sabato 11 aprile 2015

I matematici italiani e le leggi razziali


Le premesse della discriminazione degli ebrei in Italia c'erano già tutte, soprattutto dopo le feroci campagne di stampa denigratorie organizzate a partire dal 1933 da giornalisti legati al regime fascista come Telesio Interlandi o da uomini di potere come Roberto Farinacci, eppure il Duce in persona, ancora nel febbraio 1938, dichiarava su L'informazione diplomatica che il governo non avrebbe preso misure di alcun tipo contro i cittadini di religione ebraica. Ma il legame sempre più stretto con la Germania nazista, culminato nella visita a Roma di Hitler nel mese di maggio e nella sigla l'anno successivo del Patto d'Acciaio, fecero in pochi mesi precipitare la situazione in direzione della catastrofe.

Il 24 giugno Mussolini ricevette il giovane antropologo Guido Landra, illustrandogli la propria nuova posizione circa la questione razziale, e ordinando di creare un Ufficio Studi sulla razza, con l’obiettivo di mettere a punto in pochi mesi “i punti fondamentali per iniziare la campagna razziale in Italia”. Landra si mise all’opera e, attenendosi alle direttive del Duce, redasse un decalogo destinato a essere diffuso. In seguito, Landra fu incaricato di riunire un comitato di dieci "studiosi" ideologicamente allineati, i quali accettarono di figurare come firmatari del documento.

Il 14 luglio 1938 fu pubblicato su Il Giornale d'Italia e altri organi di stampa il Manifesto degli Scienziati Razzisti, fondamento ideologico dell'antisemitismo. Il documento sosteneva l'esistenza delle razze umane e, al capitolo 9, dichiarava che :
GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
Inizialmente firmato dai dieci scienziati fascisti contattati da Landra (medici, zoologi e antropologi), il Manifesto ricevette nei giorni successivi l'adesione di altri 180 scienziati e di 140 intellettuali e uomini di cultura, fascisti e anche cattolici.

Proprio La difesa della razza si intitolava la rivista quindicinale che vide la luce il 5 agosto successivo, con una copertina che mostrava un gladio romano che separava la pura razza italica da quella giudaica e da quella africana. Diretta da Interlandi e con segretario di redazione un giovane Giorgio Almirante, la rivista, nei suoi cinque anni di vita, ospitò vari articoli di divulgazione pseudoscientifica, firmati dai fascistissimi luminari del Manifesto, ma anche da alcuni insospettabili alla luce della loro successiva carriera. Nel primo numero, si potevano leggere bestialità come queste:

 
La campagna ideologica per il razzismo precedette di poco i primi provvedimenti di legge. Con il regio decreto del 5 settembre 1938 si disponeva l’espulsione immediata di tutti gli studenti ebrei dalle scuole italiane di ogni ordine e grado, la sospensione dal servizio di tutti gli insegnanti e dei liberi docenti ebrei, nonché del personale scolastico. Il provvedimento aveva il carattere d’urgenza, in quanto all’inizio di ottobre sarebbero cominciati l’anno scolastico e quello accademico. Il successivo decreto-legge del 15 novembre ribadiva l’esclusione degli studenti, degli insegnanti e di tutti gli altri dipendenti “di razza ebraica” dalla scuole pubbliche e private e dalle università, e inoltre si faceva divieto di adottare libri di testo scritti da autori ebrei. Non era certamente un caso che la discriminazione iniziasse proprio dalla scuola, vista dal regime come strumento principale di indottrinamento dei giovani.


L’impatto di questi provvedimenti fu drammatico per la comunità ebraica: vennero espulsi 96 professori universitari e 193 assistenti, 279 presidi e professori di scuola media, più di 100 maestri elementari, 200 liberi docenti, 114 autori di libri di testo, 5400 studenti elementari e medi, 200 studenti universitari. Cominciava per gli ebrei italiani un cammino senza ritorno che li avrebbe sospinti sempre più ai margini della vita sociale e produttiva.

Ormai la macchina della persecuzione si era messa in moto. Nel regio decreto-legge del 17 novembre si proibivano i matrimoni misti, era decretata l’espulsione degli ebrei da tutti gli impieghi pubblici, si limitava il loro diritto di proprietà. Tra le poche eccezioni ai divieti c’erano i parenti dei caduti in guerra o per la causa fascista, gli iscritti al Partito nazionale fascista e tutti quegli ebrei che avevano acquisito benemerenze eccezionali, Il 22 dicembre si collocavano in congedo assoluto i militari ebrei appartenenti alle Forze Armate.

Le leggi razziali vennero applicate con particolare zelo negli istituti culturali, anche i più importanti. Molti matematici ebrei, tra i più grandi della loro generazione, furono vittime della follia razzista. Più che i loro contributi scientifici, ricordo in queste righe ciò che dovettero patire.

Ai soci ebrei dell’Accademia dei Lincei, assorbita dall’Accademia d’Italia nel 1934 per volere di Mussolini, il grande prestigio non bastò a evitare l’espulsione: il Regio Decreto del 1 dicembre dichiarava decaduti i soci ebrei dell'Accademia. Albert Einstein, membro straniero dell’Accademia sin dal 1921, venuto a conoscenza, delle leggi razziali promulgate dal Governo Italiano, scrisse il 3 ottobre 1938 una lettera nella quale chiedeva conferma di quanto appreso dai giornali. Poiché non ebbe risposta, lo scienziato tedesco inviò il 15 dicembre una seconda lettera, con la quale chiedeva di essere escluso dalla lista dei soci stranieri. Il 2 gennaio del 1939 il presidente dei Lincei, il mineralogista Federico Millosevich, rispose comunicando di prendere atto delle sue dimissioni.

Accademico dei Lincei era Guido Castelnuovo (1865 - 1952), tra i padri della geometria algebrica italiana, che fu costretto ad abbandonare ogni incarico,e tuttavia reagì, oramai settantatreenne, contribuendo all'organizzazione di corsi clandestini di livello universitario per studenti ebrei. Sfuggito ai rastrellamenti nazisti, dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), fu nominato commissario del CNR, con il compito di avviarne la riorganizzazione dopo il periodo bellico. Componente della commissione di epurazione della ricostituita Accademia dei Lincei nel 1944-46, fu poi eletto presidente dell'organismo, carica che mantenne quasi fino alla morte. Nel 1950 era stato nominato senatore a vita.

Sua figlia Emma Castelnuovo (1913 - 2014), laureatasi in matematica nel 1936, dopo un periodo come bibliotecaria presso l'Istituto di matematica dell'Università di Roma, nell'agosto del 1938 vinse la cattedra di insegnante di scuola media ma, dopo alcuni giorni, fu sospesa dal servizio a causa delle leggi razziali. Tra il 1939 al 1943 insegnò nella scuola israelitica clandestina e poi, dopo la guerra, avrebbe contribuito al rinnovamento della didattica della geometria euclidea e della matematica in generale.


Un altro grande vecchio della matematica italiana, Vito Volterra (1860 - 1940), forse la figura più prestigiosa dell’Accademia dei Lincei negli anni Venti, venne colpito dai provvedimenti razziali. Senatore del Regno dal 1905, patriota e volontario nella Grande guerra, a Volterra il fascismo non era mai piaciuto. Nel 1931 era stato uno dei dodici professori universitari italiani a rifiutarsi di prestare il Giuramento di fedeltà al Fascismo ed era stato dispensato dal servizio per incompatibilità con le generali direttive politiche del governo. Dovette abbandonare anche le sue molte cariche nelle accademie scientifiche italiane. Costretto all’esilio, tornò in Italia poco prima di morire. Il fascismo tentò di cancellarne persino la memoria. Quando morì, l'11 ottobre 1940, la scomparsa di una delle figure più illustri della cultura italiana passò pressoché inosservata: nessuna delle istituzioni scientifiche italiane ebbe il coraggio di ricordare ufficialmente il grande matematico, uno dei principali fondatori dell'analisi funzionale e della teoria delle equazioni integrali, maestro della biologia matematica. L’unica commemorazione fu tenuta da Carlo Somigliana (1860 - 1955) nell'Accademia Pontificia di cui Volterra era membro dal 1936.


Le leggi razziali colpirono un altro grande matematico, filosofo e divulgatore di origine ebraica. Federigo Enriques (1871 - 1946), tra i più importanti esperti di geometria algebrica, fu colpito dalle leggi razziali e costretto ad abbandonare l'insegnamento e qualsiasi altro impiego di carattere culturale. Negli anni della discriminazione razziale insegnò a Roma nella scuola ebraica clandestina fondata da Guido Castelnuovo e riuscì a pubblicare alcuni articoli in forma anonima sul Periodico delle Matematiche, organo della Mathesis (di cui era stato presidente dal 1919 al 1932, opponendosi alla riforma della scuola di Giovanni Gentile perché troppo orientata verso la cultura umanistica). Durante l'occupazione tedesca visse nascosto. Tornò a insegnare all'Università nel 1944 per altri due anni fino alla morte, avvenuta a Roma il 14 giugno 1946.

Guido Fubini (1879 - 1943), noto soprattutto per il teorema in analisi matematica che ne porta il nome, considerato tra i fondatori della moderna geometria proiettiva differenziale, era prossimo alla pensione quando entrarono in vigore le leggi razziali. Temendo per sé e la famiglia, ebbe la buona idea di partire per gli Stati Uniti accettando l’invito di insegnare a Princeton. Morì a New York nel 1943.


Questo breve panorama di odiosa discriminazione si conclude con il nome di Tullio Levi Civita (1873 - 1941), i cui lavori sul calcolo tensoriale avevano contribuito alla formulazione della teoria della relatività da parte di Einstein. Membro della Royal Society inglese, accademico dei Lincei e dell’Accademia pontificia, si oppose al fascismo. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali, gli fu vietato l'accesso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica dell'Università di Roma. Fu poi allontanato dall’insegnamento e visse isolato dalla comunità scientifica. La sua salute andò peggiorando fino alla morte, avvenuta per infarto a Roma il 29 dicembre 1941. 

A questo punto ci si potrebbe domandare quale fu l’impatto delle leggi razziali sui matematici italiani non ebrei. Ebbene, fu lo stesso che nelle altre categorie, scientifiche e non: un misto di conformismo, di pauroso silenzio, di collaborazionismo per cogliere un’occasione di carriera. Se un matematico di punta come Francesco Severi (1879 - 1961), fascista dagli anni ‘20, trovò normale, dopo aver suggerito nel 1931 il giuramento di fedeltà al regime, che il fascismo prendesse la strada del razzismo (fu lui a cacciare Levi Civita), salvo poi pentirsi dopo la guerra, altri, altrettanto bravi nella disciplina, si adeguarono al nuovo, freddo, clima. Molti di loro, riuniti il 10 dicembre 1938, dichiararono senza vergogna che: 
“La scuola matematica italiana, che ha acquistato vasta rinomanza in tutto il mondo scientifico, è quasi totalmente creazione di scienziati di razza italica” (...) “Essa, anche dopo le eliminazioni di alcuni cultori di razza ebraica, ha conservato scienziati che, per numero e qualità, bastano a mantenere mantenere elevatissimo il tono della scienza scienza matematica italiana, e maestri che con la loro intensa opera di proselitismo scientifico assicurano alla Nazione elementi degni di ricoprire tutte le cattedre necessarie”. 
Il danno che le leggi razziali portarono alla matematica italiana e alla sua immagine fu in realtà gravissimo, e la reazione internazionale non mancò di sottolinearlo. Ma di questo parlerò un’altra volta.

2 commenti:

  1. Solo un piccolo appunto..ad eccezione di Volterra,uno dei dodici,presumo che gli altri avessero aderito in qualche modo al giuramento Gentiliano...sperando..il che dimostra sempre e comunque che la categoria "intellettuali accademici" in fondo non si discosta gra che,dall'andazzo medio italico..nulla di cui vergognarsi per carita',solo da prenderne pero'atto a presente e futura memoria..

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  2. La situazione del giuramento Gentiliano fu molto frastagliata. Molti professori aderenti al Partito Comunista (non so se ve ne fossero tra i matematici- più tardi Caccioppoli) furono indotti a giurare dal Partito, che non voleva consegnare tutta l'educazione superiore a fedelissimi del PNF (di Concetto Marchesi e Pietro Calamandrei penso non si possa dubitare un "tengo famiglia"); in maniera analoga molti altri lo fecero nella speranza di poter garantire una enclave di dissidenti all'interno della accademia, visto che veniva loro assicurato a parola che nessuna limitazione alla loro libertà di insegnamento sarebbe seguita a quello che lo stesso Gentile presentava come un atto formale. Levi Civita lottò strenuamente nel tentativo di ottenere un giuramento modificato che garantisse la possibilità di un "dissenso spirituale"; a cui seguirono anche atti concreti visto che fu uno dei pochi, all'interno della Sapienza, a continuare ad adoperarsi, pur in un isolamento che rasentava il disprezzo, in favore di Volterra. Acconsentì al giurmaneto, nelle sue parole, per non lasciare tutta l'Università in mano "ai nuovi barbari". Dall'altra parte l'atteggiamento del regime sapeva essere "suadente". Gentile appoggiò l'arrivo di Tonelli alla Normale, nonostante il suo (di Tonelli) notorio antifascismo. Insomma, posta l'ammirazione per i 12, tra gli altri non mi sembrerebbe il caso di fare "di tutte le erbe un fascio"....

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