Visualizzazione post con etichetta Priestley. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Priestley. Mostra tutti i post

sabato 18 dicembre 2021

Il pittore dell’illuminismo inglese


Joseph Wright (1734 – 1797), conosciuto come Joseph Wright of Derby, è stato il primo pittore professionista ad esprimere lo spirito della rivoluzione industriale. Wright è noto per il suo uso del tenebrismo, che enfatizza il contrasto di luce e oscurità, e per i suoi dipinti di soggetti a lume di candela. I suoi quadri sulla nascita della scienza, spesso basati sugli incontri della Lunar Society di Birmingham, un gruppo di scienziati e industriali che vivevano nelle Midlands inglesi, sono una testimonianza significativa dell'Illuminismo inglese.

Due dei suoi più importanti mecenati furono Josiah Wedgwood, al quale si attribuisce l'industrializzazione della produzione di ceramiche, e Richard Arkwright, considerato il creatore del factory system nell'industria del cotone. Wright aveva anche legami con Erasmus Darwin e altri membri della Lunar Society, che riuniva importanti industriali, scienziati e filosofi. Sebbene gli incontri si tenessero a Birmingham, Darwin, nonno di Charles Darwin, viveva a Derby, e alcuni dei dipinti di Wright sono stati ispirati dalle riunioni della Lunar Society.

L’ambiente intellettuale della Lunar Society, animata da Matthew Boulton e frequentata, tra gli altri, da Erasmus Darwin, James Watt, Joseph Priestley, John Whitehurst, William Withering, Richard Greene, visitata da Benjamin Franklin e Thomas Jefferson, stimolò Wright, fino ad allora paesaggista e ritrattista a dedicarsi alla celebrazione delle principali scoperte scientifiche del gruppo o di altri.

Anticipato nello stile da Three Persons Viewing the Gladiator by Candlelight (Tre persone guardano il Gladiatore al lume di candela, 1765), che raffigura tre uomini che esaminano una riproduzione del Gladiatore Borghese, famosa statua ellenistica scoperta in Italia, ancora di soggetto “classico”, il primo dei quadri “scientifici” di Wright fu A Philosopher Lecturing on the Orrery (Un filosofo tiene una lezione sul planetario), un olio su tela realizzato tra il 1764 e il 1766, oggi conservato al Derby Museum and Art Gallery. Il titolo completo del dipinto, “Un filosofo tiene quella lezione sul planetario in cui una lampada è messa al posto del sole”, ne dichiara più in dettaglio il soggetto: la dimostrazione del movimento dei pianeti intorno al Sole e una spiegazione delle eclissi del sole. Il quadro suscitò un notevole scalpore, dal momento che il centro dell'immagine non era più un soggetto classico o religioso, bensì un esperimento scientifico. Questa rappresentazione dell’effetto prodotto da un “miracolo” scientifico segnò una rottura con la tradizione precedente, in cui tutte le rappresentazioni artistiche della meraviglia negli astanti erano riservate a soggetti religiosi. 

Le conferenze scientifiche pubbliche erano popolari durante l'Età della Ragione ed erano frequentate da un pubblico molto eterogeneo. Lo scienziato, astronomo e docente scozzese James Ferguson (1710-1776) tenne una serie di conferenze a Derby nel luglio 1762. Si basavano sul suo libro Lectures on Select Subjects in Mechanics, Hydrostatics, Pneumatics, Optics & c., pubblicato nel 1760. Per illustrare le sue lezioni utilizzava diverse macchine, modelli e strumenti.

L'Orrery è un modello meccanico che mostra il moto dei pianeti intorno al Sole, la Luna intorno alla Terra, o entrambi. Prende il nome da Charles Boyle (1676-1731), conte di Orrery, che aveva sostenuto e patrocinato la progettazione di un primo planetario di George Graham tra il 1704 e il 1709. Lo stesso James Ferguson progettò diversi orologi astronomici e planetari da utilizzare nelle sue lezioni.

Wright probabilmente aveva partecipato alle conferenze di Ferguson, soprattutto perché i biglietti erano disponibili dal costruttore di orologi e scienziato John Whitehurst, suo vicino di casa. L'artista avrebbe anche potuto attingere alle conoscenze pratiche di Whitehurst per saperne di più sul planetario e sul suo funzionamento.

Il dipinto è ricco di significati e aperto a diverse interpretazioni. L'artista non ha dipinto un incontro in particolare e i personaggi nel quadro non sono ritratti esattamente, sebbene l'uomo che prende appunti sia stato riconosciuto come Peter Burdett, uno degli amici di Wright, geometra, matematico e artista. C'è anche l'ipotesi che siano raffigurati Washington Shirley, il V conte Ferrers, astronomo dilettante, proprietario egli stesso di un complicato planetario, futuro acquirente dell’opera, e suo nipote. Il Filosofo domina il pubblico ed è l'unico personaggio che non è stato riconosciuto come una persona reale. È stato suggerito che Wright gli abbia dato deliberatamente una buona parte dell'aspetto fisico di Isaac Newton, che, nei Principia (1687) aveva dimostrato che i corpi che cadono "naturalmente" sulla Terra e i moti dei corpi celesti obbediscono alla stessa grande legge, quella di gravitazione universale. Un’attenta osservazione dei volti nel quadro rivela che ognuno di essi è illuminato secondo le principali fasi lunari - luna nuova, mezza luna, la luna calante e luna piena. 

Gli spettatori nell'immagine rispondono all'idea di quest'ordine universale appena percepito con meraviglia, fascino o timore reverenziale. I loro volti illuminati, che emergono dall'oscurità della stanza e dall'oscurità dell'ignoranza, significano l'illuminazione delle loro menti data dalla luce della Scienza. Stanno letteralmente sperimentando l'Illuminazione, in senso sia fisico che intellettuale.


Il secondo dipinto importante di tema scientifico, forse il più famoso di Wright, fu realizzato negli anni precedenti la prima esposizione, che avvenne nel 1768. Si tratta di An Experiment on a Bird in the Air Pump (Un esperimento su un uccello in una pompa ad aria), olio su tela, ora alla National Gallery di Londra. Il quadro rappresenta un "filosofo naturale" mentre riproduce un esperimento con una pompa a vuoto, nella quale un cacatua viene privato di ossigeno, dietro ad un gruppo di osservatori, che sono colti da emozioni diverse, che esprimono le reazioni contrastanti della società settecentesca nei confronti della scienza: meraviglia e preoccupazione, interesse e sgomento, curiosità e paura. Una delle ragazze guarda ansiosamente il piccolo volatile, partecipe della sua agonia, mentre l'altra è troppo agitata per prendere visione della scena e viene confortata dal padre, che cinge la sua spalla come per proteggerla. Due gentiluomini (uno dei quali sta cronometrando i tempi dell'agonia del pappagallo) e un ragazzo stanno osservando la scena con molto interesse, mentre i giovani amanti sulla sinistra si guardano negli occhi estraniandosi da ciò che avviene, senza che l'esperimento spezzi il loro idillio. Lo scienziato, protagonista dalla scena, ha lo sguardo rivolto direttamente al di fuori del quadro, quasi a spiegare quello che avviene allo spettatore e a chiedergli se l'esperimento deve continuare fino alla fine, oppure deve essere interrotto, salvando il volatile. L’uomo seduto a destra, assorto dalla sorte del volatile, sembra in uno stato di filosofica contemplazione. All'estrema destra del dipinto, infine, è visibile una finestra, in cui si vede la sagoma della luna, oscurata dalle nuvole, forse un riferimento alla Lunar Society.


Includere un cacatua bianco nel dipinto è insolito. Questi uccelli erano poco conosciuti in Inghilterra fino al 1770, quando furono raffigurati da disegnatori britannici che partecipavano ai viaggi del capitano Cook. Sebbene probabilmente fossero stati portati in Inghilterra in precedenza tramite mercanti olandesi, gli uccelli esotici e le loro immagini rimanevano ancora rari. In uno schizzo preparatorio del quadro, invece del pappagallino compariva un uccello comune.

Wright non raffigurò una riunione reale, sebbene i due amanti a sinistra siano il ricco ereditiere Thomas Coltman e Mary Barlow, che si sposarono nel 1769 e che sarebbero stati rappresentati dallo stesso Wright in un ritratto campestre nel 1772. Secondo una tradizione di famiglia, l'uomo che cronometra l'esperimento sarebbe Erasmus Darwin.

La pompa a vuoto era stata inventata da Otto von Guericke a Magdeburgo nel 1650, ma il suo costo ne aveva inizialmente ostacolato la diffusione. La prima pompa inglese fu costruita per Robert Boyle (1627-1691) da Robert Hooke nel 1658-1659. La pompa di Boyle era complicata, poco affidabile e difficile da far funzionare. Molte dimostrazioni poterono essere fatte solo con Hooke a portata di mano, e Boyle lasciò spesso il compito di eseguire delle dimostrazioni in pubblico al solo Hooke.

Nonostante gli ostacoli operativi e di manutenzione, la costruzione della pompa permise a Boyle di condurre numerosi esperimenti sulle proprietà dell'aria, che successivamente riportò nel suo New Experiments Physico-Mechanicall, Touching the Spring of the Air, and its Effects (Made, for the Most Part, in a New Pneumatical Engine). Nel libro descrisse in gran dettaglio quarantatré esperimenti da lui condotti, talvolta assistito da Hooke, circa gli effetti dell'aria su vari fenomeni. Boyle verificò gli effetti dell'aria "rarefatta" su combustione, magnetismo, suono e barometri, ed esaminò gli effetti di una maggiore pressione dell'aria su varie sostanze. Egli espose anche due esperimenti su creature viventi: il “40", che verificava l'abilità degli insetti di volare con una pressione ridotta dell'aria, e il crudele "Esperimento 41", che dimostrava come l’aria fosse indispensabile per la sopravvivenza delle creature viventi. In questo tentativo di scoprire qualcosa "sulla considerazione in base alla quale la respirazione è così necessaria agli animali, che la natura ha provvisto di polmoni", Boyle condusse numerose prove durante le quali pose una gran varietà di creature, tra cui uccelli, topi, anguille, lumache e mosche, nel vaso della pompa e studiava le loro reazioni mentre l'aria veniva rimossa.

Nel XVIII secolo le pompe pneumatiche divennero oggetti ordinari per i laboratori degli scienziati, o per i gabinetti di curiosità. Esse erano ampiamente utilizzate per illustrare le lezioni scientifiche. Questo esperimento era descritto da James Ferguson: "Se un uccello, un gatto, un topo, viene messo sotto la campana e l'aria viene man mano tolta, l'animale è dapprima oppresso come con un grande peso, quindi diventa convulso, e alla fine spira in tutte le agonie della morte più amara e crudele.” Ma in pratica l'esperimento poteva essere realizzato in modo meno sconvolgente, sostituendo l’animale con una vescica piena d’aria, che "mostra come i polmoni degli animali si contraggono quando l'aria viene loro tolta”. Wright scelse la variante crudele dell'esperimento. L'uccello moriva se il dimostratore continuava a privarlo dell'ossigeno e Wright ci lascia nel dubbio se il cacatua nella campana verrà soffocato o meno.


Esperimenti del genere erano realizzati proprio in quegli anni anche dal grande chimico Joseph Priestley, membro della Royal Society e scopritore dell'ossido di azoto, dell'anidride solforosa, dell'acido cloridrico, dell'ammoniaca e, soprattutto, dell'ossigeno, che ottenne nel 1774 riscaldando l'ossido rosso di mercurio. Nei suoi studi sull’aria, Priestley utilizzava una campana di vetro con la quale effettuava diversi esperimenti. Spesso collocava sotto la campana una bacinella d’acqua e un topolino, con o senza una pianta. Notò così che, quando il topolino era da solo all'interno della campana, moriva molto prima rispetto a quando vi era anche la pianta. Questo condusse Priestley a concludere che la pianta produceva una sostanza che allungava la vita al topolino. Questa sostanza, che egli chiamò “aria deflogistizzata”, sarebbe poi stata chiamata ossigeno.

Negli anni in cui Priestley frequentava l’accademia privata di suo padre John Aikin, la scrittrice e poetessa Anna Laetitia Barbauld (1743–1825) gli faceva spesso da assistente. Nell’estate del 1767 fu colpita con dolore dalla sofferenza degli animali da laboratorio utilizzati dal chimico quando venivano privati dell’aria per respirare. Animalista in anticipo sui tempi, decise allora di scrivere una poesia, che troviamo nella sua prima raccolta, pubblicata nel 1773, per dar voce a uno dei topolini del laboratorio. La intitolò The Mouse's Petition to Dr Priestley, Found in the Trap where he had been Confined all Night (“La petizione del topo al dottor Priestley, trovata nella gabbia in cui è stato rinchiuso tutta la notte”), di cui riporto le prime strofe:

Oh! Ascolta la preghiera di un triste recluso
che si lamenta per la libertà;
e fai che il tuo cuore mai si chiuda
di fronte al pianto del prigioniero.

Perché qui desolato e triste siedo,
dentro la grata metallica,
e tremo all’avvicinarsi del Giorno,
che porta l’incombente fato.

Se mai il tuo petto arse di libertà
e disprezzò la catena del tiranno,
che la tua forza oppressiva e dura
mai rinchiuda un topo nato libero.

Oh! Non macchiare di sangue innocente
il tuo cuore ospitale;
né che un trionfo con l’inganno tradisca
un premio di cui non val la pena.

Le sparse briciole di una festa
il mio magro pasto assicura,
ma se il tuo cuore implacabile
quella modesta benedizione rifiuta,

l’allegra luce, l’Aria Vitale,
sono benedizioni ampiamente concesse;
lascia che i comuni figli della Natura
godano dei comuni doni del Paradiso. (...)

Il terzo ed ultimo dipinto di Joseph Wright che qui presento è The Alchemist Discovering Phosphorus (L’Alchimista che scopre il fosforo), terminato nel 1771 e poi rimaneggiato nel 1795, olio su tela conservato a Derby. Il titolo completo del dipinto è “L'alchimista, alla ricerca della pietra filosofale, scopre il fosforo e prega per la buona conclusione della sua operazione, come era usanza degli antichi astrologi alchemici”. Si è suggerito che questo quadro si riferisca alla scoperta del fosforo da parte dell'alchimista di Amburgo Hennig Brand nel 1669. L'uomo, che cercava la pietra filosofale distillando urina di cavallo, una notte vide dall'ampolla in ebollizione uscire un notevole chiarore che illuminò tutta la cantina dove conduceva le proprie ricerche. Per questo motivo, diede come nome al composto appena scoperto "fosforo", in greco "portatore di luce”; questa storia era già stata spesso divulgata nei libri popolari di chimica nel corso della vita di Wright, ed era molto nota.


The Alchemist è un'opera complicata. Dalla sua esposizione nel 1771, ha provocato molte interpretazioni contraddittorie. Il suo mistero turbò gli spettatori contemporanei e il dipinto non fu venduto durante la mostra. Viaggiò con Wright in Italia nel 1773-1775, tornò in Inghilterra, fu rielaborato nel 1795, ma non fu venduto fino a quattro anni dopo la morte dell’autore. Il suo titolo completo spiega il soggetto, che fu anche descritto in Élemens de chymie théorique et pratique dal chimico francese Pierre Joseph Macquer (1718-1784). Wright avrebbe potuto saperne di più attraverso il suo amico e membro della Lunar Society James Keir, che a quel tempo stava traducendo il Dictionnaire de chymie di Macquer in inglese (1771).

Tuttavia, Wright non identifica l'alchimista come Brandt. Colloca l'alchimista non in uno sfondo del XVII secolo, ma in una suggestiva stanza medievale in pietra con archi gotici e alte finestre a sesto acuto. L'alchimista si inginocchia davanti a un recipiente splendente di luce abbagliante. 

Wright non fu il primo o l'unico artista a rappresentare i praticanti dell'alchimia. Appaiono nei dipinti olandesi del diciassettesimo secolo, spesso come soggetti di scherno. I loro laboratori vengono mostrati in uno stato di caos e i loro bizzarri esperimenti finiscono in un disastro. Invece il modo in cui Wright rappresenta gli strumenti, i recipienti di vetro e i libri si riferisce a studi seri. Ricordano piuttosto le incisioni idealizzate nell'Enciclopedia di Diderot o nel libro di Macquer. 


L'immagine di Wright non ritrae la ricerca scientifica che di solito si attribuisce all'Età della Ragione. Nel suo dipinto il fosforo non è prodotto come risultato di ragionamenti scientifici, ma appare in modo miracoloso. Tale esperienza non corrispondeva alla definizione di ricerca chimica dei contemporanei di Wright, che Macquer descrisse come "un Trattato pratico, inteso a contenere il modo di eseguire le principali operazioni della chimica; le operazioni che servono come standard per regolare tutto il resto, e che confermano le verità fondamentali stabilite nella Teoria”. Ciò nonostante, la scelta del soggetto di questo dipinto e il suo carattere “chimico” sono figli del clima culturale dell’epoca. Solo qualche decennio prima persino il grande Newton si dilettava anche con la ricerca della Pietra Filosofale.

mercoledì 16 giugno 2021

Coleridge e Davy, la chimica e la poesia


Nell’ultimo decennio del Settecento, la fiorente Rivoluzione Industriale, con la crescita della popolazione in Inghilterra, aumentò la necessità di ricerca scientifica per far avanzare i vari settori dell’economia; ad esempio, la chimica avrebbe sostenuto il miglioramento della tecnologia e dell'agricoltura e la botanica di quello dell'approvvigionamento alimentare. I poeti romantici furono testimoni di questa trasformazione ed erano anche interessati alla pratica scientifica come mezzo di miglioramento della società; la scienza aveva il potere di cambiare la società, come la voce di un poeta che indirizzava direttamente alle persone le visioni per un mondo migliore. Da questo punto di vista, il rapporto tra scienza e poesia per i romantici inglesi non era di diffidenza, ma di reciprocità, e esse potevano interagire tra loro, se non associarsi.

Joseph Priestley (1733-1804), famoso uomo di scienza e predicatore eterodosso, scopritore dell'ossigeno, fu anche un veemente oratore che sostenne la causa della Rivoluzione francese. È noto che alcuni poeti nutrivano una profonda simpatia per Priestley. A loro parere, lo scopo fondamentale dei famosi esperimenti di Priestley sull'aria era la rivelazione del principio della vita: "respiro", o combustione, o "fuoco" si traduceva nel "mettere le ali alle [sue] opere teologiche più sublimi". Samuel Taylor Coleridge (1772‑1834) gli dedicò un sonetto, che fu pubblicato nel Morning Chronicle nel 1794 e si concludeva descrivendolo come una specie di santo scientifico: “Meek Nature slowly lifts her matron veil / To smile with fondness on her gazing Son! (La natura mite solleva lentamente il suo velo da matrona / per sorridere affettuosamente a suo Figlio che la fissa!).

Priestley riteneva che la scienza e la religione fossero in definitiva una cosa sola e collegava la sua visione scientifica dell'aria con il potere di Dio. Affermò che la nozione di "immateriale" nel senso moderno poteva essere riformulata nei termini di materiale nel pensiero antico, al fine di supportare la propria teoria materialistica. Scriveva che “ciò che gli antichi intendevano per essere immateriale, era solo un tipo più fine di ciò che ora dovremmo chiamare materia; qualcosa come l'aria o il respiro, che prima fornisce un nome all'anima, o qualcosa come il fuoco o la fiamma, che probabilmente è stato suggerito dal calore del corpo vivente”. Coleridge non poteva accettare il materialismo di Priestley, sebbene ammirasse i suoi risultati scientifici. Per Coleridge, la scienza era un campo stimolante attraverso il quale poteva indagare la comunicazione tra lo spirituale e il materiale, e forniva un mezzo per migliorare le condizioni sociali, sostenendo la fede nel progresso dell'umanità.

Thomas Beddoes (1760-1808), medico laureato a Oxford, chimico, scrittore scientifico e veemente sostenitore della causa della Rivoluzione francese, era uno dei seguaci scientifici di Priestley e fece la sua pratica medica sulla base delle ricerche sull'aria. Recensendo un articolo di Beddoes nella sua effimera rivista, The Watchman, pubblicata per solo dieci numeri nel 1796, Coleridge proclamò il merito sociale della sua pratica medica e lo definì un vero patriota perché aveva presentato un piano per migliorare la dieta del popolo in Inghilterra. Accettando l'idea di Priestley, Beddoes sosteneva che "arie fittizie potrebbero essere vantaggiosamente introdotte nella pratica della medicina". Aveva reso pubblico il suo progetto di istituire un istituto medico, ritenendo che “una piccola istituzione appropriata avrebbe condotto a questo scopo più che una pratica occasionale e dispersa in vent'anni”. Il progetto di Beddoes fu inizialmente considerato difficile da realizzare, considerate le sue idee giacobine. Nel 1798, Beddoes riuscì tuttavia a fondare la Pneumatic Institution for Relieving Diseases by Medical Airs, a Clifton, presso Bristol, sostenuta da finanziatori principalmente dalle Midlands e da Birmingham. Era concepito come un centro medico, con annesso un ospedale dove si tentava di curare con i gas i pazienti le cui patologie erano ritenute incurabili, come la paralisi o la tubercolosi. Nelle città industriali in crescita, c'erano persone disposte a sostenere lo sviluppo di scienze pratiche, educazione e benessere, e uno degli effetti della consapevolezza culturale che avevano prodotto fu il sostegno finanziario che fu ufficialmente offerto nel 1798 a Beddoes dalla agiata famiglia Wedgwood, cioè Josiah Wedgwood, fondatore della nota azienda di ceramica e suo figlio Thomas, scienziato e inventore.

Del circolo di Bristol facevano parte, oltre a Coleridge, l’altro poeta e scrittore Robert Southey e il giovane Humphry Davy (1778-1829). Dopo un breve apprendistato come farmacista, Davy iniziò la sua carriera come uomo di scienza proprio all’Istituto Pneumatico, mentre Coleridge e Southey iniziarono la loro carriera letteraria.

Coleridge conobbe per la prima volta William Wordsworth a Bristol. I due incominciarono a frequentarsi nel Somerset, dove Coleridge si era stabilito nel 1797 in un effimero tentativo di cambiare vita e dedicarsi all’agricoltura. Fu in quel periodo che i due iniziarono il progetto delle Lyrical Ballads, pubblicate nel 1798, che sono considerate la pietra di fondazione del movimento romantico inglese. Quando i due Wedgwood, suoi amici, gli offrirono un assegno annuo per dedicarsi completamente alla letteratura, Coleridge partì per la Germania con Wordsworth, per “completare la sue educazione”. Tornò dopo un anno, deluso anche da questa esperienza. Iniziò a collaborare con il Morning Post di Londra e tornò a frequentare il circolo di Bristol.

Alla Pneumatic Institution, Humphry Davy in qualità di assistente di Beddoes, iniziò a sperimentare l'inalazione di protossido di azoto, o "gas esilarante", scoperto da Priestley nel 1772, che si credeva alleviasse il dolore e curasse malattie senza speranza. Davy registrò gli effetti del gas, osservando le persone che lo avevano provato, tra cui Coleridge. Davy scrisse che, dopo averlo inspirato quattro volte, Coleridge sentiva che "le sensazioni erano molto piacevoli, non così intense o apparentemente locali, ma di un piacere più puro di quanto avesse mai provato prima". L'inalazione di protossido di azoto, sebbene il suo effetto medico non fosse chiaramente noto, creava una sorta di sensazione di benessere indescrivibile a parole. Il gas, appena somministrato alle persone allo scopo di liberarle dai dolori, emancipava anche i loro sentimenti da quelli ordinari, lasciandoli alla ricerca di nuovi termini per esprimere la loro insolita esperienza.

Nel suo libro Researches, Chemical and Philosophical, Chiefly Concerning Nitrous Oxide, pubblicato nel 1800, Davy rilevò che esso attenua considerevolmente la sensazione del dolore, anche quando chi lo assume è ancora semi-cosciente, consigliando il suo utilizzo nella pratica medica. Purtroppo, benché Davy avesse scoperto le sue proprietà anestetiche, passarono altri 44 anni prima che esso fosse utilizzato dapprima nelle estrazioni dentarie e poi nella piccola chirurgia.


Davy fu molto coraggioso, e anche un po’ incosciente, a respirare il gas esilarante quando molti temevano che fosse letale, anche se c’è da dire che egli riporta nel testo la cronaca di suoi esperimenti altrettanto azzardati con il monossido di carbonio, l’ossigeno, l’idrogeno e altri gas. La sua euforica relazione agli effetti della sostanza – “mi ha fatto danzare come un pazzo per il laboratorio, e da allora ha tenuto acceso il mio stato d’animo” – sembrava promettere grandi cose. Beddoes pensava che il protossido d’azoto potesse offrire il mezzo con il quale “l’uomo può, talvolta, arrivare a comandare le cause del dolore e del piacere, con un dominio tanto assoluto quanto quello che ora esercita sugli animali domestici e sugli altri strumenti del suo comodo”. Nel suo libro, Davy più o meno diceva le stesse cose: “Poiché l’ossido nitroso nella sua azione estensiva sembra capace di distruggere il dolore fisico, esso può probabilmente essere usato con profitto durante le operazioni chirurgiche nelle quali non si ha una grande perdita di sangue”. Il problema era che, in quell’epoca, si attribuiva poco interesse al concetto di anestesia, poiché si riteneva che il dolore fosse una parte importante della chirurgia, se non altro perché dimostrava che il paziente era ancora vivo. È impressionante considerare quanti pazienti avrebbero potuto essere risparmiati da inutili sofferenze nei successivi quattro decenni se Davy avesse proseguito lungo questa strada.

Tra il maggio e il luglio del 1800, Davy inalò regolarmente protossido d’azoto. Più tardi parlò della sua esperienza come di un intenso piacere. Sembrava che la creatività fosse potenziata: egli descrisse ciò che definì “emozioni sublimi legate a idee molto lucide” e sperimentò fantasticherie di “immaginazione visiva” che occupavano la sua mente prima del sonno. Successivamente al luglio 1800, Davy abbandonò la sua “abituale pratica di inalazione” anche se continuava “a respirare occasionalmente il gas”, talvolta per “il mero piacere”. Davy aveva nuovi interessi, come la pila di Volta, che avrebbe poi usato per separare sali attraverso quella che oggi viene chiamata elettrolisi. Con alcune batterie in serie isolò il potassio e il sodio,poi calcio, stronzio, bario, magnesio, boro e alluminio. Studiò anche le energie coinvolte nella separazione di questi sali, perciò è considerato uno dei padri dell'elettrochimica moderna.

Altri nella cerchia di Davy a Bristol, così come i pazienti dell’ospedale, provarono il gas con risultati simili. Gli effetti del composto furono sperimentati da Robert Southey il quale, in una lettera indirizzata al fratello, scrisse che “Davy ha inventato un nuovo piacere per il quale il linguaggio non ha nome”. James Webbe Tobin, membro del circolo e futuro abolizionista della schiavitù, paragonò l’esperienza a quella della “rappresentazione di una scena eroica sul palcoscenico, o alla lettura di un sublime passaggio poetico, quando le circostanze contribuiscono a risvegliare i più sottili sentimenti dell’anima”. In tutte queste testimonianze, il gas esilarante sembra abbia fornito una particolare ricettività alle qualità più alte della musica, della poesia e del teatro. 

Tutte queste presunte qualità decretarono il successo del gas, che in effetti era una nuova droga, tra le classi sociali elevate, in cerca di euforia e deboli allucinazioni. Dal 1799 iniziarono i "laughing gas parties", festini a base di gas esilarante che fortunatamente non diventarono un fenomeno allarmante per la scarsa disponibilità della sostanza.


Esistono alcune analogie linguistiche tra l'esperimento dell'inalazione di protossido di azoto e lo scopo alla base della prima edizione delle Lyrical Ballads, pubblicate per la prima volta in forma anonima a Bristol nel 1798. La premessa delle Lyrical Ballads suggerisce che il volume di poesie è una trasformazione poetica di ciò che era stato implicitamente attribuito alla cura medica sperimentale condotta presso l'Istituto Pneumatico. Affermava infatti: “La maggior parte delle seguenti poesie sono da considerarsi esperimenti. Sono stati scritti principalmente allo scopo di accertare fino a che punto il linguaggio della conversazione nelle classi medie e basse della società è adattato agli scopi del piacere poetico”. L'autore usa il termine "esperimento" per descrivere il contenuto del volume e indica nel “piacere poetico” delle opere contenute. I lettori delle Lyrical Ballads che erano in sintonia con le passioni e i personaggi descritti dovevano provare piacere e liberarsi dalla sofferenza causata dal loro precedente distacco dalle vere passioni umane, anche quando leggevano ciò che era tradizionalmente chiamato "poesia".


Quando la seconda edizione delle Lyrical Ballads fu pubblicata nel 1801, Humphry Davy era stato invitato come docente della neonata Royal Institution di Londra. Fu a Londra che ricevette una richiesta dai proprietari delle miniere di carbone nel nord-est dell'Inghilterra e realizzò una lampada di sicurezza per i minatori. Esistevano già altre lampade progettate in quegli anni, ma la più conosciuta è proprio la "lampada Davy". L'avvento della nuova era della poesia rappresentata dalla pubblicazione delle Lyrical Ballads avviene dunque contemporaneamente all'emergere di nuove ricerche scientifiche istituzionalizzate. La preistoria della Royal Institution suggerisce che la professionalità della scienza fosse legata al benessere sociale e che la diffusione della conoscenza scientifica fosse supportata da esigenze educative. Il suo primo presidente, George Finch, ne illustrò il progetto dicendo che essa era nata per "diffondere la conoscenza e facilitare l'introduzione generale di utili invenzioni meccaniche e miglioramenti; e per insegnare, tramite corsi di letture filosofiche ed esperimenti, l'applicazione della scienza alla vita comune”. Sir Benjamin Thompson, il conte Rumford, che era lui stesso un uomo di scienza, raccomandò lezioni sui seguenti argomenti: "calore, combustibile, combustione, abbigliamento, ventilazione, refrigerazione, vegetazione, concimi, digestione, concia, fabbricazione del sapone, sbiancamento e tintura”.

Dato questo contesto, le lezioni di Davy nel 1802 alla Royal Institution comprendevano molti argomenti ed esperimenti chimici correlati. Folle affascinate dal suo carisma seguivano le conferenze, che erano dei veri e propri spettacoli, in cui Davy illustrava le ultime scoperte fisiche e chimiche con esperimenti dal vivo. Il pubblico non era solo composto da colleghi scienziati, ma anche da poeti, appassionati e signore raffinate. Coleridge si informò sulle lezioni di Davy e successivamente ne frequentò molte. Era la prima volta che Coleridge osservava Davy nell'aula magna della Royal Institution. L'edificio era stato completato nel febbraio del 1801 ed era il primo teatro destinato a conferenze scientifiche in Inghilterra. La grandezza dell'edificio di nuova costruzione colpì Coleridge, che scrisse nei suoi taccuini che “Se tutti gli aristocratici [fossero] qui, con quanta facilità Davy potrebbe avvelenarli tutti”. Il radicalismo di Coleridge, tuttavia, era piuttosto irrilevante quando si pensava alla situazione in cui Davy conduceva le sue ricerche e teneva conferenze. L'educazione scientifica era uno degli scopi dell'Istituzione, che comprendevano indagini sulle applicazioni pratiche delle conoscenze scientifiche utili per il miglioramento dei prodotti e delle loro applicazioni. La ricerca scientifica di Davy aveva seguito gli interessi dei ricchi, la maggior parte dei quali erano proprietari terrieri, e quella era un'epoca in cui le preoccupazioni per la produttività agricola e gli interessi filantropici nella povertà rurale erano condivise. Queste richieste divennero presto più pressanti a causa della situazione politica del blocco continentale voluto da Napoleone per mettere in ginocchio l’economia britannica.


Quando assisteva alle lezioni di Davy nel 1802, Coleridge era uno dei principali redattori del Morning Post. Notò che vedeva “La forza del sentimento connessa con la vividezza dell'idea”. Leggere gli appunti di Coleridge sulle conferenze di Davy rende bene l’idea del clima intellettuale dell'epoca, in cui un poeta e giornalista contemporaneo poteva essere affascinato da esperimenti su ossigeno, ossidi, idrogeno, azoto, zolfo, carbonio e vari altri elementi o composti. Introducendo la natura caratteristica dell'ossigeno gassoso, Davy faceva emettere scintille di luce una dopo l'altra, fatto che Coleridge registrava affascinato, soffermandosi sui vari fenomeni della combustione.

Considerando i numerosi riferimenti alle applicazioni pratiche della conoscenza chimica nelle sue note, tuttavia, ciò di cui Coleridge fu maggiormente testimone, anche se non del tutto consapevolmente, fu probabilmente la richiesta di fondo dell'utilità sociale delle ricerche scientifiche. Ad esempio, gli esperimenti di Davy sull'idrogeno, isolato per la prima volta da Henry Cavendish nel 1776, fecero nascere l'idea della pistola a idrogeno. Se l'aria contiene un'alta densità di idrogeno, Coleridge osservò che "esplode... con una vendetta". Ne consegue che la gente arrivò a pensare che fosse possibile applicare il gas idrogeno come una forma di polvere da sparo per un cannone: "Tieni il cannone sopra la bottiglia contenente gas idrogeno - applicaci una fiala di Leida - bang!". La fattibilità di quest'arma era dubbia, ma questa osservazione indica che era ancora l'età della polvere da sparo e l'esercito britannico cercava armi efficaci per vincere le battaglie, e sarebbe stato sicuramente utile per loro se la loro polvere da sparo fosse stata fornita gratuitamente dall'aria. Davy dimostrò anche che l'idrogeno è più leggero dell'aria comune; "Quindi", scrive Coleridge, "Gas idrogeno impiegato per i palloni". Il metodo per fare il sapone fu spiegato nella lezione sulla soda, o carbonato di sodio, che, osserva Coleridge, è "ottenuto dalle ceneri di alghe", reso "puro dal trattamento con calce e alcool" e "combinato con olio forma i saponi”. Il riferimento di Davy alla "sbiancante muriatica" e il suo suggerimento sul suo uso pratico sembrano attrarre Coleridge che era un topo di biblioteca: "Inchiostro da scrittura comune facilmente distrutto dal gas muriatico ossigenato", mentre "Inchiostro da stampa non alterato affatto dal gas - quindi impiegabile nello sbiancamento di stampe e libri antichi”.

Davy identificò l’alluminio nel 1808, ma aveva già osservato la natura caratteristica dei suoi composti, che a quel tempo erano legati all'industria della ceramica. Coleridge scrive:

“L’Allumina, o terra d'argilla – procurata dal solfato di allumine, cioè allume –, soluzione di allume: versare nella potassa caustica / si forma immediatamente un precipitato bianco – questa è allumina pura – insolubile in acqua, ma in essa facilmente diffusa – combinabile con tutti gli acidi - si contrae di volume in proporzione al suo calore - da qui il pirometro di Wedgwood, l'allumina costituisce la base della porcellana e della ceramica - combinata con selce, magnesia e altre terre”.


Dopo aver frequentato le lezioni di Davy nel 1802, Coleridge iniziò a sentire che il significato della ricerca scientifica presso la Royal Institution era in qualche modo diverso da quello che si era aspettato quando sosteneva le pratiche scientifiche di Beddoes. Ciò derivava in parte dal cambiamento della situazione politica della Gran Bretagna, e, probabilmente, in parte a causa della pressione sociale su Davy. Nel 1804 Coleridge scrisse di aver detto a Davy di temere che avesse chinato la testa nel Tempio di Mammona, cioè alla classe dei proprietari terrieri. Ciò che il poeta notò nelle lezioni di Davy era il tentativo di esaudire la loro richiesta di risultati scientifici per migliorare la produzione agricola dei latifondi. In questo contesto, la scienza gli sembrava essere un mezzo più efficace per servire gli interessi dei proprietari terrieri piuttosto che per aiutare i poveri.

Davy era famoso per l’eloquenza durante le sue lezioni, spesso colorata di espressioni poetiche (fu anch’egli poeta dilettante). Fece importanti esperimenti, scoperte e invenzioni, e fu nominato cavaliere nel 1812; divenne presidente della Royal Society nel 1820.

La presenza attiva di Davy come uomo di scienza e divulgatore influenzò Coleridge e Wordsworth, i quali entrambi svilupparono le proprie idee sulla relazione tra poesia e scienza. Davy, alla sua prima conferenza alla Royal Institution nel 1801, aveva proclamato che: “La scienza ha fatto molto per l'uomo, ma è capace di fare ancora di più... e considerando la progressività della nostra natura, possiamo ragionevolmente aspettarci uno stato di maggiore cultura e felicità di quello di cui godiamo attualmente”. La forte convinzione nel progresso è in risonanza con ciò che Wordsworth scrisse nella prefazione alla terza edizione delle Lyrical Ballads nel 1802:

“Se le fatiche degli uomini di scienza dovessero mai creare una rivoluzione materiale, diretta o indiretta, nella nostra condizione e nelle impressioni che abitualmente riceviamo, il Poeta dormirà allora non più di adesso, ma sarà pronto a seguire il passi dell'Uomo di Scienza, non solo in quegli effetti indiretti generali, ma sarà al suo fianco, portando senso in mezzo agli oggetti della Scienza stessa”.

Wordsworth era informato da Coleridge delle lezioni di Davy, e questo riferimento alla collaborazione tra "il poeta" e "l'uomo di scienza" potrebbe essere considerato un'espressione del legame che Wordsworth e Coleridge vedevano tra la loro realizzazione poetica e quella scientifica di Davy.

L’interesse fondamentale di Coleridge per la scienza era dimostrare l'unità del mondo materiale e della mente, non alla maniera del materialismo di Priestley, ma alla ricerca di un potere unificante sulla natura. Per Coleridge, esistevano vari modi per cercare un elemento unificante che comprendesse l'universo materiale e il mondo spirituale. I fenomeni dell'etere e dell'elettricità, ad esempio, diedero vita a pensieri analoghi sulla possibilità di postulare una legge unica al di sotto della superficie del mondo materiale. Coleridge scrisse di non dubitare "[che molte sostanze sono o] non ancora scoperte, o, sebbene conosciute, sono confuse sotto il nome comune di Idrogeno, formando una catena continua di cose dall'Azoto all'Idrogeno... e da dall’idrogeno al carbonio, non per combinazione fittizia ma per co-inerenza primaria”. Egli riteneva che se tutte le sostanze sono collegate tra loro dalla "co-inerenza primaria", il mondo materiale è, fondamentalmente, "indecomponibile". Così la teoria corpuscolare della natura era totalmente rifiutata, e la decomposizione delle sostanze, che Davy aveva condotto nei suoi esperimenti in molti modi, non era considerata come la preoccupazione principale della sua filosofia chimica, o, si potrebbe dire, della sua ricerca filosofica di un principio unificante.


Le preoccupazioni metafisiche di Coleridge forse contribuirono, all'inizio del XIX secolo, alla sua rinuncia alla poesia come forma prediletta di scrittura. La causa di questa nuova attitudine potrebbe essere attribuita, seguendo lo stesso Coleridge, ad una situazione coniugale sempre più insopportabile, o a dolori artritici persistenti, oppure ad una crescente dipendenza dall'oppio (inizialmente utilizzato per alleviare i dolori). Ciò nonostante, egli tornò spesso, in particolare, alla sua incapacità di liberarsi del bagaglio filosofico accumulato quando iniziava a scrivere in versi.

Il 19 luglio 1802 scrisse a William Sotheby a Londra per spiegare perché stava traducendo Gessner dal tedesco. Il lavoro di traduzione sembrava liberarlo: "Volevo svincolarmi dai pensieri metafisici - che, quando mi fidavo delle mie idee, mi colpivano senza motivo - e quando volevo scrivere una poesia, mi trovavo a pensare cose di tutt'altro genere - invece di un branco di poetiche pernici con ali fruscianti di musica, o di anatre selvatiche che modellano il loro volo rapido in forme sempre regolari ... si alzava un'otarda metafisica, sollecitando il suo volo lento, pesante, laborioso, rasoterra, su rifiuti squallidi e livellati."

Molti commentatori hanno deplorato che il giovane Coleridge non abbia riconosciuto che in lui il poeta e il filosofo non si escludono, ma si presuppongono a vicenda. Come dirà lui stesso nella sua Biographia Literaria (1817), “nessuno è mai stato un grande poeta senza essere al tempo stesso un profondo filosofo”. La poesia, per Coleridge, deve sublimare la natura imprimendole il segno di uno spirito arricchito e affinato dallo studio. Quindi non è in questo, nonostante alcuni suoi commenti, che dobbiamo cercare la causa di questa impotenza.

Quello che Coleridge perse davvero a cavallo del secolo è la capacità di godere dell'armonia tra sé e il mondo, i sentimenti e lo spirito, le bellezze della natura e la ricerca astratta. Questa armonia, era la base di tutto il suo pensiero, ma egli non si sentiva più abitato da essa allo stesso modo: la gioia e la speranza che lo alimentavano erano scomparse. Comunque sia, l'ultima poesia degna di nota di Coleridge, Dejection: An Ode (pubblicata in forma definitiva nell’ottobre 1802 sul Morning Post) è un "canto del cigno" che esprime la sua sterilità in termini paradossalmente molto poetici, nonostante la sua ossessione per le otarde metafisiche:


My genial spirits fail; And what can these avail

To lift the smothering weight from off my breast?

It were a vain endeavour, 

Though I should gaze for ever 

On that green light that lingers in the west: 

I may not hope from outward forms to win 

The passion and the life, whose fountains are within.

 

I miei spiriti geniali vengono meno;

e per cosa possono essere utili,

per sollevare il peso soffocante dal mio seno?

Sarebbe uno sforzo vano,

anche se dovessi guardare per sempre

quella luce verde che indugia a occidente:

non potrei sperare di vincere grazie alle forme esteriori

la passione e la vita, le cui fonti sono dentro me.


Seppure con un reale senso di smarrimento, la creatività era ancora presente, come testimonia la varietà delle sue pubblicazioni successive: dalla rivista The Friend a Aids to Reflections e On the Constitution of the Church and State, comprese le Lezioni su Shakespeare e la sua Biographia Literaria, il Coleridge del dopo Dejection moltiplicò le opere, combinando, tra l'altro, analisi di questioni sociali, considerazioni filosofiche, esegesi religiosa, teoria estetica, critica letteraria, opinioni politiche. Questi testi vengono da molti interpretati come uno sforzo da parte dell'autore di spiegare ai suoi lettori (ma anche a se stesso) il filo del suo pensiero su un argomento che inevitabilmente porta ad un altro, poi ad un altro, ad infinitum. Certo, il tutto è spesso irregolare, nonostante il progetto sempre reiterato di Coleridge di produrre un Opus Maximum che riflettesse tutto il suo pensiero, estetico, morale, metafisico, religioso, politico, sociale. Ma questo fallimento dell'impresa totalizzante indica proprio un ancoraggio alla realtà legato al riconoscimento che essa è sempre aperta, sempre sorprendente, sempre, in parte, sfuggente.

lunedì 22 novembre 2010

Anna e il topolino


Anna Laetitia Barbauld, nata Aikin (1743–1825) è stata un’importante poetessa romantica inglese, saggista e autrice per bambini. La sua carriera letteraria fu abbastanza brillante, in un periodo in cui le scrittrici donne erano rare. Stimata docente nell’accademia privata fondata con il marito, Rochemont Barbauld, pastore protestante di origini ugonotte, fu un’innovativa scrittrice per l’infanzia e i suoi sussidiari stabilirono uno standard pedagogico per più di un secolo. I suoi saggi dimostrarono che anche le donne potevano impegnarsi pubblicamente in politica e fecero scuola. Ancor più importante, la sua poesia e i suoi testi di critica letteraria gettarono le basi per lo sviluppo del movimento romantico nel suo paese, invitando i poeti ad abbandonare le loro stanze e a vagare nei campi (“to wander about the fields”) e a cantare il mondo naturale, come poi avrebbero effettivamente fatto grandi talenti come Wordsworth ("I wander’d lonely as a cloud”) e Coleridge.

La sua carriera letteraria si interruppe bruscamente nel 1812 con la pubblicazione della poesia Eighteen Hundred and Eleven (“1811”) che condannava la partecipazione britannica alle guerre napoleoniche. Le feroci critiche ricevute la convinsero a non pubblicare più nulla per tutta la vita. Ancor più doloroso fu per lei il fatto che molti poeti romantici che aveva conosciuto e ispirato negli anni della Rivoluzione Francese le si fossero rivoltati contro, criticandola da posizioni conservatrici. A lungo dimenticata nel corso del XX secolo, la sua opera è stata rivalutata solo negli anni ’80, con il sorgere della critica letteraria femminista.


Anche il padre di Anna, John Aikin, era stato pastore protestante e illuminista e aveva fondato un’accademia privata che molto contribuì all’educazione, alla cultura e alle idee della figlia. Tra gli intellettuali che la Barbauld conobbe in quell’ambiente stimolante c’era il teologo e grande chimico Joseph Priestley (1733–1804), membro della Royal Society e scopritore dell'ossido di azoto, dell'anidride solforosa, dell'acido cloridrico, dell'ammoniaca e, soprattutto, dell'ossigeno, che ottenne nel 1774 riscaldando l'ossido rosso di mercurio. La scoperta di alcuni gas fu resa possibile da una nuova tecnica sperimentale ideata da Priestley stesso, che consistva nel raccoglierli nel mercurio anziché nell’acqua, dove gas come l'acido cloridrico e l'ammoniaca si sciolgono, sfuggendo all'osservazione. I risultati degli studi sui gas furono raccolti in Experiments and Observations on different Kinds of Air (“Esperimenti e osservazioni sulle diverse specie di aria”; sei volumi tra il 1774 e il 1786), in cui Priestley osserva con ragione che la scienza potrebbe distruggere “l’illegittima e usurpata autorità” e che il governo ha “ragione a tremare anche di fronte a una pompa d’aria o a un apparato elettrico” (quanto è lungimirante questa osservazione oggi in Italia!). Egli tuttavia non accettò mai l’idea di abbandonare la teoria del flogisto e di introdurre una nuova nomenclatura chimica basata su elementi e composti, come suggeriva di fare Lavoisier,


suoi studi sull’aria Priestley utilizzava una campana di vetro con la quale effettuava diversi esperimenti. Spesso collocava sotto la campana una bacinella d’acqua e un topolino, con o senza una pianta. Notò così che, quando il topolino era da solo all'interno della campana, moriva molto prima rispetto a quando vi era anche la pianta. Questo condusse Priestley a concludere che la pianta produceva una sostanza che allungava la vita al topolino. Questa sostanza, che egli chiamò “aria deflogistizzata”, la quale era "cinque o sei volte migliore che l’aria comune per lo scopo della respirazione, dell’accensione e, ritengo, per ogni altro uso della comune aria atmosferica", sarebbe poi stata chiamata ossigeno.

Negli anni in cui Priestley frequentava l’accademia del padre, Anna Barbauld gli faceva spesso da assistente. Nell’estate del 1767 fu colpita con dolore dalla sofferenza degli animali da laboratorio utilizzati dal chimico quando venivano privati dell’aria per respirare. Animalista in anticipo sui tempi, decise allora di scrivere una poesia, che troviamo nella sua prima raccolta, pubblicata a Londra nel 1773, per dar voce a uno dei topolini del laboratorio. Infilò il foglietto tra le sbarre della sua gabbia, per farla trovare a Priestley il mattino successivo. La intitolò The Mouse's Petition to Dr Priestley, Found in the Trap where he had been Confined all Night (“La petizione del topo al dottor Priestley, trovata nella gabbia in cui è stato rinchiuso tutta la notte”):

OH ! hear a pensive captive's prayer,
For liberty that sighs;
And never let thine heart be shut
Against the prisoner's cries.

For here forlorn and sad I sit,
Within the wiry Grate,
And tremble at th’ approaching Morn
Which brings impending fate.

If e'er thy breast with freedom glowed,
And spurn'd a tyrant's chain,
Let not thy strong oppressive force
A free-born mouse detain.

Oh ! do not stain with guiltless blood
Thy hospitable hearth;
Nor triumph that thy wiles betray'd
A prize so little worth.

The scatter’d gleanings of a feast
My scanty meals supply;
But if thine unrelenting heart
That slender boon deny,

The cheerful light, the Vital Air,
Are blessings widely given;
Let Nature's commoners enjoy
The common gifts of Heaven.

The well-taught philosophic mind
To all Compassion gives;
Casts round the world an Equal eye,
And feels for all that lives.

If mind, as ancient sages taught,
A never dying flame,
Still shifts thro' matter's varying forms,
In every form the same,

Beware, lest in the worm you crush
A brother's soul you find;
And tremble lest thy luckless hand
Dislodge a kindred mind.

Or, if this transient gleam of day
Be all of life we share,
Let pity plead within thy breast,
That little all to spare.

So may thy hospitable board
With health and peace be crown'd ;
And every charm of heartfelt ease
Beneath thy roof be found.

So when unseen destruction lurks,
Which men like mice may share,
May some kind angel clear thy path,
And break the hidden snare.


Oh! Ascolta la preghiera di un triste recluso
che si lamenta per la libertà;
e fa’ che il tuo cuore mai si chiuda
di fronte al pianto del prigioniero.

Perché qui desolato e triste siedo,
dentro la grata metallica,
e tremo all’avvicinarsi del Giorno,
che porta l’incombente fato.

Se mai il tuo petto arse di libertà
e disprezzò la catena del tiranno,
che la tua forza oppressiva e dura
mai rinchiuda un topo nato libero.

Oh! Non macchiare di sangue innocente
il tuo cuore ospitale;
né che un trionfo con l’inganno tradisca
un premio di cui non val la pena.

Le sparse briciole di una festa
il mio magro pasto assicura,
ma se il tuo cuore implacabile
quella modesta benedizione rifiuta,

l’allegra luce, l’Aria Vitale,
sono benedizioni ampiamente concesse;
lascia che i comuni figli della Natura
godano dei comuni doni del Paradiso.

La mente filosofica ben istruita
a tutto dona Compassione;
guarda il mondo con occhio giusto
e ha coscienza di tutto ciò che vive.

Se la mente, come spiegarono gli antichi saggi,
è una fiamma che mai si spegne,
passa attraverso le varie forme della materia,
in ogni forma la stessa,

stai attento, prima che nel verme che schiacci
trovi l’anima di un fratello
e trema perché la tua sfortunata mano
non scacci un’anima a te affine.

Oppure, se questo fugace barlume di giorno
è tutto ciò che della vita condividiamo,
lascia che la pietà implori il tuo cuore
di risparmiare quel piccolo tutto.

Così, che la tua tavola ospitale
sia coronata di pace e salute,
e ogni grazia di agio sincero
si possa trovare sotto il tuo tetto.

Così quando la distruzione non vista si apposta,
e gli uomini come i topi minaccia,
che qualche angelo gentile ti illumini il cammino
e riveli l’insidia celata.

L’idea che gli animali e tutte le forme di vita hanno il diritto ai “comuni doni del Paradiso” rappresenta il preannuncio dell’intero movimento ambientalista e delle questioni che esso oggi pone alla scienza e all’industria. Secondo me poteva nascere solo dal buon senso di una donna.