Henry David Thoreau scrisse quasi interamente Walden ovvero
Vita nei boschi durante il suo volontario esilio, durato più di due anni
tra il 1845 e il 1847, in una capanna, costruita in gran parte da solo, tra i
boschi sulle sponde del lago Walden, nei pressi della cittadina di Concord, nel
Massachusetts. Il suo fu un esperimento con lo scopo di voler cercare l’intesa
con il mondo naturale e vedere l'uomo come artefice del proprio destino al di
fuori delle convenzioni sociali. Quella di Thoreau fu una vera e propria
prova di sopravvivenza e insieme una testimonianza all'umanità: l'uomo riesce a
vivere anche in condizioni di povertà materiale, e anzi, da queste può trarre
una maggior felicità imparando ad apprezzare maggiormente le piccole cose. Come
molti altri capolavori, si tratta di un’opera incompleta, perché le sue
traiettorie future potevano e dovevano essere tracciate da altri.
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sabato 29 maggio 2021
L’erbario di Thoreau e il riscaldamento globale
Tra il 2003 e il 2007 un gruppo di naturalisti delle
Università di Boston e Harvard decise di misurare la biodiversità a Concord
utilizzando la raccolta di dati della flora locale compilata da Thoreau più di
160 anni fa. Le loro scoperte sono state pubblicate nei Proceedings of the
National Academy of Sciences. Delle specie catalogate dallo scrittore e
filosofo americano, il 27% erano scomparse, e un altro 36% erano presenti in
numero così limitato da essere in pericolo di estinzione. Ancor più importante
è stata la scoperta che i tempi di fioritura di molte specie arboree sono
diventati più precoci (fino a sei settimane), un cambiamento assai
probabilmente innescato dal cambiamento climatico, che ha fortemente provocato
l’estinzione di molte specie. Quando questi dati vengono analizzati in termini
di contesto filogenetico, indicano che il cambiamento nell'abbondanza è
fortemente correlato alla risposta del tempo di fioritura. Le specie che non
rispondono alla temperatura sono diminuite notevolmente in abbondanza e
includono tra le altre anemoni e ranuncoli, astri e campanule, centauree,
pinguicole, cornioli, gigli, mente, orchidee, rose, sassifraghe e violette.
L’articolo conclude dicendo che “il cambiamento climatico ha interessato e
probabilmente continuerà a modellare filogeneticamente il modello di perdita di
specie nei boschi di Thoreau”.
giovedì 27 settembre 2018
Il ritorno del Panace gigante (Heracleum mantegazzianum)
L'epoca vittoriana, accanto alla rivoluzione industriale e alle squallide baraccopoli cittadine, vide anche l’esplosione dell’interesse popolare per la più britannica delle occupazioni, il giardinaggio. L'Impero Britannico in espansione aprì gli angoli più remoti del globo a intraprendenti commercianti di piante e fiori, e si diffuse una specie di mania del collezionismo di specie esotiche in tutta la Gran Bretagna, sia tra gli appassionati dilettanti, sia tra i botanici professionisti.
A un livello più scientifico, molti botanici vittoriani erano affascinati dall'esplorazione per conoscere la distribuzione delle piante. Molti di loro pensavano che ciascuna specie fosse stata creata in un unico posto e che le piante fossero migrate dal loro punto di origine ai vari luoghi che occupavano attualmente. Tuttavia, questa teoria era difficile da riconciliare con il fatto che i membri della stessa famiglia venivano a volte trovati a migliaia di chilometri di distanza, senza mezzi comprensibili e naturali con i quali avrebbero potuto essere trasportati tra le loro posizioni. Ciò diede impulso a migliaia di spedizioni scientifiche in tutto il mondo, perché l'Impero Britannico non era solo costruito sull'industria, ma anche sull'agricoltura. Centinaia di prodotti vegetali erano vitali per la ricchezza dell'impero: gomma, cotone, legno, cereali, zucchero, tè, semi oleosi, spezie, indaco, frutta e noci erano solo alcuni di questi. La comprensione della distribuzione dei vegetali avrebbe consentito ai botanici di prevedere dove trovare nuove piante preziose e anche di sapere quali piante si potevano trapiantare con successo in nuovi paesi, dove si sarebbero potute coltivate in modo redditizio. Motivi estetici, scientifici ed economici portarono a una crescente importazione di specie alloctone, e ciò non sempre ebbe effetti positivi, come dimostra la vicenda del Panace gigante, o Heracleum mantegazzianum, o Giant Hogweed in inglese.
Long ago in the Russian hills, A Victorian explorer found the regal Hogweed by a marsh,
He captured it and brought it home.
Botanical creature stirs, seeking revenge.
Royal beast did not forget.
He came home to London,
And made a present of the Hogweed to the Royal Gardens at Kew.
Il Panace gigante è un’Apiacea originaria del Caucaso. Alla fine di agosto del 1890, Emile Levier (medico e botanico svizzero divenuto fiorentino) e Stefano Sommier (botanico italiano di genitori francesi) raccolsero in Georgia i semi di una grande pianta ombrellifera che portarono in Svizzera e in seguito classificarono come Heracleum mantegazzianum in onore dello scrittore, patriota, fisiologo e antropologo Paolo Mantegazza. Diverse spedizioni botaniche, tuttavia, si erano svolte in precedenza nella regione e i semi erano presenti in Europa da decenni. Già nel 1812, in un giardino botanico vicino a Mosca, venne menzionato un Heracleum giganteum. La pianta fu introdotta anche in Inghilterra all'inizio del XIX secolo (nel 1817 nel Royal Botanical Garden di Kew) e la prima menzione della sua naturalizzazione risale al 1828.
Si tratta di una pianta erbacea imponente, con un’altezza variabile tra i 2 e i 5 metri. Le sue foglie spesso misurano più di 1 m, e possono raggiungere i 3 m di lunghezza (con il picciolo) e fino a 1,5 m di larghezza. Il gambo principale è più o meno scanalato, verde chiaro, tinto di molte macchie viola e beige. Il fusto è cavo internamente. Il suo diametro esterno va da 3 a 8 centimetri (fino a 10 cm). Esso sorregge un'infiorescenza costituita da un'ombrella principale centrale, di circa 50 cm di diametro (fino a 80 cm), composta da 50 a 150 raggi, ciascuno con un'ombrella. Questa ombrella principale è circondata da un numero variabile di ombrelle satelliti più piccole, generalmente posizionate più in alto rispetto all'ombrella principale quando sono mature. L'intera infiorescenza può raggiungere una larghezza di 1,5 m. Ci possono essere una o due più piccole infiorescenze aggiuntive sui rami ausiliari. Nel complesso l’aspetto della pianta è gradevole, e ciò ne ha favorito inizialmente la diffusione a scopi ornamentali, prima che essa mostrasse la sua pericolosità per diverse ragioni, al punto che oggi è considerato una delle specie aliene invasive più pericolose per l’uomo e per la biodiversità degli ecosistemi.
Turn and run!
Nothing can stop them,
Around every river and canal their power is growing.
Stamp them out!
We must destroy them,
They infiltrate each city with their thick dark warning odour.
They are invincible,
They seem immune to all our herbicidal battering.
La sua pericolosità è legata principalmente alla tossicità cutanea e oculare della sua linfa, che si verifica in presenza o in seguito a radiazione solare diretta o raggi UV. Essa provoca gravi infiammazioni della pelle, con estese lesioni e vesciche, che possono lasciare cicatrici permanenti. A volte può essere necessario il ricovero in ospedale. Piccole quantità di linfa negli occhi possono causare cecità temporanea o anche permanente. Queste reazioni sono dovute alla presenza, nelle foglie, nei fiori, nei semi, nel tronco e nella radice di furanocumarine, o furocumarine, che sono in grado di penetrare nel nucleo delle cellule epiteliali uccidendo le cellule.
Gli effetti fototossici delle furanocumarine sono dovuti all'interazione con il DNA quando assorbono la luce ultravioletta con una lunghezza d'onda tra 320-380 nanometri, cioè nella banda di radiazioni indicata come UVA, che rappresenta il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la superficie terrestre. In queste condizioni, le furanocumarine possiedono l’energia sufficiente per reagire con le basi azotate del DNA, formando composti addotti che le danneggiano. Questi addotti possono quindi continuare a reagire con altre basi nei filamenti di DNA in seguito all'esposizione a ulteriori radiazioni UVA, causando collegamenti incrociati tra i filamenti. Ciò può causare la morte delle cellule e provocare il tipico arrossamento della pelle e le vesciche osservate. A voler essere precisi, le furanocumarine non sono contenute solo nel Panace, perché si trovano anche in lime, limone, pompelmo, pastinaca, finocchio, aneto e in alcuni membri delle Moracee: fotodermatiti simili a quelle indotte dal Panace sono ad esempio frequenti in chi spreme limoni per preparare bibite o long - drink esposto alla luce solare.
Waste no time!
They are approaching. Hurry now, we must protect ourselves and find some shelter
Strike by night!
They are defenceless.
They all need the sun to photosensitize their venom.
Alcuni casi di esposizione alla linfa del Panace sono stati così gravi che chi ne è stato esposto ha richiesto il ricovero in ospedale. I sintomi compaiono alcuni giorni dopo il contatto. La formazione di vesciche può richiedere fino a 48 ore per essere visualizzata. Si consiglia di lavare accuratamente tutte le parti interessate con acqua e sapone e la pelle esposta alla linfa deve essere protetta dalla luce solare per diversi giorni. È consigliabile ricorrere a cure mediche se in seguito si verifica un'infiammazione cutanea. Anche dopo la guarigione, l'iperpigmentazione della pelle a volte rimane per diversi anni e la sua esposizione al sole può fare apparire nuovamente i sintomi, anche senza nuovi contatti con la pianta.
Il Panace di Mantegazza è in grado di diffondersi con estrema rapidità ed è considerato, in particolare nelle isole britanniche e nell'Europa orientale, una delle specie più dannose. Nei territori che colonizza, la pianta invade principalmente ambienti marginali (argini, terreni incolti, bordi forestali, ecc.), dove forma popolamenti monospecifici. Predilige terreni fertili, umidi e profondi, poiché le sue radici possono raggiungere i 3 m. Tollera varie tessiture del terreno e valori di pH compresi tra 6 e 8,5. Vive anche su terreni asciutti e ben drenati. Si trova preferibilmente in luoghi soleggiati. Per quanto riguarda le esigenze climatiche, il Panace preferisce estati calde e umide e inverni freddi (può tollerare temperature fino a - 18 ° C), essendo le temperature invernali necessarie per la germinazione dei semi. L'invasione in habitat ad alto valore di conservazione non è stata registrata, ma la pianta ha requisiti ecologici così ampi da rappresentare un pericolo potenziale per aree di interesse, in particolare nelle zone umide.
Essa tende a formare facilmente popolamenti densi. Grazie alle grandi foglie che generano una densa ombra, causa il deperimento e la distruzione della vegetazione indigena. La radice a fittone consente alla pianta una crescita rapida e una grande capacità di rigenerazione. Il Panace gigante ha un'abbondante produzione di semi: da 5.000 a 100.000 semi per esemplare. Questi sono principalmente disseminati dal vento in un raggio relativamente piccolo: il 75% dei semi si trova entro 120 cm dalla pianta, molto raramente oltre i 10 m. I semi hanno anche la capacità di galleggiare per alcuni giorni, e i fiumi possono quindi essere un vettore di dispersione dei semi a diversi chilometri di distanza. Possono anche essere trasportati da animali. I semi possono rimanere nel terreno per 7-15 anni prima di germogliare alla fine dell'inverno. Anche il trasporto del suolo contaminato da parte dell'uomo è un mezzo di propagazione, così come lo spostamento involontario di semi mediante mezzi di trasporto.
La presenza di densi popolamenti di Panace gigante lungo le sponde riduce la presenza di altre specie e aumenta l'erosione delle rive, soprattutto durante gli inverni in cui la vegetazione è meno presente. Essa causa anche una modifica dei flussi di risorse, modificando le concentrazioni di nutrienti dei terreni invasi. Vi è anche un aumento della biomassa, che è collegato, tra le altre cose, a un più lento tasso di decomposizione dei rifiuti nei siti invasi e quindi a un rallentamento delle dinamiche del ciclo della materia organica.
Fashionable country gentlemen had some cultivated wild gardens,
In which they innocently planted the Giant Hogweed throughout the land.
Botanical creature stirs, seeking revenge.
Royal beast did not forget.
Soon they escaped, spreading their seed,
Preparing for an onslaught, threatening the human race.
Per questi motivi la presenza della pianta va segnalata alle autorità, che intervengono per sua rimozione, che viene effettuata secondo rigidi protocolli e con tutte le cautele necessarie, da parte di personale specializzato dotato di indumenti protettivi. Anche una corretta gestione degli scarti aiuta a limitare la dispersione dei semi.
Come molti miei coetanei avranno capito, il testo di questo articolo è intervallato con i versi di “The return of Giant Hogweed”, tratto dall'album Nursery Crime dei Genesis (1970). Il testo di questo quasi profetico brano suggerisce che l'attuale diffusione, simile in certi paesi a un’epidemia, è la vendetta della pianta per essere stata allontanata dalla sua terra d’origine, pertanto "La creatura botanica si muove, cercando vendetta”. I Panace giganti "Presto sono fuggiti, diffondendo il loro seme, preparandosi per un assalto, minacciando la razza umana." Speriamo che l'apparente previsione finale della canzone non si esaudisca, perché Peter Gabriel termina dicendo: "Il potente Hogweed viene vendicato, i corpi umani presto conosceranno la nostra rabbia. Uccidili con i tuoi capelli, Hogweed. "
Per fortuna, negli ultimi anni, è stato dimostrato che alcune furanocumarine (nel pompelmo) mostrano diverse attività biologiche tra cui attività antiossidante, antinfiammatoria e antitumorale e promuovono la salute delle ossa sia in vitro che in vivo. In particolare, le furanocumarine esercitano potenti attività antiproliferative contro la crescita delle cellule tumorali attraverso la modulazione di diverse vie molecolari. Forse il nostro gigante ha anche un angolo di cuore buono.
sabato 22 settembre 2018
Vite parallele delle due signorine Dickinson nella botanica
Nel XIX secolo la botanica era tra le scienze più popolari in Gran Bretagna e sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Uomini, donne e bambini delle classi alte e medie erano coinvolti in una frenetica caccia alle piante, e le zone verdi erano piene di persone che catalogavano muschi, identificavano felci, pressavano fiori e assemblavano erbari. Questa popolarità aveva diverse cause. Innanzitutto, era un’attività semplice, specialmente nei decenni in cui il sistema linneano cominciò a essere diffuso, perché facilitava il riconoscimento della maggior parte dei vegetali comuni. Inoltre, essa era salutare, perché offriva un sano esercizio all'aperto e opportunità rispettabili in cui incontrare membri del sesso opposto, sulla base di un interesse comune per un'attività dignitosa. In molti modi, la botanica era vista come un'estensione naturale del crescente interesse della classe media per il giardinaggio. Essa era economica, in quanto richiedeva solo strumenti poco costosi: una scatola di latta in cui venivano poste le piante appena colte, una piccola lente per l'identificazione, un libro o due con cui identificare e classificare le specie e una scorta di carta pulita usata per asciugare, premere e montare gli esemplari raccolti. Infine, era considerata una pratica devota, perché lo studio della natura era un aspetto fondamentale della teologia naturale, e si pensava che lo studio dell’opera del creatore potesse confermare sia la sua esistenza sia la sua bontà.
Tutte queste qualità ne facevano un passatempo adatto alle donne, perché era considerato poco femminile uccidere o sezionare gli animali. Inoltre, le piante si potevano studiare senza dover osservare gli animali copulare o uccidersi a vicenda. La botanica era associata alle tradizionali abilità femminili come la coltivazione, la disposizione e la pittura dei fiori. Come affermava il Young Lady's Book, un manuale di condotta della metà del secolo, "c'è qualcosa di particolarmente adatto alla tenerezza femminile nella cura dei fiori".
Questi fattori di successo costituivano, tuttavia, un problema per il piccolo ma influente gruppo di botanici dell’epoca che desideravano intraprendere carriere a tempo pieno. Le stesse qualità che rendevano popolare la botanica, per alcuni studiosi minacciavano la sua posizione come scienza vera e propria. Uno dei temi dominanti nella botanica vittoriana fu la lotta tra un'élite prevalentemente maschile, che stava cercando di ridefinire la botanica come una scienza seria, "filosofica" e la vasta maggioranza che voleva semplicemente migliorare la propria comprensione del mondo vegetale e godersi la bellezza dei fiori. La forte associazione tra botanica e genere femminile era indubbiamente un'altra ragione per la sua relativamente bassa considerazione nei consigli delle società scientifiche dominati dagli uomini. Il processo di professionalizzazione della botanica nel corso del secolo, accompagnato dallo sviluppo di orti botanici in cui lo scopo scientifico prevaleva su quello ornamentale o ci conviveva splendidamente (pensiamo ai Kew Royal Gardens presso Londra), creò una maggiore esclusione delle donne dalla cultura scientifica, che le portò a essere relegate nei circoli dei dilettanti e della scienza popolare. La progressiva ascesa di una professione riconoscibile di "scienziato", insieme alla lenta trasformazione della botanica in scienza, portò anche la “classe operaia” dei raccoglitori, classificatori e collezionisti di piante, soprattutto di genere femminile, a essere gradualmente esclusa dallo studio.
Di questa situazione, in cui il pregiudizio di genere accompagnò in modo determinante lo sviluppo scientifico, furono testimoni loro malgrado, su entrambe le sponde dell’Oceano, due geniali signorine, una poetessa americana e una botanica e illustratrice inglese, che il caso volle che si chiamassero entrambe Dickinson.
Non molti sanno che Emily Dickinson (1830 - 1886) era un’esperta giardiniera, collezionista e botanica prima di diventare un’affermata poetessa. E, per quanto la sua poesia sia molto originale e persino "moderna" in molte delle sue caratteristiche stilistiche, Dickinson era una donna che viveva in una società governata da rigidi stereotipi e convenzioni. Nata a Amherst, Massachusetts, da una famiglia borghese di tradizioni puritane, manifestò sin dalla giovinezza un carattere contraddittorio e complesso. Infatti, non si sa ancora per quale motivo, a venticinque anni decise di trascorrere una vita solitaria e appartata nella sua camera, nella quale si recluse. La Dickinson incominciò a studiare botanica all'età di nove anni e a dodici aiutava la madre a coltivare le piante annuali e perenni nel giardino del loro cottage: rose, ciclamini, lobelie, tulipani e altre ancora. Fu però solo quando iniziò a frequentare il college femminile di Mount Holyoke nella sua tarda adolescenza, più o meno nel periodo (1847) in cui è stato scattato l'unico suo dagherrotipo autentico, che unì il rigore scientifico allo zelo dell’appassionata.
La chimica Mary Lyon (1797-1849), fondatrice del college nel 1837 e sua prima direttrice, era lei stessa un grande amante dei vegetali. Sebbene incoraggiasse tutte le sue ragazze a raccogliere, studiare e conservare i fiori locali negli erbari, l'erbario della Dickinson è un capolavoro di insolita diligenza e bellezza poetica: 424 fiori della sua regione del Massachusetts, che Dickinson celebrò come "bellissimi bambini di primavera", organizzati con una notevole sensibilità alle proporzioni nella pagina e alla cadenza cromatica, attraverso sessantasei pagine in un grande album rilegato in pelle. Sottili etichette di carta corredano gli esemplari con il loro nome, in genere quello comune, ma in sessantacinque casi classificato con il genere e la specie, secondo il sistema linneano.
In una lettera del 1845 alla sua amica Abiah Root, Dickinson chiedeva: "Hai già fatto un erbario? Spero che lo farai, se non l’hai ancora fatto: sarebbe un tale tesoro per te; la maggior parte delle ragazze ne fa uno. Se lo fai, forse posso fare delle aggiunte con i fiori che crescono qui intorno.” Emily esplorava i vicini boschi e prati per raccogliere nuovi fiori. Più tardi, una volta abbandonato il college, si sarebbe presa cura dei fiori nel suo giardino di due acri e nel giardino d'inverno che suo padre aveva costruito nell'angolo sudorientale della loro casa. Il suo carattere introverso, e il bisogno di estraniarsi dal mondo, fecero sì che stringesse pochi legami affettivi e professionali nella sua vita. Anche se non mancava qualche profonda amicizia: si legò a Susan Gilbert con la quale scambiò numerose lettere e Samuel Bowles, direttore del giornale Springfield Daily Republican.
Dal punto di vista sentimentale sembra che Emily Dickinson abbia vissuto alcuni grandi amori platonici, perché si innamorò di un reverendo sposato, Charles Wadsworth, e sembrerebbe anche dello stesso Bowles. Fece pochi viaggi nella sua vita, durante i quali però incontrò alcune personalità importanti nel mondo culturale, come lo scrittore e filosofo Ralph Waldo Emerson.
L'erbario originale è conservato nella Emily Dickinson Room presso la Houghton Rare Book Library di Harvard, ma è così fragile e delicato che persino agli studiosi è vietato esaminarlo, e il libro in facsimile fuori stampa è così costoso che questo capolavoro all'incrocio tra poesia e scienza è praticamente sparito dall'immaginazione popolare. Ma, in una esemplare testimonianza delle tecnologie digitali come fattore di attiva gestione culturale, Harvard ha digitalizzato l'erbario di Dickinson nella sua totalità.
Anche se durante la sua vita fossero state stampate solo alcune delle poesie di Emily, molte persone ricordavano di averne ricevuto una, spesso nascosta in un raffinato bouquet che lei aveva coltivato e sistemato personalmente. Questi interessi possono essere rintracciati anche nella sua opera letteraria. In effetti, più dei due terzi delle lettere liriche di Dickinson a familiari e amici scelti, e un terzo delle sue poesie straordinariamente personali citano i fiori, selvatici o coltivati. C’è persino una poesia in cui accenna una critica alla sua passata attività classificatoria.
Tra le sue poesie più curiose troviamo, infatti, Arcturus, scritta nel 1859, in cui Dickinson prende in giro la pretesa della scienza di classificare qualsiasi fenomeno naturale e inserirlo in una casella determinata, oltre a cancellare la magia del cielo riempiendolo di punti dai nomi strani. L'unica tutela è confidare che, una volta giunti colà dopo “la breve mascherata del Tempo” si possa ritrovare l'incanto della natura vista con gli occhi di bambina (traduzione di Giuseppe Ierolli)
"Arcturus" is his other name -
I'd rather call him "Star"!
It's very mean of Science
To go and interfere!
I slew a worm the other day,
A "Savan" passing by
Murmured "Resurgam" - "Centipede"!
"Oh Lord, how frail are we"!
I pull a flower from the woods -
A monster with a glass
Computes the stamens in a breath -
And has her in a "Class"!
Whereas I took the Butterfly
Aforetime in my hat,
He sits erect in "Cabinets" -
The Clover bells forgot!
What once was "Heaven"
Is "Zenith" now!
Where I proposed to go
When Time's brief masquerade was done
Is mapped, and charted too!
What if the "poles" should frisk about
And stand upon their heads!
I hope I'm ready for "the worst" -
Whatever prank betides!
Perhaps the "kingdom of Heaven's" changed.
I hope the "Children" there
Wont be "new fashioned" when I come -
And laugh at me - and stare!
I hope the Father in the skies
Will lift his little girl -
"Old fashioned"! naughty! everything!
Over the stile of "pearl"!
"Arturo" è l'altro suo nome -
Io lo chiamerei piuttosto "Stella"!
È proprio destino per la Scienza
Andare ad impicciarsi!
Ho ucciso un verme l'altro giorno,
Un "Sapiente" che passava di lì
Mormorò "Resurgam" - "Centipede!"
"Oh Signore, quanto siamo fragili!"
Strappo un fiore dai boschi -
Un mostro con la lente
Computa gli stami in un batter d'occhio -
E lo mette in una "Classe"!
Mentre io acchiappavo Farfalle
Un tempo nel mio cappello,
Lui siede diritto nei "Laboratori" -
Le corolle del Trifoglio dimenticate!
Ciò che una volta era "Cielo"
È "Zenit" adesso!
Dove mi proponevo di andare
Quando la breve mascherata del Tempo fosse finita
È in mappe di terra, e di mare pure!
Chissà se i "poli" gira e rigira
Non si trovino sottosopra!
Io spero d'esser pronta per "il peggio" -
Accada quel che accada!
Forse il "regno dei Cieli" è cambiato.
Spero che i "Bambini" di lassù
Non siano "all'ultima moda" quando arriverò -
E non ridano di me - e non mi squadrino!
Spero che il Padre nei cieli
Sollevi questa piccola fanciulla -
"Fuori moda"! capricciosa! e tutto il resto!
Oltre la soglia di "perla"!
A metà dell’Ottocento in molti pensavano che ogni fiore o pianta avesse un significato simbolico, compresa l'educatrice, autrice e editrice Almira H. Lincoln Phelps (1793-1885), grande divulgatrice di chimica, botanica e geologia, che, dopo Familiar Lectures on Botany (1829), scrisse Symbolical Language of Flowers (1852), testi che la Wilkinson possedeva, in cui spiegava che "oltre ai rapporti scientifici che devono essere osservati nelle piante, i fiori possono anche essere considerati emblematici degli affetti del cuore e delle qualità dell'intelletto". La Phelps considerò il suo elenco di significati floreali come punto di partenza. Raccomandava ai suoi lettori di compilare elenchi basati sui loro sentimenti e associazioni. In Gran Bretagna, i libri dedicati alla “florigrafia” incominciarono a invadere il mercato dopo l’ascesa al trono della Regina Vittoria nel 1837, che si diceva fosse appassionata di “linguaggio dei fiori”.
Una caratteristica particolare dell'erbario di Dickinson è la sua scelta della pagina iniziale: il gelsomino tropicale - non una pianta originaria della flora tradizionale del suo tempo e luogo, ma una specie esotica, nativa, forse, della foresta selvaggia della sua immaginazione, la stessa dalla quale fiorirono i suoi versi di rottura della tradizione e di amori proibiti. Per Dickinson il gelsomino significava "passione" mentre dare a qualcuno una pianta rampicante di gelsomino significava: "Tu sei l'anima della mia anima". Spesso Dickinson si riferiva a questi significati nelle poesie poste nei bouquet che inviava.
I fiori preferiti di Dickinson erano la genziana, la corona imperiale, il geranio, la rosa e la monotropa (fiore fantasma) che l’amica Mabel Todd dipinse per adornare la copertina della prima edizione delle sue poesie nel 1890. Emily Dickinson si paragonò una volta a un giglio dorato ("rosso come i suoi capelli ramati").
I fiori sono anche al centro di quello che molti considerano il romantico "mistero" della vita di Emily Dickinson. Fu Samuel Bowles, l'editore di The Springfield Republican, che le regalò una pianta di gelsomino che lei curò per decenni. Inoltre, fu Bowles a chiamare Emily con l’appellativo di "Daisy", la sua "Regina". In quei tempi ella indossava l'abito bianco che avrebbe potuto significare il suo matrimonio con la Musa, la sua stessa consacrazione come artista. Questi riferimenti compaiono nella poesia The daisy follows soft the sun, "La margherita segue lieve il sole", che si crede sia stata scritta per un uomo, un amante immaginato, oppure reale, ma impossibile da raggiungere.
The Daisy follows soft the Sun
And when his golden walk is done
Sits shyly at his feet
He—waking—finds the flower there
Wherefore—Marauder—art thou here?
Because, Sir, love is sweet!
We are the Flower—Thou the Sun!
Forgive us, if as days decline
We nearer steal to Thee!
Enamored of the parting West
The peace—the flight—the Amethyst
Night's possibility!
La Margherita segue lieve il Sole -
E quando il suo dorato percorso è concluso -
Siede timidamente ai suoi piedi -
Lui - svegliandosi - trova là il fiore -
Per quale ragione - Predona - sei qui?
Perché, Signore, l'amore è dolce!
Noi siamo il Fiore - Tu il Sole!
Perdonaci, se quando i giorni declinano -
Ci avviciniamo furtive a Te!
Innamorate dell’Occidente che se ne va -
Della pace - del volo - dell'ametista -
Delle possibilità della notte!
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La storia di Margaret Rebecca Dickinson (1821-1918) è anch'essa paradigmatica della trasformazione della botanica da passatempo a scienza. Favorita dalle capacità di disegno e pittura e dal ritmo più lento della vita, poté produrre illustrazioni di fiori meravigliosamente dettagliate e accurate.
Era nata il 22 luglio 1821 a Newcastle-upon-Tyne. Suo padre aveva una manifattura di tabacco. Quando egli morì, il 20 marzo 1870, lasciò la sua tenuta di Norham alla moglie, che purtroppo morì a sua volta l’anno seguente. La casa e la terra finirono in eredità a Margaret e alla sorella Rebecca Ann. La Dickinson rimase a Norham fino alla sua morte. Aveva altre due sorelle due fratelli, i quali ereditarono il commercio del tabacco.
Margaret Rebecca Dickinson seguì la sua passione per le piante in un periodo in cui la botanica non era ancora riconosciuta come scienza, ma era considerata come attività ideale per le donne. Tuttavia, la gamma di esemplari che raccolse durante i suoi lunghi viaggi - che la portarono non solo nel Kent ma anche in Scozia e nel Galles settentrionale e in Irlanda - suggerisce una dedizione più appassionata e informata di quella della semplice hobbista di sesso femminile. In quanto nubile, poté dedicare la maggior parte del suo tempo alla ricerca. Le sue meticolose raccolte e le sue belle opere d'arte rendono difficile considerarla una dilettante, sia come collezionista che come illustratrice.
Quale che sia lo status che le accordiamo, la Dickinson fu una delle più competenti tra coloro che animarono l'attenzione verso la flora nativa e aprirono la strada per futuri studi scientifici. Nel periodo vittoriano, i fiori selvatici che caratterizzano opere d'arte, design e letteratura, sono spesso mostrati con cura amorevole per i dettagli. I Preraffaelliti, in particolare, li rappresentarono con precisione nei loro dipinti. Anche dopo che la sua vera fase preraffaellita era finita, John Everett Millais dipinse la veronica quasi fotograficamente, in Little Speedwell's Darling Blue (1891-92), mostrando la sua piccola nipotina che guarda con atteggiamento riflessivo la pianta nella sua mano.
Disegni come il motivo del caprifoglio di William Morris del 1876 divennero molto popolari. E nella poesia, anche le caratteristiche del tasso, considerata pianta funeraria, potevano ora essere meglio apprezzate: il poeta Coventry Patmore (1823-1896), nel molto vittoriano poema in prosa dedicato alla moglie The Angel in the House (sic), descrisse un'immagine allegra di un pettirosso che si nutre delle sue "gocce di rugiada cremisi".
Gli esempi abbondano anche nei romanzi. Charlotte Brontë, in Jane Eyre, ad esempio, ricorda la ricerca di elfi tra "foglie e campanelle di digitale.
” (…) per quanto riguarda gli elfi, dopo averli cercati invano tra le foglie e le campanelle di digitale, sotto i funghi e sotto l'edera di terra che tappezzava i vecchi angoli del muro, alla fine avevo capito la triste verità era che se n'erano andati tutti dall'Inghilterra in un paese barbaro, dove i boschi erano più selvaggi e più fitti, e la popolazione più scarsa; (…)
Rebecca Dickinson era una botanica di talento, che raccolse esemplari di piante provenienti da tutta la Gran Bretagna e li illustrò con dettagli preziosi in centinaia di disegni ad acquerello. Visse la maggior parte della sua vita nel Nord dell’Inghilterra, e lavorò al suo erbario di più di mille esemplari principalmente tra il 1846 e il 1874. Tra i suoi reperti più importanti c'erano molte rare orchidee del Kent. Quando morì, nel 1918, alla veneranda età di 98 anni, lasciò alla Natural History Society of Northumbria sia gli esemplari raccolti, sia gli acquerelli, ora visibili nel suo erbario e negli archivi del Museo Hancock di Newcastle-upon-Tyne. Ci sono 468 immagini della collezione di Margaret Dickinson nella galleria online del museo. Il testo di accompagnamento fornisce una breve descrizione dell'illustrazione con il nome della pianta registrato da Dickinson e il suo equivalente moderno. La Dickinson registrò ulteriori dettagli sugli esemplari di piante in un catalogo di manoscritti che accompagna la sua collezione di immagini.
In un altro periodo, il lavoro di Dickinson avrebbe potuto essere meglio conosciuto, e considerato un valido contributo allo Zeitgeist. La sua occasione poteva arrivare durante la vita, quando la botanica iniziò a trovare il suo posto nello studio della storia naturale. Ma, ironia della sorte, quando divenne riconosciuta come una scienza, la botanica divenne un campo esclusivo degli uomini. Analogamente, la giovane Beatrix Potter trovò difficile essere presa sul serio tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta del secolo. Il direttore dei Giardini di Kew in quel periodo non era nemmeno disposto a guardare i suoi disegni botanici molto accurati. Non sorprende che Margaret Rebecca Dickinson rimase in gran parte sconosciuta e di lei non si possieda neanche un ritratto.
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lunedì 25 giugno 2012
La natura e il fanciullo
Oggi i bambini escono sempre meno di casa e la loro conoscenza del mondo naturale è frutto quasi esclusivamente della televisione. Così sanno magari molto sulla vita del leone o del coccodrillo, che hanno visto in uno dei tanti documentari naturalistici di cui sono pieni i palinsesti, ma non hanno mai visto una capra con i propri occhi e ignorano totalmente le pianticelle che crescono sui muri, nei campi o lungo le strade. Chissà che cosa direbbe oggi Pierina Boranga (1891-1983), valente maestra elementare, amante della natura e divulgatrice scientifica di prim’ordine, la cui opera fu fondamentale per far conoscere gli ambienti ecologici e indirizzare l'attenzione dei ragazzi all'osservazione scientifica.
Negli anni Venti, Pierina Boranga incominciò una lunga collaborazione con l’editore Paravia, che si concretizzò inizialmente in una trilogia intitolata La natura e il fanciullo, con volumi dedicati rispettivamente ai muri, alla strada e alle siepi, pubblicati tra il 1925 e il 1926 e poi ristampati tra il 1952 e il 1954. Nella prefazione al primo volume, scriveva con rammarico che “non è possibile ancora affermare che in Italia si sia formato un vero senso di rispetto e d’amore alla natura. Troppe volte ancora si offre ai nostri occhi lo spettacolo disgustoso e malinconico di fronde strappate, di tappeti erbosi devastati, di fiori divelti e poi abbandonati, di prati insudiciati dai rifiuti delle colazioni (…); troppo ancora si permette lo sfruttamento delle nostre belle piante dei boschi e dei monti a scopo di lucro, fino alla distruzione di specie rare ricercatissime”. E non c’era ancora stato il sacco del territorio e il motorizzato e ciabattante turismo di massa!
Per l’autrice la colpa dello scarso rispetto per la natura è dovuta allo “scarso spirito d’obbedienza che noi Italiani sfortunatamente abbiamo” che si aggiunge a una “insufficiente educazione, rilevata, purtroppo anche all'estero”, perché al nostro popolo “manca tuttora una preparazione, anche elementare, per intenderla”. E così prosegue, in un testo che, ripeto, compie quest’anno 87 anni:
“Pensiamo alla vita di scuola dei nostri ragazzi di città e di campagna, al modo col quale i programmi di conoscenze naturali sono, in generale, svolti; allo scarso contatto degli scolari con la natura [sic!]; alla deficienza dei sussidi didattici, coi quali essi hanno fatto i primi passi nella conoscenza di questa nostra superba famiglia di piante e d’animali; si pensi inoltre che la maggior parte della nostra gente, dopo la scuola elementare, non sente parlare che di politica, d’interessi e di affari, e ci si potrà rendere ragione del disamore e degli atti vandalici deplorati. (…)
A tutta prima sembrerebbe lecito dopo queste considerazioni, di ritenere responsabili di questo stato di cose i maestri di scuola. Ma a loro volta essi non possono dare ciò che non hanno avuto. Salvo qualche eccezione, noi siamo usciti dalla scuola che ci ha dato il titolo di insegnanti con una cultura, in fatto di botanica e di zoologia, limitata a nomi e definizioni apprese sempre sui libri, mai sugli organismi vivi; anche per noi sono esistiti due mondi: quello del libro e quello della natura del tutto separati, quasi che l’uno non sia al servizio dell’altro. (…) Ed è avvenuto quindi quello che si poteva prevedere. I maestri (…) hanno preferito, anche nelle scuole di campagna, fare lezioni di botanica fra le pareti dell’aula, anziché all’aperto, dove i mille perché dei ragazzi che sanno guardare, li avrebbero messi in imbarazzo. E quando per buona ventura essi accompagnano i ragazzi a fare una passeggiata in campagna, lungo il cammino, generalmente, anche oggi, parlano di tutto, fuorché di quelle meraviglie che passano dinanzi agli occhi dei fanciulli”.
Un duro attacco contro la cultura libresca, dunque, che anticipa la parte propositiva, lo scopo dei tre volumi della Boranga: far conoscere ai bambini la natura guardando la natura, imparando ad amarla e rispettarla, perché “Nessun giocattolo li può appagare meglio, nessun divertimento li rende più docili e più calmi, così come nessuna lezione di morale va diritta al loro cuore quanto quella che silenziosamente impartisce loro la natura. (…) Ma se non è difficile per il fanciullo studiare la vita di relazione di piante e animali come avviene in natura, è invece assai difficile per l’educatore guidarlo in simile studio, perché egli non ebbe dalla scuola che doveva preparalo ad un simile insegnamento la cultura necessaria, e perché tuttora gli mancano i libri adatti a formarsela, senza eccessivo dispendio di tempo”.
Gran parte dei libri di botanica e zoologia sono troppo specialistici o incompleti, perché poco spazio dedicano all’identificazione delle piante più comuni. “Ed ecco la ragione di questo libro, che non ha altro merito se non quello di rappresentare un modesto sforzo di volontà per cooperare a colmare una lacuna”. Un libro per i maestri, dunque, che istruisca gli educatori a conoscere la flora spontanea dal vivo e a saper rispondere ai mille perché dei bambini.
Il primo volume de La natura e il fanciullo è dedicato ai muri, che, nuovi o in rovina, arsi dal sole o coperti di muschi e licheni, “danno danno ricetto a migliaia d’insetti e di piante, le quali, per vivere in tale ambiente, povero di mezzi necessari alla loro esistenza, vi si adattano in modo curioso e sorprendente”. Il nemico più grande delle piante che vivono sui muri è la siccità, alla quale la vegetazione cerca di porre rimedio in modi diversi, come lunghe radici filiformi o fusti e foglie in grado di immagazzinare riserve d’acqua. “Quasi tutte queste erbe hanno fiori senza profumo e spesso sono di colore non vivace, portati su peduncoli lunghi e sottili per essere maggiormente esposti alle scosse del vento, poiché in generale esse sono anemofile, cioè raggiungono la fecondazione incrociata per azione del vento”. Così Pierina Boranga presenta ad esempio, la Parietaria:
Parietaria, o Erba vetriola o Muraiola (Paritaria officinalis):
Anche questa è una pianta comunissima nei muri, ma si può trovare anche sulle macerie o lungo le vie.
Si distingue per il colore dei fusticini e dei picciuoli che hanno l'aspetto di piccoli tubi di vetro rossastro, e dai fiorellini, raggruppati all'ascella delle foglie in glomeruli di un verde molto più chiaro delle foglie, leggermente ravvivati da punticini di colore rosso vivo che sono gli stigmi in forma di minuscoli ciuffetti.
Questa particolarità si nota maggiormente nei fusti che hanno perduto molte foglie.
È interessante osservare come la pianta si comporta sul muro per dare modo a tutte le sue foglioline di godere i beneficii dell'aria e del sole. Si ha un esempio di solidarietà perfetta e di rispetto reciproco dei diritti di ciascun membro per il bene di tutta la famiglia.
Molte foglioline, per non recare danno alle più piccole sottostanti, quando non possono allungare di molto il picciuolo, arrivano persino al sacrificio di limitare il loro sviluppo.
Si può far osservare anche un altro particolare, non comune, di questa pianta.
In essa le foglie più larghe sono all'apice anziché alla base del fusto: per quale ragione? I ragazzi potranno rispondere a questa domanda osservando l'aspetto della pianta alla base, e lo scarso sviluppo del picciuolo in queste foglioline più basse. Sembra che la pianta, per eccitare i fusti ad allungarsi e a lasciare spazio anche a queste ultime, li abbia messi in gara, concedendo un premio a quello che arriverà più lontano.
A questo punto riterrei utile, per lo scopo prefissoci nel far studiare le erbe dei muri, di far osservare ai ragazzi le bellezze di questa pianta che non risaltano facilmente come nella Linaria. La disposizione e la forma delle foglioline all'apice dei fusti sono un perfetto modello di sobrietà e di armonia di linee. Il loro colore, che va da un tono di verde intenso ad un giallo chiaro, è di un effetto stupendo.
Ma v'è un'altra caratteristica interessante da rilevare nella Vetriola. È noto come nelle piante sia il fiore l'organo specifici) della riproduzione. Ma i fiori, per l'impollinazione incrociata, che è la più propizia ad una prole robusta, hanno frequentemente bisogno, come nel nostro caso, di speciali mezzi.
Quale richiamo possono mai offrire questi fiorellini di un colore insignificante e poco distinguibile dalle foglie?
Ma la Provvidenza ha messo a disposizione di questa umile pianta accorgimenti speciali.
Sopra ogni cespo, gli uni su gli altri, stanno tre specie di fiori: fiori che non hanno bisogno di ricevere il polline da altri, perché usufruiscono di quello prodotto dalle loro antere; fiori che invece producono polline senza riceverne ed infine fiori che hanno pistilli capaci di trattenerlo. Dai fiori più alti di ogni spiga sporgono soltanto gli stili con gli stimmi pronti a ricevere i granuli di polline «mentre i fiori da cui le correnti d'aria traggono il polline sono i più bassi e gli stimmi già disseccati. Il polline deve salire». (Kerner di Marilaun).
Quando gli stami di questi ultimi, curvati in dentro e fissati con le antere sotto lo stimma fatto a pennello, sono maturi, si raddrizzano di scatto, le antere si aprono e spandono una nubecola che va ad impollinare i fiori circostanti.
Lo scatto può essere provocato stuzzicando con una punta gli stami curvi, i quali, se sono prossimi alla maturazione, si drizzano istantaneamente lanciando il polline.
Aiutiamo il fanciullo ad osservare bene i fiori con una lente. Stanno fitti fitti, formando un manicotto morbido attorno al fusticino all'ascella delle foglie. Che meravigliosa armonia di linee in ciascuno, anche se al guardarli ad occhio nudo sembrano insignificanti o brutti!
Ma non si è ancora detto di questa pianta una cosa essenziale in rapporto all'ambiente in cui vive.
Di quali mezzi essa dispone per salvarsi dalla siccità?
Se ogni alunno potrà osservare da vicino un rametto gli sarà facile rilevare che il fusto, fragilissimo come vetro, donde il nome di Erba vetriola, oppure Erba cristallina, contiene molta acqua e che, specialmente se un po' grosso, è ricoperto da una epidermide spessa e pelosa.
E le foglie, che non sono carnosette come quelle della Linaria e nemmeno otricelli come nella Pignola, sono rivestite da moltissimi peli lucidi e molli che formano un fitto strato lanoso sopra le due pagine.
Questa abbondanza di peli non è ignota al fanciullo che si serve dei rametti della pianta per gioco, attaccandoli sulla schiena dei compagni o sul viso o sul dito della mano. Quando non ne sa il nome, la ricorda per questa particolarità e la chiama «erba che attacca».
E qui conviene appunto parlare della funzione dei peli, che hanno il compito di impedire la eccessiva traspirazione.
Le foglie della Parietaria non sono, dunque, serbatoi d'acqua, ma in compenso sono difese dalla perdita d'acqua da una fitta selva di peli che intimano l'alt all'umore prezioso affinché non se ne vada al richiamo del sole e dell'aria esterna.
Invece i peli ispidi e setolosi che circondano i frutti hanno un altro compito: essi devono difenderli dalla avidità degli animaletti in viaggio sul muro in cerca di semi: chiocciole e formiche.
Sarà buona cosa far toccare ai fanciulli una pianta cresciuta in un luogo umido ed una in un luogo arido per far notare la quantità differente di peli nell'una e nell'altra, poiché le piante, per un principio assoluto di economia, eliminano sempre tutto ciò che è loro superfluo. Si facciano anche sradicare alcune piante. La resistenza che esse opporranno potrà dare un'idea dello sviluppo della radice, munita di un fittone lungo talora tre o quattro volte più di alcuni fusti, che penetra validamente negli interstizi dei muri in cerca di umidità.
La Parietaria dunque, non avendo come la Linaria e la Pignola, foglie capaci di serbare l'acqua, dispone, in compenso, d'una radice che può assolvere bene il compito di assicurare l'umidità necessaria alla pianta in quantità sufficiente, esplorando molto spazio del substrato.
I ragazzi, nell'atto della sradicatura, vedranno cadere molto terriccio, che era stato trattenuto dai rami più bassi vicini al muro e dalle foglie appiccicaticce, perché i semi dei rami sovrastanti, cadendo, possano trovarvi subito possibilità di germinazione.
Non è raro il caso di vedere rilucere sulle foglie di qualche pianta con semi già pronti, la bava argentea lasciata, sul loro passaggio, da queste ultime, evidente prova anche del servizio che certamente hanno recato alla pianta stessa.
Ultime a cadere, nella Vetriola, sono le foglie all'apice dei fusticini, i quali, appunto verso la fine della stagione buona, rimangono provvisti di un ciuffetto caratteristico, simile ad una piccola stella verde. Si faccia cogliere e osservare una foglia fresca e bene sviluppata. Le sue nervature sono disposte in modo che pare di vedere infilata nel lembo una forchetta a tre punte. (Kerner di Marilaun)
Quando incomincia a perdere la sua freschezza, questa pianta diventa arruffata e sudicia; le sue foglie appiccicaticce hanno trattenuto un po' di tutto: terriccio, peli, festuche, insetti morti; assomigliano alle tasche e ai cassetti di molti bambini!...
La Vetriola è medicinale. Con essa si fanno infusi che hanno potere rinfrescante; una manciata di pianta fresca o secca (meglio se fresca) in un litro di acqua bollente, aromatizzata con scorza di limone, ha azione diuretica ed espettorante, combatte l'asma e la tosse.
Con la pianta fresca, lavata, pestata si fanno cataplasmi da applicare sui tumori, sulle ferite e sui foruncoli.
È adoperata pure per pulire bicchieri, bottiglie e vasi di vetro che lascia tersi e lucenti in virtù dei peli fitti di cui è tutta ricoperta e di una sostanza alcalina (potassica) che agisce da ottimo detersivo.
Temi d'osservazione:
- Osservare una pianta di Erba vetriola cresciuta sui muri ed una cresciuta in un luogo ombroso, e rilevare i caratteri uguali e quelli diversi.
- Disegnare, per ciascuna delle due piante, il contorno di una foglia.
Il secondo volume della Boranga è dedicato alla strada, e si apre con una capitolo dal bellissimo titolo Poesia e virtù delle erbacce. Nelle strade il traffico e la polvere distruggono la vegetazione spontanea: “quivi è il regno del lastricato e dell’asfalto”. Ma, non appena la manutenzione viene sospesa e la strada si inoltra nella periferia e poi nella campagna, subito appare “un tenue e bizzarro ricamo verde di pianti cine, le quali, sentita la possibilità di vivere, con la solerzia loro propria, inizierebbero gioiosamente il ciclo della loro esistenza”. (…) “Aspra e selvaggia talora, più spesso tenera e gaia, questa vegetazione che la natura fa crescere accanto all’uomo, sia nel luogo più umile che negli ambienti più rigogliosi, cela meraviglie e segreti degni di essere conosciuti”.
Le siepi costituiscono l’argomento del terzo volume de La natura e il fanciullo. “La siepe, come mezzo di difesa dei campi, è creata dall’uomo, che pianta successivamente attorno alla sua proprietà uno o più specie di arbusti, in prevalenza spinosi e molto ramosi. Talvolta vi unisce alberelli, tenuti bassi da frequenti potature. Ma nella siepe si trovano anche altre piante generate spontaneamente da semi portati dal vento o dagli animali; piante che vi fissano dimora trovando in essa l’ambiente adatto per vivere e per crescere. Sono piante rampicanti, volubili e ombrofile. Alle prime la siepe offre appoggi e sostegni, alle altre l’ombra necessaria ai loro tessuti delicati. In questo consorzio vegetale le piante si aiutano a vicenda nella difesa dalla eccessiva insolazione e dalla siccità, comuni loro nemici. Ma uno ne hanno dal quale non possono difendersi da sole: il bruco vorace. Soltanto gli uccelli, e soprattutto quelli che amano costruirsi il nido tra gli arbusti della siepe o nei grovigli dei rami spinosi, possono salvare le piante dalla devastazione certa dell’inesorabile divoratore”. Tra le specie illustrate nel volume ho scelto il Rovo per terminare l’illustrazione di questa importante opera di divulgazione naturalistica italiana.
Rovo (Rubus fruticosus L.).
È il leone della siepe: domina e strazia. È perennemente in agguato con i suoi rami inarcati o tesi. Come il re della foresta, questo selvaggio esemplare del mondo vegetale, sfoggia sulla siepe elementi estetici di primo ordine, cosicché si potrebbe ritenerlo, a tutta prima, una pianta ornamentale e inerme.
Invece fusti, foglie, grappoli di fiori, tutte le parti insomma della pianta, sono provviste di innumerevoli punte aguzze con le quali si difendono e offendono. Questo sanno benissimo i fanciulli che, avidi dei suoi frutti, le more selvatiche, ritornano dalla cerca con graffi e strappi.
(…)
Furono i Romani a dare a questa pianta e a quelle affini il nominativo di «rubus» da «ruber» che vuoi dire «rosso» dal colore del frutto e dei rami di alcune specie.
Ma non le sarebbe tornato male anche l'appellativo di «robur», «forza», poiché tutta la pianta ne è una manifestazione. Una forza un po' prepotente, anche presa a prestito, perché questo frutice, se non trovasse sostegno nella siepe, dovrebbe rimanere sdraiato sul terreno ad allungare i suoi rami sull'erba. Somiglia un poco a certi messeri che tutti abbiamo conosciuti nella vita. Già: in questo mondo naturale che vive sotto i nostri occhi, v'è tutta una gamma di esemplari, riflettenti, qual più qual meno, le miserie e le grandezze umane: basta saper guardare!
Ad affrontare le armi di questa pianta-leone occorre o il pungolo della gola, come nei fanciulli, o le robuste cesoie del potatore, manovrate con prudenza ed abilità. (…)
L'avidità dei ragazzi per i frutti del Rovo trova una giustificazione nell'istintivo bisogno che essi hanno di ingerire elementi di prima necessità, come quelli contenuti nelle more: zucchero, acidi vegetali, sostanze minerali, sostanze peptiche che si trovano spesso riunite nei frutti selvatici. Le more del Rovo agiscono anche come purgante leggero. È pertanto errato vietare ai fanciulli di mangiarle.
La farmacopea ufficiale non ha disdegnato di segnalare questo prodotto naturale per la preparazione di sciroppi e di marmellate rinfrescanti. Le foglie usate in decozione servono come astringente e trovano buon impiego nella cura del diabete.
Ma che cosa è questo frutto del Rovo? Che cosa è mai questo piccolo, umile dono che il selvaggio Rovo offre ai fanciulli e agli uccelli verso la fine d'estate?
I fanciulli lo sanno: è un insieme di piccole palline, prima verdi, poi rosse, ed infine nere che si chiamano drupe. Tutto il frutto è una drupa multipla.
Oh, ammaliatrici more che sorridete, lustre e rubiconde, tra il fogliame, e inducete il fanciullo a non aver pietà né delle sue mani né delle sue vesti, attratto dal vostro richiamo prepotente! E forse è la stessa lotta che egli deve sostenere con i vostri rami, che s'attaccano spietati alla sua pelle e ai suoi indumenti, a incitarlo nella raccolta. Tutto ciò che è motivo d'ardimento e di lotta piace al fanciullo sano e normale.
Egli sa anche come deve fare a cogliere le more: con un colpettino garbato stacca dal peduncolo il cono del frutto che è formato dal ricettacolo spugnoso, ricoperto dalle piccole drupe, un po' flaccide, se mature. Al peduncolo rimane attaccato il calice persistente.
Peduncolo, ricettacolo: due nomi nuovi forse per il fanciullo. Ve chi ritiene di dovere evitare denominazioni scientifiche insegnando la storia naturale ai fanciulli, e non si capisce il perché. Il periodo della fanciullezza corrisponde al tempo più felice per la memoria; conviene approfittare inserendo nell'insegnamento quell'esercizio di nomenclatura esatta da affidare alla memoria, che farà guadagnare tempo in seguito.
Nel succhiare il frutto, il fanciullo è qualche volta infastidito da peluzzi ruvidi che gli rimangono sulla lingua: si tratta dei resti dei filamenti di stami superstiti rimasti tra le drupe. Talvolta, accanto ad un frutto ricco di drupe, se ne trova un altro con un cuscinetto bruniccio di stami: è un fiore disseccato che non poté essere fecondato e non divenne frutto.
Il grande numero degli stami è una caratteristica del fiore del Rovo e delle altre rosacee in genere.
I suoi petali, quando i fiori sono maturi, ne sono per gran parte coperti; ma ciò non danneggia la visibilità agli insetti, anzi la favorisce, perché gli stami, essendo brunicci, danno maggior risalto al fiore. La corolla è l'unica parte debole e delicata di questa pianta. Ha vita brevissima: la sua esistenza si conclude in poche ore.
Quando il bocciuolo biancastro si apre, i cinque petali appaiono raggrinziti come se entro l'astuccio del boccio fossero stati rinserrati senza cura. Qui veramente la natura ha commesso una in¬giustizia nel confronto con le altre innumeri corolle che si aprono sotto il sole. Si direbbero fatte di carta velina logora. I fiori sono anche sprovvisti di nettare.
Caduti i petali, i sepali si abbassano e stanno come scodelline cave aderenti al gambo.
Nel centro degli stami si sviluppano gli stili e quindi, tra il groviglio ed il seccume degli stami, ecco apparire le gaie perline. A mano a mano che il ricettacolo si gonfia e si allunga, tutte le successive drupe trovano spazio e posto per maturare al sole.
Le foglie stanno a tre o cinque riunite insieme in foglia composta. Si faccia osservare come i picciuoli spesso presentino una speciale curvatura o torsione che è in relazione con lo spostamento al quale sono sottoposte, o tutta la foglia o le singole foglioline, in conseguenza della posizione di ciascuna e delle condizioni di illuminazione. Esse, pur mantenendosi quasi sullo stesso piano, possono così avvantaggiarsi nel miglior modo possibile dello spazio e della luce disponibili.
Si osservino i rami protesi ad arco al di sopra della siepe e che, in bilico, oscillanti per il loro stesso peso, quasi animati da un senso di vita, sembrano lanciare ai passanti la sfida: «Chi vuole misurarsi con noi?».
Essi sono muniti di cestole rossastre in rilievo, quasi muscoli tesi. Da esse affiorano in ordine sparso gli aculei del medesimo colore sanguigno dei rami e dei picciuoli, tutti rivolti verso il basso, pronti, come i canini degli animali da preda, ad afferrare ed a lacerare. Se i tralci, sotto la pressione del loro stesso peso, si abbassano fino a toccare terra, dalle loro gemme apicali si sviluppano radici. Ciò spiega il propagarsi rapido e invadente dei cespugli primitivi di Rovo, tanto che riesce quasi impossibile estirparli del tutto.
Un'altra caratteristica di questa forte pianta è data dalla sua resistenza alle intemperie e al gelo. Sulle siepi spesso mantiene le foglie fino all'inizio d'inverno, anche nei climi freddi ed umidi. Quando la massa delle sue foglie si è notevolmente ridotta ed esse, intaccate e corrose, stanno per cedere alla morte, allora si colorano di un rosso-intenso e di violaceo come i frutti in via di maturazione.
E intanto nel terreno, in vari punti vicini e lontani, i semi caduti attendono, s'è necessario anche più anni, le condizioni favorevoli per dare vita a nuove piante, avendo essi il privilegio di conservare a lungo il loro potere germinativo.
È bene sapere che con le foglie e i getti giovani del Rovo si fa un decotto adoperato per gargarismi contro le infiammazioni di gola, delle gengive, delle tonsille.
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