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mercoledì 2 agosto 2023

Elio Pagliarani, tra fisica e poesia

 


Quasi sessant’anni fa, nel 1964, il poeta Elio Pagliarani pubblicò l’opera Lezione di fisica, smentendo i profeti della separazione tra le “due culture”.

La guerra fredda e l’atomica

La cronaca degli anni in cui il poeta riminese Elio Pagliarani (1927-2012) raggiunse la maturità artistica era dominata dalla guerra fredda e dalla minaccia di un conflitto nucleare. All’inizio degli anni ’60 del Novecento, si accavallavano infatti le notizie allarmanti di test nucleari sovietici, statunitensi e britannici, e la minaccia atomica era sentita come una realtà da entrambi i lati della cosiddetta “cortina di ferro”.

Poeta, critico teatrale, saggista, Pagliarani rappresenta un caso particolare dell’esperienza delle avanguardie italiane. La sua opera è libera dal lirismo o dall’ermetismo; la sua vocazione è piuttosto cronachistica (si è parlato di poesia-racconto), con particolare interesse al quotidiano del mondo proletario. Esponente del Gruppo ‘63 con Eco, Sanguineti, Balestrini, Arbasino, Guglielmi e altri intellettuali, Pagliarani scrisse Lezione di fisica [1] come compimento della sua esperienza di giornalista maturata sulle pagine dell’Avanti, che sarebbe poi continuata su Paese Sera.

Proprio sul quotidiano socialista pubblicò il 21 maggio 1957 i versi che per la prima volta legavano il tema “atomico” e quello amoroso.

È difficile amare in primavere 
come questa che a Brera i contatori 
 Geiger denunciano carica di pioggia 
 radioattiva perché le hacca esplodono 
 nel Nevada in Siberia sul Pacifico 
e angoscia collettiva sulla terra 
non esplode in giustizia. 
Potrò amarti 
dell’amore virile che mi tocca, e riempirti 
 se minaccia l’uomo 
sé nel suo genere? O trasferisco in pubblico stridore
che è solo nostro, anzi tuo e mio?

Lo sperimentalismo del poeta romagnolo è la presa di coscienza di una nuova funzione dello scrivere versi. Pagliarani cerca una proiezione, appunto sperimentale, verso un futuro che rinnovi la fiducia nell’atto poetico. Il ruolo del poeta è difficile perché la pressione della realtà moderna è ampia e complessa, contraddittoria, e in definitiva violenta. Tutte le grandi “verità assodate” sono state negate e viviamo in un intrico di mitologie nuove e locali, politiche, economiche, sociali, che si affermano con un’incoerenza sempre più ampia.

Il poeta è in questo contesto chiamato a dare un significato al nostro “rimanere umani”, anche attraverso l’esposizione, la negazione e la denuncia delle finzioni della dimensione culturale dell’epoca, senza contribuire a comporle.


Il corpo nero

Lezione di fisica, uno dei capolavori di Pagliarani, unisce temi privati e pubblici utilizzando materiali estratti dal linguaggio scientifico, e rapidi scorci psicologici o sociopolitici, attraverso una tecnica in cui l’accavallarsi di linguaggi e inserti provenienti da vari ambiti è volutamente, come scrisse lui stesso, “stridente”. Il testo, nella forma di una lettera alla donna amata («a Elena»), inizia come se fosse l’incipit di una biografia. L’avvio è contrassegnato dallo straniamento del dialogo amoroso tramite continui riferimenti alla meccanica quantistica: «Cominciò studiando il corpo nero / Max Planck all’inizio del secolo [...] / le radiazioni del corpo nero nella memoria del 14 dicembre 1900».

Lo studio del corpo nero è stato cruciale per lo sviluppo della meccanica quantistica. In fisica un corpo nero è un oggetto ideale che assorbe tutta la radiazione elettromagnetica incidente senza rifletterla. Assorbendo tutta l’energia incidente, per la legge di conservazione dell’energia, il corpo nero è comunque in grado di emettere radiazione elettromagnetica. Lo “spettro di corpo nero” (cioè la distribuzione dell’irradiamento, che è funzione della lunghezza d’onda o della frequenza) dipende unicamente dalla sua temperatura e non dalla materia che lo compone.

Negli esperimenti in laboratorio, un corpo nero è costituito da un oggetto cavo mantenuto a temperatura costante, le cui pareti assorbono ed emettono con tinuamente radiazioni su tutte le possibili lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico. Tuttavia, applicando le equazioni di Maxwell alle radiazioni emesse e assorbite dalle pareti, risulta che, al diminuire della lunghezza d’onda, si ottengono valori di intensità di irraggiamento che tendono all’infinito, in contraddizione con i dati sperimentali, secondo cui per lunghezze d’onda inferiori a un valore massimo, la potenza irradiata dal corpo nero scende rapidamente a zero.

Lo spettro di un corpo nero venne correttamente interpretato per la prima volta da Max Planck, il quale ipotizzò che gli atomi delle pareti interne del corpo nero assorbissero ed emettessero energia in maniera discreta, cioè che gli scambi di energia con il campo elettromagnetico avvenissero attraverso il passaggio di “pacchetti di energia”, da lui chiamati “quanti”. La data citata da Pagliarani si riferisce al giorno in cui Planck presentò la dimostrazione della formula E = hν della radiazione elettromagnetica (dove E è l’energia scambiata, h è la costante di Planck e ν è la frequenza della radiazione). Introducendo l’ipotesi dei quanti, Planck verificò che i calcoli teorici combaciavano con i dati sperimentali.

Durante gli anni immediatamente successivi, non si ottennero risultati significativi in ambito quantistico. Quanto alla proprietà cruciale che l’energia non varia con continuità, ma secondo valori discreti, Planck stesso credette per lungo tempo che fosse un artificio matematico che non si riferiva ai reali scambi di energia tra materia e radiazione.

Fu poi Albert Einstein nel 1905 a riprendere la teoria dei quanti nell’ambito dei suoi studi sull'effetto fotoelettrico, per spiegare l’emissione di elettroni dalla superficie di un metallo colpito da radiazione elettromagnetica (un altro effetto non spiegabile con la teoria ondulatoria di Maxwell). Secondo Einstein, non solo gli atomi emettono e assorbono energia per “pacchetti finiti” (come aveva proposto Planck), ma è la stessa radiazione elettromagnetica a essere costituita da quanti di luce, poi denominati fotoni nel 1926: «la luce / è una gragnuola di quanti» scrive Pagliarani. In altri termini, poiché la radiazione elettromagnetica è quantizzata, l’energia non è distribuita in modo continuo sull’intero fronte dell’onda elettromagnetica, ma concentrata in pacchetti di energia, i fotoni.

Fisica dei quanti e particelle elementari

Pagliarani prosegue con altri riferimenti alla meccanica quantistica, quello alla “scuola di Copenaghen”, a de Broglie e al principio di indeterminazione di Heisenberg: «Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto di B / se il microggetto in sé è in conoscibile / se l’onda di Broglie per i fisici di Copenaghen / non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta».

Nel 1924, il fisico francese Louis de Broglie pensò che, se la luce può comportarsi sia come onda sia come corpuscolo, allora una particella, ad esempio l’elettrone, potrebbe comportarsi anche come un’onda. Egli propose dunque la relazione: λ = h/p, dove p è la quantità di moto della particella considerata e λ prende il nome di lunghezza d’onda di de Broglie.

Sulla scia di tali risultati, Erwin Schrödinger andò alla ricerca di un’equazione che descrivesse il propagarsi dell’onda di materia, e nel 1925 propose un’equazione differenziale le cui soluzioni, le funzioni d’onda, restituivano quei numeri quantici cruciali per la risoluzione della struttura atomica di un elemento. L’equazione di Schrödinger era inoltre in grado di descrivere l’evoluzione di una particella libera.

Nel 1925, infine, Max Born, con Werner Heisenberg e Pascual Jordan, elaborò la prima formulazione completa della meccanica quantistica. L’evoluzione di un sistema quantistico, descritta da Schrödinger con la funzione d’onda, non è deterministica, bensì probabilistica, cioè dice qual è la probabilità di trovare l’elettrone in una certa posizione intorno al nucleo di un atomo, ma non offre alcuna certezza assoluta su dove trovarlo.

Nel 1927, Werner Heisenberg dimostrò che non è possibile conoscere con precisione assoluta due parametri accoppiati, come la quantità di moto e la posizione di una particella: è il principio di indeterminazione. In sostanza, non possiamo conoscere i dettagli di un sistema senza perturbarlo, e l’atto stesso di misura influenza il risultato, o nelle parole di Pagliarani, «non si può aver studio di un oggetto / senza modificarlo / la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo».

Su queste basi nacque e si affermò una corrente predominante tra i fisici quantistici, la cosiddetta "interpretazione di Copenaghen”, che ebbe in Niels Bohr il suo principale esponente. Albert Einstein, lo stesso Schrödinger e de Broglie erano scettici sulla validità di questa interpretazione. Essi pensavano che la meccanica quantistica, per quanto di straordinaria precisione, fosse incompleta, e che ci fossero delle “variabili nascoste” in grado di portare a una visione meno problematica, più vicina alla fisica classica. Einstein decise, allora, di scrivere una lettera a Bohr nella quale compare la famosa frase su Dio che «non gioca a dadi» con l’Universo: «Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo / della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia può risponderci con un comportamento statistico / Dio gioca ai dadi / con l’universo? E se la terra / ne dimostrasse il terrore?» scrive ancora Pagliarani nella Lezione di fisica.

La lettera di Einstein

Pagliarani abbandona temporaneamente il lungo riferimento alla storia della teoria dei quanti (cronologicamente si ferma all’inizio degli anni ’30) per introdurre il problema di stretta attualità all’epoca in cui scriveva: la questione delle armi atomiche («Perciò l’atomica / per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla / certezza / Perciò l’atomica»).

La lezione di fisica diventa lezione di storia. Lo scenario è la lettera che Albert Einstein inviò al Presidente americano Franklin Delano Roosevelt per sottolineare il pericolo della ricerca nucleare nazista: «te lo immagini quando dovette prendere la penna / scrivendo a Roosevelt “Caro presidente facciamola / l’atomica, sennò i nazi”».

La notizia, all’inizio del 1939, che gli scienziati tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann avevano scoperto la fissione nucleare fece temere che la Germania potesse sviluppare una bomba atomica. Il fisico Leó Szilárd presto si mise in contatto con i colleghi Edward Teller ed Eugene Wigner per pianificare una risposta appropriata. Come ricordò Szilárd, la loro principale preoccupazione era «cosa sarebbe successo se i tedeschi si fossero impossessati di grandi quantità di uranio che i belgi stavano estraendo in Congo».

I tre fisici decisero che, poiché Albert Einstein conosceva la regina del Belgio, sarebbe stato la persona ideale per avvertire della minaccia tedesca. Szilárd e Wigner incontrarono Einstein all’inizio di luglio a Long Island, dove era in vacanza. Sebbene lui non fosse disposto a contattare direttamente la regina, accettò di scrivere una lettera all’ambasciatore del Belgio e stese una prima bozza.

Poco dopo, Szilárd parlò anche con l’economista Alexander Sachs, il quale si raccomandò che scrivessero pure al Presidente Roosevelt, suo intimo amico.

Finalmente, l’11 ottobre 1939 (nel frattempo era iniziata la guerra in Europa), Sachs incontrò il Presidente Roosevelt per consegnargli la lettera che Einstein, noto pacifista, preoccupato però dai possibili sviluppi della ricerca nazista, aveva scritto. Eccone il passaggio saliente:
“Nel corso degli ultimi quattro mesi è stata dimostrata, attraverso i lavori di Joliot in Francia e di Fermi e Szilárd in America, la possibilità e la probabilità di innestare in una ingente massa di uranio reazioni nucleari a catena attraverso le quali sarebbero generate notevoli disponibilità di energia e vaste quantità di elementi radioattivi nuovi. Ora, appare quasi certo che ciò potrebbe essere ottenuto nel futuro immediato. Questo nuovo fenomeno condurrebbe anche alla costruzione di bombe ed è concepibile – benché assai meno certo – che in questo modo si possano costruire bombe di tipo nuovo estremamente potenti [...].”
La lettera a Roosevelt cambiò il corso della storia, stimolando il coinvolgimento del governo americano nella ricerca nucleare. Essa portò alla creazione del Progetto Manhattan. Nell’estate del 1945, gli Stati Uniti avrebbero costruito la prima bomba atomica del mondo e l’avrebbero utilizzata per distruggere due città giapponesi, con centinaia di migliaia di vittime.

Einstein non lavorò mai al Progetto Manhattan a causa delle sue convinzioni pacifiste. In seguito, ebbe dei dubbi sul suo ruolo, affermando: «Se avessi saputo che i tedeschi non sarebbero riusciti a sviluppare una bomba atomica, non avrei fatto nulla».


L’equilibrio del terrore

Sconfitti i nazisti, inizia la guerra fredda tra le potenze vincitrici sulla Germania, e l’energia atomica diventa la minaccia universale. La bomba atomica crea una nuova realtà politica, nella quale due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, avevano la capacità di annichilire tutta la vita sulla Terra.

Vi fu chi, tuttavia, studiò l’ipotesi di un attacco preventivo, per valutarne i pro e i contro. Edward Teller, nel frattempo diventato il “padre della bomba all’idrogeno” (il primo test fu effettuato nell’atollo di Bikini nel luglio 1954), sosteneva, durante la presidenza di Eisenhower, che sarebbe stato impossibile mantenere e monitorare un divieto di test nucleari con un nemico subdolo come i sovietici.

Meno “politico” e più tecnico fu il ruolo del fisico Herman Kahn, che durante la guerra fredda sviluppò diverse strategie per contemplare l’ipotesi della guerra nucleare, utilizzando applicazioni della teoria dei giochi e di quella dei sistemi all’economia e alla strategia militare. Queste considerazioni erano contenute nell’articolo del 1960 La natura e la fattibilità della guerra e della deterrenza [2]

Lo studio conteneva, asetticamente, anche stime del numero di vittime sul suolo americano, dirette e indirette, di un’eventuale guerra nucleare. Continua Pagliarani: «Herman Kahn ha già fatto la tabella / delle possibili condizioni postbelliche, sicché 160 milioni di decessi in casa sua / non sarebbero la fine della civiltà [...], egli scrive un ulteriore problema, / quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni / per invidiare i morti».


La possibilità della gioia

In questo scenario, Pagliarani analizza la possibilità della gioia. Il cortocircuito è dato dall’accostamento al panorama, terrificante e immobile, di un soprassalto vitalistico, ludico ed erotico: «Quanta gioia mi dai quando ti stufi / di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia / e che sia gioia attiva, trionfante [...] L’odore delle erbe di campagna [...] / vino rosso / capriole con lancio di cuscini / nella mia stanza». È una reazione istintiva, quella rappresentata da questa gioia; le capriole sono segni della «voglia / di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto» che però l’autore considera vana. L’io narrante della lettera non lo può fare.

Pagliarani sa che con l’innovazione costante della conoscenza e dei suoi paradigmi anche il nulla è rimosso: «e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima». Bisogna, con difficoltà, convivere con la propria faccia e testimoniare la propria differenza etica irriducibile attraverso la poesia: «ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione / perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni», conclude.

Nel 1965, anno successivo alla pubblicazione di Lezione di fisica, Elsa Morante, in Pro e contro la bomba atomica, si chiederà allora: «Ma infine, che razza di romanzo o di poesia dovrà scrivere il Nostro per fare, come dicono i giornali, la sua lotta? La risposta è semplice: scriverà, onestamente, “resta da fare la poesia onesta”».

Riferimenti bibliografici

[1] E. Pagliarani, Lezione di fisica, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1964. 
[2] H. Kahn, The Nature and Feasibility of War and Deterrence, The Rand Corporation, Santa Monica (CA) 1960.

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2/2023 di Sapere, la più antica rivista di divulgazione scientifica in Italia, da anni edita dalle Edizioni Dedalo di Bari. 

mercoledì 26 aprile 2023

La fotosintesi come fenomeno emergente nella poesia di Alla Mikhalevic


Alla (Valeria) Mikhalevic (n. 1936), biologa, protozoologa e micropalentologa russa, è autrice di importanti monografie scientifiche sui Foraminiferi. Nella monografia Post-Cambrian Testate Foraminifera as a System in its Evolution, 2013, sono contenute informazioni fondamentali sul sistema e sull'evoluzione dei Foraminiferi e su una nuova concezione del loro macrosistema, inclusa una profonda revisione dei precedenti taxa eterogenei e la descrizione di 140 nuovi taxa di diverso livello tassonomico, di cui 11 di rango di classe. Questo nuovo approccio, definito come radicale, basato sull'analisi morfologica di circa 5000 generi registrati, ha permesso di scoprire l'origine indipendente e parallela della parete calcarea del guscio in diverse linee filetiche (opposte alle idee precedenti) ed è stata supportata dai dati molecolari.

Mikhalevich è inoltre nota sia come poetessa sia come traduttrice di poesia, con al suo attivo cinque raccolte proprie e tre libri di traduzioni. Ha vinto anche importanti premi letterari ed è membro dell’Unione degli Scrittori russa. In questa poesia, che non dispiacerebbe ai teorici della complessità, sono presenti echi del clinamen lucreziano, l’impercettibile spostamento nel movimento di caduta degli atomi che provocherebbe la loro differenza e diversa evoluzione. Ho tradotto questi versi dalla versione inglese di Marcus Wheeler.

Fotosintesi

Il semplice reticolo del cristallo,
il semplice reticolo del verso –
e tutto luccica come un brillante,
come penne nella coda del gallo.

E quante delle parole e degli atomi
si sistemano nello spazio di un reticolo!
Tutti i piani sono trasparenti e distinti
tra i loro angoli retti e precisi.

Tutte le regole non sono nuove nell’insieme,
e forse non ne esistono di nuove.
Come le parole sono sistemate in un verso –
così la loro luce è liberata.

Ma in ciascuna di tali elaborazioni
un istante è il più importante:
anche nel reticolo netto e preciso
ci può essere uno spostamento irregolare.

Così nei cristalli di carbonato
c’è un qualche frammento irregolare,
e proprio sulla superficie più ampia di questo frammento
iniziò la prima fotosintesi.

Mentre nei campioni di silice
il cristallo ha una forma ideale,
e il processo della vita non si sviluppò –
e la vita scelse un altro cammino.

mercoledì 8 marzo 2023

In Europa cova il fuoco

 


«Sento odore di guerra». «E io di primavera,
la terra che formicola, Signore, sotto la neve. Sgela».
«Appena via la neve si scatena l’inferno».
«Monsieur, mentre lo dite, non sembrate toccato».
«Atarassia? O Crisippo, sarebbe bello. Ma ti fidi tu
di questa natalizia pace e quiete? Quando fu l’Europa
mai il grembo di Abramo? Nei miei lunghi viaggi
sui muri dei granai ho visto i segni. Già l’inverno puzzava
di polvere da sparo. La bestia s’avvicina.
Solo io sono qui a morir di freddo». «Non vi state ammalando?»

«In Austria, in Boemia ed in Polonia pareva l’orizzonte 
                                                      sigillato da un solo cielo grigio.
Fremeva soltanto dove in lontananza era punto dal campanile.
Sapeva il vino dell’incoronazione d’amara medicina,
puzza la selvaggina, ed ammuffito il pane.
A Danzica, agli scacchi, mi presero la dama non so come.
A Praga mi gridò un nano malvagio: brutto cattolico!
Sulle strade fango, movimento - passano truppe e truppe.
C’era una donna a Vienna che mi fece il malocchio.
Era ovunque, metalliche le sue scaglie di drago,

il dio delle battaglie. Affusti, asce, cuoio di corazze.
E un rimestio, un rumore per le campagne e i boschi.
E barconi e argini di tronchi, ogni fiume e torrente
largo abbastanza chiama fanteria, con lance dritte in piedi.
Ovunque salmerie e staffette a cavallo. Al vederle era chiaro:
qualcosa sta accadendo nelle terre romane».
Mi spaventate. Che ci faccio io qui?» «Questo buco è protetto.
E l’inverno è nemico della guerra.
non busserà alla porta prima che il merlo canti».
«Voi pensate sul serio di raggiunger l’esercito?»
Era contrito. Ancora così tronfio a San Martino -
ora, appena sfornato, l’io si affloscia.
Odia la luna piena e, con la febbre, va a coricarsi presto,
È come sempre quasi mezzodì quando Descartes si alza.
Si rade e dallo specchio la sua faccia gli dà del perdigiorno.
Lui rimbecca: che il diavolo ti porti... Vuoto davanti
ma già con le righe, già predisposti gli x, y, z -
incognite alle variabili di ogni nuova equazione.
Il futuro è un alfiere che galoppa.
Che gli importa la guerra ? Non varca la sua soglia!

«E cos’altro sapete?» «Scusami, ero distratto -
su che, Gillot ?» «La vostra guerra: ma verrà in Germania?»
«Sarà tremenda - e soprattutto qui».
«Sembra che sotto sotto vi rallegri».
«S’inganna chi si culla in sicurezze, la guerra ti trascina.
E non rimane mai pietra su pietra.
Il raccolto che brucia, città e campi sommersi.
Coi pifferi e le trombe si desta nell’infante l’istinto primordiale,
l’ha nel sangue la guerra: e un passatempo. Aspetta, non c’è dubbio:
o contro o pro si prende poi partito».

Cova il fuoco in Europa. Vien buio. Il fumo sale
dal lacerato panno sull’altare. Introitus... Finito il medioevo.
Miserabile ciò che dall’infanzia, non appena ragiona
porta con sé un cristiano, in quella sua coscienza
di sedotto, provato, sovvertito: una pappa il cervello
in cui su questa terra va guadando. E che profano è il cuore,
questo lacchè della sua carne debole.
Gerusalemme e Wittenberg, San Pietro e Notre Dame -
la rosa gira. Cigola la guerra, macchina per far soldi.
E all’empio sopravvive la vergogna.

«Guarda là. Ruggine. E mozziconi orridi, come fossero ossa.
La fiamma lecca e strappa quell’umida corteccia.
Cova e fuma dapprima, poi avvampa e crepita,
proprio come gli spari, a tradimento. Da ogni lato all’assalto:
questo regno di Cristo vien spartito, gli si scava la tomba.
Violenza al calor bianco: di ben dura moneta si ripaga
ciò ch’era focolare e amor del prossimo.
Il fuoco abbaglia, mangia l’intelletto.
La guerra paga, salario e onori attendono
chi salta in piedi e appicca il fuoco in grande».

da Della neve, ovvero Cartesio in Germania, di Durs Grünbein, traduzione di Anna Maria Cappi, Einaudi, Torino, 2005


René Descartes trascorse l’inverno tra il 1619 e il 1620 in Germania come soldato a proprie spese (“gentiluomo volontario”) al servizio del Duca di Baviera. Era in corso dal 1618 la Guerra dei Trent’anni. Rimase per mesi bloccato dai rigori stagionali in una confortevole casa ben riscaldata, probabilmente a Neuburg an der Donau, nel nord della Baviera, assieme al suo maggiordomo Gillot. Fu in questa località che iniziò a fissare i principi del suo "sistema", osservando come il sapere delle scuole risultasse meno vicino alla verità' di quanto non lo fossero "i semplici ragionamenti che può fare spontaneamente un uomo di buon senso riguardo alle cose che si offrono alla sua attenzione". Fu allora che decise di sbarazzarsi di tutte le nozioni acquisite, con l'intenzione di recuperarle eventualmente solo dopo "averle controllate e ordinate secondo le esigenze della ragione". Spirito dei tempi, questo sistema “razionale” gli sarebbe stato ispirato da un sogno. In primavera la Guerra riprese con tutto il suo portato di violenza, morte e distruzione.

martedì 7 marzo 2023

Quale mare? - Steccato di Cutro 26 febbraio 2023



Quale mare?

Da molto tempo da molto ma non so più da quanto tempo
la morte s’è complicata sfruttando la mia confusione
s’è fatta chiamare mare forse soltanto per vantarsi
allontanando i momenti deviandoli incessantemente
in altri momenti spersi sulla grande contraffazione
se le onde seguitano a mentire ma sempre dormendo
sopra un mare tempestato di schiuma di colpo avariata
la morte si fa chiamare mare ma per approfittarne.

Toti Scialoja, da Poesie 1979-1998, Prefazione di G. Raboni, Milano, Garzanti, 2002.

In memoria delle vittime del Mediterraneo e dell’egoismo europeo.

martedì 21 giugno 2022

Whoroscope, l’esordio modernista di Samuel Beckett

 


Whoroscope è una parola portmanteau, cioè formata dall’unione di altre due parole. Le parole in questione sono whore (puttana) e horoscope (oroscopo). Pertanto, il titolo di questo componimento in versi scritto di getto il 15 giugno 1930 dal poeta, scrittore, saggista e drammaturgo irlandese Samuel Beckett (1906-1989), è stato reso in italiano sia come Puttanoroscopo sia come Oroscopata. Si tratta di un poemetto volutamente arcano, esageratamente intellettuale, pieno di citazioni erudite, turpiloquio e accostamenti blasfemi. Innegabili le ascendenze joyciane di questo centinaio di versi modernisti. 

Il poeta Andrew Goodspeed, in Contemporary Poetry Review, lo definì "Obliquo, resistente e complesso per lo studioso come lo è per il lettore inesperto... squallore per amore dello squallore, indulgenza nell'oscurità, oscurità infinita, oscurantismo inutile, erudizione incomprensibile, riferimento all'introvabile personale e l'occasionale inspiegabile diversione verso ciò che sembra un degrado senza motivo dell'umanità... tentacolare, brusco, divertente, oscuro, disgustoso, fantasticamente referenziale e, soprattutto, annotato. Tradisce l'erudizione provocatoria, il ghigno intellettualistico e il confronto verbale che Beckett adottò presto"

Nel 1930 Beckett stava leggendo la Vita di Cartesio di Adrien Baillet, il quale aveva scritto la prima biografia del filosofo nel 1691. Un aneddoto fornì lo spunto per il tema previsto da un concorso indetto da alcuni intellettuali inglesi residenti a Parigi: il Tempo. Pare infatti che Cartesio fosse restio a dichiarare la sua data di nascita, temendo che qualche astrologo potesse da essa ricavare la data di morte. Un altro fatto che fece da spunto fu la disgustosa abitudine del filosofo di mangiare uova covate a lungo. 

Il poemetto si apre con Cartesio che dà al suo servitore Gillot un uovo affinché glielo cucini. Ma l’uovo è troppo fresco e Cartesio si raccomanda a Gillot affinché aspetti che sia abbastanza guasto e vecchio prima di prepararglielo. Si alternano così versi in cui Cartesio chiede a che punto è l’uovo ad altri in cui si lascia andare a ragionamenti più o meno oscuri. 

Forse perché gli altri partecipanti avevano inviato opere piuttosto scadenti, o per l’audacia stilistica dell’opera, lo scrittore Richard Aldington, che aveva l’incarico di selezionare i testi, non ebbe dubbi nell’assegnare al giovane Beckett l’alloro del vincitore e un premio di dieci sterline. 

Whoroscope venne pubblicato in un’edizione limitata di 300 copie in ottavo a Parigi da The Hours Press (una di queste oggi costa una fortuna). Fu la prima opera di Beckett ad uscire autonomamente in volume. E, di fatto, aprì la strada alla sua carriera. 

L’originale si può trovare in rete in diversi indirizzi, ad esempio qui, dove compaiono le note originali fornite dall’autore. Personalmente ho azzardato un adattamento, aggiungendo in corsivo alle note di Beckett alcuni chiarimenti che ritengo utili per la comprensione dell’opera, sempre che sia possibile capirla del tutto. 


Oroscopata 

Che cos'è? 
Un uovo?1 
Per i fratelli Boot2 puzza di fresco. 
Datelo a Gillot3

Galileo come stai? 4 
e i suoi terzi consecutivi! 
lo schifoso vecchio copernicano pendolatore di pesi, figlio di una vivandiera! 
Ci stiamo muovendo, disse ce ne andiamo - Porca Madonna!
come un nostromo o un sacco di patate 
impostore alla carica 
Non si sta muovendo, sta commuovendo

Che cos'è? 
Un po' di fritto di verdure o uno ai funghi? 
Due ovaie frustate con prosciutto*? 
Per quanto tempo l'ha uterato, quella piumata? 
Tre giorni e quattro notti? 
Datelo a Gillot 

Faulhaber, Beeckmann e Pietro il Rosso5
arrivano ora nella valanga nuvolosa o nella nuvola cristallina rosso sole di Gassendi 
e vi prenderò a sassate tutte le galline e mezzo 
o in mezzo alla giornata metterò una lente a collo di bottiglia sotto la coperta 
Pensare che era mio fratello6, Pierre il Colosso, 
e non un sillogismo fuori da lui 
non più che se ci fosse dentro ancora papà. 
Ehi! Passa sopra quelle monetine 
dolce sudore macinato del mio fegato ardente! 
Erano i giorni in cui sedevo nella stanza bollente. 
gettando Gesù fuori dal lucernario. 
Chi è quello? Hals7
Fatelo aspettare. 

La mia strabica suonata8
Io mi nascondevo e tu cercavi. 
E Francine, mio prezioso frutto di feto casalingo! 
Che esfoliazione! 
La sua piccola grigia epidermide scorticata e le tonsille scarlatte!9 
La mia unica bambina 
Flagellata da una febbre a ristagnare sangue torbido-Sangue! 
Oh Harvey10 amato 
Come potranno il rosso e il bianco, i molti nei pochi, 
(caro Harvey turbinoso di sangue) 
vorticare attraverso quel battitore incrinato? 
E il quarto Enrico venne alla cripta della Freccia11
Che cos'è? 
Per quanto tempo? 
Sieditici sopra. 

Un vento diabolico scagliò la mia ricerca disperata di pace 
contro le aguzze guglie dell'unica signora: 
non una o due volte ma... 
(Corpo di Cristo, covalo!) 
in un solo annegamento di sole 
Gesuitastri per favore copiate). 
Quindi avanti con le calze di seta 
il completo in maglia e la pelle morbida... 
che dico, il tessuto morbido... 
E avanti verso Ancona, sul luminoso Adriatico12
e addio per un attimo alla chiave gialla dei Rosacroce. 

Non sanno cosa fece il maestro di ciò che fanno, 
che il naso sia toccato dal bacio di tutti 
aria marcia e dolce, 
e i tamburi, e il trono dell'entrata fecale, 
e gli occhi dai suoi zig-zag 
Quindi Lo beviamo e Lo mangiamo13 
e il Beaune acquoso e i pezzetti stantii di pane Hovis
perché Egli può danzare 
più vicino o più lontano dal Suo Sé Danzante 
e un triste o vivace come chiede il calice o il vassoio 
Com'è, Antonio? 
Nel nome di Bacon mi tirerai fuori quell'uovo. 
Devo ingoiare i fantasmi delle caverne? 

 Anna Maria!14 
Legge Mosè e dice che il suo amore è crocifisso. 
Purtroppo! Purtroppo! 
È fiorita e appassita, 
un pallido parrocchetto abusivo in una finestra di maggio. 
No, credo a ogni sua parola, te lo assicuro 
Sbaglio, ergo sum
Il timido vecchio struscione! 
suonò e diede le gambe15 
e si abbottonò il gilet redentorista. 
Non importa, che passi. 
Sono un ragazzo audace lo so 
quindi non sono mio figlio 
(se mai fossi un portinaio) né quello di Joachim mio padre 
ma la scheggia di un bastone perfetto16 che non è né vecchio né nuovo, 
il petalo solitario di una grande rosa alta e brillante. 

Sei maturo finalmente, 
il mio stronzetto pallido in doppiopetto 
Quanto odora forte, 
questo aborto di un neonato! 
Lo mangerò con una forchetta da pesce. 
Bianco e tuorlo e piume. 
Poi mi alzerò e mi muoverò commosso 
verso Raab delle nevi, 
l'amazzone assassina confessata dal papa di mattina, 
Cristina lo squartatore17
Oh Weulles18 
risparmia il sangue di un Franco 
Che ha salito i gradini amari, 
(René du Perrron...!) 
e concedimi la mia seconda 
imperscrutabile ora senza stelle. 


Note

1. René Descartes, Seigneur du Perron, amava la frittata di uova covate da otto a dieci giorni; di più o di meno sotto la gallina e il risultato, dice, è disgustoso. Teneva per sé la data del proprio compleanno in modo che nessun astrologo potesse prevedere la data della sua morte. La Spola di un uovo puzzolente pettina l’ordito dei suoi giorni. 

2. Nel 1640 i fratelli Boot rifiutarono Aristotele a Dublino. 

Beckett aveva trovato questo dettaglio in un libro dello storico e filosofo John Pentland Mahaffy, che racconta di come i fratelli Boot furono incoraggiati dall’erudito arcivescovo anglicano James Ussher a pubblicare la loro refutazione di Aristotele, “che avevano pensato da tempo e costruito in reciproca conversazione”. Il testo fu pubblicato nel 1642 (e non nel 1640) a Dublino. 

3. Descartes passava i problemi più facili di geometria analitica al suo cameriere Gillot. 

L’ugonotto Jean Gillot, aiutante di Cartesio, risolveva i problemi di matematica giudicati troppo banali dal suo padrone. 

4. Fare riferimento al suo disprezzo per Galileo Jr., (che confuse con il più musicale Galileo Sr.), e ai suoi opportuni sofismi riguardo al movimento della Terra. 

Beckett fa riferimento a Vincenzo Galilei, padre di Galileo, grande liutista e teorico musicale, che aveva riscoperto la proporzione tra le frazioni di numeri interi e le scale armoniche. Da qui l’accento ai “terzi consecutivi” della riga successiva. Galileo apparteneva alla generazione precedente a quella di Cartesio, ma il francese sosteneva di aver scoperto per primo la legge quadratica inversa della caduta dei corpi e, in una lettera a Mersenne del 1638, criticava il metodo scientifico del pisano. Cartesio concepiva il movimento solo in un mezzo e rifiutava di ammettere che le astrazioni, fisicamente irrealizzabili, possono servire al progresso della scienza. Gli mancava il senso delle condizioni dell'applicazione della matematica a questioni diverse da quelle dei numeri, delle forme e delle grandezze geometriche, sentimento che Galileo possedeva, al contrario, al massimo grado. 

* In italiano nel testo. Nel secondo caso è probabile un gioco di parole Prosciutto/Prostata. 

5. Risolse i problemi presentati da questi matematici. 

L’olandese Isaac Beeckman, che aveva conosciuto a Breda, il tedesco Johann Faulhaber, conosciuto a Ulm, e Peter Roten di Norimberga (Pietro il Rosso) furono colpiti dalle abilità matematiche di Cartesio. Pierre Gassendi fu un oppositore della teoria della conoscenza di Cartesio perché non basata sull’esperienza dei sensi. 

6. Il tentativo di truffare la parte del fratello maggiore Pierre de la Bretaillière - Il denaro che aveva ricevuto come soldato. 

Pierre Descartes, signore de la Bretaillière, magistrato e deputato al parlamento di Bretagna, era il fratello maggiore di Cartesio. I due ebbero delle dispute sul possesso e la vendita di alcuni terreni appartenuti alla famiglia. Troppo dedito agli studi e in cerca di mezzi di sostentamento, Cartesio invidiava la sicurezza economica dei parenti più prossimi, ottenuta grazie ad accurati investimenti immobiliari e all’ottenimento di cariche. 

All’età di 25 anni, ottenne un'eredità dalla defunta madre e si assicurò il permesso di suo padre di vendere alcune fattorie e case nel Poitou, forse con l'intesa che avrebbe utilizzato il ricavato per acquistare un redditizio ufficio di rifornimento dell'esercito francese. Ma non fece nulla del genere, e il reddito di 40.000 lire realizzate dalle proprietà del Poitou e da altri immobili venduti nel corso degli anni - forse da sei a settecento lire all'anno - furono usati per assicurare a Cartesio quella "modesta indipendenza" che significava che poteva scrivere filosofia per il resto della sua vita. 

Come orgogliosamente scrisse nel Discorso, "non ero, grazie al cielo, in una condizione che mi obbligasse a fare merce di scienza per il miglioramento della mia fortuna". Rifiutandosi di acquistare un ufficio, non mostrando alcun interesse a sposare un'ereditiera, divenne, un parassita di famiglia. Forse, nel 1628, ne aveva avuto abbastanza di tutta quella disapprovazione familiare e, all'età di 32 anni, prese il denaro e corse in Olanda, per non rivedere mai più suo padre, o per non avere più a che fare con il fratello maggiore, tranne quando aveva bisogno di più soldi. 

7. Franz Hals. 

Frans Hals (1580 – 1666) fu un pittore olandese contemporaneo di Rembrandt, come lui protagonista del Secolo d’Oro della pittura olandese. Eseguì il più famoso ritratto di Cartesio. 

8. Da bambino giocava con una ragazzina strabica. 

I biografi sostengono che Cartesio considerava positivamente questo difetto dell'amica di poco più grande di lui. 

9. Sua figlia morì di scarlattina all'età di sei anni. 

Figlia illegittima di Cartesio e di Helena van der Strom, Francine morì di scarlattina nel 1641 ad Amersfoort, nei Paesi Bassi. Poco dopo morì anche la madre, liberando il filosofo da accuse presenti e future di immoralità. 

10. Onorava Harvey per la sua scoperta della circolazione del sangue, ma non ammetteva che egli avesse spiegato il movimento del cuore. 

11. Il cuore di Enrico IV fu portato al collegio dei Gesuiti di La Flèche mentre Descartes vi era ancora studente. 

Cartesio fu, tra il 1604 e il 1612, tra i primi studenti dell’istituzione voluta dal sovrano. 

12. Le sue visioni e il pellegrinaggio a Loreto. 

Cartesio visse all’estero la maggior parte della sua vita da adulto, soprattutto in Olanda. Anche la vita militare (era un volontario non retribuito, avendo propri mezzi e un valletto) era per lui l’occasione per viaggiare e conoscere persone, luoghi, usi e costumi. Come racconta egli stesso nel Discorso sul metodo, “Perciò, appena l'età mi permise di uscire dalla soggezione de' miei precettori, lasciai interamente lo studio delle lettere; e deciso a non cercare più conoscenza di quella che si potrebbe trovare in me o nel grande libro del mondo, impiegai il resto della mia giovinezza a viaggiare, a vedere corti ed eserciti, ad associarmi con persone di vari stati d'animo e condizioni, per raccogliere varie esperienze, per mettermi alla prova negli incontri che la fortuna mi proponeva, e ovunque per fare tali riflessioni sulle cose che si presentavano da cui potevo trarne profitto”

La notte del 10 novembre 1619 Cartesio fece tre sogni. Si era all'inizio della Guerra dei Trent'anni ed egli approfittò di una tregua per rinchiudersi per l'inverno in una stanza riscaldata da una stufa in Baviera. Questi tre racconti di sogni, cui Beckett fa cenno (come il “vento diabolico" che soffia nel secondo di essi) sono riportati, in francese, dal Baillet, che li aveva tradotti da un documento autografo di Descartes, scritto poco dopo questi sogni, in latino. 

Tra i molti paesi che Cartesio visitò c’era l’Italia, dove si recò per esaudire un voto fatto dopo i sogni che gli ispirarono la sua filosofia e l’abbandono della vita militare. Si recò infatti in pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto. Durante il soggiorno in Germania, cercò invano di mettersi in contatto con qualche membro della misteriosa setta dei Rosacroce. 

13. La sua sofisticheria eucaristica, in risposta al giansenista Antoine Arnauld, che lo sfidava a conciliare la sua dottrina della materia con la sua dottrina della transustanziazione. 

Questa parte è una evidente parodia del rito eucaristico sotto le due specie del pane del vino. Beaune è una località della Borgogna nota per i suoi eccellenti vini. Insomma, pane intinto nel buon vino di Borgogna. Hovis è una nota marca di pane e biscotti. I giochi verbali continuano con Bacon, che può essere il filosofo naturale Francis Bacon o la pancetta da friggere con le uova. 

14. Schurmann, l'intellettuale olandese, pia allieva di Voetius, avversario di Cartesio. 

Anna Maria van Schurman fu una pittrice, poetessa e studiosa, nota soprattutto per la sua eccezionale cultura e la sua difesa dell'educazione femminile. Era una donna altamente istruita, che eccelleva in arte, musica e letteratura, e divenne esperte in quattordici lingue, tra cui latino, greco, ebraico, arabo, siriaco, aramaico ed etiope, oltre a varie lingue europee contemporanee. Fu anche la prima donna a studiare non ufficialmente in un'università olandese. Fu amica del teologo calvinista Gisbertus Voetius (Gijsbert Voet), che continuò a polemizzare con Cartesio per tutta la vita. 

15. Sant'Agostino ha una rivelazione nel boschetto e legge San Paolo. 

Un altro gioco di parole: “He tolle'd and legge'd” (suonò e diede le gambe), che richiama le parole latine tolle, lege (prendi e leggi), che sant’Agostino udì nella macchia prima di convertirsi. 

16. Egli prova Dio per esaustione. 

Il metodo di esaustione è un procedimento geometrico, attribuito ad Eudosso di Cnido, per calcolare aree di varie figure geometriche piane. Consiste nella costruzione di una successione di poligoni che convergono alla figura data. L'area della figura risulta essere quindi il limite delle aree dei poligoni. Ad esempio, all'aumentare del numero dei lati dei poligoni le figure tenderanno ad avvicinarsi alla forma del cerchio, considerato il poligono con infiniti lati e quindi il più perfetto. Cartesio adottò un metodo simile per dimostrare l’esistenza di Dio, Secondo il filosofo, infatti, l’esistenza di Dio può essere conosciuta mediante una semplice considerazione della sua natura e Cartesio cercò di dimostrare questa tesi partendo dalla premessa che dire che qualcosa è contenuto nella natura o nel concetto di un ente equivale a dire che quel qualcosa è vero dell’ente in questione aggiungendo che un’esistenza necessaria e perfetta è contenuta nel concetto di Dio. E se Dio è perfetto, allora esiste. Un’altra versione un po’ deboluccia dell’argomento ontologico. 

17. Cristina, regina di Svezia. A Stoccolma, in novembre, chiedeva a Cartesio, che era rimasto a letto fino a mezzogiorno per tutta la vita, di essere con lei alle cinque del mattino. 

Una delle teorie più accreditate riguardo alla morte di Cartesio alla corte svedese spiega che morì di polmonite perché le stanze dove lo riceveva la Regina prima dell'alba erano troppo fredde. Qui Beckett paragona Cristina a Raab, la locandiera (o prostituta?) biblica che accolse e protesse a Gerico due spie israelite prima dell’assalto degli Ebrei, fu risparmiata con la sua famiglia durante la conquista e avrebbe poi sposato uno dei progenitori di Cristo. 

18. Weulles, medico peripatetico olandese alla corte svedese, nemico di Cartesio. 

Johan van Weulles era un medico di corte a Stoccolma, che alcuni accusarono di aver avvelenato il filosofo francese. Il miglior medico della regina, il suo «protomedico», era francese. Si chiamava du Ryer, ed era amico di Cartesio, di cui ammirava le opere, ma il caso volle che, quando Cartesio cadde malato, du Ryer fosse lontano da Stoccolma. La regina, perciò, inviò al filosofo il suo «secondo dottore», l’olandese Weulles. Secondo Baillet, Weulles era “nemico giurato di Cartesio fin dai tempi dell'offensiva sferrata contro di lui dai pastori e dai teologi di Utrecht e di Leida”. Weulles era stato alleato dei membri anticartesiani dell'ambiente accademico olandese, e per di più, stando sempre a Baillet, voleva “vedere Cartesio morto”. Baillet menziona la voce che cominciò a circolare subito dopo il decesso del filosofo: che fosse stato avvelenato da Weulles d'intesa con altri personaggi della corte, gelosi del suo posto nel cuore della regina; altri odiavano la sua filosofia e lo consideravano un ateo. Cartesio era un cattolico e la regina, come la maggior parte dei suoi sudditi, era luterana. Molti temevano l'influenza di un cattolico sulla sovrana, la quale, ironia della sorte, si sarebbe poi convertita al cattolicesimo, abdicando e stabilendosi poi a Roma (“confessata dal papa di mattina”).

giovedì 19 agosto 2021

Poesia del ‘900 e scienza (5): “Siamo parte di un'interazione”

 


La realtà come processo

Forse l'esposizione più influente della modernità scientifica è stata Science and the Modern World (1925) del filosofo, logico e matematico Alfred North Whitehead (1861-1947), che concepiva la realtà come un processo nel quale non è possibile operare una distinzione tra soggetto e oggetto; e ciò in rapporto all'insieme di collegamenti dati dagli oggetti esterni che costituiscono il campo del possibile e dell'esistente. 

“Il progresso della scienza ha ora raggiunto un punto di svolta. Le fondamenta stabili della fisica sono andate in pezzi: così per la prima volta la fisiologia si sta affermando come un effettivo corpo di conoscenza, distinto da un cumulo di rottami. I vecchi fondamenti del pensiero scientifico stanno diventando incomprensibili. Tempo, spazio, materia, materiale, etere, elettricità, meccanismo, organismo, configurazione, struttura, schema, funzione, tutti richiedono una reinterpretazione. Che senso ha parlare di una spiegazione meccanica quando non si sa che cosa voglia dire meccanica?

Nella stessa opera, Whitehead parlava della necessità di “ampliare lo schema scientifico in un modo che sia utile alla scienza stessa”:

“Il punto di fronte al quale ci troviamo è che il campo del pensiero scientifico è ora, nel ventesimo secolo, troppo ristretto per analizzare i fatti concreti che gli stanno davanti. Questo è vero anche in fisica, ed è particolarmente urgente nelle scienze biologiche. Quindi, per comprendere le difficoltà del pensiero scientifico moderno e anche i suoi riflessi sul mondo moderno, dovremmo avere in mente un’idea di campo di astrazione più ampio, un'analisi più concreta, che si avvicini di più alla completa concretezza della nostra esperienza intuitiva”.

Whitehead sosteneva che la realtà consiste di processi piuttosto che di oggetti materiali, e che i processi sono meglio definiti dalle loro relazioni con altri processi, rifiutando così la teoria secondo cui la realtà è fondamentalmente costituita da pezzi di materia che esistono indipendentemente l'uno dall'altro. 

Per la filosofia del processo di Whitehead, sviluppata in Process and reality (1929) "è urgente vedere il mondo come una rete di processi interconnessi di cui siamo parti integranti, in modo che tutte le nostre scelte e azioni abbiano conseguenze per il mondo che ci circonda".

Il suo pensiero (per molti aspetti influenzato dal suo amore per i Romantici, in particolare per The Prelude di Wordsworth) fu da molti poeti interpretato come legittimazione di una poesia di processo, che riflette un nuovo mondo quasi caotico, di difficile interpretazione.


"La rosa nella polvere d'acciaio", l’immagine prodotta dalle forze elettromagnetiche che Ezra Pound (1885-1972) descrisse nei suoi primi, controversi, saggi, sembrava incarnare il misterioso flusso di energie verso un disegno che egli vedeva nell'arte primitiva; e fornire un modello per l'immagine come "nodo o cluster radiante". Poco dopo tale modello divenne il “vortice”, che Pound derivò sia da una lettura dei presocratici sia dalle scienze moderne (in particolare, dall’opera di Helmholtz sui vortici in idrodinamica, sviluppata da Lord Kelvin per la sua teoria degli atomi-vortice). Ciò che il vocabolo consentiva era un'idea di stile dettato dalle energie dei materiali coinvolti, producendo la poesia come un campo di attività in cui gli elementi esistono in relazione dinamica e organica tra loro. A Pound è attribuita la coniazione del termine Vorticismo. Nel suo saggio "Vortex", pubblicato nel 1914, sottolinea la relazione del vorticismo con il movimento, notando: "Il vortice è il punto di massima energia. Rappresenta, in meccanica, la massima efficienza. Usiamo le parole 'massima efficienza' nel senso preciso, come sarebbero usate in un libro di testo di Meccanica”.

Anche il matematico, filosofo, semiologo, logico e scienziato statunitense Charles Sanders Peirce (1839-1914), uno dei padri del pragmatismo, fu un punto di riferimento. Secondo Peirce, nel mondo non esiste alcuna necessità, e anzi esso è immerso nel dominio del caso (del clinamen epicureo e lucreziano). Solamente il metodo scientifico può accogliere la correzione e perciò accetta la sua fallibilità. Il fallibilismo fu un elemento prioritario del pensiero di Peirce, anticipando quello di Karl Popper, allo stesso modo del concetto dell'evoluzione, tipico della sua epoca. Non solo argomentò contro il determinismo in The Doctrine of Necessity Examined (1892), ma per scrittori successivi, come la poetessa, attivista, femminista americana Muriel Rukeyser (1913-1980), funse da pensatore fondamentale in relazione alla nozione di un campo interpretativo in cui il poeta, la poesia e il lettore interagiscono tutti insieme. Nel saggio The Life of Poetry (1949), vero e proprio inno d’amore per la poesia, Rukeyser illustrò questa poetica della connessione, affermando che il poeta, lo scienziato e il matematico cercano "un sistema di relazioni" e che lo scambio di energie è centrale sia per la poesia che per la scienza (Secondo Henri Poincaré, i matematici non studiano oggetti, ma relazioni fra oggetti; per loro, dunque, è indifferente sostituire alcuni oggetti con altri, a condizione che le relazioni non cambino. A loro non importa la materia, importa solo la forma).


Poesia come campo d’azione

Nell'opera di altri poeti questa idea diventa una teoria della poesia completamente elaborata. William Carlos William (1883-1963) riteneva che la fisica einsteiniana avesse aperto la strada a una nuova concezione della forma poetica, oltre che dello spazio-tempo. Nella conferenza The Poem as a Field of Action tenuta all’Università di Washington nel 1948, ne formalizzò il fondamento teorico: anche se i poeti hanno aperto l'immaginario del loro lavoro per includere i paesaggi industriali e altri nuovi soggetti, sostiene Williams, è lo stesso modo di far poesia che deve essere rivoluzionato. 

“Come possiamo accettare la teoria della relatività di Einstein, che influenza la nostra stessa concezione dei cieli intorno a noi di cui i poeti scrivono così tanto, senza incorporare il suo fatto essenziale – la relatività delle misurazioni – nella nostra categoria di attività: il poema. Pensiamo di stare al di fuori dell'universo? O che fa la Chiesa d'Inghilterra? La relatività vale per tutto, come l'amore, se vale per qualunque cosa al mondo”. (...)

Applicando la teoria della relatività di Einstein alla "relatività delle misurazioni", Williams sostiene che "le nostre poesie non sono realizzate in modo abbastanza sottile, la struttura, il modo posato della poesia non è in grado di far passare i nostri sentimenti"

Spring and All, "La primavera e tutto il resto" (1923) composta più di vent'anni prima di questa conferenza, è stata vista dalla critica come la prima raccolta di Williams a illustrare la sua idea del poema come campo d'azione. La raccolta è la precoce testimonianza di una fra le più inesauste e febbrili esperienze di poesia del Novecento, e mostra quanto l'esperienza di destrutturazione dell'arte cubista e la violenza inaudita della grande guerra appena conclusa avessero destrutturato la parola poetica, rendendo necessaria l'apertura di un inedito, incognito approccio. Cosi in By the road to the contagious hospital (Sulla strada per l’ospedale infettivologico):

Lifeless in appearance, sluggish
dazed spring approaches—

They enter the new world naked,
cold, uncertain of all
save that they enter. All about them
the cold, familiar wind—

Now the grass, tomorrow
the stiff curl of wild carrot leaf
One by one objects are defined—
It quickens: clarity, outline of leaf

But now the stark dignity of
entrance—Still, the profound change
has come upon them: rooted, they
grip down and begin to awaken


In apparenza senza vita, pigra
la primavera stordita si avvicina—


Entrano nudi nel nuovo mondo,
freddo, incerti di tutto
salvo che arrivare. Tutto intorno a loro
il vento freddo e familiare —

Ora l'erba, domani
il rigido ricciolo della foglia di carota selvatica
Uno per uno gli oggetti sono definiti —
Si anima: chiarezza, contorno di foglia

Ma ora la cruda dignità
dell’arrivo. Eppure, il profondo cambiamento
è giunto su di loro: radicati, essi
intuiscono e iniziano a svegliarsi.

La teoria di Williams è stata successivamente sviluppata da Charles Olson (1910-1970) come composition by field (composizione per campo), che si concentra sul movimento tra gli elementi in una poesia o tra più testi poetici, dove la poesia è concepita come un insieme di forze, uno spazio discorsivo con le proprie relazioni interne tra gli elementi. Ad esempio, la prima strofa di In Cold Hell, in Thicket (Nel freddo inferno, nel folto) recita:

In cold hell, in thicket, how
abstract (as high mind, as not lust, as love is) how
strong (as strut or wing, as polytope, as things
are constellated)
how strung, how cold
can a man stay (can men) confronted
thus?

All things are made bitter, words even
are made to taste like paper, wars get tossed up
like lead soldiers used to be
(in a child’s attic) lined up
to be knocked down, as I am,
by firings from a spit-hardened fort, fronted
as we are, here, from where we must go

God, that man, as his acts must, as there is always
a thing he can do, he can raise himself, he raises
on a reed he raises his

Or, if it is me,
what he has to say

 

Nel freddo inferno, nel folto, quanto
astratto (come le grandi menti, non come la libidine, come l’amore) quanto
forte (come pilastro o ala, come politopo, come
una costellazione di cose)
quanto teso, quanto freddo
può̀ restare un uomo (gli uomini) messo così
a confronto?

Ogni cosa si fa ostile, persino le parole
prendono un sapore di carta, si dispongono guerre
come soldatini di piombo erano
(nel solaio di un bimbo) allineati
per essere poi abbattuti, come me,
dai colpi di un fortino indurito di saliva, contrapposti
come siamo, qui, da dove dobbiamo andare

Dio, quell’uomo, poiché́ i suoi atti urgono, poiché́ c’è sempre
qualcosa che lui può̀ fare, può̀ sollevarsi, può̀ levarsi
su una cannuccia può̀ levare il suo

Oppure, se sono io,
quello che ha da dire

Come Williams, Olson vide lo spazio non euclideo della scienza moderna come una giustificazione delle sue procedure, suggerendo che il reale può in effetti essere una questione di forma: una disposizione dinamica di forze o percorsi. Il suo saggio del 1957, Equal, That Is, to the Real Itself, spiega l'implicazione di questa visione della poesia in termini di un campo metrico "riemanniano" in cui lo spazio testuale si piega intorno alla realtà.


Grovigli infiniti

In Italia queste idee sono giunte con considerevole ritardo, con una sola eccezione, rappresentata non da un poeta (casomai occasionale e non proprio modernista), ma da un saggista, prosatore e filosofo laureato in ingegneria. Pur essendosi nutrito di una solida cultura positivistica, Carlo Emilio Gadda (1893-1973) non accettava la purezza denotativa della lingua, inadeguata a rappresentare i sistemi complessi e il pluralismo delle concause destinate a tessere continue trame relazionali. All’immagine deterministica della «catena crudamente obbiettivante» egli contrappone «quella di una maglia o rete: ma non di una maglia a due dimensioni […] o a tre dimensioni […], sì di una maglia o rete a dimensioni infinite. Ogni anello o grumo o groviglio di relazioni è legato da infiniti filamenti a grumi o grovigli infiniti» (in Meditazione milanese, scritta alla fine degli ‘20 ma pubblicata solo nel 1974). Secondo Gadda, nessun oggetto esiste isolatamente, ma solo come punto nodale ove confluisce il complesso infinito delle relazioni di detto oggetto con innumerevoli altri:

Non è possibile pensare un grumo di relazioni come finito, come un gnocco distaccato da altri nella pentola. I filamenti di questo grumo ci portano ad altro, ad altro, infinitamente ad altro. 

L’oggetto non è un'isola inaccessibile in una realtà composta di tanti elementi contigui, bensì «un nucleo o groviglio di relazioni attuali». Non può essere pensato indipendentemente dalle relazioni in cui è coinvolto, poiché non si può sceverare il nocciolo duro del suo essere, la parte immutabile che potesse entrare o meno in relazione con il mondo, e ne restasse comunque incolume. Non ci sono gli oggetti da un lato, le relazioni fra gli oggetti dall’altro. Le apparenze ottiche e la pigrizia mentale – «i grossi e bovini occhî imbambolati dalla luce del giorno e dalla sua falsa dialettica», – ci fanno vedere l’oggetto come se fosse definito nel recinto dei propri contorni, mentre esso è raggiunto ininterrottamente da altri oggetti, anzi da tutti gli altri oggetti, così come viceversa esso raggiunge loro: sicché l’essere reale dell’oggetto sta nella totalità di tutte le sue implicazioni. Discendono da queste premesse i principi più saldi della poetica gaddiana: la tensione enciclopedica del «pasticcio», espressione di una realtà caotica, ovvero della «baroccaggine» del mondo, e l’ostinata avversione alla tesi dell’unicità dell’io, «il più lurido dei pronomi», ancora in vita nonostante che la scienza abbia chiarito che «il cosiddetto ‘uomo normale’ è un groppo, o gomitolo o groviglio o garbuglio, di indecifrate (da lui medesimo) nevrosi» (I viaggi la morte, 1958).

La continuità, o addirittura l’equivalenza fra dentro e fuori è un pilastro centrale della poetica di molti artisti del Novecento. Si pensi all’errabondo e schizofrenico Dino Campana (1885-1932) di Pampa, per il quale la confusione fra oggettivo e soggettivo, la nevrosi, non fu una mera formula stilistica, bensì una intuizione vissuta sulla propria pelle.

(...) Dov’ero? Io ero in piedi: Io ero in piedi: sulla pampa nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro: per prendermi nel suo mistero!
Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! Io correvo tra le tribù indiane?
Od era la morte? Od era la vita? E mai, mi parve che mai quel treno non avrebbe dovuto arrestarsi: nel mentre che il rumore lugubre delle ferramenta ne commentava incomprensibilmente il destino.
Poi la stanchezza nel gelo della notte, la calma. Lo stendersi sul piatto di ferro, il concentrarsi nelle strane costellazioni fuggenti tra lievi veli argentei: e tutta la mia vita tanto simile a quella corsa cieca fantastica infrenabile che mi tornava alla mente in flutti amari e veementi.
La luna illuminava ora tutta la Pampa deserta e uguale in un silenzio profondo.
Solo a tratti nuvole scherzanti un po’ colla luna, ombre improvvise correnti
per la prateria e ancora una chiarità immensa e strana nel gran silenzio.

La luce delle stelle ora impassibili era più misteriosa sulla terra infinitamente deserta: una più vasta patria il destino ci aveva dato: un più dolce calor naturale era nel mistero della terra selvaggia e buona.
Ora assopito io seguivo degli echi di un’emozione meravigliosa, echi di vibrazioni sempre più lontane: fin che pure cogli echi l’emozione meravigliosa si spense.
E allora fu che nel mio intorpidimento finale io sentii con delizia l’uomo nuovo nascere: l’uomo nascere riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile: deliziosamente
e orgogliosamente succhi vitali nascere alle profondità dell’essere: fluire dalle profondità della terra:
il cielo come la terra in alto, misterioso, puro, deserto dall’ombra, infinito.
Mi ero alzato.
Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio.


Relazioni intertestuali

Un risultato della teoria dei campi applicata alla poesia è un senso accresciuto delle relazioni intertestuali. Da Pound in poi, i poeti hanno prodotto testi in cui sono disseminate le parole di altri, lasciando al lettore una relazione dinamica tra i frammenti così dispersi, come nelle molteplici fonti di Pound nei Cantos, legate insieme nel vortice della storia o nei testi sparsi di Melville in Melville's Marginalia della poetessa visuale e pittrice americana Susan Howe (n, 1937). In Italia, la stessa tecnica sarà adottata da Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Una pratica così diffusa solleva domande fondamentali sui limiti dell'originalità nell'arte (e come non ricordare le considerazioni di Walter Benjamin sulla sua riproducibilità tecnica?).

Il californiano Robert Edward Duncan (1919-1988) fu, per educazione familiare, un esponente della tradizione esoterica occidentale. Sebbene associato a diverse scuole letterarie, Duncan fu influenzato soprattutto dalla tradizione modernista di Pound, Williams e Lawrence. Omosessuale dichiarato e precursore della cultura hippy, fu una figura chiave nel cosiddetto Rinascimento di San Francisco dei primi anni ‘50 che anticipò la Beat Generation e la controcultura del decennio successivo. 

Duncan ottenne un notevole successo artistico e critico soprattutto con la raccolta The Opening of the Field (L'apertura del campo, 1960). La sua poesia è modernista nella sua preferenza per l'impersonale, mitico e ieratico, ma romantica nel privilegiare l'organico, l'irrazionale e il primordiale, il non ancora articolato che si fa strada nel linguaggio come un salmone che risale la corrente:

Neither our vices nor our virtues
further the poem. "They came up
and died
just like they do every year
on the rocks.

The poem
feeds upon thought, feeling, impulse,
to breed itself,
a spiritual urgency at the dark ladders leaping.

Né i nostri vizi né le nostre virtù portano
avanti il ​​poema. Sono cresciuti
e sono morti
proprio come fanno ogni anno
sulle rocce.

La poesia
si nutre di pensiero, sentimento, impulso,
per riprodursi,
un'urgenza spirituale che risale le scale oscure.

Il volume include brevi poesie liriche, una sequenza di poesie in prosa chiamata The Structure of Rime e il poema Poem Beginning with a Line by Pindar, che attinge materiali da Pindaro, Francisco Goya, Walt Whitman, Ezra Pound, Charles Olson e dal mito di Amore e Psiche in una fuga visionaria ed estatica alla maniera dei Canti pisani di Pound.

Il pittore, poeta, performer e editore londinese Allen Fisher (n. 1944), che ha lavorato come direttore di una fabbrica chimica, è più sistematicamente e materialmente interessato alla costruzione scientifica del mondo; egli legge la scienza moderna in senso lucreziano come una chiave per il flusso dell'esistenza, per connessioni e interazioni che nella sua astrazione non ha mai completamente umanizzato. È anche attento al modo in cui la tecnologia minaccia l’umano. Nei suoi primi lavori ha sperimentato tecniche di "randomizzazione", elaborando testi esistenti per allentare il significato e focalizzare l'attenzione sulla procedura; il suo lavoro successivo esplora l'ottica, i frattali, la gravitazione, la biologia, la genetica, la tecnologia, ordinando accuratamente questi campi (e dettagliando le sue fonti in elenchi di libri alla fine di ogni volume). In una certa misura eredita la teoria dei campi degli scrittori precedenti. In Place, XXXV scrive:

we are part of an interaction
ununified
electromagnetic and gravitational
fields contradict
birds sensitive to axis not polarity
fish
thru sea water see
through a moving conductor
flowing
past the lines of force
thru the magnetics
setting up a perpendicular current
a direction
of flow and field
contradicting reason

siamo parte di un'interazione
non unificata
elettromagnetica e gravitazionale
i campi contraddicono
uccelli sensibili all'asse non alla polarità
pesci
attraverso l'acqua di mare vedono
attraverso un conduttore in movimento
scorrere
oltre le linee di forza
attraverso il magnetismo
impostando una corrente perpendicolare
una direzione
di flusso e campo
che contraddice la ragione

Altrove Fisher impiega anche la teoria delle catastrofi e il "cambiamento di fase". Il risultato è un'estetica della frammentazione e del disordine che non cerca né un ordine superiore implicito che potrebbe organizzare il testo, né semplicemente rimane disperso. In Winging Step, il “Passo alato”, scrive con competenza di capillarità e della parte dell’ippocampo cerebrale connessa con la memoria del sé. 

Surface tension of droplets electric
pulse-pushed through perforations
generates liquid-bridge adhesive,
the shape of clouds, precisely recalled,
a clarity of directional signals in the right
entorhinal cortex correlated with the
performance of autobiographical memory, with
a specific neural representation in a network of regions
in support of spacetime cognition, where landscape
roughness and apparent quantum coherence
result in slow folding
unfolding and lucid harvesting of light.
How observations of leaves in rainfall and the structure of clouds
shape the memory that patterns knowing.

Tensione superficiale delle goccioline elettrica
pulsazione spinta attraverso perforazioni
genera adesione a ponte liquido,
la forma delle nuvole, ricordata con precisione,
una chiarezza di segnali direzionali nella corteccia
entorinale destra correlata con la
performance di memoria autobiografica, con
una specifica rappresentazione neurale in una rete di regioni
a sostegno della cognizione spaziotemporale, dove rugosità
e coerenza quantistica del paesaggio apparente
risultano in una piegatura lenta
dispiegamento e raccolta lucida della luce.
Come le osservazioni delle foglie sotto la pioggia e la struttura delle nuvole
modellano la memoria che modella la conoscenza.


Opera aperta

Ma in questa epoca di indeterminatezza, che senso ha l’opera di un autore, se è possibile darle mille interpretazioni diverse? Forse la domanda non è posta correttamente, come scrisse Umberto Eco in Opera Aperta (1962):

“Si potrebbe benissimo pensare che questa fuga dalla necessità sicura e solida e questa tendenza all'ambiguo e all'indeterminato, riflettano una condizione di crisi del nostro tempo; oppure, all'opposto, che queste poetiche, in armonia con la scienza di oggi, esprimano le possibilità̀ positive di un uomo aperto ad un rinnovamento continuo dei propri schemi di vita e conoscenza, produttivamente impegnato in un progresso delle proprie facoltà̀ e dei propri orizzonti. Ci sia permesso di sottrarci a questa contrapposizione così facile e manichea (...)

Avviene ad esempio che mentre apertura e dinamicità di un'opera richiamano le nozioni di indeterminazione e discontinuità, proprie della fisica quantistica, al tempo stesso i medesimi fenomeni appaiono come immagini suggestive di alcune situazioni della fisica einsteiniana. Il mondo multipolare di una composizione (...) in cui non esistano punti privilegiati ma tutte le prospettive sono egualmen­te valide e ricche di possibilità̀ appare molto vicino all'universo spazio-temporale immaginato da Einstein, in cui " tutto ciò̀ che per ciascuno di noi costituisce il passato, il presente, il futuro, è dato in blocco, e tutto l'insieme degli eventi successivi (dal nostro punto di vi­sta) che costituisce l'esistenza di una particella materiale è rappresentato da una linea, la linea d'universo della particella (...) Ciascun osservatore col passare del suo tempo scopre, per così dire, nuove porzioni dello spazio-tempo, che gli appaiono come aspetti successivi del mondo materiale, sebbene in realtà̀ l'insieme degli eventi che costituiscono lo spaziotempo esistesse già̀ prima di es­sere conosciuto” [De Broglie].

Quello che differenzia la visione einsteiniana dalla epistemologia quantistica è in fondo proprio questa fiducia nella totalità̀ dell'universo, un universo in cui discontinuità̀ ed indeterminatezza possono in fondo sconcertarci con la loro improvvisa apparizione, ma che in realtà, per usare le parole di Einstein, non presuppongono un Dio che gioca a dadi, ma il Dio di Spinoza, che regge il mon­do con leggi perfette. In questo universo la relatività è costituita dalla infinita variabilità̀ dell'esperienza, dalla infinità̀ delle misurazioni e. delle prospettive possibili, ma l’oggettività̀ del tutto risiede nell’invarianza delle de­scrizioni semplici formali (delle equazioni differenziali) che stabiliscono appunto la relatività̀ delle misurazioni empiriche. (...) Il Dio di Spinoza che nella metafisica einsteiniana è soltanto un dato di fiducia extra sperimentale, per l'opera d'arte di­viene una realtà di fatto e coincide con l'opera. ordinatrice dell'autore. Questi, in una poetica dell'opera in movimento, può̀ benissimo produrre in vista di un invito alla libertà interpretativa, alla felice indeterminazione de­gli esiti (...), ma questa possibilità̀ cui l'opera si apre è tale nell'ambito di un campo di relazioni. Come nell'universo einsteiniano, nell'opera in movimento il ne­gare che vi sia una sola esperienza privilegiata non im­plica il caos delle relazioni, ma la regola che permette l'organizzarsi delle relazioni. L'opera in movimento, in­somma, è possibilità̀ di una molteplicità̀ di interventi personali ma non è invito amorfo all'intervento indiscrimi­nato: è l'invito (...) ad inserirci liberamente in un mondo che tut­tavia è sempre quello voluto dall'autore. L'autore offre insomma al fruitore un'opera da finire, non sa esattamente in qual modo l'opera potrà̀ essere portata a termine, ma sa che l'opera portata a termine sarà̀ pur sempre la sua opera, non un'altra, e che alla fine del dialogo interpretativo si sarà̀ concretata una forma che è la sua forma, anche se organizzata da un altro in un modo che egli non poteva completamente prevedere: poiché egli in sostanza aveva proposto delle possibilità̀ già̀ razionalmente organizzate, orientate e dotate di esigenze organiche di sviluppo”.