Visualizzazione post con etichetta bufale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bufale. Mostra tutti i post

martedì 7 febbraio 2023

Nat Tate: una creatura di carta da Sotheby’s

 


Nel 1998 la 21 Publishing, la casa editrice fondata da David Bowie, pubblicò una raffinata monografia scritta dallo scrittore e sceneggiatore britannico William Boyd dedicata a un pittore sconosciuto alla comunità artistica internazionale: Nat Tate. Corredata da foto del pittore e da immagini di suoi disegni, la monografia ricostruiva la breve e tragica esistenza di un artista di cui, in apparenza, non rimanevano che esili tracce. Al momento del lancio del romanzo, Boyd in qualche modo incoraggiò la convinzione che Tate fosse davvero esistito."Nat Tate" è una combinazione dei nomi di due gallerie d'arte londinesi, la National Gallery e la Tate Gallery. Boyd e i suoi “complici” (tra i quali Gore Vidal, lo stesso Bowie e John Richardson, biografo di Picasso) tentarono di convincere le élite artistiche e sociali di New York che la reputazione di questo influente espressionista astratto doveva essere rivalutata.

Tate sarebbe nato nel New Jersey nel 1928, rimase orfano all’età di otto anni e fu adottato da una ricca coppia di Long Island presso i quali la madre, morta in un incidente, lavorava come domestica. Mostrò presto un grande talento per la pittura e i genitori adottivi gli pagarono gli studi presso una scuola d’arte. Frequentò poi l’ambiente del Greenwich Village, dove riscosse un certo successo come giovane esponente dell’Espressionismo astratto. Tate divenne una figura rispettata, anche se minore, della scena artistica di New York, apprezzata dai suoi coetanei, anche se alquanto oscura al grande pubblico. Un motivo ricorrente nelle sue opere era la rappresentazione dei ponti. L’abuso di alcol, tuttavia, e il fatale incontro con due geni della pittura, Pablo Picasso e George Braque, conosciuti entrambi in Francia nel 1959 nel suo unico viaggio all’estero, durante il quale ebbe anche una fugace relazione con Peggy Guggenheim, lo gettarono in una profonda prostrazione. Tate cominciò a dubitare del suo talento, cercò di ricomprare i suoi quadri per “correggerli” e, durante un fine settimana in cui cadde preda della più cupa disperazione, diede fuoco alla quasi totalità delle sue opere. Il 12 gennaio 1960 si suicidò gettandosi da un traghetto nelle acque del fiume Hudson. Il suo corpo non fu mai trovato.

La monografia ebbe subito una vasta risonanza sulle pagine culturali dei giornali e sulle riviste d’arte anglosassoni. Il primo di aprile del 1998 David Bowie organizzò un party per la presentazione del libro a Manhattan, nello studio dell’artista pop Jeff Koons, dove accorsero gli esponenti più in vista del mondo dell’arte newyorchese. Durante l’avvenimento, Vidal e Richardson raccontarono falsi aneddoti per dare credibilità alla burla. Fin qui non c’è nulla di strano e siamo in un campo prettamente letterario e artistico. Esistono centinaia di false biografie di personaggi di ogni tipo, magari in parte basate su dati reali.

Circa una settimana dopo, il giornalista David Lister riferì su The Independent che "alcuni dei più grandi nomi del mondo dell'arte sono stati vittime di una bufala letteraria", e la storia fu ripresa da altri giornali, incluso il New York Times. Lister scrisse che nessuno con cui aveva parlato sosteneva di conoscere bene Tate, ma nessuno disse di non aver sentito parlare di lui. Affermò di aver annusato qualcosa di sospetto dal momento che sembrava essere l'unica persona nella stanza che non aveva mai sentito parlare di Tate. I suoi sospetti furono confermati quando scoprì che nessuna delle gallerie menzionate nel libro esisteva realmente.

In realtà, sembra che pochi si siano fatti ingannare e la maggior parte dei grandi nomi del mondo dell'arte (tra cui artisti, collezionisti, storici dell'arte, mercanti d'arte, scrittori e editori di riviste letterarie) presto si resero conto che Nat Tate era un’invenzione e che erano stati vittime di una elaborata burla. Sembra che alcuni dei quadri presenti nel libro fossero stati dipinti da Boyd stesso e la burla era resa più credibile dalla presentazione di Gore Vidal scritta sulla quarta di copertina. Inoltre, le fotografie di Nat Tate che compaiono nella "biografia" sono di persone sconosciute della collezione fotografica di Boyd. Il libro è stato pubblicato anche in Italia da Neri Pozza nel 2020 con la traduzione di Laura Prandino.


La falsa biografia, una burla, diventò una vera bufala il 10 novembre 2011, quando venne battuto all’asta da
Sotheby’s, con grande eco, un disegno dell’artista: Bridge no. 114. L'offerta vincente per il dipinto era di 7.250 sterline, ben al di sopra del prezzo previsto. L'acquirente in seguito si rivelò essere il personaggio televisivo inglese Anthony McPartlin. Il denaro fu donato all'Istituto di beneficenza generale degli artisti.

mercoledì 7 dicembre 2022

Sul significato quantistico dello zero assoluto 



Nel 1930, i fisici erano affascinati da un numero α chiamato costante di struttura fine o costante di Sommerfeld, la costante di accoppiamento dell'interazione elettromagnetica, di cui esprime l'intensità relativamente alla carica elementare. Fu introdotta da Arnold Sommerfeld nel 1916 come misura della deviazione relativistica delle linee spettrali del modello atomico di Bohr ed è espressa da una relazione fra costanti fisiche nell'ambito dell'elettromagnetismo. Come tutte le costanti di accoppiamento, α è una quantità adimensionale, indipendente dal sistema di unità di misura usato. Essa vale esattamente 1/137, o almeno così si pensava allora.

A detta di Max Born, in The Mysterious Number 137, pubblicato nei Proceedings of the Indian Academy of Sciences nel 1935, la costante «Ha le conseguenze più fondamentali per la struttura della materia in generale». Tale costante definisce la scala degli oggetti naturali: le dimensioni degli atomi e di tutte le cose che sono costituite da atomi, l'intensità e i colori della luce, l'intensità delle forze elettromagnetiche, ecc. In sostanza, controlla e ordina tutto ciò che vediamo. 


La costante di struttura fine è di fondamentale importanza anche per quanto concerne il principio antropico, infatti, questo parametro adimensionale è determinante nel far sì che l'Universo si presenti così com'è, ossia in grado, tra le altre cose, di ospitare forme di vita. Una leggera variazione (del 10-20%) dal suo valore basterebbe infatti a influenzare in modo rilevante le leggi fisiche che governano l'Universo, in quanto si avrebbero cambiamenti nei rapporti tra le forze attrattive e repulsive tra le particelle elementari, con conseguenze dirette sulla costituzione della materia e sull'attività stellare.  

La sua esistenza venne interpretata da alcuni scienziati come un indizio dell'incompletezza del nostro attuale modo di interpretare le leggi della natura. Come mai questo numero è l'esatto inverso di un numero intero?  Alcuni, come Arthur Eddington, che perse molto tempo della sua gloriosa carriera in queste elucubrazioni numerologiche, credettero che questa coincidenza dovesse avere necessariamente un significato mistico. Eddington inizialmente pensava che α valesse 1/136, ma poi cambiò idea per accordarsi ai dati sperimentali, una evidente contraddizione rispetto alla sua idea platonica di derivare le costanti fondamentali della natura da speculazioni esclusivamente numeriche. Altri, come Wolfgang Pauli, interessato alla Kabbalah, che associa un numero a ogni lettera ebraica, fu sconvolto nel notare che il numero che la Kabbalah associa alla parola Kabbalah non è altro che... 137. Il 137 per Pauli fu una vera e propria ossessione (e lo fu anche per il suo amico e sodale lo psicanalista Carl Jung) e tale rimase fino al giorno della sua morte. Morì nella camera numero 137 dell’Ospedale di Zurigo.  


Per prendere in giro questi eccessi numerologici, un giovane fisico, Hans Bethe, che avrebbe ricevuto il Premio Nobel nel 1967, scrisse con altri un articolo [1] in cui affermava di spiegare perché lo zero assoluto della temperatura, lo zero Kelvin, è pari a −273° Celsius.  Questa corrispondenza non è convenzionale, spiegava, perché −273 è uguale a −274 + 1. Tuttavia, 274 è uguale a due volte 137, cioè due volte l'inverso della costante di struttura fine.  Hans Bethe continuava poi questa assurda
ratatouille mescolando alcuni argomenti speciosi, spiegando ad esempio che è l'esistenza del neutrone che richiede l'aggiunta di un "più uno" affinché il calcolo sia corretto. 
“Consideriamo un reticolo cristallino esagonale.  La temperatura dello zero assoluto è caratterizzata dalla condizione che tutti i gradi di libertà sono congelati.  Ciò significa che tutti i movimenti interni del reticolo cessano.  Questo ovviamente non vale per un elettrone su un orbitale di Bohr. Secondo Eddington, ogni elettrone ha 1/α gradi di libertà, dove α è la costante struttura fine di Sommerfeld.  Oltre agli elettroni, il cristallo contiene solo protoni, per i quali il numero di gradi di libertà è lo stesso poiché, secondo Dirac, il protone può essere visto come un buco nel gas di elettroni.  Per ottenere lo zero assoluto dobbiamo quindi rimuovere dalla sostanza 2/α −1 gradi di libertà per neutrone.  (Il cristallo nel suo insieme dovrebbe essere elettricamente neutro; 1 neutrone = 1 elettrone + 1 protone.  Un grado di libertà rimane a causa del movimento orbitale.) Per la temperatura dello zero assoluto otteniamo quindi: 

 T0= −(2/α −1)°. 

Se prendiamo T0 = −273 otteniamo per 1/α il valore di 137 che concorda entro certi limiti con il numero ottenuto con un metodo completamente diverso.  Si può facilmente dimostrare che questo risultato è indipendente dalla scelta della struttura cristallina”. 
Per chiunque abbia basi rudimentali di fisica moderna, l’articolo è privo di senso ed è una evidente parodia di certi tipi di "numerologia" che sono popolari tra pseudoscienziati e invasati.  Per i suoi autori nel 1931 era ugualmente privo di senso; la fisica dello stato solido era meno avanzata di oggi e stava subendo alcuni cambiamenti drammatici causati dalla rivoluzione della fisica quantistica. Tuttavia, c’erano enormi lacune nella logica che avrebbero dovuto essere ovvie per i fisici di quel tempo. 

Ad esempio, α è indipendente dai sistemi di unità di misura, mentre il numero −273 per lo zero assoluto si applica solo ai gradi Celsius; in un altro sistema come i gradi Fahrenheit, lo zero assoluto è a −459° F. Questa è solo la sciocchezza più ovvia nel documento, ma avrebbe dovuto essere sufficiente per gli editori del giornale per capirlo. 

L'articolo fu pubblicato su una rivista molto seria il 9 gennaio 1931.  Tre mesi dopo, il direttore della rivista dovette pubblicare una nota spiegando che questa bufala aveva solo lo scopo di mettere in guardia contro la proliferazione di pubblicazioni che rientrano in quelle che ora vengono chiamate "scemenze".  Inoltre, ora sappiamo che la costante di struttura fine non vale 1/137 ma 1/137.035.999...  Non è il reciproco di un intero, quindi non c'era bisogno di fare tante speculazioni. 

[1] G. Beck, H. Bethe, W. Riezler, "Remarks on the quantum theory of the absolute zero of temperature", Die Naturwissenschaften, 2 (1931) 

lunedì 5 dicembre 2022

Bielefeld non esiste

 


Il complotto di Bielefeld (
Bielefeld Verschwörung) è una teoria satirica che afferma che la città di Bielefeld, in Germania, non esiste, ma è un'illusione propagata da varie forze occulte. Pubblicata per la prima volta sulla Usenet tedesca nel 1994, essa è probabilmente la più antica tra le varie che, in tutto il mondo, negano l’esistenza di qualche località o addirittura di regioni (come da noi il Molise) o intere nazioni (come la Finlandia o l’Australia).

La storia racconta che la città di Bielefeld (341.755 abitanti a dicembre 2021) nello stato tedesco del Nord Reno-Westfalia in realtà non esiste. Piuttosto, la sua esistenza è semplicemente propagata da un'entità nota solo come SIE ("loro" in tedesco, sempre in maiuscolo), che ha cospirato con le autorità per creare l'illusione dell'esistenza della città.

La burla pone tre domande:

Conosci qualcuno di Bielefeld? 
Sei mai stato a Bielefeld? 
Conosci qualcuno che sia mai stato a Bielefeld?

Ci si aspetta che la maggioranza risponda negativamente a tutte e tre le domande. Chiunque possa rispondere di sì a una qualsiasi delle domande o rivendicare qualsiasi altra conoscenza su Bielefeld viene immediatamente additato come coinvolto nella cospirazione o sua vittima.

Le origini e le ragioni di questa cospirazione non fanno parte della teoria originale. Tra i creatori del complotto sono stati indicati scherzosamente la CIA, il Mossad o gli alieni, che usano l'Università di Bielefeld come travestimento per la loro navicella spaziale.

La teoria del complotto è stata resa pubblica per la prima volta in un messaggio in un social il 16 maggio 1994 da Achim Held, uno studente di informatica all'Università di Kiel. Quando un amico di Achim Held incontrò qualcuno di Bielefeld a una festa studentesca nel 1993, disse Das gibt's doch gar nicht, una frase paragonabile a "Non ci credo", a significare incredulità o sorpresa. Tuttavia, la sua traduzione letterale è "Non può essere vero", suggerendo così (ambiguamente) non solo che l'affermazione non era reale, ma anche che nemmeno la città è reale. Da lì, si è diffuso in tutta la comunità Internet di lingua tedesca e continua ad essere popolare anche dopo quasi trent’anni.

In un'intervista televisiva condotta per il decimo anniversario della pubblicazione sul newsgroup, Held affermò che questa burla sicuramente ebbe origine dal suo messaggio su Usenet, che era inteso solo come uno scherzo. Secondo Held, l'idea della teoria del complotto si è formata nella sua mente mentre parlava con un avido lettore di riviste New Age e da un viaggio in macchina presso Bielefeld in un momento in cui l'uscita dall'autostrada per la città era chiusa.

Lo storico Alan Lessoff osserva che una ragione del successo della burla è la mancanza di caratteristiche degne di nota di Bielefeld, poiché non ospita grandi istituzioni o attrazioni turistiche e non si trova sul corso di un fiume importante, "Bielefeld vuol dire anonimo".

Nel novembre 2012, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto riferimento in pubblico alla cospirazione parlando di una riunione del municipio a cui aveva partecipato a Bielefeld, aggiungendo: "... se esiste" e "ho avuto l'impressione di essere lì".


Il consiglio comunale di Bielefeld si è adoperato per generare pubblicità per Bielefeld e costruire un'immagine pubblica della città conosciuta a livello nazionale. Tuttavia, anche dieci anni dopo l'inizio della cospirazione, l'ufficio del sindaco riceveva ancora telefonate ed e-mail che affermavano di dubitare dell'esistenza della città.

Il primo aprile del 1999, il consiglio comunale ha rilasciato un comunicato stampa intitolato Bielefeld gibt es doch! (Bielefeld esiste!). In riferimento all'origine del presunto complotto, l'800° anniversario di Bielefeld si è tenuto nel 2014 con il motto Das gibt's doch gar nicht (“Non può essere vero”).

Nell'agosto 2019, il consiglio comunale si è offerto di donare 1 milione di euro a chiunque potesse fornire "prove incontrovertibili" della sua inesistenza nel tentativo di aumentare l'interesse per la città. Poiché nessuno è stato in grado di provare l'inesistenza di Bielefeld, la città vede quindi la sua esistenza come conclusiva e la cospirazione come terminata (in realtà, posta in questi termini, la questione è indecidibile). Per commemorarlo, la città eresse una lapide sopra un masso erratico nel centro storico vicino al monumento ai tessitori di lino.




domenica 4 dicembre 2022

La straordinaria invenzione di Claude Émile Jean-Baptiste Litre

 


Il Sistema internazionale delle unità di misura (SI) di solito consente l'uso della lettera maiuscola solo quando un'unità prende il nome da una persona. Ora, spesso è difficile distinguere tra il carattere "l" e la cifra "1" in determinati font o grafie, e quindi sia la minuscola (l) che la maiuscola (L) sono consentite come simbolo per litro. Il National Institute of Standards and Technology degli Stati Uniti ora raccomanda l'uso della lettera maiuscola L, una pratica ampiamente seguita anche in Canada e Australia.

Fu così che, per giustificare l'uso della L maiuscola per denotare i litri, nacque Claude Émile Jean-Baptiste Litre (1716-1778).

Kenneth Woolner pubblicò la bufala come pesce d’aprile 1978 in un lungo e serioso articolo di "CHEM 13 News", una newsletter dell'Università canadese di Waterloo di didattica della chimica per insegnanti. Secondo l’articolo, Claude Litre nacque il 12 febbraio 1716 nel villaggio di Margaux (è il nome di uno dei più prestigiosi bordeaux di Francia), figlio di un produttore di bottiglie di vino. In effetti, le bottiglie da un litro erano state un elemento vitale dell'industria vinicola di Bordeaux sin dagli anni '20 del Seicento, anche se nessuno si preoccupava del suo esatto valore. Questa tradizione familiare di interesse per i problemi di contenimento dei liquidi e la conoscenza delle proprietà del vetro ebbe senza dubbio una grande influenza sul lavoro successivo di Litre per la misurazione della capacità.

Litre mostrò subito talento matematico. Fu incoraggiato e protetto da diversi illustri scienziati (de Maupertuis e Celsius sopra tutti) nel corso della sua vita, durante la quale realizzò i primi cilindri di vetro con graduazioni accurate. Prima di Litre, nessuno aveva mai realizzato un cilindro preciso di vetro trasparente, e i suoi cilindri variavano di diametro interno di meno dello 0,1% su tutta la loro altezza. E nessuno, prima di Litre, aveva graduato con tanta precisione un cilindro di vetro, in decimi, centesimi e talvolta anche millesimi. I suoi cilindri graduati erano ambiti dai chimici di tutta Europa.


La sua principale opera scritta, gli
Études Volumétriques del 1763, fu tradotta in inglese nel 1764 da Joseph Priestley (1733-1804) e in tedesco nel 1767 da Karl Wilhelm Scheele (1742-1786). Nella prefazione alla traduzione, Priestley elogiò il lavoro di Litre come un perfetto esempio del fatto che "tutte le cose (e in particolare qualsiasi cosa dipenda dalla scienza) negli ultimi anni hanno avuto un progresso verso la perfezione più rapido che mai”.

Dei cilindri graduati di Litre non sopravvive un solo esemplare, ma durante la sua illustre carriera scientifica, Litre propose un'unità di misura del volume che fu incorporata nel Sistema internazionale di unità dopo la sua morte nel 1778.

Gli ultimi anni di Litre trascorsero nella fama e adulazione accumulata tra i sapienti di Parigi, e purtroppo furono turbati da una sequenza senza fine di contenziosi sui brevetti contro vetrai tedeschi, veneziani e boemi. Sebbene fosse il destinatario di ogni onore civile che la Francia potesse conferire, Litre non fu mai ammesso all'Académie des Sciences, anche se costruì apparati per tutti i filosofi dell’Accademia e molti di loro lo consideravano un amico. Si dice che Litre sia stato escluso da Lavoisier, che non voleva che l'atmosfera aristocratica del consesso fosse contaminata da un "fournisseur". Litre rifiutò di lasciarsi turbare da questa mancanza di riconoscimento ufficiale da parte dell'establishment scientifico. In effetti, sembra che non si sia mai lasciato turbare da nulla: era un individuo paziente, flemmatico, non portato all'argomentazione. Era astemio, laborioso e in ottima salute quando morì prematuramente il 5 agosto 1778, durante l'epidemia di colera di quell'anno.

Nei suoi Études Volumétriques Litre aveva scelto, per il suo volume standard, una misura molto vicina al vecchio flaçon royal di Enrico IV, introdotto nel 1595 per standardizzare la tassazione del vino. Tuttavia, riconobbe l'arbitrarietà di questa unità e suggerì che in qualsiasi sistema di unità razionalizzato, il volume avrebbe potuto essere specificato in termini di massa standard di un liquido standard. Ma il sogno di Litre di un sistema di unità razionalizzato non iniziò a concretizzarsi che 15 anni dopo la sua morte, quando il matematico Lagrange (1736 – 1813) fu nominato a capo di una commissione per elaborare un tale sistema. E nel 1795 nacque il sistema metrico decimale.


Il chimico Antoine de Fourcroy (1755-1809), che aveva studiato la costruzione di strumenti nella fabbrica di Litre prima del suo grande lavoro sulla nomenclatura con Lavoisier, fu probabilmente il primo a suggerire che il nome di Litre fosse usato per l'unità di volume.

Il finto tributo di Woolner era talmente adattato ai suoi potenziali lettori che fu preso sul serio. Nel 1980 fu pubblicato un abstract su Chemistry International, la rivista dell'International Union of Pure and Applied Chemistry (IUPAC), che fu ritrattato secondo i crismi nel numero successivo della rivista.

Per i più curiosi, aggiungo che il cognome del grande scienziato (poi nome dell'unità di capacità) deriva dal francese litre, da litron, nome di un’antica misura francese di capacità per il grano (XVI sec.), dal latino medievale litra, a sua volta dal greco λιτρα, "libbra" (unità di peso).

sabato 3 dicembre 2022

Ompax Spatuloides: il pesce ornitorinco

 


Nel 1872, Carl Staiger, che era allora il direttore del Museo di Brisbane, stava visitando la
Gayndah Cattle Station nel Queensland settentrionale, in Australia. Per la cena gli fu presentato un pesce cotto che non aveva mai visto prima. In effetti, era così insolito d’aspetto che fece un disegno del pesce prima di mangiarlo. Lungo circa 45 cm, con il corpo coperto da scaglie ossee simili a quelle delle aguglie, piccole pinne pettorali, aveva una testa simile a quella di una specie nota di dipnoo (capace di respirare aria), una lunga coda e un becco d’anatra, simile a quello di un ornitorinco.

I suoi ospiti gli dissero che il pesce era stato catturato dai nativi australiani in una pozza d'acqua vicino al fiume Burnett, ma che era difficile da trovare.

Staiger inviò il disegno a François Laporte, conte di Castelnau, uno dei più eminenti naturalisti dell'epoca. Castelnau riferì debitamente la scoperta nel 1879 alla Linnaean Society del Nuovo Galles del Sud, assegnandole il nome di Ompax spatuloides. Riguardo alla scelta del nome del genere, scriveva: "Nella nostra attuale conoscenza di questo singolare pesce, potrebbe sorgere qualche inconveniente dal dargli un nome significativo; e penso che sia preferibile designarlo sotto il nome misterioso di Ompax".

Date credenziali così distinte e il fatto che ci si potesse aspettare che nuove specie si trovassero in aree remote dell'entroterra australiano (erano passati solo tre anni dalla scoperta del primo dipnoo in Australia) nessuno mise in dubbio l'esistenza di un tale "pesce ornitorinco” e, nonostante non fossero stati mai scoperti altri esemplari, esso rimase nell'elenco della fauna selvatica australiana per i successivi 30 anni. Era l’uomo di Piltdown dell’ittiologia.

Tuttavia, alla fine qualcuno diede un'occhiata più da vicino al disegno di Staiger e dedusse che egli era stato preso in giro da un'abile bufala. La conferma arrivò dall'autore di una lettera (scritta con lo pseudonimo di Waranbini) al quotidiano The Bulletin di Sidney nel 1930. Il mittente scriveva che i componenti dell'esemplare provenivano dalla coda di un'anguilla, dal corpo di un cefalo e dalla testa di un dipnoo australiano. L'ultimo animale, il Neoceratodus forsteri, è un pesce straordinario, un vero fossile vivente. Nella lettera che rivelava la bufala era riportata anche l'aggiunta di un becco di ornitorinco, come mostrato di profilo nella figura di accompagnamento di Castelnau.

Si può immaginare la gioia del burlone nel riuscire a superare in astuzia uno dei massimi esperti di fauna selvatica in circolazione all'epoca, congratulandosi anche con sé stesso per la sua intelligente precauzione di aver cucinato il pesce prima di presentarlo alla sua vittima. Per anni a Gayndah di fronte a un mistero si diceva “Deve essere un Ompax!”

lunedì 21 novembre 2022

Il secolare falso della Donazione di Costantino

 


La
Constitutum Constantini, la più famosa di tutte le falsificazioni medievali, fu scritta a Roma (probabilmente dalla Cancelleria pontificia), o in Francia, tra l’Ottavo e il Nono secolo, e stabilì per secoli la base giuridica per il primato clericale di papa Silvestro e dei suoi successori. Secondo il documento, l’imperatore romano Costantino Il Grande aveva ceduto al papato vaste regioni del suo impero.

La Donazione inizia raccontando la conversione di Costantino alla fede cristiana e la sua guarigione dalla lebbra ottenuta da Silvestro, Vescovo di Roma. Dopo aver così testimoniato, Costantino avrebbe poi concesso a Silvestro il primato su tutti gli altri patriarcati, rendendolo capo di tutto il clero cristiano, e fatto del papato una sorta di regno temporale, con vaste rivendicazioni territoriali a sua disposizione.

Il documento, che avrebbe recato la data del 30 marzo 315, afferma di riprodurre un editto emesso dall'imperatore Costantino. Con esso egli avrebbe attribuito al papa Silvestro I e ai suoi successori una serie di concessioni. La parte del documento su cui si basarono le rivendicazioni papali recita:
«In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Infine, noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali.»
Inoltre, la Chiesa di Roma ottenne, secondo il documento gli onori, le insegne e il diadema imperiale per i pontefici, ma soprattutto la giurisdizione civile sulla città di Roma, sull'Italia e sull’Impero Romano d'Occidente.

La donazione venne utilizzata dalla Chiesa nel medioevo per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare il suo potere temporale sulla base di una legge imperiale. Dopo l'età carolingia, la donazione fu riesumata da papa Leone IX nel 1053, e fu dunque introdotta, nel XII secolo, nel Decretum Gratiani e in altre raccolte di Decretali dalle mani di interpolatori. Essa fu considerata un documento veritiero anche dagli avversari del potere dei pontefici. Fece eccezione Ottone III, imperatore dal 996, nipote dell'Ottone ritenuto da molti fondatore del Sacro Romano Impero. Egli, infatti, spinto dalla volontà di rinnovare l'Impero, si era affrancato dal clero cercando di ottenere una posizione di potere sulla Chiesa. Per conseguire il suo fine contestò, nel 1001, la validità del documento, accusando il diacono Giovanni dalle mani mozze di esserne l'artefice. Nel medesimo testo, Ottone sancì la donazione di otto contee di sua proprietà in favore del Papato.

Alcuni secoli dopo, Dante Alighieri, nel De Monarchia, pur non ritenendo falsa la donazione, ne negava il valore giuridico, in quanto con essa l'imperatore aveva recato danno all’Impero Romano, compiendo in tal modo un atto contrario ai propri doveri istituzionali. Infatti, il poeta affermava che né Costantino aveva il diritto di donare a terzi dei territori appartenenti all'Impero, né un papa poteva comprenderli tra i propri possedimenti, in quanto avrebbe contravvenuto ai precetti evangelici riguardo all'obbligo di povertà per la Chiesa: al massimo, avrebbe potuto accettare il dono come usufruttuario. In sostanza, Dante giudicava la donazione come un atto non valido, criticando la Chiesa per averlo considerato la prova giuridica del proprio potere temporale.

Un aumento dello scetticismo in generale e più direttamente verso la presunta pietà e potere della Chiesa cattolica fu uno dei tratti distintivi del pensiero umanistico e rinascimentale. Come fondamento di molti dei diritti e dei privilegi inerenti alla Chiesa, la Donazione di Costantino venne considerata da molti con un occhio molto più critico ed è in questa atmosfera di interrogativi che Lorenzo Valla, sacerdote, umanista e retore, volle esaminare il documento contraffatto, scrivendo nel 1440 il De falso credita et ementita Constantini donatione. Va notato che il patrono politico di Valla all'epoca era Alfonso d'Aragona, coinvolto in un conflitto territoriale con lo Stato Pontificio, e si deve presumere che Valla fosse stimolato dalla sua fedeltà ad Alfonso. Finché la Donazione di Costantino continuava ad essere accettata come valida, le rivendicazioni contrastanti di monarchi come Alfonso potevano essere caratterizzate non solo come imperfette, ma in realtà anticristiane. Valla era deciso a cambiare le cose.

All'inizio del suo discorso, Valla riconosce che è probabile che incontrerà un'opposizione violenta a causa della sua opera, ma afferma coraggiosamente che "... dare la propria vita in difesa della verità e della giustizia è la via della più alta virtù, del più alto onore, della più alta ricompensa." Fornisce anche un imperativo etico al suo attacco alla Chiesa dicendo: “Né è da stimare un vero oratore che sa parlare bene, se non ha anche il coraggio di parlare. Allora abbiamo il coraggio di accusare colui, chiunque sia, che commette crimini che richiedono accusa.”

Valla poi richiama una nota vicenda degli Atti degli Apostoli, in cui Paolo rimprovera Pietro per aver evitato i gentili. C'è una grande abilità nell'uso di questa storia particolare, poiché i Papi, il cui potere Valla sta per minare, considerano la loro autorità ecclesiastica tramandata in una catena ininterrotta dallo stesso Pietro. All'occupante della Sede di Pietro dice: «Nessuno è reso immune dal rimprovero di un'autorità che non rese immune nemmeno Pietro».

A questo punto, Valla sfida direttamente i Papi per la loro complicità nel perpetrare un falso “... o per supina ignoranza, o per grossolana avarizia che è schiava degli idoli, o per orgoglio di potere di cui la crudeltà è sempre la compagna". Dopo averli accusati di stupidità o di avidità, continua a condannarli per "... disonorare la maestà del pontificato, disonorare la memoria degli antichi pontefici, disonorare la religione cristiana, confondere tutto con omicidi, disastri e crimini". In questo modo mantiene la sua fedeltà alla Chiesa come istituzione, spostando il suo attacco su individui all'interno della Chiesa che hanno usato il falso per promuovere se stessi e il potere del papato. Nell'Italia rinascimentale c'erano molti che sostenevano la riforma della chiesa rifiutandosi contemporaneamente di considerare un'alternativa all'autorità ecclesiastica, come avveniva nel nord Europa e come sarebbe drammaticamente emerso con la Riforma luterana.


Valla rivolge poi la sua attenzione al documento stesso, a cominciare dai suoi fondamenti storici, a cominciare dalla legalità di tale dono:
«[...]. Per prima cosa dimostrerò che Costantino e Silvestro non erano giuridicamente tali da poter legalmente l’uno assumere, volendolo, la figura di donante e poter quindi trasferire i pretesi regni donati che non erano in suo potere e l’altro di poter accettare legalmente il dono [...]. In seconda istanza, dimostrerò che anche se i fatti non stessero cosí (ma sono troppo evidenti), né Silvestro accettò né Costantino effettuò il trapasso del dono, ma quelle città e quei regni rimasero sempre in libera disponibilità e sotto la sovranità degli imperatori. In terza istanza dimostrerò che nulla diede Costantino a Silvestro [...]. Dimostrerò (quarto assunto) che è falsa la tradizione che il testo della Donazione o si trovi nelle decisioni decretali della Chiesa o sia estratto dalla Vita di Silvestro [...]. Aggiungerò notizie su altri falsi o su sciocche leggende relativamente a donazioni di altri imperatori. [...] aggiungerò che, anche se Silvestro avesse preso possesso di ciò che afferma di aver avuto, una volta che o lui o altro papa fosse stato scacciato dal possesso non avrebbe più possibilità di rivendica [...]. Al contrario (ultima parte della mia discussione) i beni tenuti dal papa non conoscono prescrizioni di sorta.»
Osservando divertito l'idea di un tale dono dal punto di vista dell'imperatore Costantino, si chiede quale tipo di monarca trovi naturale cedere il suo regno:
«[...]. Qualcuno di voi se si fosse trovato al posto di Costantino, avrebbe ritenuto opportuno donare per sola liberalità Roma, patria sua, capitale del mondo, regina delle città [...]? e per giunta egli si sarebbe recato in una modesta cittaduzza, quella che fu poi Bisanzio? e insieme a Roma avrebbe dato in dono l’Italia, che non è una provincia, ma la signora delle province [...]? Non mi si farà mai credere che ciò possa fare uno sano di mente.»
Eppure, molti persistevano in questa stessa idea, perché vedevano la storia mitica della conversione di Costantino come esplicativa di tutti il comportamento successivo.

Nessun sovrano avrebbe mai rinunciato a Roma e in generale a tutto l'Occidente. A quanti la giustificavano perché l'imperatore era divenuto cristiano, Valla risponde negando che il regnare fosse incompatibile con la religione cristiana, mentre per chi la sostiene spiegandola come segno di riconoscenza per la guarigione dalla lebbra la risposta è più netta: questa è una favola derivata dalla storia biblica di Naaman, risanato da Eliseo, proprio come quella della leggenda del drago fatto morire dal profeta Daniele.

La donazione, quindi, non ha alcuna plausibilità. Chi la sostiene offende Costantino, il Senato e il Popolo romano, Papa Silvestro I e il pontificato. La donazione è insostenibile anche dal punto di vista storico: per diversi secoli, nessun Papa ha mai preteso obbedienza dai sovrani, perché Roma e l'Italia erano sotto il dominio imperiale, come risulta da un'ampia documentazione storica.

Agli argomenti di ordine giuridico, psicologico e storico, Valla fa seguire una parte dedicata all'esame del documento, che conosce nella forma parziale trasmessa dal Decretum Gratiani. Intanto – osserva il filologo – il testo della donazione è assente nelle copie più antiche del Decretum: non è quindi stato inserito da Graziano, che l'avrebbe coerentemente ricordato insieme al Pactum Ludovicianum. Il Valla dimostra che la lingua della Donazione è un latino che risente degli influssi barbarici e che i riferimenti dell'opera rimandano ad un momento nel quale Costantinopoli è la nuova capitale dell'Impero Romano: la lingua non è quella di un documento dell'età costantiniana, è latino medievale.

Valla è convinto che se il ritrovato cristianesimo di Costantino fosse stato davvero la sua motivazione, più probabilmente avrebbe visto un'opportunità per portare il cristianesimo ai suoi sudditi piuttosto che semplicemente cedere le loro terre. Continua dicendo: “Sei diventato cristiano, Costantino? Allora è molto sconveniente per te ora come imperatore cristiano avere meno sovranità di quella che avevi come infedele. Perché la sovranità è un dono speciale di Dio, per il quale anche i sovrani gentili dovrebbero essere scelti da Dio”. Qui Valla ribalta le argomentazioni sulla conversione di Costantino, dicendo in effetti che diventare giusto avrebbe reso Costantino un sovrano più legittimo, non meno. Valla usa quindi esempi tratti sia dalla Bibbia che dall'antichità per dimostrare che solo perché Dio ha concesso grandi doni a un sovrano, mai prima d'ora un sovrano ha dato in cambio metà del suo impero. I riferimenti di Valla a queste fonti avevano un importante valore retorico, poiché sarebbero stati familiari al suo pubblico, essendo pilastri della letteratura rinascimentale e considerati prove conclusive del comportamento appropriato dei monarchi.

Valla continua il suo Discorso in termini più concreti, sottolineando che non esiste alcuna documentazione esistente sull'accettazione da parte di Silvestro del dono di Costantino. “Dove è la presa di possesso, la consegna? Perché se Costantino ha dato solo una carta, non voleva fare amicizia con Silvestro, ma prenderlo in giro”. Quello che Valla sta dicendo è che se un dono viene dato senza che il titolo legale passi di mano, non c'è affatto dono, ma potrebbe anche essere una presa in giro. Se una persona dovesse inviare una lettera offrendo di fare un regalo, e poi non seguire quella offerta con qualcosa che verifica un cambio di titolo, il regalo è poco più che una vuota promessa. La persona che riceve il regalo dovrebbe anche fornire documenti che certificano la sua accettazione e la successiva amministrazione del regalo. Nessuna di questa documentazione successiva esiste nel caso della Donazione di Costantino, ed è quindi una forte prova circostanziale che né Costantino né Silvestro erano a conoscenza di un tale dono. Valla si fa beffe dell'assenza di questi documenti giustificativi, dicendo: "Dopo la partenza di Costantino, quali governatori fece Silvestro sulle sue province e città, quali guerre fece, quali nazioni che imbracciavano le armi sottomise, attraverso chi continuò questo governo? Non conosciamo nessuna di queste circostanze, rispondete. Penso che tutto questo sia stato fatto di notte e nessuno l'ha visto!”

Valla segnala anche gli anacronismi presenti nel testo che ne screditano la presunta età, come l'uso della parola “satrapo” per riferirsi a funzionari romani, quando in realtà quel termine non era stato usato in tal modo fino all'VIII secolo (è una parola di origine persiana passata poi al greco bizantino) . “Chi ha sentito parlare di satrapi nei concili dei romani? Non ricordo di aver mai letto di menzionare alcun satrapo romano, e neppure di un satrapo in nessuna delle province romane”. Valla sottolinea anche l'uso nel documento dell'espressione “popolo suddito” riferendosi ai cittadini di Roma, cosa che sarebbe stata inconcepibile per un popolo che, in quanto libero cittadino di Roma, governava gli altri. “Possono quelli che governano altri popoli, essi stessi, essere chiamati popolo suddito? È assurdo! Perché in questo, come testimonia Gregorio in molte lettere, il sovrano romano differisce dagli altri, che solo lui è sovrano di un popolo libero”. Gli anacronismi sono prove chiave per smascherare i falsi e Valla fa un ottimo lavoro nel trovarli nel suo Discorso.

Sarebbe anche una prova di un trasferimento nell'amministrazione che ci fosse qualche cambiamento nella moneta coniata dell'impero che Costantino avrebbe presumibilmente ceduto al papa, ma non è così. Lo stesso Valla possedeva monete di quell'epoca che dimostravano il punto. “... ci sono monete d'oro di Costantino dopo che divenne cristiano, con iscrizioni, non in greco, ma in lettere latine, e di quasi tutti gli imperatori in successione. Ce ne sono molti in mio possesso con questa iscrizione per la maggior parte, sotto l'immagine della croce, "Concordia orbis [La pace del mondo]". Che numero infinito di monete dei sommi pontefici si troverebbero se tu mai avessi governato Roma! Ma nessuno di questi si trova, né oro né argento, né si dice che sia stato visto da nessuno. Eppure, chi in quel tempo deteneva il governo a Roma doveva avere una propria moneta: senza dubbio quella del Papa avrebbe portato l'immagine del Salvatore o di Pietro». Questa prova di una continuazione nell'amministrazione dei governanti secolari dell'impero è difficile da confutare, e Valla è saggio usarla più avanti nel testo come supporto alle sue argomentazioni più circostanziali.

Valla segnala poi una delle più evidenti inesattezze storiche quando rileva che la Donazione si riferisce, erroneamente, alla città di Costantinopoli, che al momento in cui si supponeva fosse stato redatto il documento non esisteva. “Come al mondo - questo è molto più assurdo e impossibile nella natura delle cose - si potrebbe parlare di Costantinopoli come di una delle sedi patriarcali, quando non era ancora un patriarcato, né una sede, né una città cristiana, né chiamata Costantinopoli, né fondata, né pianificata! Perché il "privilegio" fu concesso, così si dice, il terzo giorno dopo che Costantino divenne cristiano; quando ancora Bisanzio, non Costantinopoli, occupava quel sito”. Il nome errato di Costantinopoli al posto di Bisanzio è un errore sciatto del falsario e, sottolineandolo, Valla rivela ulteriormente il falso per ciò che è.

Un'ulteriore ignoranza dell'antica terminologia romana viene rivelata quando Valla sottolinea che la Donazione dice "... sono "fatti patrizi e consoli", riferendosi ai chierici della chiesa. I patrizi erano una classe sociale nell'antica Roma, e dalla classe patrizia vi erano solo due consoli, mentre più tardi nel Medioevo il termine "consoli" venne ad essere identificato più in generale con una certa classe di persone, che probabilmente portarono alla confusione del falsario. Valla dice: “Chi ha mai sentito di senatori o altri uomini che sono stati fatti patrizi? I consoli sono "fatti", ma non patrizi. I senatori, i padri coscritti, provengono da famiglie patrizie (chiamate anche senatoriali), equestri o plebee a seconda dei casi…” L’erudito si burla anche di ciò che sarebbe seguito se il clero, infatti, fosse elevato allo status di console romano. “Ma come può il clero diventare console? Il clero latino si è negato il matrimonio; e diventeranno consoli, faranno arruolamento di truppe e si recheranno nelle province loro assegnate con legioni e ausiliari? Servi e schiavi sono fatti consoli? E non devono essercene due, come era consuetudine; ma le centinaia e migliaia di servitori che servono la chiesa romana, devono essere onorate con il grado di generali?” La presa in giro dell'ignoranza del falsario a sua volta fa apparire ridicolo il falso, il che è un eccellente espediente retorico.

Indicando un altro errore, Valla porta i suoi lettori al riferimento del falsario al fatto che il diadema del re era fatto di "oro purissimo e di gemme preziose", quando, infatti, "...un diadema era fatto di stoffa ruvida o forse di seta”. Al tempo di Costantino un “diadema” sarebbe stato costituito da un pezzo di nastro di seta bianca, da legare intorno alla fronte del re indicando il suo status. Più tardi, nel Medioevo, un diadema divenne più associato a una corona, che sarebbe stata probabilmente ornata di gioielli come suppone il falsario. Questo è un altro caso di anacronismo, che si aggiunge alla cronologia sospetta del documento. Valla, con una preponderanza di prove sia concrete che circostanziali, ha costruito un caso impressionante per la confutazione della Donazione di Costantino come genuina. Il suo assalto sistematico alla Donazione attraverso un attento esame è meravigliosamente umanista.

Lorenzo Valla non fu il primo a sostenere che La donazione di Costantino era una frode, e altri più o meno nello stesso periodo, in particolare il cardinale Nicola Cusano e Reginald Pecocke, vescovo di Chichester, dicevano essenzialmente la stessa cosa. Ciò che rese la critica di Valla al documento un evento singolare è stata la natura pubblica della sua critica. Il suo saggio entrò in circolazione nel 1440 e fu ampiamente letto, anche se non pubblicato ufficialmente fino al 1517. Questo fu, non a caso, l'anno delle 95 tesi di Martin Lutero. Non dovrebbe sorprendere che la brillante decostruzione da parte di Valla di uno dei pilastri legali dell'autorità della Chiesa sia diventata estremamente popolare con l'incipiente Riforma protestante.

Valla sviluppò con cura la sua presentazione delle prove contro la Donazione, usando la sua vasta conoscenza del latino classico e le sue capacità retoriche per costruire un caso che è vicino all'inconfutabile, anche all'interno della Chiesa. Nel 1453 lo stesso papa Pio II, in un trattato rimasto inedito, ammise che il documento era un falso. I riferimenti alla Donazione sono notevolmente assenti dai documenti ecclesiastici successivi, sebbene il Vaticano non abbia ufficialmente ammesso l'ovvio fino alla metà del XVI secolo. E abbia continuato a possedere un regno almeno fino alla Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870.

Sebbene l'attacco diretto di Valla a un documento fondamentale della Chiesa possa averlo reso straordinario per il suo tempo, molti dei temi che abbraccia sono, in effetti, tipici della letteratura rinascimentale. La bordata di Valla alla Chiesa cattolica trova eco negli scritti di molti che hanno messo in dubbio la pietà dei chierici nel mezzo di un'epoca di interrogativi. Spesso le storie di questo periodo hanno come personaggi principali sacerdoti o monaci preoccupati per il guadagno terreno, o monache che sono cadute nel peccato mentre vivevano in un convento. L'esposizione di Valla della natura fraudolenta della Donazione avrebbe portato un pubblico già scettico nei confronti della Chiesa a interrogarsi su altre affermazioni dottrinali avanzate da Roma.


Valla è, a questo proposito il tipico umanista rinascimentale, in quanto sottolinea che l'impero retto dai Pontefici sulla terra è stato da sempre un impero di creazione terrena, non di ispirazione divina. Gli umanisti vedevano l'umanità come autonoma, che non richiedeva l'intervento divino per elaborare il suo destino, come espresso da Giovanni Pico nella
Orazione sulla dignità dell'uomo. Collocando i Papi nella stessa categoria degli altri monarchi affamati di terra, il potere ecclesiastico viene privato della sua aura religiosa e rivelato solo come un'altra impresa mortale.

domenica 20 novembre 2022

La truffa del dinosauro piumato

 


Il primo Archaeopteryx fu trovato nei calcari giurassici di Solnhofen (Baviera, Germania) nel 1861 e fu presto accettato come prova chiave che uccelli e rettili condividono antenati comuni. Nel 1864 Charles Darwin in L'origine delle specie, scrisse: "si è sempre pensato che l'intera classe degli uccelli sia comparsa improvvisamente durante il periodo Eocene, ma oggi sappiamo, grazie agli studi di Owen, che un uccello visse nel Giurassico, Archaeopteryx, con la sua lunga coda da lucertola, recante una coppia di piume su ogni lato e con le ali dotate di artigli liberi, scoperto nei calcari di Solnhofen. Nessuna scoperta recente, dimostra così fortemente, quanto poco sappiamo degli ex abitanti di questo mondo”. 

L'Archaeopteryx somigliava in parte a un piccolo dinosauro carnivoro (alto 25 cm, pesava circa 0,8-1 Kg), in parte a un uccello. Aveva coda lunga, sterno non carenato, 3 robuste dita della mano provviste di artigli e bocca con un gran numero di denti appuntiti e ricurvi all’indietro. Come gli uccelli aveva la furcula (piccolo osso a forma di V che risulta dalla fusione delle clavicole), gli alluci rivolti posteriormente, utili per appollaiarsi sui rami, e il corpo coperto di penne e piume. Carnivoro e insettivoro, si nutriva di piccoli rettili, che catturava lanciandosi dai rami. Si ritiene che fosse un buon volatore. Archaeopteryx era il classico “anello di congiunzione”, che dimostrava come gli uccelli si sarebbero evoluti dai rettili. Forse Archaeopteryx non è il vero antenato diretto dei moderni uccelli, ma secondo alcuni studiosi potrebbe rappresentare un ramo evolutivo parallelo. Per molti anni, nonostante la scoperta di un certo numero di dinosauri teropodi dal corpo piccolo con piume di vario tipo, un vero "intermedio" tra teropodi non aviari e uccelli era rimasto sfuggente alla ricerca.  In effetti, la natura unica di Archaeopteryx (ad oggi solo 13 esemplari ritrovati in tutto) aveva persino condotto alcuni, negli anni ‘80 del secolo scorso, ad affermare che i due esemplari più noti erano falsi, ipotesi poi smentita.

Quando il fossile chiamato Archaeoraptor liaoningensis, proveniente da Liaoning in Cina, fu "scoperto" nel 1999, esso sembrava completare perfettamente la successione dinosauro (rettile) → dinosauro piumato → uccello. Il fossile fu "trovato" in Cina ed ebbe successo negli Stati Uniti, nelle mani dell'artista dei dinosauri e collezionista Stephen Czerkas (fondatore del Dinosaur Museum di Blanding, Utah), che aveva acquistato il fossile per 80mila dollari nel mercato clandestino e collaborò con un giornalista del National Geographic, dove apparve per la prima volta il nome non ufficiale di Archaeoraptor liaoningensis.  Sia la natura apparentemente transitoria di Archaeoraptor che il processo per cui era stato citato al di fuori della letteratura scientifica sottoposta a revisione paritaria causarono grandi polemiche tra i paleontologi dei vertebrati.  La rivista proclamò che il fossile era un "anello mancante" tra gli uccelli e i dinosauri teropodi terrestri. 


Anche prima di questa pubblicazione, vi erano stati forti dubbi sull'autenticità del fossile, ma lo scandalo scoppiò quando venne dimostrato, attraverso un successivo studio scientifico, che il presunto fossile era una truffa. La falsificazione era stata ottenuta con la ricomposizione di pezzi di fossili reali provenienti da specie animali differenti. Zhou et al. (2001) dimostrarono infatti che la testa e la parte superiore del corpo appartenevano in realtà a un esemplare dell'uccello primitivo
Yanornis, mentre uno studio del 2002 permise di scoprire che la coda era parte di un esemplare di Microraptor, un piccolo dinosauro dromeosauride alato (descritto nel 2000). Le zampe posteriori appartengono invece a un animale ancora sconosciuto.

Lo scandalo di Archaeoraptor ha avuto conseguenze notevoli. Portò l'attenzione sul commercio illegale di fossili condotto in Cina, ed evidenziò la necessità di uno stretto controllo delle notizie sui presunti "anelli mancanti" pubblicati su giornali senza peer-review. Lo scandalo del fossile fu poi usato dai creazionisti per mettere dubbi sulla Teoria evoluzionistica. Anche se Archaeoraptor era un’impostura, sono però noti molti veri esempi di dinosauri piumati che dimostrano la connessione evolutiva tra uccelli e altri dinosauri teropodi.

sabato 19 novembre 2022

La memorabile beffa delle teste di Modigliani

 


Nell'estate del 1984, in occasione del centenario della nascita di Amedeo Modigliani (12 luglio 1884), l’allora Museo d'Arte Progressiva di Villa Maria di Livorno decise di allestire una mostra in suo onore. Lo scopo di questa iniziativa era quello di mettere in luce la breve e non ben documentata carriera di scultore di Modigliani.

La cura del progetto era affidata alla conservatrice del Museo civico locale, Vera Durbé, con la collaborazione del fratello Dario, sovrintendente della Galleria d'Arte Moderna di Roma. Per aumentare il successo della mostra, inizialmente un po' modesta e snobbata dalla critica (c'erano solo quattro sculture in mostra), i Durbé decisero di esplorare il fondo dei "fossi medicei", dove nel 1909, si diceva, Modigliani aveva gettato, scoraggiato dal giudizio dei suoi 'amici artisti', e prima di tornare a Parigi, alcune sculture.

Il Comune di Livorno non esitò a finanziare la ricerca, sperando in questo modo di attirare visitatori in città. E così, davanti a un'immensa folla di curiosi, i canali del centro della città furono dragati nella speranza di ritrovare il "Modigliani perduto". Passarono alcuni giorni, ma nessuna traccia delle sculture di Modigliani.

Quando l'intera operazione sembrava essere stata uno spreco di denaro pubblico, l'ottavo giorno accadde qualcosa di sorprendente e miracoloso: le acque torbide avevano restituito qualcosa. Era una testa di granito scolpita con lo stile per il quale Modigliani era famoso. Passarono alcune ore e i lavori di scavo trovarono altre due sculture.

Per i fratelli Durbé non c'erano dubbi: le opere appartenevano ad Amedeo Modigliani. Da quel momento Livorno fu letteralmente invasa dai turisti e dai media giunti da tutto il mondo, con grande gioia da parte dell'amministrazione comunale che aveva scommesso su questa avventura. Dall'America al Giappone, curiosi, giornalisti e critici d'arte si affollavano davanti al Museo di Villa Maria, impazienti di ammirare gli straordinari reperti.

I grandi accademici della critica d'arte italiana e nomi illustrissimi nel mondo dell'arte come Jean Leymarie, Cesare Brandi, Enzo Carli, Giulio Carlo Argan e Carlo Ludovico Ragghianti, insieme ad altri storici dell'arte come Luciano Berti, Emilio Tolaini e lo scultore Pietro Cascella applaudivano la scoperta.

L'unico a sostenere che queste tre sculture non fossero solo false, ma anche realizzate da due mani diverse fu Carlo Pepi, grande collezionista d'arte pisano e cacciatore di falsi, più tardi fondatore dell’Istituzione Casa Natale Modigliani e per qualche tempo membro dell'Archivio Legale Modigliani. La cosa curiosa, in questo girotondo di attribuzioni, fu che nel 1991 Pepi avrebbe scoperto in una vecchia carrozzeria vicina allo studio livornese di Modigliani cinque sculture che egli giudicò autentiche. Successivamente, con sorprendente coerenza, le solite Istituzioni che avevano preso per buone le sculture pescate nei fossi, ritennero false quelle autentiche. Per aver autenticato queste sculture, Pepi fu processato, ma infine assolto in formula piena. Durante il processo emerse il solito problema della scarsissima competenza dei cosiddetti "esperti", al punto che è difficile capire chi sia effettivamente attendibile per poter dire quando un Modigliani è autentico oppure no.

Nel frattempo Dario Durbé aveva pubblicato a tempo di record (due settimane) un libro-catalogo dal titolo "Due pietre ritrovate di Amedeo Modigliani", corredato di foto, perizie scientifiche e commenti di eminenti esperti.

In questo "elegantissimo catalogo" si legge chiaramente che nei fossi medicei di Livorno si erano cercate le teste scolpite che Modigliani, deriso dai commenti dei "compagni artisti livornesi", avrebbe gettato nel 1909, nonostante lo scrittore e critico Gastone Razzaguta, amico dell’artista, avesse assicurato che questo episodio era avvenuto sette anni dopo. E stranamente, nel catalogo veniva data poca importanza alla pubblicazione di Razzaguta, in contrapposizione a un libro che invece era preso in considerazione come un atto notarile. Nel testo, intitolato "Il Santo di Montparnasse" del rumeno Peter Neagoe, sul grande scultore Constantin Brancusi, veniva riportato l’episodio delle sculture gettate da Modigliani nell’acqua. Peccato che il sottotitolo, ignorato dal curatore del catalogo, era "Un romanzo basato sulla vita di Constantin Brancusi". Un romanzo. Un piccolo dettaglio stranamente omesso.

Dalle parole di Dario Durbé si può ben capire l'entusiasmo contagioso di quel periodo: "Poche parole per descrivere un episodio e le emozioni che avrebbero richiesto lo spazio di un intero libro. Mi sono sentito vicino a Modigliani, come se quella pietra avesse il potere di metterci in una sorta di contatto fisico e cancellare i settantacinque anni che separano il suo gesto amaro dalla gloria della nostra scoperta”.

La gran giornata era prevista per domenica 2 settembre, presso il luogo dell'esposizione, durante la presentazione del libro che doveva consacrare definitivamente il valore mondiale della scoperta. Ma il Diavolo ci mise la coda. Infatti, mentre al Museo d'Arte Progressiva si preparavano i festeggiamenti e gli ultimi dettagli prima dell'inaugurazione, una notizia dell'agenzia Ansa piovve come un fulmine a ciel sereno contro questa impresa: tre studenti livornesi, Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci avevano affermato in un'intervista al settimanale Panorama di essere gli autori della seconda testa scolpita. I ragazzi avevano detto che si trattava solo di uno scherzo, eseguito non con uno scalpello, ma con un semplice trapano Black & Decker. A conferma di quanto appena detto, sul giornale erano pubblicate alcune foto scattate dai tre studenti nel momento in cui eseguivano i lavori in un giardino. Un loro amico, Michele Genovesi, era anche andato da un notaio per far certificare la fabbricazione del falso. Per fugare i restanti dubbi, i ragazzi furono invitati anche in televisione, in prima serata, a ripetere in diretta il loro esperimento davanti a oltre dieci milioni di telespettatori. In poche parole, il loro fu uno dei più grandi scherzi del secolo.


Tutto ciò non spezzò le resistenze di chi (i fratelli Durbé ma anche gran parte della critica d'arte) credeva ancora che le opere fossero autentiche e che l'unico intento dei tre studenti fosse solo quello di farsi pubblicità. Ad avallare la loro tesi c'erano ancora le altre due teste scolpite di cui il trio, per loro stessa ammissione, non era responsabile. La trincea dietro la quale si proteggevano i fautori dell'autenticità delle opere crollò dopo una decina di giorni, quando si seppe che l'idea di farsi beffe dal mondo dell'arte non era venuta in mente solo a Luridiana, Ferrucci e Guarducci . Risultò, infatti, che le altre due sculture erano state scolpite da un ventinovenne artista promettente e controverso: Angelo Froglia, ex militante anarchico rivoluzionario, che aveva trascorso due anni in carcere per un attentato alla sede livornese della Cisnal negli anni ‘70. A differenza dei tre studenti, il cui scopo era uno scherzo innocente, Froglia aveva motivazioni più profonde e complesse. “Non mi interessava fare uno scherzo", dichiarò ai giornalisti "la bufala dei tre studenti è stata una variabile incontrollata che mi ha ostacolato molto. Il mio intento era quello di evidenziare come, attraverso un processo di persuasione collettiva, attraverso la RAI, i giornali, le chiacchiere tra le persone, beh, tutte queste cose potrebbero influenzare le convinzioni della gente. Sono anche un artista, mi muovo nei canali d'arte, volevo suscitare un dibattito sul mondo dell'arte. La mia è stata un'operazione concettuale, in un certo senso, è stata anche un'opera d'arte, come quella di Christo che confeziona i monumenti, ma non avevo intenti polemici né contro l'amministrazione, né contro la città, né contro i critici d'arte in quanto persone. Volevo solo far sapere alla gente come nel mondo dell'arte, l'effetto dei mass media e dei cosiddetti esperti può portare a prendere enormi granchi".


Non solo gli "esperti di Modigliani" presero un granchio in quella vicenda, ma anche gli esperti nominati dalla Soprintendenza di Pisa che svolsero molte perizie scientifiche sulle sculture ritrovate. Froglia, infatti, aveva imbrattato il retro di una scultura con del catrame per la pavimentazione stradale, un composto chimico chiaramente non utilizzato ai tempi di Modigliani.

In effetti, i cosiddetti esperti rimasero basiti, incapaci di reagire e totalmente imbarazzati. Il mondo intero, dopo aver puntato le telecamere e l'interesse sulla città toscana in cui era avvenuto il miracolo di un ritrovamento tanto atteso e desiderato, seppe allora della bufala livornese. L'intera vicenda giovò invece al famoso marchio di trapani elettrici Black & Decker, che impostò la sua campagna pubblicitaria sulle straordinarie potenzialità del suo prodotto. Quanto al resto, la storia si è conclusa con le lacrime di Vera Durbé e il sorriso divertito dell'opinione pubblica italiana.

La bufala del 1984 portò ad una colossale ripercussione nel mondo dell'arte anche perché per i più importanti critici d'arte italiani furono derisi per aver affermato che le opere erano autentiche, anche dopo la confessione degli studenti, convinti che la loro testa scolpita (ottenuta in alcune ore di lavoro), sarebbe stata immediatamente riconosciuta come un falso, e non avevano mai pensato di innescare un caso internazionale. E per di più, durante la "pesca miracolosa", Jeanne Modigliani, figlia dell'artista, fu trovata morta nella sua casa parigina, proprio mentre era pronta a recarsi a Livorno per dichiarare false le due sculture (realizzate da Angelo Froglia), della cui esistenza era stata informata in anticipo con una lettera anonima.

Federico Zeri, che onestamente sostenne di essere stato anch’egli avvisato da una telefonata che gli aveva preannunciato il ritrovamento di due teste finte che sarebbero dovute emergere dalle acque, scrisse un articolo per La Stampa in cui giudicava le teste "Autentiche o false, le tre pietre sono pezzi di basso livello, così poveri da non reggere nemmeno gli epiteti di giudizio qualificante; se autentici rappresentano, per così dire, la preistoria di Modigliani, che fece bene a buttarle via. Ma da qui nascono le considerazioni che suscita la vicenda . La prima è l'arroganza con cui il critico d'arte contemporanea impone al pubblico tutto ciò che ritiene valido e degno di nota".

Più tardi, nel 1993, Angelo Froglia decise di parlare, rivelando nuovi dettagli e facendo nomi che non aveva menzionato nel 1984 quando dichiarò di aver agito da solo. Grazie a queste nuove rivelazioni, e alla querela di Giuseppe Saracino e Carlo Pepi contro Vera Durbé, che attraverso i giornali continuava a dire che le sculture "pescate" erano autentiche, il caso fu riaperto dalla magistratura che avviò un'indagine nei confronti degli ex assessori e dipendenti del Comune di Livorno. Il caso è stato chiuso per limiti di prescrizione, come spesso accade in Italia. Froglia, minato da una lunga malattia e dall’uso di droghe, morì nel 1997. La vera grande burla era stata la sua.