli Illustrissimi Signori Farnesi Cristianissimi, contro un trattato composto da Don Riccardo da Vercelli in difesa di una vana e diabolica apparizione, attribuita falsamente alla Vergine Maria in Piacenza, l'anno 1560".
Sì, questo sarebbe stato il titolo...

"Le lettere sono pronte. E questo è il decreto..."
Il Cardinal Ghislieri, Supremo Inquisitore della Fede, appose il suo sigillo e consegnò il plico al segretario. Entro qualche settimana l'In­quisitore e il Vicario di Piacenza avrebbero ricevuto le sue disposizio­ni in merito alla faccenda della visione.
Era stato Ottavio Farnese a chiedergli di esprimere un giudizio che mettesse fine all'interminabile diatriba che coinvolgeva tutta la dioce­si piacentina. Il Cardinale, uomo rigido e intransigente, paladino di ogni iniziativa contro la peste dell'eresia, aveva letto attentamente la mole di scritti che il Duca gli aveva fatto pervenire.
"Tutta questa storia è assurda e ridicola! Tirare in ballo la Madonna e il Demonio è davvero eccessivo, quando si intuisce benissimo che la visione non è altro che il frutto dei vaneggiamenti di una poveretta af­famata, magari sofferente di mal caduco!" aveva riferito al suo segreta­rio.
Costui, un Monsignore dall'aria sofferente, aveva sorriso con disprez­zo. Che razza di prelati finivano a Piacenza? Non saper distinguere un'allucinazione da una santa visione...
"No, non è questa la cosa grave! Ciò che mi indigna veramente è che nessuno, neanche 1'Inquisitore, si sia reso conto del reale pericolo che corre la città. La donna parla di festeggiare il sabato... Capite? Il sabato, il giorno di riposo degli ebrei! Ecco che cosa succede ad allen­tare il controllo su questa gente: diventa naturale per un cristiano parlare di sabato, assumere i costumi depravati e commettere gli errori dei giudei! Con la sua arrendevolezza, questo papa sembra dimenticare che costoro rifiutano la divinità di Cristo e, cosa più atroce, che sono i discendenti dei carnefici che hanno condannato Nostro Signore al sup­plizio della croce. Altroché farli uscire dal ghetto, permettere loro di non portare il berretto e consentire i loro sporchi traffici!"
Il Supremo Inquisitore, che voleva un ritorno della politica inflessi­bile del defunto papa, aveva trattenuto a stento il livore che nutriva per gli ebrei. Non era ancora giunto il momento di dar sfogo a tutto il suo odio, almeno finché c'era al potere questo pontefice.
Aveva scritto le due lettere con consumata abilità; in modo fermo ma prudente, per non offendere la suscettibilità dei due destinatari, aveva decretato la falsità dell'apparizione. Senza mai accennare direttamente agli ebrei, si era servito della tesi di Padre Gattino, affermando che la visione era d'origine diabolica.
"Mi spiace soltanto che quello sciocco, quel domenicano, crederà alla superiorità delle sue argomentazioni... Ma la consuetudine di Roma con­siste proprio nel tollerare certe cose e passarne sotto silenzio altre! L'importante è porre fine a orribili commistioni" aveva concluso il Car­dinale.


"Dio sia lodato!" biascicò Padre Gattino con un lungo sbadiglio. Si stiracchiò beato nel letto: finalmente, dopo tanto tempo, Iddio gli con­cedeva di dormire il sonno dei giusti.
Aveva vinto e le lettere del Supremo Inquisitore erano lì a dimostrar­lo. Prese dal comodino le copie che gli aveva dato il Vescovo e le lesse ancora, con l'interesse della prima volta. Giunto alla fine, baciò con riconoscenza il nome posto in calce e quindi, posati i fogli, spense il lume.
Restò immobile per qualche minuto. Poi allungò un braccio, riprese le lettere e le mise sotto il guanciale. Ora sì che poteva addormentarsi tranquillo...
"Che intuito, quale preparazione ha il Cardinal Ghislieri! E' uno dei pochi ad aver compreso il pericolo del Demonio, la cui funzione è quella di sconvolgere la verità introducendo in noi l'errore. I nostri giorni sono malvagi, ma con persone come il Cardinale sono certo che il potere non sarà mai in mano al Nemico".
Furono questi i suoi ultimi pensieri. Il sonno lo prese per mano e lo guidò per sentieri luminosi, dove gli angeli di Dio celebravano la pros­sima vittoria del bene.

Tuttavia il suo non fu un sogno profetico. Qualche anno più tardi, infatti, sarebbe salito al soglio pontificio proprio il Cardinal Ghislieri, il cui odio feroce avrebbe travagliato gli ebrei di tutta l'Italia.