domenica 10 agosto 2014

Sulla presunta eredità celtica

Scrivendo al cugino Carlo Frulli nel 1839, Ottavio Mazzoni Toselli (1), giurista e italianista, appassionato cultore del celtismo ed esponente di un'elite intellettuale bolognese che, nonostante il dominio del Papa, era meno provinciale e conformista di quanto lo siano oggi certi ambienti sedicenti colti del nostro paese, affermava che il dialetto parlato dai suoi avi era lo stesso che si usava ancora in quei tempi: "Ammesso ciò che nessuno può contraddire, chi mi dirà che quel Toselli il quale nell'anno 1168 andò Ambasciatore della repubblica bolognese al re di Francia (...) non abbia parlato lo stesso bolognese che parlavano il zio Nicola e la zia Betta? Con quali argomenti si proverà che nò?". Spingendo il suo ragionamento a ritroso nel tempo, l'autore così continuava: "Ditemi ora perché non si abbia credere che questa volgare bolognese non sia quella lingua gallica che, al dire di Appiano Alessandrino, si parlava nella Gallia circumpadana quando, negli anni di Roma 711, cioè 146 anni dopo la spedizione delle colonie romane, Decimo Bruto (...) volle passare il nostro Reno? Non abbiamo ancora dittonghi, vocaboli, frasi, conjugazioni galliche siccome ho mostrato altrove?"

La spiegazione del Mazzoni Toselli, per quanto ingenua, non era priva di un certo buon senso: "(...) gli stranieri e molto più i loro discendenti, ove siano in minor numero del popolo in cui siano stanziati, lasciano la lingua nativa, ed apprendono quella del nuovo paese. Se questi fatti non possono essere contraddetti, se da essi è d'uopo dedurre che i discendenti de'coloni romani, molto minori di numero che non furono i Galli, adottarono la lingua de'Boii anziché propagare quella de' loro padri, e se per naturale conseguenza né i Romani né i Barbari cangiarono la lingua de 'popoli sottomessi, dobbiamo tenere per fermo che la lingua gallica, di cui Decimo non era ignaro, fosse (...) quella stessa che parliamo oggidì". Trascinato dal suo amore entusiasta per i Celti, l'erudito bolognese fingeva di ignorare che il tempo passa, e con esso cambiano le civiltà, la maniera di pensare, l'utilizzo delle risorse e i modi di produzione, e anche le lingue: le parole d'origine celtica non raggiungono il centinaio nell'italiano e probabilmente neanche nei diversi dialetti settentrionali, eredi semmai (ma la cosa è controversa) della fonetica gallica. 

Meno comprensibile di quello del Toselli, perché sono trascorsi 166 anni di scoperte linguistiche, archeologiche, documentarie, etnografiche e quant'altro, è l'atteggiamento di coloro che, per reazione a decenni di nazionalismo e di negazione quasi assoluta d'ogni eredità culturale antica che non fosse greco-romana o cristiana, dichiarano di considerarsi diretti eredi dei Celti Cisalpini, mutuando dalla Francia l'immagine un po' vetusta che farebbe d'Insubri, Boi e Cenomani "nos ancêtres les Galois", come se duemila anni di storia fossero un accidente trascurabile di fronte ad una supposta continuità culturale o addirittura etnica. Rispondendo ad una domanda di Claude Mettra a proposito del classico testo L'autunno del Medioevo di Johan Huizinga, il grande storico Jacques Le Goff ha ben definito i pericoli di simili semplificazioni: "(...) la chiave di un periodo non può mai essere trovata dieci secoli prima., cancellando tutto quello che c'è in mezzo. Certo, per capire che cosa è la nostra civiltà bisogna risalire al neolitico, ma risalendo progressivamente, senza fare dei salti su secoli interi"

Di fronte ai pregiudizi che ancora circondano l'eredità celtica in Italia, chi si interessa dell'argomento non può agevolare il compito dei detrattori, cadendo nella tentazione delle scorciatoie e dei salti temporali. Gli elementi del passato celtico presenti in tracce nella cultura del nostro paese sono giunti a noi attraverso percorsi complicati e spesso con l'ausilio di veicoli insospettati, il principale dei quali è la cultura cristiana: ignorare o nascondere questa verità storica sarebbe disonesto dal punto di vista intellettuale. Inoltre la celticità di certe tradizioni può non essere autoctona, ma è, per così dire, d'importazione, come nel caso della mitologia arturiana, giunta nei secoli XII e XIII, in un periodo di forte influsso politico e culturale franco–normanno. 

Volendo fare un bilancio quantitativo di ciò che può essere ricondotto ad una ipotetica eredità celtica nella cultura italiana (ma anche francese, tedesca o inglese) e nelle sue tradizioni folkloriche, si arriva a risultati deludenti: in ogni aspetto che si prende in considerazione non si ritrovano che frammenti sparsi di un sistema un tempo coerente e completo. Il fatto che la ricerca "ufficiale" abbia raggiunto nella sua indagine modesti risultati, solo in parte addebitabili a cattiva volontà e soprattutto dovuti all'innegabile esiguità del materiale a disposizione, ha spinto decine di appassionati a scrivere libri dedicati a delle pretese sopravvivenze galliche, il più delle volte di valore discutibile, perché viziati da errori di metodo, da scarsa conoscenza o da pregiudizi in un senso o nell'altro. Se si vogliono indicare origini celtiche in toponimi come Merlino (MI), bisognerebbe conoscere che la località era indicata nel 1142 come locus Merlae, senza coinvolgere il personaggio inventato e reso celebre da Goffredo di Monmouth qualche anno prima; se Cesare dice che i druidi erano molto esperti in astronomia, non è detto che l'orientazione di una tomba golasecchiana debba per forza corrispondere ad una linea equinoziale; se la religione dei Celti coinvolgeva ogni aspetto della loro vita e conteneva elementi di profonda sapienza "tradizionale", sembra alquanto azzardato affermare che essa è ancora praticabile dagli uomini d'oggi in cerca di spiritualità ("celtica", e perché non armena o maori?), magari durante il fine settimana in un centro di agriturismo, tra incensi e campane tibetane. 

(1) Mazzoni Toselli, O.: Della lingua bolognese originata dal celtico, Nobili, Bologna, 1839 


(dalla prefazione al mio Tracce celtiche, Ed. della Terra di Mezzo, Milano, 2001)