martedì 24 maggio 2022

Storia e storie del telegrafo di Chappe (con il conte di Montecristo)

 


Figlio di un ispettore del re di Francia e di una ricca borghese di Laval, l’abate Claude Chappe (1763 – 1805) aveva perso con la Rivoluzione le cospicue prebende assicurate dal suo stato, che gli avevano sino ad allora consentito di dedicarsi alla sua vera passione: le scienze. Rimasto senza soldi assieme ai fratelli, nel 1790 ebbe l’idea di inventare un sistema di comunicazione a distanza innovativo, pensato per “mettere il governo in condizione di trasmettere i suoi ordini a grande distanza nel minor tempo possibile”. Dopo aver provato diverse soluzioni, optò per la trasmissione di segnali ottici con osservazione al telescopio. Il 2 e 3 marzo 1791 Chappe sperimentò un telegrafo ottico con un sistema di pendoli sincronizzati e un pannello ottico bianco e nero. Nel giugno 1791, Chappe si trasferì a Parigi e condusse nuovi esperimenti sul punto più alto della città. Il 22 marzo 1792 presentò una petizione all'Assemblea legislativa, in cui descriveva la sua invenzione come "un mezzo certo per stabilire una corrispondenza tale che il corpo legislativo possa inviare i suoi ordini alle nostre frontiere e ricevere la risposta durante la durata della stessa sessione”


Il 12 luglio 1793 fu effettuata una prima prova su una distanza di 26 km. Il 25 luglio Claude Chappe fu nominato per decreto ingegnere del telegrafo e il giorno successivo il deputato Joseph Lakanal, un altro prete convertito agli ideali rivoluzionari, presentò il rapporto che riassumeva l'esperimento decretato dalla Convenzione. Chappe inviò una lettera a Lakanal in cui sosteneva che: 
“L'istituzione del telegrafo è, infatti, la migliore risposta agli autori che pensano che la Francia sia troppo grande per formare una Repubblica. Il telegrafo accorcia le distanze e in qualche modo unisce un'immensa popolazione in un unico punto”. 
In quell’epoca come oggi, l’accesso rapido alle notizie era fondamentale per gli Stati e per la navigazione, e non sorprende che sistemi analoghi fossero già stati progettati e costruiti lungo le coste della stessa Francia e in altri paesi. 

Ciò che distingueva il sistema meccanico e ottico di Chappe, chiamato inizialmente tachygraphe ("scrittore veloce") e poi rinominato télégraphe ("scrittore a distanza") era la facilità di lettura a distanza tramite l’ausilio di un telescopio. Chappe si rese conto sperimentalmente che era più facile distinguere da lontano l'angolazione di una pertica piuttosto che l'assenza o meno di un tabellone. Chappe immaginò un sistema le cui forme fossero molto ben visibili, i movimenti semplici, che potesse eventualmente essere facilmente trasportato, potesse resistere alle intemperie e trasmettere segnali semplici e univoci. 


La costruzione definitiva consisteva in un apparato costituito da due braccia mobili collegate da una traversa. Ogni braccio poteva assumere sette posizioni e la traversa quattro, per un totale di 196 combinazioni possibili. Dalle posizioni venivano rimossi 6 segnali di servizio, lasciando 92 segnali di corrispondenza per formare il messaggio, che utilizzando 2 segnali per parola o espressione, consentiva di avere un vocabolario di 8.464 termini (92×92), che poteva essere criptato e decrittato mediante un fascicolo in possesso solo dei sovrintendenti autorizzati. 


Le braccia erano nere, lunghe quattro metri e venivano manovrate da un sistema di contrappesi con maniglie. Il tutto era montato su torri (già esistenti o realizzate appositamente) su ciascuna delle quali erano piazzati due telescopi puntati in direzioni opposte, verso altrettante altre torri sulla direttrice. La distanza fra le torri andava da 12 a 25 chilometri. I segnali ricevuti da una torre venivano interpretati e replicati dalla successiva, e così via. Il sistema funzionava solo alla luce solare, e con buona visibilità, perché l'installazione di lampade montate sui bracci per le segnalazioni notturne non diede risultati soddisfacenti. 


Il fratello Ignace Chappe, componente dell'Assemblea, si batté con successo assieme al deputato Charles-Gilbert Romme per far adottare una linea di quindici stazioni fra Parigi e Lille per una distanza di circa duecento chilometri allo scopo di trasmettere informazioni di guerra. 

Il 3 settembre 1794 Parigi apprese tramite questo telegrafo ottico che la città di Condé-sur-l'Escaut, occupata dagli austriaci l'anno precedente, era stata liberata. La notizia giunse alla Convenzione poche ore dopo l'evento, mentre questa stava per iniziare la seduta. Fu emesso immediatamente un decreto con cui la città avrebbe preso il nome di Nord-Libre ed il decreto fu trasmesso. La Convenzione era ancora in seduta quando per la stessa via giunse la conferma della ricezione del decreto. Questo fatto creò una forte impressione e ad ottobre fu decisa l'installazione di una linea Parigi-Landau (poi spostata verso Strasburgo) e successivamente Parigi-Brest. 


Nel 1799 il numero delle stazioni telegrafiche salì a 150; quando Napoleone prese il potere, favorì la costruzione di varie linee come quella da Lille a Bruxelles, poi prolungata fino ad Amsterdam. Nel 1805 fu creata la linea Parigi-Torino, attraverso Lione e il passo del Moncenisio. Cinque anni dopo la linea giungeva a Venezia passando per Milano e Mantova. Durante il tentativo di occupazione della Spagna furono costruite molte linee verso il meridione della Francia. Per inviare il segnale da una stazione all'altra erano necessari 6 secondi; quindi, per attraversare le 120 stazioni disseminate sulla tratta Parigi-Tolone occorrevano 12 minuti, anche perché gli operatori conservavano il segnale per circa 30 secondi. I grandi inconvenienti del sistema erano che non poteva funzionare di notte o in condizioni di scarsa visibilità e che mobilitava molti operatori (due ogni 15 chilometri circa). 

Nel 1844, 534 torri punteggiavano il territorio francese collegando oltre 5.000 km e 29 grandi città, ma, nel 1845, la prima linea telegrafica elettrica, che utilizzava il codice Morse internazionale, fu installata in Francia tra Parigi e Rouen, suonando la campana a morto per le torri Chappe. L’ultima linea fu abbandonata nel 1855. 


Che un tale sistema fosse vulnerabile alle manipolazioni divenne evidente nel 1836, quando scoppiò lo scandalo dei gemelli Louis e François Blanc. I due, abili bari, iniziarono nel 1834 a investire forti somme di denaro, vinte al gioco delle carte, alla Borsa di Bordeaux sulla rendita al 3%, titolo di punta della Borsa di Parigi. L’andamento del titolo era trasmesso per posta in tre giorni, e i due capirono immediatamente che conoscere questa informazione in anticipo costituiva un notevole vantaggio, e pensarono a un utilizzo privato della rete telegrafica ottica, che poteva collegare la capitale a Bordeaux in poche ore. Elaborarono il loro piano con l'aiuto di un ex direttore del telegrafo di Lione, Pierre Renaud, che li aveva informati della presenza regolare di errori nei dispacci e della possibilità di infilarsi in un messaggio nascosto. 

La deviazione non poteva essere effettuata prima della stazione di Tours: i dispacci da Parigi dovevano essere corretti lì. I fratelli Blanc riuscirono a corrompere il direttore di questa stazione e il suo assistente. Durante la fase di correzione dell'invio, introducevano un segnale, che veniva poi trasmesso a cascata da una torre di Chappe all'altra fino a Bordeaux. 

Il sistema attuato dai fratelli Blanc e dai loro complici, un antenato dei sistemi di hackeraggio informatico, consentì loro di guadagnare forti somme, finché nel 1836 morì l'assistente del direttore del telegrafo di Tours. Prima di morire aveva affidato il segreto a un suo parente e aveva suggerito di potergli succedere nell'operazione. Il parente in questione, avvicinatosi al direttore e dopo che quest'ultimo non aveva risposto alle sue richieste, decise di denunciare l'intera vicenda alle autorità. 

I fratelli Blanc trascorsero circa 7 mesi in carcere fino all'apertura del processo nel 1837, concluso con l'assoluzione. Non esisteva una legge che disciplinasse il funzionamento delle telecomunicazioni e non era stato individuato alcun reato specifico. I due lestofanti si rifecero una vita nei Casinò all’estero, con tutti i soldi guadagnati in modo fraudolento. Il direttore del telegrafo di Tours dovette invece dimettersi. 

Lo scoppio dello scandalo e l'assoluzione per insufficienza normativa contribuirono all'approvazione della legge sul monopolio pubblico delle comunicazioni. Nel febbraio 1837 una commissione parlamentare presentò un rapporto chiedendo che l'uso del telegrafo fosse riservato esclusivamente allo Stato, in quanto le linee private sarebbero cadute “infallibilmente nelle mani dei partiti o in quelle di facoltosi speculatori”. La legge fu approvata il 3 maggio 1837 con una forte maggioranza. 


Uno dei passaggi del romanzo di Alexandre Dumas Il conte di Montecristo (1844-46) si riferisce alla vicenda dello scandalo del telegrafo: il conte di Montecristo corrompe l'impiegato di una delle torri che formano la linea da Parigi alla Spagna e gli fa trasmettere segnali diversi da quelli del dispaccio inviato dalla Spagna; ciò provoca un breve panico nel mercato azionario a Parigi, in cui il suo nemico Danglars perde una grossa somma. Questo passaggio è per Dumas l'occasione per descrivere in dettaglio il funzionamento di una linea telegrafica Chappe. Propongo una sintesi dei due capitoli, che considero istruttivi e divertenti, con l’avvertenza che la traduzione è mia, basata sull’edizione francese dell’opera del 1889, reperibile in rete


(…) "Grazie", disse Montecristo. Ora dovete permettermi di congedarmi da voi. 
“Davvero, avete detto che dovevate lasciarci, signor Conte”, disse Madame de Villefort, “e credo che ci stavate anche per dire perché, quando vi siete fermato per passare a un'altra idea”. 
"In verità, signora", disse Montecristo, "non so se oserò dirvi dove sto andando”. 
“Bah! dite, su”. 
“Vado, da vero curioso quale sono, a visitare una cosa che spesso mi ha fatto sognare per ore e ore!”.
“Quale?” 
“Un telegrafo. Beh, peccato, la parola mi è sfuggita...” 
"Un telegrafo!" ripeté Madame de Villefort. 
“Oh, mio Dio, sì, un telegrafo. A volte ho visto alla fine di un sentiero, su un poggio, davanti a un bel sole, queste braccia nere che si alzano e si piegano come le gambe di un immenso scarafaggio, e non è mai stato privo di emozione, ve lo giuro, perché ho pensato che questi segni bizzarri che tagliavano l'aria con precisione, e trasportavano per trecento leghe la volontà sconosciuta di un uomo seduto davanti a un tavolo, a un altro uomo seduto in fondo alla fila davanti a un altro tavolo, stavano prendendo forma sul grigio della nuvola o sull'azzurro del cielo, per la sola forza della volontà di questo condottiero onnipotente: allora credevo ai geni, alle silfidi, agli gnomi, insomma ai poteri occulti, e ridevo. Ora, non avrei mai voluto vedere da vicino questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perché avevo paura di trovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio umano, ben fornito, molto pedante, ben imbottito di scienza, cabala o stregoneria. Ma poi una bella mattina seppi che il motore di ogni telegrafo era un povero diavolo di impiegato a milleduecento franchi l'anno, impegnato tutto il giorno a guardare, non il cielo come l'astronomo, non l'acqua come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vuoto, ma l'insetto dal ventre bianco, le gambe nere, suo corrispondente, che si trovava a quattro o cinque leghe da lui. Allora mi è venuta una curiosa voglia di vedere da vicino questa crisalide viva e di assistere alla commedia che dal fondo del suo guscio regala a quest'altra crisalide, tirando uno dopo l'altro alcuni capi di filo”. 
"E ci va?"
 “Ci vado”. 
“Quale telegrafo? A quello del Ministero dell'Interno o dell'Osservatorio?” 
“Oh! no, lì troverei persone che vorrebbero costringermi a capire cose che io voglio ignorare, e che mi spiegherebbero mio malgrado un mistero che loro non conoscono. Peste! Voglio mantenere le illusioni che ho ancora sugli insetti; basta aver già perso quelli che avevo sugli uomini. Non andrò quindi né al telegrafo del ministero dell'Interno, né al telegrafo dell'Osservatorio. Quello di cui ho bisogno è un telegrafo in campo aperto, per trovare lì l'uomo puro pietrificato nella sua torre”. 
“Siete un signore davvero eccentrico”, disse Villefort. 
“Quale linea mi consigliate di studiare?” 
“Ma la più occupata a quest'ora!” 
“Bene! quella della Spagna, quindi?” 
“Esattamente. Vorreste una lettera del Ministro per spiegarvi...” 
“No, no,” disse Montecristo, “visto che vi dico, al contrario, che non voglio capirci niente. Appena avrò capito qualcosa, non ci sarà più telegrafo, ci sarà solo un segno del signor Duchâtel o del signor de Montalivet, trasmesso al prefetto di Bayonne e mascherato da due parole greche: τῆλε, γράφειν [téle, gràphein]. È la bestia dai piedi neri e la parola spaventosa che voglio conservare in tutta la sua purezza e in tutta la mia venerazione”. 
“Andate, allora, perché tra due ore sarà buio e non vedrete niente.” 
“Diavolo! mi fate paura. Qual è il più vicino?” 
“Sulla strada per Bayonne?” 
“Sì, prendete la strada per Bayonne”. 
“È quello di Chatillon.” 
“E dopo quello di Châtillon”" 
“Quello della torre di Montlhéry, credo.” 
“Grazie, arrivederci! Sabato vi racconterò le mie impressioni.” 


(...) Non la sera stessa, come aveva detto, ma la mattina dopo, il conte di Montecristo (...) giunse alla torre di Montlhéry. (...) Il conte si trovò allora in un giardinetto. (...) Mai Flora, la gioiosa e fresca dea dei buoni giardinieri latini, era stata onorata di un culto così minuto e così puro come quello che le si tributava in questo piccolo recinto. (...) Improvvisamente andò a sbattere contro qualcosa, accucciato dietro una carriola carica di fogliame: questo qualcosa si raddrizzò, emettendo un'esclamazione che rappresentava il suo stupore, e Montecristo si trovò faccia a faccia con un uomo sulla cinquantina che raccoglieva fragole che deponeva su delle foglie di vite. 
(...) “Rassicuratevi, amico mio”, disse il conte, con quel sorriso che faceva, a suo piacimento, così terribile e così benevolo, e che questa volta esprimeva solo benevolenza, “non sono un superiore che viene per ispezionarvi, ma un semplice viaggiatore spinto dalla curiosità e che comincia persino a incolpare sé stesso per la sua visita quando vede che state sprecando il vostro tempo”. 
“Oh! il mio tempo non è prezioso”, rispose il brav'uomo con un sorriso malinconico. “Tuttavia, è tempo di governo, e non dovrei perderlo, ma avevo ricevuto il segnale che potevo riposare per un'ora (lanciò un'occhiata a una meridiana, perché nel recinto della torre di Montlhéry c'era tutto, anche una meridiana), e, vede, avevo ancora dieci minuti davanti a me, poi le mie fragole erano mature, e ancora un giorno... E poi, crederebbe, signore, che me le mangiano i ghiri?” 
(...) Montecristo aveva visto abbastanza. Ogni uomo ha la sua passione che lo morde fino in fondo al cuore, come ogni frutto ha il suo verme; quella dell'uomo con il telegrafo era l'orticoltura. (...) 
“Il signore era venuto a vedere il telegrafo?” Disse. 
“Sì, signore, se ciò non è proibito dal regolamento”. 
“Oh! niente affatto proibito, disse il giardiniere, vedendo che non c'è niente di pericoloso, visto che nessuno sa o può sapere quello che stiamo dicendo”. 
“Mi è stato detto, infatti,” riprese il conte, “che avete ripetuto segnali che voi stesso non avete capito”.
“Certo, signore, e questo mi piace molto”, disse ridendo l'uomo del telegrafo. 
“Perché vi piace?” 
“Perché così non ho alcuna responsabilità. Io sono una macchina, io, e nient'altro, e finché lavoro nessuno mi chiede di più”. 
“Diavolo!” disse tra sé Montecristo, “mi è capitato di imbattermi in un uomo che non ha ambizioni? Perdinci! sarebbe una disgrazia”. 
“Signore”, disse il giardiniere, guardando la sua meridiana, “i dieci minuti stanno per scadere, sto tornando al mio posto. Vi piacerebbe salire con me?” 
“Vi seguo.” 
Montecristo entrò, infatti, nella torre divisa in tre piani; quello inferiore conteneva alcuni attrezzi agricoli, come vanghe, rastrelli, annaffiatoi, addossati al muro: questo era tutto il mobilio. 
La seconda era la dimora ordinaria o piuttosto notturna dell'impiegato; conteneva alcuni poveri utensili domestici, un letto, un tavolo, due sedie, un lavello di arenaria, più dell'erba secca che pendeva dal soffitto, che il conte riconobbe come piselli dolci e fagioli rampicanti di cui il buonuomo teneva il seme nella loro buccia; aveva etichettato il tutto con la cura di un maestro botanico del Jardin des Plantes.
“Deve passare molto tempo a studiare telegrafia, signore?” chiese Montecristo. 
“Non è lo studio che è lungo, è l’apprendistato”. 
“E quanto stipendio prendete?” 
“Mille franchi, signore.” 
“Non è molto”. 
“No, ma siamo ospitati, come vedete”. 
Montecristo guardò la stanza. 
“A patto che non si abbiano pretese sull’alloggio”, sussurrò. 
Andarono al terzo piano: era la sala del telegrafo. Montecristo guardò a sua volta le due maniglie di ferro con cui l'impiegato azionava la macchina. 
“È molto interessante,” disse, “ma alla lunga è una vita che vi deve sembrare un po' noiosa” 
“Sì, all'inizio dà il torcicollo per la visione, ma dopo un anno o due ci si abitua; poi abbiamo le nostre ore di svago e i nostri giorni liberi”. 
“I vostri giorni liberi?” 
“Sì”. 
“Quali?” 
“Quelli quando c'è nebbia.” 
“Oh! È giusto…” 
“Queste sono le mie vacanze, le mie; Scendo in giardino in quei giorni, e pianto, poto, raccolgo, diserbo: in breve, il tempo passa”. 
“Da quanto tempo siete qui?” 
“Da dieci anni, e cinque anni in apprendistato, quindici”. 
“Avete? …” 
“Cinquantacinque anni.” 
“Quanto tempo di servizio è necessario per avere la pensione?” 
“Oh! signore, venticinque anni.” 
“E quant’è questa pensione?” 
“Cento corone.” 
“Povera umanità!” mormorò Montecristo. 
“Come dite, signore?” chiese l'impiegato. 
“Dico che è molto interessante.” 
“Che cosa?” 
“Tutto quello che mi mostrate... E non capite assolutamente niente dei vostri segnali?” 
“Assolutamente niente.” 
“Avete mai provato a capire?” 
“Mai; per fare che?” 
“In ogni caso, ci sono segnali che vi parlano direttamente.” 
“Senza dubbio.” 
“E li capite questi?” 
“Sono sempre gli stessi.” 
“E dicono?” 
“Niente di nuovo... hai un'ora... o ci vediamo domani.” 
“Ciò è perfettamente innocente”, disse il conte; “ma, guardate, il vostro corrispondente non sta cominciando?” 
“Oh! è vero; grazie Signore.” 
“E cosa vi dice? È qualcosa che capite?” 
“Sì, mi chiede se sono pronto.” 
“E voi gli rispondete?” 
“Con un segno che nello stesso tempo informa il mio corrispondente di destra che sono pronto, mentre invita il mio corrispondente di sinistra a prepararsi a sua volta”. 
“È molto ingegnoso”, disse il conte. (...) 
 “Mio caro signore”, disse, “mi permetta di farle una domanda.” 
“Dite.” 
“Vi piace il giardinaggio?” 
“Con passione.” 
“E sareste felice, invece di avere una terrazza di sei metri, di avere un recinto di due acri?” 
“Signore, ne farei un paradiso terrestre.” 
“Con i vostri mille franchi vivete male?” 
“Piuttosto male; ma tutto sommato vivo.” 
“Sì, ma avete solo un misero giardino.” 
“Oh! è vero, il giardino non è grande.” 
“E, così com'è, è anche popolato di ghiri che divorano tutto.” 
“Questo è il mio flagello.” 
“Ditemi, avete avuto la sfortuna di girare la testa quando il corrispondente a destra stava per cominciare?” 
“Non lo vedrei.” 
“Allora cosa accadrebbe?” 
“Che non potrei ripetere i suoi segnali.” 
“E dopo?” 
“Accadrebbe che, non avendoli ripetuti per negligenza, verrei multato”. 
“Di quanto?” 
“Cento franchi.” 
“Un decimo del vostro reddito; è carino!” 
“Oh!” disse l'impiegato. 
“Vi è successo?” disse Montecristo. 
“Una volta, signore, una volta quando ho innestato un ramo di nocciolo.” 
“Bene. Ora, se pensasse di cambiare qualcosa sul segnale o di trasmetterne un altro?” 
“Allora è diverso, verrei licenziato e perderei la pensione.” 
“Trecento franchi?” 
“Cento corone, sì, signore; anche voi capite che non farò mai niente di tutto questo”. 
“Nemmeno per quindici anni di stipendio? su, vale la pena pensarci, eh?” 
“Per quindicimila franchi?” 
“Sì.” 
“Signore, mi state spaventando.” 
“Bah!” 
“Signore, volete tentarmi?” 
“Esattamente! Quindicimila franchi, capite?” 
“Signore, fatemi guardare il mio corrispondente a destra!” 
“Al contrario, non guardatelo e guardate questo.” 
“Che cos’è?” 
“Come! non conoscete questi fogli?” 
“Banconote!” 
“Da mille; sono quindici.” 
“E di chi sono?” 
“Vostre, se volete.” 
“Per me!” gridò l'impiegato soffocato. 
“Oh, mio Dio, sì! vostre, in piena proprietà.” 
“Signore, ecco il mio corrispondente a destra che inizia.” 
“Lasciatelo cominciare.” 
“Signore, mi avete distratto e sarò multato.” 
“Vi costerà cento franchi; vedete benissimo che avete tutto l'interesse a prendere le mie quindici banconote.” 
“Signore, il corrispondente di destra sta diventando impaziente, ha raddoppiato i suoi segnali”.
“Lasciatelo stare e prendetele.” 
Il conte mise il pacco nelle mani dell'impiegato. 
“Ora,” disse, “non è tutto: con i vostri quindicimila franchi non vivrete.” 
“Avrò sempre il mio posto.” 
“No, lo perderete; perché trasmetterete un segnale diverso da quello del vostro corrispondente”. 
“Oh! Signore, cosa mi proponete allora?” 
“Una cosa da nulla”. 
“Signore, a meno che io non sia costretto a…” 
“Ho intenzione di costringervi a farlo”. 
E Montecristo tirò fuori dalla tasca un altro pacco. 
“Ecco altri diecimila franchi”, disse; “con i quindici che avete in tasca, saranno venticinquemila. Con cinquemila franchi comprerete una graziosa casetta e due acri di terra; con gli altri ventimila vi farete una rendita di mille franchi”. 
“Un giardino di due acri?” 
“E mille franchi all'anno.” 
“Mio Dio! mio Dio!” 
“Su, prendeteli!” 
E Montecristo mise in mano all'impiegato i diecimila franchi. 
“Cosa dovrei fare?” 
“Niente di troppo difficile.” 
“Ma infine?” 
“Ripetere i seguenti messaggi.” 
Montecristo estrasse dalla tasca un pezzo di carta su cui c'erano tre messaggi pronti, numeri che indicavano l'ordine in cui dovevano essere realizzati. 
“Non ci vorrà molto, come potete vedere.” 
“Sì ma…” 
“Ecco perché avrete nettarine e altro ancora.” 
Il colpo riuscì; rosso di febbre e sudato copiosamente, il buon uomo trasmise uno dopo l'altro i tre messaggi dati dal conte, nonostante le insistenti chiamate del corrispondente di destra, il quale, non capendo nulla di questo cambiamento, cominciò a credere che l'uomo delle nettarine fosse impazzito. Quanto al corrispondente di sinistra, ripeté coscienziosamente gli stessi segnali, che furono definitivamente raccolti presso il ministero dell'Interno. 
“Ora siete ricco”, disse Montecristo. 
“Sì, rispose l'impiegato, ma a che prezzo!” 
“Ascoltate, amico mio”, disse Montecristo, “non voglio che voi proviate rimorso; credetemi dunque, perché, ve lo giuro, non avete fatto torto a nessuno e avete servito i propositi di Dio.” 
L'impiegato guardò le banconote, le tastò, le contò; era pallido, era rosso; infine, si precipitò in camera sua a bere un bicchiere d'acqua; ma non ebbe il tempo di raggiungere la bacinella, e svenne in mezzo ai suoi fagioli secchi. 


Cinque minuti dopo che la notizia telegrafica era giunta al ministero, Debray fece mettere i cavalli alla sua carrozza e si affrettò a correre da Danglars. 
“Vostro marito ha le cartelle del prestito spagnolo?” disse alla baronessa. 
“Credo di sì! valgono sei milioni.” 
“Che le venda a qualsiasi prezzo.” 
“Perché?” 
“Perché don Carlos [Carlo Maria Isidoro di Borbone-Spagna, pretendente legittimista al trono di Spagna, esiliato in Francia] è scappato da Bourges ed è tornato in Spagna.” 
“Come fate a saperlo?” 
Parbleu!”, disse Debray, alzando le spalle, “come so le notizie?” 
La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, che a sua volta corse dal suo agente di cambio e gli ordinò di vendere a tutti i costi. 
Quando si vide che il signor Danglars stava vendendo, i fondi spagnoli crollarono immediatamente. Danglars perse cinquecentomila franchi, ma si era sbarazzato di tutte le sue cartelle. 
La sera si leggeva sul Messager
Invio telegrafico. 
“Re Don Carlos è sfuggito alla sorveglianza esercitata su di lui a Bourges ed è tornato in Spagna al confine con la Catalogna. Barcellona si è sollevata a suo favore”. 
Per tutta la serata non si fece altro che parlare della preveggenza di Danglars, che aveva venduto le sue cartelle, e la felicità dello speculatore, che per quel colpo aveva perso solo cinquecentomila franchi. Coloro che avevano conservato le loro cartelle o comprato quelle di Danglars si consideravano rovinati e passarono una pessima notte. 

Il giorno dopo si leggeva sul Moniteur
“È senza alcun fondamento ciò che il Messager ha annunciato ieri sulla fuga di Don Carlos e la rivolta di Barcellona. Don Carlos non ha lasciato Bourges e la penisola gode della più profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, mal interpretato a causa della nebbia, ha dato origine a questo errore.” 
I fondi erano aumentati di una cifra doppia rispetto a quella a cui erano scesi. Ciò fece, in perdita e in difetto, un milione di differenza per Danglars. 
“Bene! disse Montecristo a Morrel, che era a casa sua nel momento in cui fu annunciato lo strano rovescio di borsa di cui Danglars era stato vittima. Ho appena fatto una scoperta da venticinquemila franchi per la quale ne avrei pagati centomila”. 
“Allora, cosa avete appena scoperto?” chiese Maximilien. 
“Ho appena scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che mangiavano le sue pesche”.