Matchmaking as a Combinatorial Exercise
I’ve browsed the combinations:
seven billion choose two.
That’s 24 quintillion –
It took some time to do.
The brute-force search was worth it, though,
to prove my theorem true:
“No couple in the space compares
to pairing me with you”.
Favorire incontri come esercizio combinatorio
Ho dato un’occhiata alle combinazioni:
sette miliardi sopra 2 (il binomiale).
Fa 24 milioni di milioni di milioni:
ci è voluto del tempo mica male.
La dura ricerca è convenuta, tuttavia,
per provare che il teorema si regge da sé:
“Nello spazio non c’è coppia, cara mia,
che uguaglia la combinazione tra me e te”
+++
The Limitations of Proof
I cannot prove I love you.
I don’t meant to be rude.
But I cannot prove I love you --
Not with any certitude.
There’s no good proof I love you,
and I know that sounds phlegmatic.
It’s not that I don’t love you –
Just, the love is axiomatic.
Limiti della dimostrazione
Non posso dimostrare che ti amo,
non voglio sembrare privo di dolcezza
Ma non posso provare che ti amo
senza un margine di incertezza.
Non c’è una buona prova che ti amo,
e capisco di sembrar flemmatico.
No, non è che non ti amo,
solo che l’amore è assiomatico.
+++
Roses Are Roses
Roses Are Roses:
logic is logical;
I love you so plainly
It’s just tautological.
Le rose sono rose
Le rose sono rose;
la logica è logica;
ti amo così semplicemente
che è cosa tautologica.
(da Math with Bad Drawings)
Visualizzazione post con etichetta humour. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta humour. Mostra tutti i post
mercoledì 11 aprile 2018
mercoledì 21 marzo 2018
e a te x (ex)
Questa poesia è stata condivisa dai sempre degni di lode Rudi Mathematici sulla loro pagina Facebook. Si tratta di un piccolo, grazioso, capolavoro di umorismo poetico-matematico dedicato al numero e, che viene fatto parlare in prima persona, e alla funzione esponenziale. L’originale inglese, scritto da Zoe Griffiths (“a maths communicator who visits schools with Think Maths to give engaging talks and workshops. She likes poetry!”), corredato dai simpatici disegni che ho riprodotto, si trova su una recente pagina della rivista elettronica Chalkdust, dedicata alle curiosità matematiche. Su invito dell’amica matematta Annalisa Santi, ho provato a tradurla in italiano.
Sono e,
se non conosci me
io vivo
tra il due e il tre.
Questa è la mia storia.
Sono incompreso,
mi credono un mero 2,71
ma c’è qualcosa di me
che non vede nessuno
e vorrei che fosse inteso.
E il chiamarsi come una lettera
rende le cose un macello!
Gli altri numeri mi burlano anche per quello.
Così dico loro – guardate cosa posso fare,
intendo, sono certo il solo numero
che ha camminato sulla terra
e che si è espresso in rime?
Ma non è così attraente, non è elitario,
si tratta invece d’essere bravi
ad esprimersi in modo frazionario.
Altrimenti dicono che in te c’è qualcosa di sbagliato.
Sei pazzo,
irrazionale.
I numeri naturali possono considerarsi fortunati.
Essi possono facilmente trovare il loro spazio
perché il nostro posto
su quella linea
è definito
dalle nostre cifre
e io non so nulla del mio.
Ma ci fu un tempo
in cui eravamo in tre a non adattarsi.
Anche π non sapeva
esattamente dove stare, o collocarsi,
e poi c’era i.
Lei era in una sua propria dimensione!
Pensai che noi tre
eravamo predestinati,
eravamo tutti parte della stessa identità.
Ma poi crescemmo.
Incominciai a vedere π da un diverso angolo
aveva delle belle gambe,
amavo quel resto del suo corpo che era essenzialmente un rettangolo.
Uscimmo assieme un paio di volte.
Ma poi venne il Pi Day:
tre, quattordici.
Lasciò che la approssimassero!
E lei diventò
una sensazione notturna,
un nome famigliare,
uno di quei volti
che tutti conoscono.
E perduta in quel mondo di approssimazione insensata
di se stessa non mi avrebbe lasciato più di due decimali!
Passò del tempo,
e anche la mia vecchia amica i ed io ci allontanammo,
la spensieratezza della giovinezza
sostituita dalla fermezza
dell’età,
cominciai a vedere ciò che mi avevano detto
e che mi rifiutavo di credere:
i era immaginaria!
Potreste chiedervi che ne penso di t.
Lei è due volte il numero che π per sempre sarà,
ma π e t sono simili
e per me tutto ciò era un po’ famigliare:
t è solamente troppo π.
Ora basta, torniamo a me solitario.
È stata dura
e dire che non sono un numero negativo.
Ma poi
la incontrai,
x.
Disse “sono x”
Chiesi “sei un simbolo di moltiplicazione?”
Ridacchiò, “Lo sento tutte le volte”,
“No, sono x arricciata,”
Disse.
Lei la riccia x, è una sorta di x formosa,
ma non è questo,
non sono uno che dà giudizi
basati su cifre o forme,
lei è diversa,
è divertente.
Ed è vero,
posso sempre far conto su di lei
e ciò mi piace pure.
Con lei è dove ho sempre voluto stare,
voglio che lei sia la mia quantità incognita!
Così le ho scritto una poesia,
“ e a te x”,
(era meglio di così).
La aprì, con esitazione,
la lesse, con imbarazzo,
ad alta voce,
altri numeri poteva sentirla!
Mai avrei voluto così tanto
davvero
sparire.
e a te x, questa poesia che ho scritto,
questa parte di me che ho dato
era fatta per far sentire proprio bene,
ma si rivelò il contrario.
Era l’inverso del naturale
(logaritmo?)
In realtà quella poesia non è mai esistita.
L’ho solo sognata.
È il ventunesimo secolo:
le ho fatto una videochiamata.
L’ho inviata e in essa ho gridato,
finché l’ha letta, e ha replicato.
Su che cosa ha detto non dirò niente
Ma il poco che si è impresso nella mia mente
È la riga finale, una stringa di x.
La prima era la x formosa,
che è il suo nome,
le altre erano per dire
che voleva vedermi ancora.
E se ti preoccupa che ciò che è in fondo
uno scherzo sui numeri
abbia fatto qualcosa d’imprevisto al tuo cuore,
allora vergogna!
Anche i numeri provano sentimenti.
Così questa storia riguarda me e x
E il numero che mi ha mostrato che posso essere,
sono e, vivo tra il 2 e il 3
non so dove esattamente
Non me ne importa!
Con x, vedo le cose con sguardo diverso,
rido in faccia
alla davvero ridicola coda dei numeri.
Io sono me, io sono e!
Etichette:
humour,
matematica,
poesia,
traduzioni
lunedì 5 febbraio 2018
Limeratomy, o l’anatomia in limerick
Anthony Euwer, 1877–1955, poeta umoristico e pittore americano, pubblicò The Limeratomy nel 1917. Sottotitolato A Compendium of universal knowledge for the more perfect understanding of the human machine (Un compendio del sapere universale per una migliore comprensione della macchina umana), The Limeratomy contiene poesie “scritte nella lingua del limerick” illustrate dallo stesso Euwer. Il libretto di 96 pagine tratta, in poco più di 70 poesiole, dei più convenzionali componenti dell’anatomia umana (gli occhi, il naso, il cervello, le dita, ecc.) assieme a qualità meno tangibili o astratte (l’anima, la coscienza, ecc.) e altre che sono più poetiche che scientifiche (la punta del gomito).
Nel sottoporre l’anatomia al trattamento per limerick, Euwer scrive nella prefazione:
“In questi limerick clinici l’autore si è cimentato nel far comprendere a tutti certe verità rabbiose e brucianti che sono state dragate da pile ammucchiate di espressioni e cultura scientifiche. Si spera che la comparsa di questo piccolo volume possa provocare una felice psicologia in quest’epoca, un’epoca in cui la macchina umana sta entrando in possesso di se stessa”.
Ecco alcuni esempi del “trattamento” attuato da Euwer:
THE HANDS
The hands they were made to assist
In supplying the features with grist.
There are only a few—
As a rule about two—
And are hitched to the end of the wrist.
LE MANI
Le mani furono fatte per l’assistenza,
per fornire un vantaggio nell’evenienza.
Ciascuno ha le sue
(di regola circa due)
e alla fine del polso hanno aderenza.
THE FACE
As a beauty I'm not a great star,
There are others more handsome by far,
But my face I don't mind it,
Because I'm behind it—
'Tis the folks in the front that I jar.
LA FACCIA
Come bellezza non sono certo un Adone:
più belle di me ci son tante persone,
ma dalla mia faccia non arretro,
perché io ci sono dietro:
è la gente di fronte che si scompone.
THE ANKLE
The ankle's chief end is exposiery
Of the latest designs in silk hosiery,
Also I suspect
It was made to connect
The part called the calf with the toesiery.
LA CAVIGLIA
Lo scopo principale della caviglia è che tu vedi
l’ultimo disegno di calze di seta e corredi
Ho poi anche il presentimento
che fu fatta come collegamento
tra la parte chiamata polpaccio e le dita dei piedi.
THE CONSCIENCE
With a conscience we're able to see
Just how bad we're permitted to be,
At the same time it's true
That what's wicked for you
Mightn't be half so wicked for me.
LA COSCIENZA
La coscienza notare ci fa
ciò che ci consente la disonestà:
è però anche vero
che ciò che tu vedi nero
potrebbe per me esserlo a metà.
THE SMILE
No matter how grouchy you're feeling,
You'll find the smile more or less healing.
It grows in a wreath
All around the front teeth—
Thus preserving the face from congealing.
IL SORRISO
Non importa quanto ti senta irritato,
troverai il sorriso più o meno indicato.
In una corona si fa avanti
tutt’intorno ai denti davanti,
impedendo al viso di essere bloccato.
Nel libro non si trovano solamente descrizioni dell’anatomia, ma anche suggerimenti umoristici per vivere in modo salutare. In “L’epiglottide”, Euwer scrive:
THE EPIGLOTTIS
Have a heart for you poor epiglottis,
Don’t crowd down your victuals, for what is
More sad than the sight
Of a wind-pipe plugged tight
When the food fails to see where the slot is.
L’EPIGLOTTIDE
Di te, povera epiglottide, abbi cura,
stipa le tue vettovaglie con misura:
niente è più triste nella vita
di una trachea del tutto ostruita
quando il cibo non sa dov’è la fessura
Pur piena di humour, la concisa struttura dei limerick porta a una rapida conoscenza di parti del corpo umano altrimenti poco note. Ecco che cosa scrive l’autore sulla Medulla Oblongata. il bulbo dell’encefalo:
THE MEDULA OBLONGATA
Though it sounds like a sort of sonata,
'Tain’t confirmed by our medical data,
I’m referring of course
To that centre of force—
The medula-ah-ah-oblongata
L’OBLONGATA
Sebbene suoni come una specie di sonata,
dai nostri dati medici non confermata,
mi riferisco ovviamente
al quel centro eminente:
la medulla - ah - ah - oblongata.
sabato 27 febbraio 2016
Erezione di un problema fisico-matematico
“Si chiede [di definire] la Curva i i I descritta dall'estremità i di un Corpo V i, il quale essendo inizialmente in una situazione verticale capovolta, cambia in seguito di grandezza e posizione, diventando successivamente V i, V I, e così via.
Al fine di fissarne lo spirito, limiteremo questo Problema, di cui l’enunciato è troppo generale. Faremo riferimento a qualche Arte particolare, conforme a ciò che succede in Natura: è solo consultandola che la Geometria si eleva fino alla Fisica. Partiremo dai seguenti principi, che sarà piacevole verificare:
1. La forza che produce l’estensione del corpo V i, sia che abbia la natura dell’attrazione, sia che si manifesti per degli impulsi meccanici, agisce uniformemente, cioè produce aumenti uguali in tempi uguali. Se si verifica, soprattutto nel caso in cui la forza è meccanica, che gli impulsi siano più forti e solleciti verso la fine, il Corpo V i è allora così vicino al massimo che si può trascurare, con riferimento alla figura della Curva i i I, ciò che avviene in questi ultimi istanti, per quanto sia [invece] necessario tenerne conto per gli altri oggetti che offre questa importante ricerca.
2. L’angolo secondo il quale il corpo V i è sostenuto dopo un numero qualsiasi d’azioni momentanee dell’agente è proporzionale a questo numero.
Posti questi due principi, si trova assai facilmente che l’angolo I V i e il raggio I V sono proporzionali, il che fornisce la seguente costruzione.
Data la minore e la maggiore lunghezza del corpo in questione, si considererà la differenza che misura la forza assoluta dell’agente. Si tracceranno in seguito a piacere gli angoli i V c, i V c, I V c sui lati V c dei quali si determineranno le parti V i, V i, V I che siano in misura della forza assoluta, come gli angoli i V c, i V c, I V c sono a 180 gradi. I punti i, i, I così determinati saranno quelli della curva cercata.
Tutti riconosceranno, sulla base della precedente descrizione, la spirale di Archimede, sulla quale i Geometri si sono tanto esercitati, ma senza aver trovato la sua vera proprietà”.
Questo problema (qui l'originale), dall'evidente riferimento piccante (il corpo di cui si tratta è un pene in erezione), comparve in forma anonima nel volumetto Recueil de ces Messieurs, pubblicato ad Amsterdam nel 1745. I Messieurs del titolo sono i membri della Societé du bout-du-banc, un sodalizio informale di grandi ingegni, conviviale e letterario, che fu attivo negli anni 1741-1746 a Parigi, dietro l’impulso dell’attrice della Comedie Française Jeanne-Françoise Quinault-Dufresne. La raccolta di Amsterdam fu il frutto dello spirito giocoso e libertino del gruppo: gli autori contribuirono tutti anonimamente, in ossequio a una regola condivisa (e anche per sfuggire ai rigori della censura, il che spiega anche perché fu stampato nella liberale Olanda invece che a Parigi). La Societé du bout-du-banc finì quando lo spirito che lo animava fu travolto dai dissidi tra i filosofi.
Uno dei membri più influenti della congrega (che si riuniva il lunedì sera presso l’abitazione della Quinault e, in seguito, in locali più ampi), lo storico e scrittore Charles Pinot de Duclos, così scrisse a commento del “teorema”:
“Ah! Ecco finalmente la geometria applicata a qualcosa di utile; ciò mi riconcilia con essa; fino ad ora le scienze mi erano sembrate adatte solo a dare una spiegazione difficile di ciò che noi facciamo senza il loro soccorso”.
Come è facile immaginare, il vincolo dell’anonimato era rivolto solo verso l’esterno, in quanto il segreto sull’autore del teorema fu svelato quasi subito: si tratta del matematico Alexis Clairaut (1713 – 1765), per la biografia del quale rimando alla Treccani e, per i più curiosi, a Mac Tutor (in inglese).
Riferimento principale:
Olivier Courcelle — «Un texte, un [mathématicien]» — Images des Mathématiques, CNRS, 2012
lunedì 28 luglio 2014
Alcune oche
Some Geese
Ev-er-y child who has the use
Of his sen-ses knows a goose.
See them un-der-neath the tree
Gath-er round the goose-girl's knee,
While she reads them by the hour
From the works of Scho-pen-hau-er
How pa-tient-ly the geese at-tend!
But do they re-al-ly com-pre-hend
What Scho-pen-hau-er's driv-ing at?
Oh, not at all; but what of that?
Nei-ther do I; nei-ther does she;
And, for that mat-ter, nor does he.
Oliver Herford.
Alcune oche
Ogni bambino che impara e gioca
di certo sa che cosa sia un’oca.
Le vede sotto l’albero, riunite a crocchio
intorno a mamma oca che in ginocchio,
legge loro, un brano all’ora,
i testi di Schopenauer che adora.
Come le ochette ascoltan con pazienza!
Ma capiscono da questa conferenza
dove Schopenauer va a parare?
Oh, per nulla! Quindi, come spiegare?
Neppure io lo so, l’oca nemmeno,
e neanche il filosofo che stava sul Meno.
Iscriviti a:
Post (Atom)






















