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lunedì 1 novembre 2021


“Hokypoky penny a lump”
Gelati, povertà e italiani nella Dublino di Joyce

 


Nel capitolo Lotofagi dell’Ulisse di Joyce, Leopold Bloom pensa a Hokypoky penny a lump (“hoky poky un penny al pezzo”) in riferimento al sacramento dell'Eucaristia, e i capitoli successivi mostrano questa misteriosa sostanza venduta per le strade da venditori italiani. Era una forma di granita a buon mercato che, come altri preparati con il ghiaccio del tempo, era implicata in molti focolai di malattie in Europa e in America.

Rocce erranti mostra il marinaio con una gamba sola vicino a Eccles Street “girando intorno al carretto dei gelati di Rabaiotti", che probabilmente sta partendo per la giornata dalla vicina Madras Place dove Antonio Rabaiotti, osserva l’esperto di Joyce Don Gifford, "aveva una flotta di carretti a mano che vendevano ghiaccioli e gelati nelle strade di Dublino". Circe inizia con la gente nel malfamato rione di Monto che si accalca attorno a uno di questi carretti: "Intorno alla gondola ferma di Rabaiotti il gelataio, bisticciano uomini e donne rachitici. Hanno in mano cialde con palle di neve color carbone e rame. Succhiando, si dileguano lentamente." In Eumeo Bloom e Stephen incontrano lo stesso carrettino: "Adiacente all'orinatoio per uomini sentì che girava un carrello di gelati con un un gruppo di italiani, presumibilmente, i quali discutendo in maniera calorosa facevano librare in aria la garrulità del loro idioma vivace in modo particolarmente animato, essendovi alcune divergenze tra le parti in causa". L'associazione di questo carretto con l'impurità e la cattiva salute difficilmente può essere casuale.

Gli ultimi tre decenni del XIX secolo videro una moda passeggera per i pezzi di ghiaccio tritato aromatizzato a buon mercato chiamati "hokey pokey", che erano apprezzati soprattutto dai bambini dei ceti più poveri. In una nota sulle James Joyce Online Notes, Harald Beck cita diversi articoli di giornale che, intorno all'anno 1880, si riferiscono a questo prodotto di nuova popolarità. Il numero di Era del 21 luglio 1878 parlava di una canzone da music hall con un linguaggio identico a quello di Bloom: "Mr. Wilfred Roxby [...] ha cantato un divertente brano volgare con un coro su un venditore ambulante che vendeva Hokey-pokey, un centesimo al pezzo." Un numero del 1881 del Tinsley's Magazine definì il termine per coloro che non lo conoscevano: "Hokey-pokey è il nome volgare per il gelato venduto per strada, venduti per un centesimo in una bancarella all'aperto vicino al "deposito" di Liverpool." Il 3 dicembre 1881 il Manchester Times elencò gli ingredienti: "Si dice che l'articolo genuino sia composto da latte, farina di mais, zucchero e uova, tutti bolliti insieme e poi congelati in piccoli pezzi".



L’origine del nome hokey-pokey, o hokypoky è controversa. Alcuni lo fanno derivare da due espressioni italiane come “oh che poco” oppure “ecco un poco”, relative alla minuscole quantità di prodotto venduto dai venditori ambulanti italiani. Essi esercitavano a Dublino una sorta di monopolio del prodotto, ma troviamo dei gelatai Rabaiotti, emigrati dalla zona di Bardi in provincia di Parma, in testimonianze coeve e successive provenienti dal Galles meridionale e da Londra. 

Secondo altri, la derivazione sarebbe più antica e andrebbe ricondotta a Hocus pocus, una frase senza senso usata come "formula magica" per "fare accadere qualcosa". In passato fu un termine comune adottato da illusionisti, giocolieri o altri simili intrattenitori (tipo "abracadabra"). Nell'inglese britannico, il moderno significato prevalente è "sciocchezza inventata, imbroglio", che potremmo avvicinare a certe formule utilizzate nei giochetti per Halloween o nella saga di Harry Potter. Le origini della locuzione rimangono comunque oscure. Alcuni, tra i quali probabilmente lo stesso Joyce, credono che provenga da una parodia della liturgia cattolica romana dell'eucaristia, che contiene la frase "Hoc est enim corpus meum". Questa spiegazione risale alle speculazioni del prelato anglicano John Tillotson, che scrisse nel 1694: "Con ogni probabilità i comuni giochi di parole "hocus pocus" non sono altro che un'aberrazione di hoc est corpus, con un'imitazione comica dei sacerdoti della Chiesa di Roma nel loro trucco della transustanziazione". In ogni caso, hokey-pokey ha fatto fortuna, diventando il nome di uno dei dolci tradizionali della Nuova Zelanda e anche quello di un ballo figurato da scampagnate che viene ballato in cerchio, forse ispirato dal richiamo dei venditori citato da Joyce:

"Hokey pokey penny a lump.
Have a lick make you jump".

Nel 2008, un religioso anglicano, il canonico Matthew Damon, prevosto della cattedrale di Wakefield, nello Yorkshire occidentale, affermò che i movimenti di danza erano una parodia della tradizionale messa cattolica latina. Fino alle riforme del Vaticano II, il sacerdote eseguiva i suoi movimenti di fronte all'altare e non ai fedeli, che non potevano sentire molto bene le parole, né capire il latino, né vedere chiaramente i suoi movimenti. Durante il rito eucaristico, il sacerdote diceva Hoc est corpus meum, che significa "Questo è il mio corpo". Ciò indusse il politico scozzese Michael Matheson nel 2008 a sollecitare l'azione della polizia "contro gli individui che usano la canzone e la danza per schernire i cattolici". L'affermazione di Matheson è stata considerata ridicola dai fan di entrambe le squadre di calcio rivali di Glasgow, il Celtic (cattolici) e i Rangers (protestanti) e si organizzò sui social media dei tifosi di entrambi i club perché entrambe le parti si unissero a cantare la canzone nel derby del 27 dicembre 2008 all'Ibrox Stadium, quello dei Rangers.

Miscugli ricchi e montati del tipo che oggi porta il nome di gelato esistevano nel XIX secolo, ma erano troppo costosi per i poveri. Il "gelato" venduto per strada in genere non conteneva affatto crema e sarebbe stato più simile alle granite o ai ghiaccioli di oggi. Nei primi anni, le persone consumavano questi gelati da piccoli bicchieri da un penny la cui forma conica e le pareti spesse facevano apparire le quantità maggiori di quelle che erano e il cui nuovo utilizzo (erano semplicemente puliti con un panno e riempiti) faceva ammalare innumerevoli persone. All'inizio del secolo le città avevano iniziato a vietare gli antigienici bicchieri e i venditori iniziarono a servire i pezzi di ghiaccio tritato e sciroppato su delle cialde, come notato all'inizio di Circe. (I termini di Joyce, "palle di neve color carbone e rame", si riferiscono ai coloranti che erano aggiunti per identificare particolari sapori). Un venditore italiano a New York introdusse i bicchieri di carta nel 1896, e ci sono segnalazioni di gelati britannici arrotolati in coni di carta marrone, ma i coni di cialda commestibili non apparvero che alla Fiera mondiale di St. Louis nel 1904.

All'epoca della pubblicazione di Ulisse, i carretti erano un ricordo del passato. Il London Times del 4 novembre 1919 li descrisse come ricordi sgradevoli di una Dublino scomparsa: "Il tempo vola e Dublino non può più essere riconosciuta con il naso. Un sistema di drenaggio principale ha pulito il Liffey, e il cestino delle aringhe rosse è raro come quello del venditore di vongole di un tempo, una leggenda ora, o del più antico venditore di Hokey Pokey a un penny al pezzo, a cui non credono nemmeno i bambini." Può sembrare strano collegare il gelato con la fogna a cielo aperto che era il Liffey, o con gli odori sgradevoli dei frutti di mare non refrigerati, ma la connessione era del tutto giustificata. Per tutta la seconda metà del XIX secolo il consumo di gelato fu ripetutamente implicato in gravi epidemie, e i gelati di strada furono tra i peggiori responsabili.

In un articolo intitolato When Ice Cream Was Poisonous: Adulteration, Ptomaines, and Bacteriology in the United States, 1850-1910, nel Bulletin of the History of Medicine (2012) Edward Geist riassume alcuni degli sconvolgenti resoconti, che iniziarono con l'invenzione del congelatore a manovella del gelato nel 1843, ma peggiorarono in pochi decenni: "Durante gli anni ‘80, l'avvelenamento da gelato crebbe da fenomeno isolato fino a raggiungere proporzioni epidemiche (...) Entro la metà del decennio, l'avvelenamento da gelato era diventato oggetto di battute popolari". I numerosi casi, che a volte provocarono centinaia di vittime, suscitarono un intenso dibattito sulle cause. Adulteranti chimici o metallici, prodotti della putrefazione batterica di prodotti alimentari e batteri stessi furono tutti ipotizzati come i responsabili, ma col passare del tempo le prove puntavano sempre più in modo definitivo sui batteri, e in particolare sulla contaminazione batterica del latte.

Geist presta solo poca attenzione ai gelati economici dei carretti di strada, ma è probabile che le condizioni terribilmente antigieniche in cui erano prodotti, e quella che chiama "la famigerata pratica di ricongelare il gelato fuso invenduto e servirlo a ignari clienti" il giorno successivo, peggiorò di molto un problema comune. Egli osserva che "nel 1898 Modern Medicine affermò che mangiando un gelato comprato in una bancarella di strada ad Anversa, morirono quaranta persone, la maggior parte dei quali bambini". Intorno alla fine del secolo, osserva, i ricercatori isolarono da campioni di formaggio un ceppo dimostrabilmente patogeno del batterio del colon ora noto come Escherichia coli. I medici vittoriani ed edoardiani collegarono i prodotti del gelato alla scarlattina (Streptococcus pyogenes) nel 1875, alla salmonella (Bacillus enteriditis) nel 1905 e 1909, e alla febbre tifoide (Salmonella enterica) nel 1892, 1894, 1897 e 1904. Anche la tubercolosi era nota per essere trasmessa dal latte contaminato.


Il riferimento alle malattie trasmissibili tramite il cibo in Circe è uno dei tanti nel romanzo, coerente con la diffidenza espressa da Bloom verso le fonti comuni di cibo e bevande nei Lestrigoni ("Un giovane pallido con la faccia che trasudava sugna ripulì bicchiere coltello forchetta e cucchiaio con il suo tovagliolo. Nuove schiere di microbi"), e, leggermente più avanti nello stesso capitolo ("Pulisci via i microbi col fazzoletto. Il tizio dopo di te ce ne riversa un’altra manciata col suo."). Le usanze alimentari antigieniche sono ricordate anche nell’allusione ai molluschi tossici in Nausicaa ("Pover’uomo quell’O'Connor, moglie e cinque figli avvelenati da cozze proprio qui. La fogna. Senza speranza"). Tali descrizioni danno per scontata la città povera, sporca, maleodorante e malsana che era Dublino nel 1904. 

venerdì 13 agosto 2021

Almidano Artifoni tra le rocce erranti (dell'Ulysses di Joyce)

 


The Wandering Rocks (Le rocce erranti), decimo episodio dei diciotto dell'Ulysses di James Joyce (1922), racconta le attività dei cittadini nelle strade di Dublino tra le tre meno cinque e le quattro del pomeriggio del 16 giugno 1904. Composto da diciannove brevi scene quasi disarticolate, che mostrano collettivamente quasi tutti i personaggi dell’opera, questo episodio è sia un intermezzo tra le due metà sia una miniatura del tutto. Limitato spazialmente dai percorsi paralleli di due illustri personaggi, il reverendo John Conmee e l’Earl of Dudley, viceré d’Irlanda, che raffigurano la Chiesa e lo Stato coloniale che stringono idealmente la città di Dublino, l’episodio fu pensato come simbolo dell’ambiente ostile, tuttavia ogni personaggio è un protagonista, per cui si respira un’atmosfera corale.



L'episodio è l'unico dell’Ulysses senza un diretto parallelo omerico. Le Rocce Erranti compaiono nell'Odissea solo di terza mano, nel racconto di Ulisse ai Feaci del presagio di Circe sulle due vie di ritorno a Itaca: il percorso attraverso le "Rocce Erranti, o Vagabonde", "le cui onde ribollenti, sotto alti possenti venti, / portano sballottando relitti di navi e uomini” e il percorso tra Scilla e Cariddi. Poiché Ulisse opta per quest'ultima strada, che Joyce ha tracciato nell'episodio 9 (Scilla e Cariddi, appunto), The Wandering Rocks allude alla strada non intrapresa nell'epopea di Omero. Sebbene l’Ulysses qui diverga dalla trama dell'Odissea, Omero fornisce ancora l'ispirazione fondamentale per l’episodio, con i due percorsi dei potenti che, come confini mobili (rocce erranti), minacciano lo spazio intermedio, Dublino.



La sesta scena vede Stephan Dedalus mentre parla (in italiano, anche nell’originale) con il maestro di canto dall’altisonante nome di Almidano Artifoni. Pare che la decisione di Stephen di non intraprendere quella che potrebbe essere, secondo Artifoni, una redditizia carriera vocale sia legata alla sua convinzione che "il mondo è una bestia" (il travagliato giovane avrebbe detto che è un inferno).

Questa è la traduzione della scena di Enrico Terrinoni, per l’edizione che ha curato per Newton Compton (Roma, 2015). In corsivo sono le parole in italiano nell’originale di Joyce:


Ma! fece Almidano Artifoni.
Lanciò uno sguardo oltre le spalle di Stephen verso la zucca bitorzoluta di Goldsmith.
Due vetture cariche di turisti passavano lentamente, le donne sedute davanti, aggrappate vistosamente al corrimano. Visi pallidi. Le braccia degli uomini cingevano vistosamente le loro sagome rachitiche. Dal Trinity guardarono il colonnato cieco della bank of Ireland, dove tuuuubavano i piccioni.
Anch’io ho avuto di queste idee, disse Almidano Artifoni, quand’ero giovine come Lei. Eppoi mi sono convinto che il mondo è una bestia. E peccato. Perché la sua voce… sarebbe un cespite di rendita, via. Invece, Lei si sacrifica.
Sacrifizio incruento, disse Stephen sorridendo, facendo lentamente dondolare di qua e di là il bastone di frassino, tenendolo con levità per un punto mediano.
Speriamo, disse benevolmente la rotonda faccia baffuta. Ma, dia retta a me. Ci rifletta.
All’altezza della petrosa mano severa di Grattan, che imponeva l’alt, un tram per Inchicore scaricò in maniera sparsa i soldati di una banda del reggimento scozzese degli Highlanders.
Ci rifletterò, disse Stephen, abbassando lo sguardo sulla massiccia gamba dei pantaloni.
Ma, sul serio, eh? disse Almidano Artifoni.
La sua mano pesante strinse con vigore quella di Stephen. Occhi umani. Scrutarono curiosamente un istante e di colpo si voltarono verso il tram per Dalkey.
Eccolo, disse Almidano Artifoni con amichevole fretta. Venga a trovarmi e ci pensi. Addio, caro.
Arrivederla, maestro, disse Stephen, togliendosi il cappello non appena la mano fu libera. E grazie.
Di che? disse Almidano Artifoni. Scusi, eh? Tante belle cose!
Almidano Artifoni, tenendo in mano come segnale uno spartito arrotolato a manganello, trotterellò coi suoi calzoni pesanti dietro al tram per Dalkey. Invano trotterellò, facendo segno invano tra la ressa degli scozzesi con le ginocchia nude, intenti a introdurre furtivamente i loro strumenti musicali attraverso i cancelli del Trinity.

Più tardi, troviamo un cenno al baffuto insegnante di musica italiano nella diciassettesima scena (“Almidano Artifoni superò Holles Street procedendo oltre il cantiere di Sewell”) e nell’ultima, dove il corteo del Viceré d’Irlanda, passando per Landsdowne Road, incontra il saluto distratto, doveroso, ipocrita degli astanti “e il saluto dei pantaloni resistenti di Almidano Artifoni, inghiottiti da una porta che si chiudeva”. Quella porta che si chiude segna anche la fine dell’episodio.


Il cognome Artifoni significava qualcosa di importante per Joyce, perché si trova anche in Stephen Hero, una lunghissima opera autobiografica che Joyce scrisse tra il 1904 e il 1907 e che non completò perché persuaso che mancasse di controllo artistico e forma. Joyce lo riscrisse come "un'opera in cinque capitoli" con un titolo, Ritratto dell’artista da giovane, o Dedalus (1916), inteso a dirigere l'attenzione sulla figura centrale, Stephan Dedalus. Giuntoci in due frammenti disomogenei, forse parzialmente distrutto dallo stesso Joyce, il manoscritto di Stephen Hero fu ritrovato dopo la sua morte e pubblicato postumo nel 1944. L’edizione italiana, nella traduzione di Carlo Linati, porta il titolo Le gesta di Stephen (Mondadori, 1993). Charles Artifoni è in Stephen Hero l’insegnante di italiano di Stephen all’University College di Dublino (allora retto dai Gesuiti):

“Stephen scelse come materia opzionale l'italiano, in parte per il desiderio di leggere Dante in un modo serio e in parte per sfuggire la ressa delle lezioni di francese e tedesco. Nessun altro al college studiava italiano, così un mattino sì e uno no Stephen veniva al college alle dieci e saliva alla stanza di Padre Artifoni. Padre Artifoni era un moretto intelligente che veniva da Bergamo…”

Sappiamo dalla biografia di Joyce che il suo insegnante di italiano si chiamava in realtà padre Charles Ghezzi s.j., trasformato in Artifoni. Ghezzi compare in altri racconti di Joyce, con il nome sempre cambiato, ma con le stesse fattezze.

E Almidano Artifoni? Era un personaggio reale? Possiamo con certezza rispondere affermativamente, ma egli non era né un gesuita, né un musicista. Era un uomo che aveva fatto del bene a Joyce, al punto da meritarsi le citazioni che sono state riportate.

Il bergamasco Almidano Artifoni (1873-1950, dopo essersi diplomato alla Scuola superiore di Commercio di Genova, fu per cinque anni insegnante alla Berlitz School di Amburgo in Germania, arrivando a diventarne il direttore. Nel 1900 si trasferì a Trieste, per aprirvi la locale filiale della Berlitz. Qualche anno più tardi divenne molto importante nella vita dello squattrinato James Joyce (giunto a Trieste nell’ottobre 1904 con la compagna Nora Barnacle incinta), che tolse dalle ristrettezze assegnandogli un posto di insegnante di inglese presso la sede distaccata di Pola, e poi nella sede centrale della stessa Trieste, dove successivamente diede lavoro anche al fratello di Joyce, Stanislaus, che aveva raggiunto James nel capoluogo giuliano.

Nel 1907 Artifoni lasciò la direzione della Berlitz School nelle mani di altri due insegnanti, anche se continuava a presentarsi come direttore. Insegnò ragioneria alla Scuola Superiore di Commercio Revoltella e aiutò Joyce a ottenere il ruolo di insegnante d’inglese nello stesso istituto tra il 1910 e il 1913. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il vero Artifoni rimase a Trieste lavorando come esperto contabile per il Tribunale.

E lo pseudo-Artifoni maestro di canto che compare nell’Ulysses? Era il maestro napoletano Luigi Denza, compositore di Funiculì funiculà, insegnante alla London Academy of Music, il quale nel 1904 aveva presieduto la giuria del prestigioso concorso di canto dublinese Feis Ceoil, a cui Joyce aveva partecipato vincendo la medaglia di bronzo. Si disse che avesse rinunciato alla finale a causa della richiesta di cantare un pezzo leggendo la musica.  Joyce era infatti un melomane appassionato, aveva una bella voce tenorile e prese qua e là lezioni da diversi maestri. Durante il soggiorno triestino era stato allievo di Romeo Bartoli quando si iscrisse al Conservatorio di Musica di Trieste nell’ottobre del 1908 con l’intenzione di esercitare la voce per dedicarsi a una carriera da professionista. Bartoli gli confermò di essere dotato di una voce piuttosto buona e gli promise che sarebbe stato pronto a salire su un palco entro due o tre anni. Si sa, inoltre, che Joyce diede a Bartoli delle lezioni di inglese ed è possibile che i due scambiassero le proprie prestazioni professionali. In realtà la “carriera” di Joyce si sarebbe limitata alla performance resa nel quintetto tratto da Der Meistersinger di Wagner al concerto di fine anno del Conservatorio, il 3 luglio 1909.

Insomma, Artifoni, uno e trino, vero o prestanome, rappresentò per lo scrittore irlandese una figura positiva (“Occhi umani”) che volle ricordare nelle sue opere e, soprattutto, nel suo capolavoro.