martedì 24 maggio 2022

Storia e storie del telegrafo di Chappe (con il conte di Montecristo)

 


Figlio di un ispettore del re di Francia e di una ricca borghese di Laval, l’abate Claude Chappe (1763 – 1805) aveva perso con la Rivoluzione le cospicue prebende assicurate dal suo stato, che gli avevano sino ad allora consentito di dedicarsi alla sua vera passione: le scienze. Rimasto senza soldi assieme ai fratelli, nel 1790 ebbe l’idea di inventare un sistema di comunicazione a distanza innovativo, pensato per “mettere il governo in condizione di trasmettere i suoi ordini a grande distanza nel minor tempo possibile”. Dopo aver provato diverse soluzioni, optò per la trasmissione di segnali ottici con osservazione al telescopio. Il 2 e 3 marzo 1791 Chappe sperimentò un telegrafo ottico con un sistema di pendoli sincronizzati e un pannello ottico bianco e nero. Nel giugno 1791, Chappe si trasferì a Parigi e condusse nuovi esperimenti sul punto più alto della città. Il 22 marzo 1792 presentò una petizione all'Assemblea legislativa, in cui descriveva la sua invenzione come "un mezzo certo per stabilire una corrispondenza tale che il corpo legislativo possa inviare i suoi ordini alle nostre frontiere e ricevere la risposta durante la durata della stessa sessione”


Il 12 luglio 1793 fu effettuata una prima prova su una distanza di 26 km. Il 25 luglio Claude Chappe fu nominato per decreto ingegnere del telegrafo e il giorno successivo il deputato Joseph Lakanal, un altro prete convertito agli ideali rivoluzionari, presentò il rapporto che riassumeva l'esperimento decretato dalla Convenzione. Chappe inviò una lettera a Lakanal in cui sosteneva che: 
“L'istituzione del telegrafo è, infatti, la migliore risposta agli autori che pensano che la Francia sia troppo grande per formare una Repubblica. Il telegrafo accorcia le distanze e in qualche modo unisce un'immensa popolazione in un unico punto”. 
In quell’epoca come oggi, l’accesso rapido alle notizie era fondamentale per gli Stati e per la navigazione, e non sorprende che sistemi analoghi fossero già stati progettati e costruiti lungo le coste della stessa Francia e in altri paesi. 

Ciò che distingueva il sistema meccanico e ottico di Chappe, chiamato inizialmente tachygraphe ("scrittore veloce") e poi rinominato télégraphe ("scrittore a distanza") era la facilità di lettura a distanza tramite l’ausilio di un telescopio. Chappe si rese conto sperimentalmente che era più facile distinguere da lontano l'angolazione di una pertica piuttosto che l'assenza o meno di un tabellone. Chappe immaginò un sistema le cui forme fossero molto ben visibili, i movimenti semplici, che potesse eventualmente essere facilmente trasportato, potesse resistere alle intemperie e trasmettere segnali semplici e univoci. 


La costruzione definitiva consisteva in un apparato costituito da due braccia mobili collegate da una traversa. Ogni braccio poteva assumere sette posizioni e la traversa quattro, per un totale di 196 combinazioni possibili. Dalle posizioni venivano rimossi 6 segnali di servizio, lasciando 92 segnali di corrispondenza per formare il messaggio, che utilizzando 2 segnali per parola o espressione, consentiva di avere un vocabolario di 8.464 termini (92×92), che poteva essere criptato e decrittato mediante un fascicolo in possesso solo dei sovrintendenti autorizzati. 


Le braccia erano nere, lunghe quattro metri e venivano manovrate da un sistema di contrappesi con maniglie. Il tutto era montato su torri (già esistenti o realizzate appositamente) su ciascuna delle quali erano piazzati due telescopi puntati in direzioni opposte, verso altrettante altre torri sulla direttrice. La distanza fra le torri andava da 12 a 25 chilometri. I segnali ricevuti da una torre venivano interpretati e replicati dalla successiva, e così via. Il sistema funzionava solo alla luce solare, e con buona visibilità, perché l'installazione di lampade montate sui bracci per le segnalazioni notturne non diede risultati soddisfacenti. 


Il fratello Ignace Chappe, componente dell'Assemblea, si batté con successo assieme al deputato Charles-Gilbert Romme per far adottare una linea di quindici stazioni fra Parigi e Lille per una distanza di circa duecento chilometri allo scopo di trasmettere informazioni di guerra. 

Il 3 settembre 1794 Parigi apprese tramite questo telegrafo ottico che la città di Condé-sur-l'Escaut, occupata dagli austriaci l'anno precedente, era stata liberata. La notizia giunse alla Convenzione poche ore dopo l'evento, mentre questa stava per iniziare la seduta. Fu emesso immediatamente un decreto con cui la città avrebbe preso il nome di Nord-Libre ed il decreto fu trasmesso. La Convenzione era ancora in seduta quando per la stessa via giunse la conferma della ricezione del decreto. Questo fatto creò una forte impressione e ad ottobre fu decisa l'installazione di una linea Parigi-Landau (poi spostata verso Strasburgo) e successivamente Parigi-Brest. 


Nel 1799 il numero delle stazioni telegrafiche salì a 150; quando Napoleone prese il potere, favorì la costruzione di varie linee come quella da Lille a Bruxelles, poi prolungata fino ad Amsterdam. Nel 1805 fu creata la linea Parigi-Torino, attraverso Lione e il passo del Moncenisio. Cinque anni dopo la linea giungeva a Venezia passando per Milano e Mantova. Durante il tentativo di occupazione della Spagna furono costruite molte linee verso il meridione della Francia. Per inviare il segnale da una stazione all'altra erano necessari 6 secondi; quindi, per attraversare le 120 stazioni disseminate sulla tratta Parigi-Tolone occorrevano 12 minuti, anche perché gli operatori conservavano il segnale per circa 30 secondi. I grandi inconvenienti del sistema erano che non poteva funzionare di notte o in condizioni di scarsa visibilità e che mobilitava molti operatori (due ogni 15 chilometri circa). 

Nel 1844, 534 torri punteggiavano il territorio francese collegando oltre 5.000 km e 29 grandi città, ma, nel 1845, la prima linea telegrafica elettrica, che utilizzava il codice Morse internazionale, fu installata in Francia tra Parigi e Rouen, suonando la campana a morto per le torri Chappe. L’ultima linea fu abbandonata nel 1855. 


Che un tale sistema fosse vulnerabile alle manipolazioni divenne evidente nel 1836, quando scoppiò lo scandalo dei gemelli Louis e François Blanc. I due, abili bari, iniziarono nel 1834 a investire forti somme di denaro, vinte al gioco delle carte, alla Borsa di Bordeaux sulla rendita al 3%, titolo di punta della Borsa di Parigi. L’andamento del titolo era trasmesso per posta in tre giorni, e i due capirono immediatamente che conoscere questa informazione in anticipo costituiva un notevole vantaggio, e pensarono a un utilizzo privato della rete telegrafica ottica, che poteva collegare la capitale a Bordeaux in poche ore. Elaborarono il loro piano con l'aiuto di un ex direttore del telegrafo di Lione, Pierre Renaud, che li aveva informati della presenza regolare di errori nei dispacci e della possibilità di infilarsi in un messaggio nascosto. 

La deviazione non poteva essere effettuata prima della stazione di Tours: i dispacci da Parigi dovevano essere corretti lì. I fratelli Blanc riuscirono a corrompere il direttore di questa stazione e il suo assistente. Durante la fase di correzione dell'invio, introducevano un segnale, che veniva poi trasmesso a cascata da una torre di Chappe all'altra fino a Bordeaux. 

Il sistema attuato dai fratelli Blanc e dai loro complici, un antenato dei sistemi di hackeraggio informatico, consentì loro di guadagnare forti somme, finché nel 1836 morì l'assistente del direttore del telegrafo di Tours. Prima di morire aveva affidato il segreto a un suo parente e aveva suggerito di potergli succedere nell'operazione. Il parente in questione, avvicinatosi al direttore e dopo che quest'ultimo non aveva risposto alle sue richieste, decise di denunciare l'intera vicenda alle autorità. 

I fratelli Blanc trascorsero circa 7 mesi in carcere fino all'apertura del processo nel 1837, concluso con l'assoluzione. Non esisteva una legge che disciplinasse il funzionamento delle telecomunicazioni e non era stato individuato alcun reato specifico. I due lestofanti si rifecero una vita nei Casinò all’estero, con tutti i soldi guadagnati in modo fraudolento. Il direttore del telegrafo di Tours dovette invece dimettersi. 

Lo scoppio dello scandalo e l'assoluzione per insufficienza normativa contribuirono all'approvazione della legge sul monopolio pubblico delle comunicazioni. Nel febbraio 1837 una commissione parlamentare presentò un rapporto chiedendo che l'uso del telegrafo fosse riservato esclusivamente allo Stato, in quanto le linee private sarebbero cadute “infallibilmente nelle mani dei partiti o in quelle di facoltosi speculatori”. La legge fu approvata il 3 maggio 1837 con una forte maggioranza. 


Uno dei passaggi del romanzo di Alexandre Dumas Il conte di Montecristo (1844-46) si riferisce alla vicenda dello scandalo del telegrafo: il conte di Montecristo corrompe l'impiegato di una delle torri che formano la linea da Parigi alla Spagna e gli fa trasmettere segnali diversi da quelli del dispaccio inviato dalla Spagna; ciò provoca un breve panico nel mercato azionario a Parigi, in cui il suo nemico Danglars perde una grossa somma. Questo passaggio è per Dumas l'occasione per descrivere in dettaglio il funzionamento di una linea telegrafica Chappe. Propongo una sintesi dei due capitoli, che considero istruttivi e divertenti, con l’avvertenza che la traduzione è mia, basata sull’edizione francese dell’opera del 1889, reperibile in rete


(…) "Grazie", disse Montecristo. Ora dovete permettermi di congedarmi da voi. 
“Davvero, avete detto che dovevate lasciarci, signor Conte”, disse Madame de Villefort, “e credo che ci stavate anche per dire perché, quando vi siete fermato per passare a un'altra idea”. 
"In verità, signora", disse Montecristo, "non so se oserò dirvi dove sto andando”. 
“Bah! dite, su”. 
“Vado, da vero curioso quale sono, a visitare una cosa che spesso mi ha fatto sognare per ore e ore!”.
“Quale?” 
“Un telegrafo. Beh, peccato, la parola mi è sfuggita...” 
"Un telegrafo!" ripeté Madame de Villefort. 
“Oh, mio Dio, sì, un telegrafo. A volte ho visto alla fine di un sentiero, su un poggio, davanti a un bel sole, queste braccia nere che si alzano e si piegano come le gambe di un immenso scarafaggio, e non è mai stato privo di emozione, ve lo giuro, perché ho pensato che questi segni bizzarri che tagliavano l'aria con precisione, e trasportavano per trecento leghe la volontà sconosciuta di un uomo seduto davanti a un tavolo, a un altro uomo seduto in fondo alla fila davanti a un altro tavolo, stavano prendendo forma sul grigio della nuvola o sull'azzurro del cielo, per la sola forza della volontà di questo condottiero onnipotente: allora credevo ai geni, alle silfidi, agli gnomi, insomma ai poteri occulti, e ridevo. Ora, non avrei mai voluto vedere da vicino questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perché avevo paura di trovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio umano, ben fornito, molto pedante, ben imbottito di scienza, cabala o stregoneria. Ma poi una bella mattina seppi che il motore di ogni telegrafo era un povero diavolo di impiegato a milleduecento franchi l'anno, impegnato tutto il giorno a guardare, non il cielo come l'astronomo, non l'acqua come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vuoto, ma l'insetto dal ventre bianco, le gambe nere, suo corrispondente, che si trovava a quattro o cinque leghe da lui. Allora mi è venuta una curiosa voglia di vedere da vicino questa crisalide viva e di assistere alla commedia che dal fondo del suo guscio regala a quest'altra crisalide, tirando uno dopo l'altro alcuni capi di filo”. 
"E ci va?"
 “Ci vado”. 
“Quale telegrafo? A quello del Ministero dell'Interno o dell'Osservatorio?” 
“Oh! no, lì troverei persone che vorrebbero costringermi a capire cose che io voglio ignorare, e che mi spiegherebbero mio malgrado un mistero che loro non conoscono. Peste! Voglio mantenere le illusioni che ho ancora sugli insetti; basta aver già perso quelli che avevo sugli uomini. Non andrò quindi né al telegrafo del ministero dell'Interno, né al telegrafo dell'Osservatorio. Quello di cui ho bisogno è un telegrafo in campo aperto, per trovare lì l'uomo puro pietrificato nella sua torre”. 
“Siete un signore davvero eccentrico”, disse Villefort. 
“Quale linea mi consigliate di studiare?” 
“Ma la più occupata a quest'ora!” 
“Bene! quella della Spagna, quindi?” 
“Esattamente. Vorreste una lettera del Ministro per spiegarvi...” 
“No, no,” disse Montecristo, “visto che vi dico, al contrario, che non voglio capirci niente. Appena avrò capito qualcosa, non ci sarà più telegrafo, ci sarà solo un segno del signor Duchâtel o del signor de Montalivet, trasmesso al prefetto di Bayonne e mascherato da due parole greche: τῆλε, γράφειν [téle, gràphein]. È la bestia dai piedi neri e la parola spaventosa che voglio conservare in tutta la sua purezza e in tutta la mia venerazione”. 
“Andate, allora, perché tra due ore sarà buio e non vedrete niente.” 
“Diavolo! mi fate paura. Qual è il più vicino?” 
“Sulla strada per Bayonne?” 
“Sì, prendete la strada per Bayonne”. 
“È quello di Chatillon.” 
“E dopo quello di Châtillon”" 
“Quello della torre di Montlhéry, credo.” 
“Grazie, arrivederci! Sabato vi racconterò le mie impressioni.” 


(...) Non la sera stessa, come aveva detto, ma la mattina dopo, il conte di Montecristo (...) giunse alla torre di Montlhéry. (...) Il conte si trovò allora in un giardinetto. (...) Mai Flora, la gioiosa e fresca dea dei buoni giardinieri latini, era stata onorata di un culto così minuto e così puro come quello che le si tributava in questo piccolo recinto. (...) Improvvisamente andò a sbattere contro qualcosa, accucciato dietro una carriola carica di fogliame: questo qualcosa si raddrizzò, emettendo un'esclamazione che rappresentava il suo stupore, e Montecristo si trovò faccia a faccia con un uomo sulla cinquantina che raccoglieva fragole che deponeva su delle foglie di vite. 
(...) “Rassicuratevi, amico mio”, disse il conte, con quel sorriso che faceva, a suo piacimento, così terribile e così benevolo, e che questa volta esprimeva solo benevolenza, “non sono un superiore che viene per ispezionarvi, ma un semplice viaggiatore spinto dalla curiosità e che comincia persino a incolpare sé stesso per la sua visita quando vede che state sprecando il vostro tempo”. 
“Oh! il mio tempo non è prezioso”, rispose il brav'uomo con un sorriso malinconico. “Tuttavia, è tempo di governo, e non dovrei perderlo, ma avevo ricevuto il segnale che potevo riposare per un'ora (lanciò un'occhiata a una meridiana, perché nel recinto della torre di Montlhéry c'era tutto, anche una meridiana), e, vede, avevo ancora dieci minuti davanti a me, poi le mie fragole erano mature, e ancora un giorno... E poi, crederebbe, signore, che me le mangiano i ghiri?” 
(...) Montecristo aveva visto abbastanza. Ogni uomo ha la sua passione che lo morde fino in fondo al cuore, come ogni frutto ha il suo verme; quella dell'uomo con il telegrafo era l'orticoltura. (...) 
“Il signore era venuto a vedere il telegrafo?” Disse. 
“Sì, signore, se ciò non è proibito dal regolamento”. 
“Oh! niente affatto proibito, disse il giardiniere, vedendo che non c'è niente di pericoloso, visto che nessuno sa o può sapere quello che stiamo dicendo”. 
“Mi è stato detto, infatti,” riprese il conte, “che avete ripetuto segnali che voi stesso non avete capito”.
“Certo, signore, e questo mi piace molto”, disse ridendo l'uomo del telegrafo. 
“Perché vi piace?” 
“Perché così non ho alcuna responsabilità. Io sono una macchina, io, e nient'altro, e finché lavoro nessuno mi chiede di più”. 
“Diavolo!” disse tra sé Montecristo, “mi è capitato di imbattermi in un uomo che non ha ambizioni? Perdinci! sarebbe una disgrazia”. 
“Signore”, disse il giardiniere, guardando la sua meridiana, “i dieci minuti stanno per scadere, sto tornando al mio posto. Vi piacerebbe salire con me?” 
“Vi seguo.” 
Montecristo entrò, infatti, nella torre divisa in tre piani; quello inferiore conteneva alcuni attrezzi agricoli, come vanghe, rastrelli, annaffiatoi, addossati al muro: questo era tutto il mobilio. 
La seconda era la dimora ordinaria o piuttosto notturna dell'impiegato; conteneva alcuni poveri utensili domestici, un letto, un tavolo, due sedie, un lavello di arenaria, più dell'erba secca che pendeva dal soffitto, che il conte riconobbe come piselli dolci e fagioli rampicanti di cui il buonuomo teneva il seme nella loro buccia; aveva etichettato il tutto con la cura di un maestro botanico del Jardin des Plantes.
“Deve passare molto tempo a studiare telegrafia, signore?” chiese Montecristo. 
“Non è lo studio che è lungo, è l’apprendistato”. 
“E quanto stipendio prendete?” 
“Mille franchi, signore.” 
“Non è molto”. 
“No, ma siamo ospitati, come vedete”. 
Montecristo guardò la stanza. 
“A patto che non si abbiano pretese sull’alloggio”, sussurrò. 
Andarono al terzo piano: era la sala del telegrafo. Montecristo guardò a sua volta le due maniglie di ferro con cui l'impiegato azionava la macchina. 
“È molto interessante,” disse, “ma alla lunga è una vita che vi deve sembrare un po' noiosa” 
“Sì, all'inizio dà il torcicollo per la visione, ma dopo un anno o due ci si abitua; poi abbiamo le nostre ore di svago e i nostri giorni liberi”. 
“I vostri giorni liberi?” 
“Sì”. 
“Quali?” 
“Quelli quando c'è nebbia.” 
“Oh! È giusto…” 
“Queste sono le mie vacanze, le mie; Scendo in giardino in quei giorni, e pianto, poto, raccolgo, diserbo: in breve, il tempo passa”. 
“Da quanto tempo siete qui?” 
“Da dieci anni, e cinque anni in apprendistato, quindici”. 
“Avete? …” 
“Cinquantacinque anni.” 
“Quanto tempo di servizio è necessario per avere la pensione?” 
“Oh! signore, venticinque anni.” 
“E quant’è questa pensione?” 
“Cento corone.” 
“Povera umanità!” mormorò Montecristo. 
“Come dite, signore?” chiese l'impiegato. 
“Dico che è molto interessante.” 
“Che cosa?” 
“Tutto quello che mi mostrate... E non capite assolutamente niente dei vostri segnali?” 
“Assolutamente niente.” 
“Avete mai provato a capire?” 
“Mai; per fare che?” 
“In ogni caso, ci sono segnali che vi parlano direttamente.” 
“Senza dubbio.” 
“E li capite questi?” 
“Sono sempre gli stessi.” 
“E dicono?” 
“Niente di nuovo... hai un'ora... o ci vediamo domani.” 
“Ciò è perfettamente innocente”, disse il conte; “ma, guardate, il vostro corrispondente non sta cominciando?” 
“Oh! è vero; grazie Signore.” 
“E cosa vi dice? È qualcosa che capite?” 
“Sì, mi chiede se sono pronto.” 
“E voi gli rispondete?” 
“Con un segno che nello stesso tempo informa il mio corrispondente di destra che sono pronto, mentre invita il mio corrispondente di sinistra a prepararsi a sua volta”. 
“È molto ingegnoso”, disse il conte. (...) 
 “Mio caro signore”, disse, “mi permetta di farle una domanda.” 
“Dite.” 
“Vi piace il giardinaggio?” 
“Con passione.” 
“E sareste felice, invece di avere una terrazza di sei metri, di avere un recinto di due acri?” 
“Signore, ne farei un paradiso terrestre.” 
“Con i vostri mille franchi vivete male?” 
“Piuttosto male; ma tutto sommato vivo.” 
“Sì, ma avete solo un misero giardino.” 
“Oh! è vero, il giardino non è grande.” 
“E, così com'è, è anche popolato di ghiri che divorano tutto.” 
“Questo è il mio flagello.” 
“Ditemi, avete avuto la sfortuna di girare la testa quando il corrispondente a destra stava per cominciare?” 
“Non lo vedrei.” 
“Allora cosa accadrebbe?” 
“Che non potrei ripetere i suoi segnali.” 
“E dopo?” 
“Accadrebbe che, non avendoli ripetuti per negligenza, verrei multato”. 
“Di quanto?” 
“Cento franchi.” 
“Un decimo del vostro reddito; è carino!” 
“Oh!” disse l'impiegato. 
“Vi è successo?” disse Montecristo. 
“Una volta, signore, una volta quando ho innestato un ramo di nocciolo.” 
“Bene. Ora, se pensasse di cambiare qualcosa sul segnale o di trasmetterne un altro?” 
“Allora è diverso, verrei licenziato e perderei la pensione.” 
“Trecento franchi?” 
“Cento corone, sì, signore; anche voi capite che non farò mai niente di tutto questo”. 
“Nemmeno per quindici anni di stipendio? su, vale la pena pensarci, eh?” 
“Per quindicimila franchi?” 
“Sì.” 
“Signore, mi state spaventando.” 
“Bah!” 
“Signore, volete tentarmi?” 
“Esattamente! Quindicimila franchi, capite?” 
“Signore, fatemi guardare il mio corrispondente a destra!” 
“Al contrario, non guardatelo e guardate questo.” 
“Che cos’è?” 
“Come! non conoscete questi fogli?” 
“Banconote!” 
“Da mille; sono quindici.” 
“E di chi sono?” 
“Vostre, se volete.” 
“Per me!” gridò l'impiegato soffocato. 
“Oh, mio Dio, sì! vostre, in piena proprietà.” 
“Signore, ecco il mio corrispondente a destra che inizia.” 
“Lasciatelo cominciare.” 
“Signore, mi avete distratto e sarò multato.” 
“Vi costerà cento franchi; vedete benissimo che avete tutto l'interesse a prendere le mie quindici banconote.” 
“Signore, il corrispondente di destra sta diventando impaziente, ha raddoppiato i suoi segnali”.
“Lasciatelo stare e prendetele.” 
Il conte mise il pacco nelle mani dell'impiegato. 
“Ora,” disse, “non è tutto: con i vostri quindicimila franchi non vivrete.” 
“Avrò sempre il mio posto.” 
“No, lo perderete; perché trasmetterete un segnale diverso da quello del vostro corrispondente”. 
“Oh! Signore, cosa mi proponete allora?” 
“Una cosa da nulla”. 
“Signore, a meno che io non sia costretto a…” 
“Ho intenzione di costringervi a farlo”. 
E Montecristo tirò fuori dalla tasca un altro pacco. 
“Ecco altri diecimila franchi”, disse; “con i quindici che avete in tasca, saranno venticinquemila. Con cinquemila franchi comprerete una graziosa casetta e due acri di terra; con gli altri ventimila vi farete una rendita di mille franchi”. 
“Un giardino di due acri?” 
“E mille franchi all'anno.” 
“Mio Dio! mio Dio!” 
“Su, prendeteli!” 
E Montecristo mise in mano all'impiegato i diecimila franchi. 
“Cosa dovrei fare?” 
“Niente di troppo difficile.” 
“Ma infine?” 
“Ripetere i seguenti messaggi.” 
Montecristo estrasse dalla tasca un pezzo di carta su cui c'erano tre messaggi pronti, numeri che indicavano l'ordine in cui dovevano essere realizzati. 
“Non ci vorrà molto, come potete vedere.” 
“Sì ma…” 
“Ecco perché avrete nettarine e altro ancora.” 
Il colpo riuscì; rosso di febbre e sudato copiosamente, il buon uomo trasmise uno dopo l'altro i tre messaggi dati dal conte, nonostante le insistenti chiamate del corrispondente di destra, il quale, non capendo nulla di questo cambiamento, cominciò a credere che l'uomo delle nettarine fosse impazzito. Quanto al corrispondente di sinistra, ripeté coscienziosamente gli stessi segnali, che furono definitivamente raccolti presso il ministero dell'Interno. 
“Ora siete ricco”, disse Montecristo. 
“Sì, rispose l'impiegato, ma a che prezzo!” 
“Ascoltate, amico mio”, disse Montecristo, “non voglio che voi proviate rimorso; credetemi dunque, perché, ve lo giuro, non avete fatto torto a nessuno e avete servito i propositi di Dio.” 
L'impiegato guardò le banconote, le tastò, le contò; era pallido, era rosso; infine, si precipitò in camera sua a bere un bicchiere d'acqua; ma non ebbe il tempo di raggiungere la bacinella, e svenne in mezzo ai suoi fagioli secchi. 


Cinque minuti dopo che la notizia telegrafica era giunta al ministero, Debray fece mettere i cavalli alla sua carrozza e si affrettò a correre da Danglars. 
“Vostro marito ha le cartelle del prestito spagnolo?” disse alla baronessa. 
“Credo di sì! valgono sei milioni.” 
“Che le venda a qualsiasi prezzo.” 
“Perché?” 
“Perché don Carlos [Carlo Maria Isidoro di Borbone-Spagna, pretendente legittimista al trono di Spagna, esiliato in Francia] è scappato da Bourges ed è tornato in Spagna.” 
“Come fate a saperlo?” 
Parbleu!”, disse Debray, alzando le spalle, “come so le notizie?” 
La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, che a sua volta corse dal suo agente di cambio e gli ordinò di vendere a tutti i costi. 
Quando si vide che il signor Danglars stava vendendo, i fondi spagnoli crollarono immediatamente. Danglars perse cinquecentomila franchi, ma si era sbarazzato di tutte le sue cartelle. 
La sera si leggeva sul Messager
Invio telegrafico. 
“Re Don Carlos è sfuggito alla sorveglianza esercitata su di lui a Bourges ed è tornato in Spagna al confine con la Catalogna. Barcellona si è sollevata a suo favore”. 
Per tutta la serata non si fece altro che parlare della preveggenza di Danglars, che aveva venduto le sue cartelle, e la felicità dello speculatore, che per quel colpo aveva perso solo cinquecentomila franchi. Coloro che avevano conservato le loro cartelle o comprato quelle di Danglars si consideravano rovinati e passarono una pessima notte. 

Il giorno dopo si leggeva sul Moniteur
“È senza alcun fondamento ciò che il Messager ha annunciato ieri sulla fuga di Don Carlos e la rivolta di Barcellona. Don Carlos non ha lasciato Bourges e la penisola gode della più profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, mal interpretato a causa della nebbia, ha dato origine a questo errore.” 
I fondi erano aumentati di una cifra doppia rispetto a quella a cui erano scesi. Ciò fece, in perdita e in difetto, un milione di differenza per Danglars. 
“Bene! disse Montecristo a Morrel, che era a casa sua nel momento in cui fu annunciato lo strano rovescio di borsa di cui Danglars era stato vittima. Ho appena fatto una scoperta da venticinquemila franchi per la quale ne avrei pagati centomila”. 
“Allora, cosa avete appena scoperto?” chiese Maximilien. 
“Ho appena scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che mangiavano le sue pesche”.

domenica 15 maggio 2022

Nascita e sviluppo della Latteria di Locate Triulzi



La caduta dei prezzi dei cereali, che si manifestò in Lombardia a partire dai primi anni Ottanta dell’Ottocento (effetto della prima Grande Depressione economica mondiale), ebbe conseguenze sulle scelte degli imprenditori agricoli della pianura irrigua per l’utilizzo dei terreni. Nelle zone che da lungo tempo avevano posto la filiera del latte al centro del loro sistema economico, come il Lodigiano e il Basso Milanese, e in quelle che più recentemente avevano puntato sulla produzione dei latticini, (Lomellina, Cremasco e Cremonese), la coltivazione del prato venne ulteriormente estesa e l'allevamento delle vacche da latte conobbe un incremento quantitativo e qualitativo. Analoghi processi si avviarono anche nella pianura bresciana e nel Mantovano, favorendo un'ulteriore crescita delle attività casearie in tutta la pianura lombarda. L'andamento positivo del settore venne confermato anche nella successiva fase di ripresa dei prezzi agricoli e di trasformazione in senso industriale del sistema economico regionale nel capoluogo, nei maggiori centri urbani e nella fascia di collina e di pianura asciutta a ridosso delle Prealpi. La filiera del latte assunse un'importanza sempre maggiore anche nelle province emiliane e in alcune aree del Piemonte orientale, tanto che alla vigilia della Grande guerra si poteva ormai chiaramente identificare un vasto territorio pianeggiante, racchiuso tra i fiumi Sesia, Panaro e Mincio, nel quale di fatto si concentrava quasi tutta la produzione di burro italiano e larga parte di quella di formaggio vaccino. 

L'allargamento oltre i confini regionali dell'antico quadrilatero del latte (Milano, Lodi, Pavia, Codogno) fu accompagnato da una prima industrializzazione delle diverse fasi di lavorazione del latte. Come sottolineava allora Carlo Besana, direttore della Stazione sperimentale di caseificio di Lodi, fondata nel 1871, all'inizio degli anni Ottanta la produzione di burro e formaggio nella Bassa Lombardia restava dispersa in oltre 1800 caseifici annessi alle aziende agricole, che producevano beni destinati all'esportazione, ma che ancora conservavano un assetto tecnico (e igienico) del tutto insoddisfacente. Vent'anni dopo, la situazione si presentava in forma assai diversa. In molte aziende continuavano a funzionare le antiche strutture di lavorazione del latte, ma importanti passi verso il caseificio industriale erano stati compiuti. Nel Lodigiano erano ora in funzione latterie industriali che erano in grado di lavorare, ogni giorno, centinaia di ettolitri di materia prima per produrre burro con macchinari di moderna concezione e con l'uso di fermenti selezionati, come avveniva nei paesi del Nord Europa. Nei primi anni del Novecento la società anonima Polenghi Lombardo, che era diventata la principale azienda italiana attiva nell'esportazione di burro, acquistava quotidianamente latte da 600 aziende agricole, dotate di 15.000 capi di bestiame, e trasformava circa 1200 quintali di materia prima in burro e formaggi. Nel 1904 introdusse in Italia la fabbricazione del latte in polvere sfruttando il procedimento Hatmaker; nel 1911 ottenne anche l’esclusiva del brevetto Trufod per la condensazione e polverizzazione del latte. Questi procedimenti erano eseguiti nei grossi impianti di Lodi, oltre che nelle più̀ piccole latterie di Secugnago, San Fiorano e Castel San Giovanni. 

I progressi del settore non si legavano soltanto alla comparsa di grandi imprese industriali. Tra fine Ottocento e inizio Novecento, in Lomellina, nel Cremonese e nel Basso Bresciano fecero la loro comparsa alcune latterie sociali fondate da imprenditori agricoli che intendevano valorizzare al meglio il latte prodotto nelle loro stalle. Queste società gestivano impianti di dimensioni ridotte, ma le loro strutture produttive erano in grado di trasformare dai 60 ai 100 ettolitri di latte al giorno, mentre in un casone tradizionale raramente si superavano i 6 quintali. 

Altra novità del periodo fu il forte incremento delle esportazioni di formaggio dall'Italia. Prima del varo della nuova tariffa doganale, nell'estate del 1887, le esportazioni di formaggi dall'Italia avevano raggiunto i 50.000 quintali, ma, alla stessa data, se ne importavano oltre 120.000 quintali, in netta prevalenza di produzione svizzera. Dieci anni dopo le esportazioni, attestate a circa 100.000 quintali, superavano le importazioni; si era così avviato un processo di crescita delle vendite all'estero di formaggio italiano che avrebbe avuto il suo culmine alla vigilia della Prima guerra mondiale. A quella data, secondo stime di Carlo Besana, si producevano in Italia circa 2.600.000 quintali di formaggio e se ne esportavano circa 300.000 quintali. Le vendite all'estero erano il frutto del successo sui mercati internazionali di tre sole varietà, il grana, il pecorino e lo stracchino di gorgonzola. La fortuna dello stracchino erborinato era iniziata negli anni Ottanta sui mercati europei, soprattutto su quello inglese, dove questo particolare stracchino faceva concorrenza al roquefort francese, crebbe poi progressivamente nel trentennio successivo, quando venne risolto il problema della stagionatura e della conservazione. 


A quattro anni dall’impianto da parte di Henry Nestlé della prima fabbrica di latte condensato e di «farine lattee» per neonati a Vevey, in Svizzera, gli imprenditori e banchieri austro-tedeschi Mylius, da un secolo attivi in Lombardia nel settore della seta, inauguravano tramite la società Boehringer Mylius e C. il primo stabilimento italiano di latte condensato, a Locate di Triulzi. Così ne parlava Carlo Besana, in qualità di giurato per il settore lattiero caseario dell’Esposizione Industriale Italiana del 1881 di Milano, dove l’azienda “figurò (...) con un obelisco di scatole nella galleria delle classi 24a e 25a e con un apparato completo di condensazione del latte nella galleria delle macchine in azione”

“La fabbrica di Locate fu aperta il 24 aprile 1879. E uno dei più belli opifici industriali che si possono vedere di questo genere. Nel 1881 possedeva 170 operai tra uomini e donne, gran parte dei quali dedicati alla fabbricazione delle scatole di latta. Nell'annata 1880 preparò 1.056.000 scatole di latte condensato, contenenti cadauna una libbra inglese di detto latte. Queste scatole portano la dicitura Italian condensed milk, poiché è l'Inghilterra lo sbocco principale di questa produzione; seguono in ordina decrescente la Germania, l'Olanda, il Giappone, la Francia, la Russia, le Indie, l'Australia, la Spagna, ecc. Lo stabilimento è montato per una lavorazione giornaliera di 20.000 litri di latte, ma nelle epoche ordinarie il latte lavorato non supera metà di questa cifra. Il latte era fornito alla ditta da diciotto cascine nello scorso anno (1881), situate nel perimetro di mezzo chilometro a 6 chilometri dallo stabilimento. La dose di zucchero che si aggiunge al latte prima della condensazione è di circa chil. 13,5 per cento chili di latte, così che la evaporazione nel vuoto, riducendo il volume del latte a poco più di un terzo del volume primitivo, ne deriva che il latte condensato contiene dal 34 al 38 per cento di zucchero di canna e 25 a 30 per cento di acqua in luogo di 87,5, che è la media dell'acqua contenuta nel latte normale. Lo stabilimento di Locate paga il latte 15 a 16 lire l'ettolitro ai fornitori, cioè assai caro, il che è come dire che questo mette la fabbrica di Locate in condizioni non favorevoli per vincere la concorrenza delle fabbriche svizzere, le quali acquistano il latte ad un prezzo minore, sebbene da un numero assai più grande di fornitori. Altra delle difficoltà della fabbrica in discorso è la restituzione del dazio sullo zucchero; dessa venne regolata in questo modo; da ogni partita di latte che passa il confine vengono levate alcune scatole per conto dell’erario, e vien analizzato il latte in esse contenuto; in seguito alla quantità di zucchero di canna risultante dall'analisi si computa la somma da restituirsi alla ditta per l'intiera partita esportata. Il latte condensato con zucchero è destinato all'esportazione, ai lunghi viaggi ed a lunga conservazione. Ma recentemente la fabbrica di Locate iniziò un'altra preparazione, cioè quella del latte condensato senza zucchero pel consumo delle città italiane; infatti, il latte appena portato allo stabilimento vien condensato, poi distribuito in recipienti della capacità di 50, 25 e 12 chilogrammi, che mediante treni diretti vengono in giornata spediti a Torino, Roma, Genova, Bologna, Firenze, Verona, Venezia, Trieste, ecc. Giunto a destinazione, il latte vien allungato colla quantità d'acqua voluta, ossia ricostituito a latte normale e dato al consumo. Ognuno vede i vantaggi grandissimi di questo artifizio pei consumatori di quelle città ove il latte è carissimo perché scarso. E notisi che il latte condensato senza zucchero può conservarsi per alcuni giorni e che, una volta ridiluito, è buono quanto il latte normale fresco, al punto da non poterlo distinguere da questo. Mercè la fabbrica Boehringer Mylius e C. il buon latte lombardo ha potuto penetrare, sotto forma di sciroppo, nelle più lontane contrade del globo e soddisfare ad un bisogno vivamente sentito dalle famiglie nelle grandi città italiane, cioè quello di un latte a buon mercato che sia assolutamente genuino”. 

La “Boehringer Mylius e C. Milano. Fabbrica e commercio latte condensato” cessò la sua attività nel 1883 (formalmente l’anno dopo), quando fu ceduta (probabilmente per il cessato interesse degli eredi Mylius). all’ingegnere di origine ungherese Ignazio Grün (nato a Pecs, ca. 1841), cambiando il nome in Latteria Locate Triulzi, divenuta Società Anonima il 27 gennaio 1901, con altri stabilimenti in Casalpusterlengo e Melegnano, filiali in Landriano e Fiorenzuola d’Arda, e solo più tardi chiamata Latteria San Giorgio


Ignazio Grün, che proveniva da una famiglia di industriali di respiro internazionale, fu uno dei primi mecenati e collezionisti del giovane pittore Emilio Longoni, che dipinse il suo ritratto con violino nel 1891. La passione di Grün per la musica è evidente: fu infatti primo violino nell'orchestra dei dilettanti del Teatro della Scala di Milano. Longoni fu spesso ospite nella tenuta dei Grün a Locate Triulzi ed era amico di famiglia. 


A dirigere la Latteria, Grün chiamò suo nipote Géza Billitz (1861-1933), giovane chimico di grande talento. Nato a Pecs, aveva subito dimostrato le sue attitudini, conseguendo un premio in chimica analitica nelle scuole tecniche della sua città natale. Recatosi a Zurigo a compiere gli studi superiori presso il Politecnico divenne allievo ed assistente del grande chimico tedesco Georg Lunge. Fra altri studi portò a soluzione il problema di chimica tecnologica riguardante la rigenerazione dello zolfo nei residui di fabbricazione della soda Leblanc. Conseguita a vent’anni la laurea, venne assunto in una fabbrica di coloranti a Offenbach. Il richiamo dell’ambiente della ricerca lo riportò, nel 1882, all'insegnamento nel laboratorio per gli allievi chimici a Zurigo e successivamente, alla fine dello stesso anno, su chiamata del Consiglio Accademico del Politecnico Federale, all'insegnamento e alle esercitazioni tecnologiche, bromatologiche, ecc. Varie circostanze, tra le quali principalmente la pressione dello zio imprenditore, lo indussero nell'agosto 1883 ad accettare la direzione della Latteria Locate Triulzi. 

La sua attività industriale fu guidata dalla convinzione che non potesse esistere una tecnica lattiera progredita se non basata su studi severi e sulla applicazione di quanto la scienza fin da allora stava fornendo. Infatti, la Latteria acquistò un grande prestigio in Italia e all’estero. Il latte condensato zuccherato era preparato secondo il metodo Borden, a partire dal latte crudo vaccino: l'eliminazione dei batteri era garantita grazie ad un processo di riscaldamento ad una temperatura di circa 90° a pressione ridotta per pochi secondi. Questa procedura allo stesso tempo inibiva la separazione dei grassi. Quando una certa quantità di acqua è evaporata, si aggiunge lo zucchero, che aumenta la pressione osmotica, rendendo il latte condensato dolcificato un alimento a lunga conservazione. 

Billitz volle superare l'empirismo che allora regnava e iniziò a Locate Triulzi l'applicazione dei fermenti selezionati alla fabbricazione del formaggio grana; successivamente applicò i fermenti alla maturazione delle creme, che rappresentava in Italia una pratica nuova; studiò inoltre la formazione della «erborinatura» del gorgonzola e le sostanze azotate del latte. Interessato alla utilizzazione dei sottoprodotti, iniziò nel 1888 la lavorazione del formaggio margarinato di pasta filata; realizzò un procedimento di idrolisi con acidi minerali della caseina, ottenendo anche il brevetto tedesco; studiò l'importanza alimentare del latte magro e il valore nutritivo del latte condensato scremato; dal lattosio ottenne un esplosivo, che chiamò pentanitrolattina, noto anche sotto il nome di polemite, che non ebbe molto successo perché instabile. 

Nel 1895 pubblicò un articolo sulle sostanze azotate del latte e su un nuovo prodotto, la cioccolata al latte, frutto interamente della ricerca del laboratorio chimico della Latteria di Locate Triulzi. L’anno successivo iniziò la produzione della cioccolata al latte commercializzata con il marchio Lacteobroma, che era venduta anche nelle farmacie e consigliata dai medici come prodotto dietetico. Per primo inoltre studiò, produsse e mise in vendita in Italia lo yogurt e il kefir. Sempre per iniziativa di Billitz, nei primi anni del Novecento fu attivato con macchinari d’importazione un impianto di mungitura meccanica, il primo in Italia. 


L’azienda aprì nel 1890 una serie di spacci per rifornire Milano e anche altre città, mediante collegamento ferroviario notturno, di latte fresco, di cui l’azienda controllava la composizione ai sensi delle norme igieniche vigenti (cfr. G. Billitz, La composizione chimica del latte fornito alla Latteria di Locate Triulzi in relazione al regolamento d’igiene di Milano, in «Annuario della Società̀ chimica di Milano», 1903, nel quale lamentava, sulla scorta di quasi 190.000 analisi condotte presso il suo laboratorio, che i valori indicati dalle autorità milanesi per le sostanze solide nel latte erano troppo rigidi e irrealistici). Questa organizzazione industriale e logistica permetteva all’azienda di annunciare dalle vetrine dei propri spacci la vendita di un «latte puro». Organizzò in tal senso, i noti spacci della «Locate» per il rifornimento di latte fresco alla città di Milano. 


Nei primi decenni del Novecento i prodotti della Latteria di Locate, che era anche diventata Fornitrice della Real Casa, erano venduti per corrispondenza in tutto il paese, come è testimoniato da Simonetta Agnello Hornby in Piano Nobile (2020). 


La Latteria Locate Triulzi si fuse nel 1921 con la Società̀ anonima Gianelli e Majno, sorta a Milano nel 1893, nata “con lo scopo di rifornire Milano di latte sterilizzato in bottiglie, anche per l’alimentazione dei neonati”, costituendo la SA. Latte Condensato Lombardo. Billitz ne fu, con l'avvocato Giovanni Majno, amministratore delegato e, fino alla morte, avvenuta a Milano nel 1933, consigliere e direttore tecnico e scientifico. Fu l’inizio di una storia societaria travagliata, che, attraverso cambi di nome e proprietà, nuovi prodotti (latte Zefiro, burro San Giorgio) e crisi finale, portarono alla chiusura dello stabilimento dopo più di cent’anni di attività e la malinconica cessione dell’area alla speculazione immobiliare.



sabato 7 maggio 2022

Ma l’acqua è davvero H2O?

 


Il grande matematico e filosofo americano Hilary Putnam (1926-2016), in un famoso articolo del 1975 intitolato The meaning of “meaning” (Il significato di “significato”) propose un esperimento mentale detto della Terra Gemella (Twin Earth) per illustrare la sua idea dell'esternalismo semantico, cioè che i significati delle parole non sono puramente psicologici. L'esternalismo semantico è l'idea che il significato di un termine sia determinato, in tutto o in parte, da fattori esterni al parlante. Secondo una posizione esternalistica, si può affermare senza contraddizione che due parlanti potrebbero trovarsi esattamente nello stesso stato cerebrale al momento di un'enunciazione, e tuttavia significare cose diverse con quell'enunciato, cioè il termine individua un'estensione diversa. 

La formulazione originale dell'esperimento di Putnam suppone che ci sia un pianeta esattamente come la Terra in quasi tutti gli aspetti, che chiamiamo "Terra gemella". Sulla Terra Gemella, c'è un equivalente gemello di ogni persona e cosa qui sulla Terra. L'unica differenza tra i due pianeti è che non c'è acqua sulla Terra Gemella. Al suo posto c'è un liquido che è superficialmente identico, ma chimicamente diverso, essendo composto non da H2O, ma da qualche formula più complicata che abbreviamo come "XYZ". I Gemelli Terrestri chiamano XYZ "acqua". Infine, la data dell’esperimento mentale si colloca diversi secoli fa, quando i residenti della Terra e della Terra gemella non avrebbero avuto modo di sapere che i liquidi che chiamavano "acqua" erano rispettivamente H2O e XYZ. L'esperienza delle persone sulla Terra con l'acqua e quella di quelle sulla Terra Gemella con XYZ sarebbe identica. 

Ora sorge la domanda: quando un terrestre (o Oscar per semplicità) e il suo gemello su Twin Earth dicono "acqua", significano la stessa cosa? (Il gemello è chiamato "Oscar" sul suo stesso pianeta, ovviamente. In effetti, gli abitanti di quel pianeta chiamano il proprio pianeta "Terra". Per comodità, estendiamo questa convenzione di denominazione per gli oggetti e le persone che lo abitano, in questo caso riferendosi al gemello di Oscar come Oscar2). Ex hypothesi, si trovano in stati psicologici identici, con gli stessi pensieri, sentimenti, ecc. Eppure, almeno secondo Putnam, quando Oscar dice "acqua", il termine si riferisce a H2O, mentre quando Oscar2 dice "acqua" si riferisce a XYZ. Il risultato di ciò è che i contenuti del cervello di una persona non sono sufficienti per determinare il riferimento dei termini che usano, poiché si deve anche esaminare la storia causale che ha portato questo individuo ad acquisire il termine. (Oscar, per esempio, ha imparato la parola "acqua" in un mondo pieno di H2O, mentre Oscar2 ha imparato "acqua" in un mondo pieno di XYZ.) 

Questa è la tesi essenziale dell'esternalismo semantico. Putnam ha riassunto notoriamente questa conclusione con l'affermazione che "i 'significati' semplicemente non sono nella testa"

Fin qui il pensiero di Putnam, che dà per scontato che sul nostro pianeta l’acqua sia H2O. Ovviamente l’esperimento mentale scatenò numerose polemiche nella comunità filosofica, ma non è il caso di occuparcene qui. 

Ma siamo sicuri che sia sufficiente definire la nostra acqua come H2O? Avere una microstruttura essenziale comune è sufficiente per individuare i tipi chimici e spiegarne le caratteristiche generali? 

La tesi essenzialista è spesso esemplificata scrivendo “acqua = H2O” oppure “(tutta e solo) l'acqua è H2O”. In realtà, "H2O" non è una descrizione di alcuna microstruttura. Piuttosto, "H2O" è una formula compositiva, che descrive le proporzioni combinate di idrogeno e ossigeno per produrre l’acqua. 

Ma che cosa intendiamo veramente quando diciamo che la molecola di acqua è H2O? Sebbene la formula sembri semplice, l'acqua mostra proprietà chimiche e fisiche molto complesse. Ad esempio, il suo punto di fusione, 0° C, e il punto di ebollizione, 100 ° C, sono molto più alti di quanto ci si aspetterebbe rispetto a composti analoghi, come acido solfidrico e ammoniaca. Nella sua forma solida, il ghiaccio, l'acqua è meno densa di quando è liquida, un'altra proprietà insolita. La radice di queste anomalie risiede nella struttura elettronica della molecola d'acqua. 

La molecola d'acqua non è lineare ma inclinata. I due atomi di idrogeno sono legati all'atomo di ossigeno con un angolo di 104,45° a temperatura ambiente, ma che è funzione dell’energia disponibile.


La distanza O―H (lunghezza del legame) è normalmente 95,8 picometri (9,58 × 10
-11 metri). Poiché un atomo di ossigeno ha un'elettronegatività maggiore di un atomo di idrogeno, i legami O―H nella molecola d'acqua sono polari, con l'ossigeno con una carica negativa parziale (2δ−) e gli idrogeni con una carica positiva parziale (δ+). 

La disposizione degli elettroni nella molecola d'acqua può essere rappresentata come segue.


Ogni coppia di punti rappresenta una coppia di elettroni non condivisi (cioè, gli elettroni che risiedono solo sull'atomo di ossigeno). 

Una parafrasi ragionevole della formulazione acqua = H2O sarebbe allora "L'acqua è un insieme di molecole di H2O". Tuttavia, sebbene l'espressione "molecola di H2O" descriva una particolare microentità, non esaurisce in alcun modo i tipi di microparticelle nell'acqua e non dice nulla della microstruttura con cui sono correlate nell'acqua. Descrivere completamente la microstruttura dell'acqua implica l'elaborazione dei dettagli di questa struttura interconnessa, nonché il dettaglio di come dipendono dalla temperatura, dalla pressione e dai campi elettromagnetici e come cambiano nel tempo. 

Come molte altre sostanze, l'acqua non può essere semplicemente descritta come un insieme di singole molecole. Ecco solo alcuni esempi della complessità della sua microstruttura: l'acqua si auto-ionizza, il che significa che gli ioni idrogeno e idrossido coesistono con le molecole di H2O nell'acqua liquida, ricombinandosi continuamente per formare molecole di H2O. Allo stesso tempo, le molecole di H2O si associano in specie polimeriche più grandi. Menzionare queste complessità non è pedanteria, perché sono spesso ciò che dà origine alle caratteristiche più sorprendenti delle sostanze. Ad esempio, la conduttività elettrica dell'acqua è dovuta a un meccanismo in cui una carica positiva (ione idrogeno) si attacca in un punto di un cluster polimerico, inducendo un trasferimento coordinato di carica attraverso il cluster, rilasciando uno ione idrogeno in un qualche punto distante. L'effetto è che la carica viene trasferita da un punto all'altro senza un trasferimento di materia per trasportarla. Il legame idrogeno alla base della formazione dei cluster è anche alla base di molte altre proprietà distintive dell'acqua, inclusi i suoi alti punti di fusione e di ebollizione e il suo aumento di densità allo scioglimento. 

Gli atomi di idrogeno nelle molecole d'acqua sono attratti da regioni ad alta densità elettronica e possono formare legami deboli (legami idrogeno), con quelle regioni. Ciò significa che gli atomi di idrogeno in una molecola d'acqua sono attratti dalle coppie di elettroni non leganti dell'atomo di ossigeno su una molecola d'acqua adiacente. Si ritiene che la struttura dell'acqua liquida sia costituita da aggregati di molecole d'acqua che si formano e si riformano continuamente. Questo ordine a corto raggio, come viene chiamato, spiega altre proprietà insolite dell'acqua, come la sua elevata viscosità e tensione superficiale. 


Lo stato liquido dell'acqua ha una struttura molto complessa, che comporta indubbiamente una notevole associazione delle molecole. L'esteso legame idrogeno tra le molecole nell'acqua liquida produce valori molto più grandi per proprietà come viscosità, tensione superficiale e punto di ebollizione di quanto ci si aspetterebbe per un tipico liquido contenente piccole molecole. Ad esempio, in base alle dimensioni delle sue molecole, ci si aspetterebbe che l'acqua abbia un punto di ebollizione di quasi 200° C inferiore al punto di ebollizione osservato. In contrasto con gli stati condensati (solido e liquido) dell'acqua, che mostrano un'ampia associazione tra le molecole d'acqua, la sua fase gassosa (vapore) contiene molecole d'acqua relativamente indipendenti a grandi distanze l'una dall'altra e comunque in grado, in particolari condizioni, di auto-ionizzarsi. 

Forse l'acqua non è semplicemente una raccolta di molecole di H2O, ma ha certamente una microstruttura e forse la tesi essenzialista potrebbe essere riformulata sulla falsariga di "L'acqua è qualunque cosa abbia la sua microstruttura", scrivendo le informazioni che salverebbero la frase dalla tautologia. Ma questa tesi sostiene ancora l'idea che "acqua" sia un predicato caratterizzato da quelle che Putnam chiama caratteristiche stereotipate. Ciò trascura l'importanza di proprietà macroscopiche, ma scientificamente importanti, come punto di ebollizione, calore specifico, calore latente e così via, da cui si deduce gran parte della microstruttura. In effetti, molti dei criteri utilizzati dai chimici per determinare l'uniformità e la purezza delle sostanze sono macroscopici, non microscopici. Infatti, gli standard internazionali per determinare la purezza di sostanze come l'acqua dipendono dall'attenta determinazione di proprietà macroscopiche come il punto triplo, la temperatura e la pressione in cui esistono contemporaneamente le fasi liquida, gassosa e solida. 

Quindi l'acqua è H2O? Alla fine, la risposta a questa domanda si riduce a come si interpreta questa frase. Molti sarebbero sorpresi di scoprire che l'acqua non è solo H2O, ma forse ciò avviene perché leggono "H2O" come un'abbreviazione o come una formula compositiva. L'acqua è in realtà caratterizzata dal fare riferimento sia alle sue caratteristiche macroscopiche sia a quelle microstrutturali. 

Per questi motivi, le affermazioni essenzialiste dovrebbero essere basate sulla classificazione e spiegazione chimica: i sistemi di nomenclatura sviluppati dalla IUPAC si basano interamente sulla microstruttura, così come le spiegazioni teoriche del comportamento chimico e spettroscopico delle sostanze. D'altra parte, la formula H2O non riesce a tenere conto dell'uso del termine "acqua" nelle lingue naturali. Il pluralismo è una risposta obbligata a queste tensioni. 

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 Ringrazio l’amico Alfredo Tifi, che con un post del 28 aprile scorso nel gruppo Facebook di Didattica della Chimica ha stimolato queste riflessioni pseudo-filosofico-chimiche.