Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post

domenica 4 giugno 2023

La Madonna del Manganello

 


Una delle rappresentazioni più diffuse in epoca tardo medievale e moderna della Madonna del Soccorso è stata quella in cui la Vergine, armata di un bastone, allontana il Diavolo per proteggere un bambino.

Una delle prime opere dedicate a questa raffigurazione della Vergine è quella del folignate Nicolò di Liberatore detto l’Alunno (1430-1502), conservata presso la Galleria di Palazzo Colonna a Roma. Al centro del dipinto, la Vergine compare in cielo con un lungo bastone, che minaccia un diavolo sulla destra che sta portando via un pargoletto dalle mani della madre disperata sulla sinistra.


Al museo di San Francesco a Montefalco, in Umbria, si può vedere un esempio ancor più famoso, il quadro del 1509 di Tiberio d’Assisi in cui la Vergine con il bastone nel braccio destro alzato, con la mano sinistra tiene per mano un bambino che cerca spaventato di sfuggire alle grinfie del diavolo e di salire sull’abito della Madonna. 
Da un lato del dipinto si vede una donna in ginocchio che prega Maria. È la madre del bambino, che chiede disperatamente aiuto.

La tradizione narra che la madre, stanca per la mancanza di obbedienza del figlio, in un momento di esasperazione chiese al diavolo di portarselo via, e il diavolo si presentò immediatamente per esaudire la richiesta.

Disperata, vedendo il grande errore che aveva commesso e il figlio distrutto dalla paura, la madre, sapendo che l’anima del bambino era in grave pericolo perché non era ancora stato battezzato, pregò la Vergine. La Madonna venne subito a soccorrerla, e prese a bastonate l’orribile creatura infernale.


Questa storia e il tipo di iconografia dell’opera erano molto diffusi nel centro e nel sud Italia. Essa serviva a scoraggiare la pratica del Battesimo tardivo, un tema che preoccupava molto l’Ordine degli Agostiniani. Molti dipinti, come quello della Madonna del Soccorso di Montefalco, provengono infatti da chiese agostiniane.

Ancor più nota divenne l’immagine della grande pala d’altare risalente al 1642 attribuita al pittore toscano Andrea Piccinelli, detto il Brescianino, realizzata per la chiesa di San Biagio di Avigliano (PZ). Durante il ventennio fascista questa rappresentazione iconografica venne ripresa dagli organi del PNF che, per evidenti motivi, la elessero patrona degli squadristi e poi protettrice dei fascisti, con il nome di Madonna del Manganello. L’opera originale, in cui la vergine è circondata dai santi Biagio e Cataldo, è andata perduta dopo la guerra ed è nota solo grazie a una riproduzione fotografica in un testo del 1929.


In molti santuari dell’Italia meridionale la Madonna del Soccorso è rappresentata nelle statue, alcune molto ingenue, altre di buona fattura. La più famosa fu la Madonna del Manganello realizzata da Giuseppe Malecore (1876-1967), uno scultore di Lecce specializzato nella lavorazione della cartapesta, come arredo sacro per una chiesa non parrocchiale di Monteleone, dal 1928 diventata Vibo Valentia. La statua, del 1936, rappresentava una Madonna con bambino, nella tipica iconografia della Madonna del Soccorso che, mentre nella mano sinistra sorregge il figlio Gesù, con la destra solleva un bastone che è diventato un manganello nodoso. Ai piedi della donna si trova un secondo bambino in piedi. La statua è realizzata in cartapesta colorata, e anche dalla fotografia di questa rappresentazione furono tratte in seguito alcune serie di santini.

Sul retro di tali santini era spesso riprodotto lo stornello Il Santo Manganello, ideato dal bresciano Asvero Gravelli (1902-1956), sansepolcrista, squadrista, volontario della guerra d’Etiopia e fondatore di diverse riviste del regime e, amnistiato dopo la guerra, militante del MSI fino alla morte. Ecco l’infame testo:

«O tu santo Manganello
tu patrono saggio e austero,
più che bomba e che coltello
coi nemici sei severo.
O tu santo Manganello
Di nodosa quercia figlio
ver miracolo opri ognor,
se nell'ora del periglio
batti i vili e gli impostor.
Manganello, Manganello,
che rischiari ogni cervello,
sempre tu sarai sol quello
che il fascista adorerà.»

La Chiesa Cattolica non riconobbe mai ufficialmente tali immagini, ma, nel clima di concordia successivo ai Patti Lateranensi, tollerò questo uso improprio di un’immagine sacra, in fondo apprezzato dall’Uomo della Provvidenza.

lunedì 1 novembre 2021


“Hokypoky penny a lump”
Gelati, povertà e italiani nella Dublino di Joyce

 


Nel capitolo Lotofagi dell’Ulisse di Joyce, Leopold Bloom pensa a Hokypoky penny a lump (“hoky poky un penny al pezzo”) in riferimento al sacramento dell'Eucaristia, e i capitoli successivi mostrano questa misteriosa sostanza venduta per le strade da venditori italiani. Era una forma di granita a buon mercato che, come altri preparati con il ghiaccio del tempo, era implicata in molti focolai di malattie in Europa e in America.

Rocce erranti mostra il marinaio con una gamba sola vicino a Eccles Street “girando intorno al carretto dei gelati di Rabaiotti", che probabilmente sta partendo per la giornata dalla vicina Madras Place dove Antonio Rabaiotti, osserva l’esperto di Joyce Don Gifford, "aveva una flotta di carretti a mano che vendevano ghiaccioli e gelati nelle strade di Dublino". Circe inizia con la gente nel malfamato rione di Monto che si accalca attorno a uno di questi carretti: "Intorno alla gondola ferma di Rabaiotti il gelataio, bisticciano uomini e donne rachitici. Hanno in mano cialde con palle di neve color carbone e rame. Succhiando, si dileguano lentamente." In Eumeo Bloom e Stephen incontrano lo stesso carrettino: "Adiacente all'orinatoio per uomini sentì che girava un carrello di gelati con un un gruppo di italiani, presumibilmente, i quali discutendo in maniera calorosa facevano librare in aria la garrulità del loro idioma vivace in modo particolarmente animato, essendovi alcune divergenze tra le parti in causa". L'associazione di questo carretto con l'impurità e la cattiva salute difficilmente può essere casuale.

Gli ultimi tre decenni del XIX secolo videro una moda passeggera per i pezzi di ghiaccio tritato aromatizzato a buon mercato chiamati "hokey pokey", che erano apprezzati soprattutto dai bambini dei ceti più poveri. In una nota sulle James Joyce Online Notes, Harald Beck cita diversi articoli di giornale che, intorno all'anno 1880, si riferiscono a questo prodotto di nuova popolarità. Il numero di Era del 21 luglio 1878 parlava di una canzone da music hall con un linguaggio identico a quello di Bloom: "Mr. Wilfred Roxby [...] ha cantato un divertente brano volgare con un coro su un venditore ambulante che vendeva Hokey-pokey, un centesimo al pezzo." Un numero del 1881 del Tinsley's Magazine definì il termine per coloro che non lo conoscevano: "Hokey-pokey è il nome volgare per il gelato venduto per strada, venduti per un centesimo in una bancarella all'aperto vicino al "deposito" di Liverpool." Il 3 dicembre 1881 il Manchester Times elencò gli ingredienti: "Si dice che l'articolo genuino sia composto da latte, farina di mais, zucchero e uova, tutti bolliti insieme e poi congelati in piccoli pezzi".



L’origine del nome hokey-pokey, o hokypoky è controversa. Alcuni lo fanno derivare da due espressioni italiane come “oh che poco” oppure “ecco un poco”, relative alla minuscole quantità di prodotto venduto dai venditori ambulanti italiani. Essi esercitavano a Dublino una sorta di monopolio del prodotto, ma troviamo dei gelatai Rabaiotti, emigrati dalla zona di Bardi in provincia di Parma, in testimonianze coeve e successive provenienti dal Galles meridionale e da Londra. 

Secondo altri, la derivazione sarebbe più antica e andrebbe ricondotta a Hocus pocus, una frase senza senso usata come "formula magica" per "fare accadere qualcosa". In passato fu un termine comune adottato da illusionisti, giocolieri o altri simili intrattenitori (tipo "abracadabra"). Nell'inglese britannico, il moderno significato prevalente è "sciocchezza inventata, imbroglio", che potremmo avvicinare a certe formule utilizzate nei giochetti per Halloween o nella saga di Harry Potter. Le origini della locuzione rimangono comunque oscure. Alcuni, tra i quali probabilmente lo stesso Joyce, credono che provenga da una parodia della liturgia cattolica romana dell'eucaristia, che contiene la frase "Hoc est enim corpus meum". Questa spiegazione risale alle speculazioni del prelato anglicano John Tillotson, che scrisse nel 1694: "Con ogni probabilità i comuni giochi di parole "hocus pocus" non sono altro che un'aberrazione di hoc est corpus, con un'imitazione comica dei sacerdoti della Chiesa di Roma nel loro trucco della transustanziazione". In ogni caso, hokey-pokey ha fatto fortuna, diventando il nome di uno dei dolci tradizionali della Nuova Zelanda e anche quello di un ballo figurato da scampagnate che viene ballato in cerchio, forse ispirato dal richiamo dei venditori citato da Joyce:

"Hokey pokey penny a lump.
Have a lick make you jump".

Nel 2008, un religioso anglicano, il canonico Matthew Damon, prevosto della cattedrale di Wakefield, nello Yorkshire occidentale, affermò che i movimenti di danza erano una parodia della tradizionale messa cattolica latina. Fino alle riforme del Vaticano II, il sacerdote eseguiva i suoi movimenti di fronte all'altare e non ai fedeli, che non potevano sentire molto bene le parole, né capire il latino, né vedere chiaramente i suoi movimenti. Durante il rito eucaristico, il sacerdote diceva Hoc est corpus meum, che significa "Questo è il mio corpo". Ciò indusse il politico scozzese Michael Matheson nel 2008 a sollecitare l'azione della polizia "contro gli individui che usano la canzone e la danza per schernire i cattolici". L'affermazione di Matheson è stata considerata ridicola dai fan di entrambe le squadre di calcio rivali di Glasgow, il Celtic (cattolici) e i Rangers (protestanti) e si organizzò sui social media dei tifosi di entrambi i club perché entrambe le parti si unissero a cantare la canzone nel derby del 27 dicembre 2008 all'Ibrox Stadium, quello dei Rangers.

Miscugli ricchi e montati del tipo che oggi porta il nome di gelato esistevano nel XIX secolo, ma erano troppo costosi per i poveri. Il "gelato" venduto per strada in genere non conteneva affatto crema e sarebbe stato più simile alle granite o ai ghiaccioli di oggi. Nei primi anni, le persone consumavano questi gelati da piccoli bicchieri da un penny la cui forma conica e le pareti spesse facevano apparire le quantità maggiori di quelle che erano e il cui nuovo utilizzo (erano semplicemente puliti con un panno e riempiti) faceva ammalare innumerevoli persone. All'inizio del secolo le città avevano iniziato a vietare gli antigienici bicchieri e i venditori iniziarono a servire i pezzi di ghiaccio tritato e sciroppato su delle cialde, come notato all'inizio di Circe. (I termini di Joyce, "palle di neve color carbone e rame", si riferiscono ai coloranti che erano aggiunti per identificare particolari sapori). Un venditore italiano a New York introdusse i bicchieri di carta nel 1896, e ci sono segnalazioni di gelati britannici arrotolati in coni di carta marrone, ma i coni di cialda commestibili non apparvero che alla Fiera mondiale di St. Louis nel 1904.

All'epoca della pubblicazione di Ulisse, i carretti erano un ricordo del passato. Il London Times del 4 novembre 1919 li descrisse come ricordi sgradevoli di una Dublino scomparsa: "Il tempo vola e Dublino non può più essere riconosciuta con il naso. Un sistema di drenaggio principale ha pulito il Liffey, e il cestino delle aringhe rosse è raro come quello del venditore di vongole di un tempo, una leggenda ora, o del più antico venditore di Hokey Pokey a un penny al pezzo, a cui non credono nemmeno i bambini." Può sembrare strano collegare il gelato con la fogna a cielo aperto che era il Liffey, o con gli odori sgradevoli dei frutti di mare non refrigerati, ma la connessione era del tutto giustificata. Per tutta la seconda metà del XIX secolo il consumo di gelato fu ripetutamente implicato in gravi epidemie, e i gelati di strada furono tra i peggiori responsabili.

In un articolo intitolato When Ice Cream Was Poisonous: Adulteration, Ptomaines, and Bacteriology in the United States, 1850-1910, nel Bulletin of the History of Medicine (2012) Edward Geist riassume alcuni degli sconvolgenti resoconti, che iniziarono con l'invenzione del congelatore a manovella del gelato nel 1843, ma peggiorarono in pochi decenni: "Durante gli anni ‘80, l'avvelenamento da gelato crebbe da fenomeno isolato fino a raggiungere proporzioni epidemiche (...) Entro la metà del decennio, l'avvelenamento da gelato era diventato oggetto di battute popolari". I numerosi casi, che a volte provocarono centinaia di vittime, suscitarono un intenso dibattito sulle cause. Adulteranti chimici o metallici, prodotti della putrefazione batterica di prodotti alimentari e batteri stessi furono tutti ipotizzati come i responsabili, ma col passare del tempo le prove puntavano sempre più in modo definitivo sui batteri, e in particolare sulla contaminazione batterica del latte.

Geist presta solo poca attenzione ai gelati economici dei carretti di strada, ma è probabile che le condizioni terribilmente antigieniche in cui erano prodotti, e quella che chiama "la famigerata pratica di ricongelare il gelato fuso invenduto e servirlo a ignari clienti" il giorno successivo, peggiorò di molto un problema comune. Egli osserva che "nel 1898 Modern Medicine affermò che mangiando un gelato comprato in una bancarella di strada ad Anversa, morirono quaranta persone, la maggior parte dei quali bambini". Intorno alla fine del secolo, osserva, i ricercatori isolarono da campioni di formaggio un ceppo dimostrabilmente patogeno del batterio del colon ora noto come Escherichia coli. I medici vittoriani ed edoardiani collegarono i prodotti del gelato alla scarlattina (Streptococcus pyogenes) nel 1875, alla salmonella (Bacillus enteriditis) nel 1905 e 1909, e alla febbre tifoide (Salmonella enterica) nel 1892, 1894, 1897 e 1904. Anche la tubercolosi era nota per essere trasmessa dal latte contaminato.


Il riferimento alle malattie trasmissibili tramite il cibo in Circe è uno dei tanti nel romanzo, coerente con la diffidenza espressa da Bloom verso le fonti comuni di cibo e bevande nei Lestrigoni ("Un giovane pallido con la faccia che trasudava sugna ripulì bicchiere coltello forchetta e cucchiaio con il suo tovagliolo. Nuove schiere di microbi"), e, leggermente più avanti nello stesso capitolo ("Pulisci via i microbi col fazzoletto. Il tizio dopo di te ce ne riversa un’altra manciata col suo."). Le usanze alimentari antigieniche sono ricordate anche nell’allusione ai molluschi tossici in Nausicaa ("Pover’uomo quell’O'Connor, moglie e cinque figli avvelenati da cozze proprio qui. La fogna. Senza speranza"). Tali descrizioni danno per scontata la città povera, sporca, maleodorante e malsana che era Dublino nel 1904. 

lunedì 14 gennaio 2019

Dialoghi in veste di fumetto sull'Universo e tutto quanto


Spesso di dice che un buon libro scientifico sollevi più domande di quante risposte dia, nel senso che i suoi contenuti, il suo linguaggio, il suo stile invitano a saperne di più su uno o più argomenti, innescando un circolo virtuoso di curiosità e sete di conoscenza. Un buon libro invita anche all'introspezione, al desiderio da parte del lettore di porsi in discussione riguardo alle idee e alle certezze precedenti, magari scoprendo lacune da colmare o semplicemente nuovi orizzonti inaspettati da esplorare. Probabilmente non cambia la vita, ma invita a guardarla con occhi diversi da prima. Insomma, un buon libro segna un limite in cui ci si rende conto che esiste un prima e un dopo la sua lettura, un limite che non limita, ma è invece un luogo di partenza, o di ripartenza.

In effetti Dialoghi. Conversazioni sulla natura dell’Universo di Clifford V. Johnson è un libro un po’ sui generis. In primo luogo perché si articola in una serie di 11 dialoghi senza titolo, continuando una tradizione millenaria che annovera tra i suoi esponenti Socrate, Platone, e Galileo. La parola “dialogo” etimologicamente è διά-λογος, composto da dià, "attraverso" e logos, "discorso" e indica l’interazione verbale tra due o più persone come strumento per esprimere pareri e discutere idee o sentimenti. La ragione o il significato affiorano nel rapporto o nella comunicazione tra parti. Soltanto che, in questo caso, la scienza è più mostrata che raccontata.

La seconda importante particolarità del libro è infatti che si tratta di un’opera a fumetti. I protagonisti non agiscono in un contesto astratto, ma sono illustrati con visi, atteggiamenti, sentimenti nel loro contesto. Nell'opera di Johnson i dialoganti sono in genere giovani, che agiscono in luoghi pubblici quali musei, Università, caffetterie, treni, talvolta riprendendo e ampliando il discorso in un capitolo successivo. Alcuni sono ricercatori, ma utilizzano un linguaggio colloquiale per illustrare concetti anche ostici attraverso parole, schemi ed esempi semplici. In Dialoghi lo stile è diretto come in una graphic-novel o, come sostiene il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek nella prefazione, in un nuovo sottogenere che chiama “graphic-dialogue”. La sceneggiatura è molto efficace; forse l’unico neo è il disegno dei personaggi, ma lo stesso autore ammette di non essere un grafico professionista.


Gli argomenti dei dialoghi gravitano tra fisica, cosmologia e filosofia e investono le cosiddette questioni fondamentali: la natura dell’universo, la “teoria del tutto”, la relatività, la fisica quantistica, la teoria delle stringhe, le simmetrie, i buchi neri, lo spaziotempo, i limiti fisici e l’impossibilità, l’infinito, Dio, morte e vita, ecc, senza tralasciare aspetti importanti come il metodo scientifico, la curiosità, l’utilità e la bellezza della matematica Ce n’è per suscitare l’interesse e la curiosità di chiunque, soprattutto dei giovani e dei non specialisti. Per questo motivo lo consiglio in modo particolare agli studenti degli ultimi anni delle superiori, alle biblioteche scolastiche e agli studenti universitari, non necessariamente di materie scientifiche. I temi sono affrontati con il necessario rigore e sono aggiornati con le scoperte più recenti: l’autore Clifford V. Johnson, inglese di nascita ma operante negli Usa, è fisico, divulgatore e consulente scientifico di importanti produzioni televisive e cinematografiche.

L’opera, uscita nel 2017 presso la MIT Press di Cambridge, Massachusetts, tradotta in italiano da Andrea Migliori, è stata pubblicata dalle Edizioni Dedalo di Bari nel novembre 2018. Considerando anche la bellezza della veste editoriale, il prezzo di copertina di 25 € è assolutamente onesto (e online si trova a meno).

Clifford V. Johnson, Dialoghi. Conversazioni sulla natura dell'Universo, Edizioni Dedalo, Bari, 2018. pp. 248, prezzo di copertina € 25, ISBN: 9788822057051

mercoledì 21 gennaio 2015

I martiri di Cordova


Uno dei più singolari episodi di fanatismo religioso nella lunga storia dei rapporti tra cristiani e musulmani avvenne nella Spagna occupata dagli Arabi, per un decennio a partire dall'850. La vicenda, nota come "i martiri di Cordova", è riportata da varie fonti coeve, tra le quali la cronaca redatta da Eulogio, uno dei protagonisti. 

Tutto ebbe inizio quando il monaco Perfectus venne fatto oggetto di scherno da parte di alcuni musulmani mentre si trovava al mercato. Interrogato sulla divinità del Profeta, cercò di tergiversare, poi, incalzato dal gruppo, citò l'ammonimento evangelico contro i falsi profeti, infine proruppe in parole ingiuriose contro i suoi persecutori. L'offesa a Maometto comportava (e comporta tuttora, ahimé, secondo i più osservanti) la pena di morte, ma, consci di averlo provocato, i musulmani lo lasciarono andare indisturbato. In fondo, la legge coranica impone il rispetto della vita dei dhimmi, i cristiani e gli ebrei non convertiti, che devono tuttavia versare un contributo periodico e non possono testimoniare pubblicamente la loro fede (per i "popoli del Libro" non è prevista dal Corano l'alternativa tra conversione o morte). La vicenda si sarebbe conclusa senza danni se Perfectus non avesse deciso di tornare di proposito al mercato. Questa volta, circondato dalla folla che lo accusava di aver offeso il Profeta, fu condotto in carcere, dove "incominciò ad attaccare tutta la loro religione". Alla fine fu condannato e suppliziato in pubblico durante la festa per la fine del Ramadan. 


Il secondo episodio avvenne ancora al mercato e vide protagonista Giovanni, un mercante cristiano che aveva l'abitudine di giurare in nome del Profeta sulla qualità della sua merce. Le beghe commerciali, come ci ha insegnato la storia, possono rivestirsi di una veste (o sovrastruttura) religiosa, e il vezzo di Giovanni gli attirò l'ostilità dei mercanti musulmani suoi concorrenti, che lo accusarono di farsi credere musulmano pur essendo cristiano o, peggio ancora, di essere un rinnegato (circostanza che, se provata, comportava la pena capitale). Il giudice lo condannò a 400 frustate, a meno che il poveretto si fosse dichiarato musulmano, cosa che Giovanni si rifiutò di fare, accettando la dura pena che equivaleva alla morte. 

Questi due primi casi diedero inizio a una corsa di molti cristiani alla ricerca del martirio: una vicenda in cui si mescolarono fede autentica, vicende personali, fanatismo, l'esempio e la propaganda, attraverso veri e propri scritti apologetici che circolavano segretamente tra i cristiani di Cordova. Non mancarono motivi più generalmente “politici”, in quanto l’insofferenza delle comunità cristiane verso la dominazione araba, iniziata da poco più di un secolo, era viva e, in alcuni casi, per nulla rassegnata all’accettazione di essere servi in una terra dove si era stati i dominatori. 


Il salto di qualità si ebbe con il terzo nostro protagonista, un certo Isacco. Di famiglia agiata e colta, egli occupava un'importante carica amministrativa nel governo della città. All'improvviso lasciò tutto e si fece monaco in un romito monastero sui monti, di cui era abate il fratello della zia. Non avendo ancora raggiunto la pace interiore, dopo un po' di tempo sentì l'ispirazione di tornare in città in cerca di guai. Si presentò così al Cadì, con la scusa di voler ricevere un'educazione musulmana. Il giudice acconsentì, esponendo giudiziosamente la sua dottrina. Una volta che ebbe finito di parlare, Isacco lo accusò di essere un bugiardo e lo invitò a convertirsi al cristianesimo. Il Cadì, in un impeto d'ira, lo colpì con un ceffone, poi, resosi conto di aver sbagliato, si giustificò con i presenti dicendo che Isacco era ubriaco. Niente da fare: l'intrepido monaco sostenne di essere lucidissimo, ribadendo il suo invito alla conversione. Incarcerato, Isacco fu mandato a morte il 3 giugno 851 su ordine dell'emiro in persona. Il suo comportamento "eroico" fu contagioso: nel giro di un paio di settimane l'abate suo zio e altri cinque monaci lo imitarono, cercando deliberatamente il martirio e finendo accontentati dalle autorità musulmane, che incominciavano a essere preoccupate dalla piega che stavano prendendo gli eventi. Tra il mese di luglio è quello di ottobre di quell'anno cruciale, altri cinque cristiani, uomini e donne, scelsero la morte in nome della loro fede un po' esaltata. 

Significativa per l'intreccio di contrasti religiosi e famigliari è la vicenda della vergine Flora, nata da un matrimonio misto tra un musulmano e una cristiana. Il padre era morto in giovane età, lasciando la vedova con tre figli, un maschio e due femmine. Flora era stata educata dalla madre come cristiana, mentre il fratello era un fervente musulmano. Meditando sul passo delle scritture che dice "Chi mi rinnegherà davanti agli uomini io lo rinnegherò davanti al Padre", Flora prese la decisione di lasciare la casa senza neanche avvisare la madre e andò a vivere in un monastero. Il fratello, infuriato, la andò a cercare per tutta la città, facendo arrestare anche alcuni religiosi. Alla fine, per evitare guai ulteriori alla sua comunità, la ragazza tornò a casa, ma sfidò il fratello dichiarandosi apertamente cristiana, nonostante le minacce e le percosse. La cosa finì davanti al Cadì, al quale Flora, che ancora non pensava al martirio, disse di essere sempre stata cristiana, evitando così l'accusa di apostasia. Fu tuttavia frustata ferocemente dalle guardie. Dopo alcuni giorni, tornata in grado di camminare, fuggì di nuovo e fu ospitata in una casa cristiana. 

Il caso che volle che, dopo qualche settimana, Flora incontrasse in una chiesa un'altra giovane, di sentimenti ancor più radicali: si trattava di Maria, sorella di uno dei monaci martirizzati per seguire l'esempio di Isacco. L'amicizia tra le due si trasformò in una smania di martirio. Si recarono dal Cadì, dove Flora dichiarò di essere "di stirpe araba", quindi una musulmana rinnegata, e Maria qualificò la religione islamica come "invenzione diabolica". Processate, ribadirono le loro accuse al Profeta e all'Islam, finendo decapitate il 24 novembre 851. 


La situazione dell'ordine del pubblico provocata dall'ondata di "martiri" preoccupava sempre di più le autorità di Cordova, che si rivolsero alle gerarchie ecclesiastiche affinché mettessero fine a quella che ai loro occhi era una forma crescente di follia collettiva. Si tenne allora nell'852 un concilio a Cordova, presieduto da Reccafredo, arcivescovo di Siviglia, che stabilì che la ricerca intenzionale della morte per mano dei musulmani non poteva essere ritenuta un martirio, tanto più che non c'era stata alcuna persecuzione, ma andava considerata una sorta di suicidio, come tale da condannare secondo la dottrina cristiana. Il Concilio condannò inoltre l'indegno traffico di reliquie dei "martiri" che era incominciato già subito dopo la morte di Perfectus e aveva costretto le autorità a ordinare che i corpi degli ultimi condannati fossero bruciati o gettati nel fiume. L'intervento del Concilio rallentò ma non bloccò subito il fenomeno dei "martiri", che durò altri sette anni, con altre trenta esecuzioni. 

L'ultimo "martire" di cui è interessante riportare la storia è Eulogio, che fu uno degli ideologi segreti del movimento dei martiri dopo aver conosciuto in carcere Flora nell'851 e averne raccontato la Passio in uno dei libelli apologetici che circolavano segretamente (e che ci è pervenuto). Eulogio era un sacerdote di posizioni apparentemente moderate e concilianti, al punto da essere considerato un interlocutore dalle autorità musulmane. Nell'859 venne eletto arcivescovo di Toledo, cioè Primate di Spagna, ma non poté insediarsi perché nel frattempo subì il martirio. Era successo infatti che Leocrizia, una ragazza di genitori musulmani, era stata convertita al cristianesimo da una monaca e aveva chiesto di essere consigliata e istruita presso di lui. Un delatore tuttavia denunciò la cosa, e tutti gli abitanti della casa furono arrestati. Interrogato, Eulogio disse che era sua dovere istruire una neofita, cosa che avrebbe fatto anche se il convertito fosse stato il Cadì. Questi ordinò allora che fossero portati dei bastoni, dicendo che intendeva ammaestrarlo. L'insofferenza del prelato contro i musulmani, accumulata in tanti anni, esplose in tutta la sua virulenza: facessero pure, disse, producendosi poi in una "impavida" invettiva contro il Profeta e la loro religione. Portato di fronte all'emiro, che lo conosceva come persona saggia, gli fu offerto il perdono in cambio della ritrattazione, ma Eulogio oramai aveva preso la sua decisione. Fu giustiziato l'11 marzo 859, pochi giorni prima di Leocrizia. 


Con queste morti ebbe termine il movimento dei martiri di Cordova: in totale furono cinquanta, tondi tondi.

venerdì 7 febbraio 2014

Un incontro


(da un mio racconto inedito di dieci anni fa, ambientato nel 1176) 

Con i nostri compagni di viaggio fummo ospiti dello Spedale del Tempio, vicino alla chiesa di Santa Maria. Fu all'ingresso di quella magione che conobbi Oberto Leccacorvi. Era di nobile famiglia e nipote di vescovo, ma si faceva chiamare fra Teofilo. 

Era un vecchio di sessant'anni, ancor più piccolo di me, con un collo gracile, il viso emaciato, gli occhi nerissimi, la fronte rugosa e aggrinzita, le narici schiacciate, la bocca prominente, le labbra tumide, il mento sfuggente e affilatissimo, la barba da capro, le orecchie villose e appuntite, i capelli irti e arruffati, i denti aguzzi, il cranio a punta, malamente ricoperto da un sudicio cappuccio; una protuberanza al centro del petto lo faceva sembrare un uccello e il suo corpo, sempre chinato in avanti, era agitato da movimenti convulsi.

Portava il saio dei penitenti e, in un certo modo, lo era: molti anni prima aveva ucciso il giovane nobile Stefano Vicedomini, della cui promessa sposa s'era invaghito. Pentitosi, si era spogliato di tutti i suoi beni, aveva risarcito la famiglia della vittima, ottenendo il perdono dei parenti e della giustizia secolare, e aveva affrontato un lungo digiuno; per più di vent'anni aveva vissuto da eremita nelle selve della pieve di Fiorenzuola. Si diceva che fosse stato lui ad indicare agli inviati di Bernardo cistercense il luogo, al Carretum, dove si era posata una colomba giunta dal cielo. E il santo colà aveva deciso di fondare la chiesa e il convento di Chiaravalle della Colomba. 

Tornato in città, ai tempi della guerra con Parma, aveva predetto la caduta di un bolide infuocato che aveva abbattuto parte della torre di Santa Maria di Campagna e si era poi perso nel Po. Tre anni più tardi sognò un'aquila di ferro che si posava sulle torri della città, presagendo la distruzione delle stesse ad opera del Barbarossa. Nonostante il suo abbigliamento e le sue doti profetiche, non apparteneva ad alcun ordine regolare o secolare ed era malvisto, se non esecrato da Vallombrosani, Ospitalieri e Benedettini. Aveva tuttavia un piccolo pugno di seguaci, attratti dal suo carisma perverso e dalle sue abilità dialettiche. 

Fermò il nostro gruppo e ci apostrofò con voce ispirata. "Salvate le vostre anime! Fermatevi e tornate alle vostre case! Non andate a lordarvi con lo sterco della Bestia! E' a Roma che Romolo uccise suo fratello e Nerone sua madre, che Giulio Cesare fu assassinato e i santi Pietro e Paolo suppliziati e Lorenzo arso vivo! Roma, tutti i giorni tu fai strazio del popolo di Dio! I cardinali vanno in giro ardenti di cupidigia, pieni di simonia, conducendo mala vita, senza fede e senza religione. Vendono Dio e sua madre, tradiscono il loro Maestro, divorano tutto. Troppo essi fanno disperare i fedeli! Che cosa fanno dell'oro di cui si riempiono con gli oboli? Non ne fanno certo né strade, né ponti, né ospedali! E più di tutti dannato è il figlio di Caino, il compare di Giuda, il sodale di Simon Mago, colui che indegnamente siede sul trono di Pietro e fornica con le meretrici, corrompe i giovani, depreda i sudditi! A lui non è dovuta nessuna riverenza e nessuna devozione! Fermatevi, romei, volgete il passo e abbandonate la strada di Sodoma e Gomorra!" 

Se a Piacenza la storia di Teofilo e le sue nobili origini non fossero state conosciute, sicuramente per quelle parole sarebbe stato arrestato e poi arso vivo. In più il momento politico era poco opportuno per discorsi che, criticando il papato, potevano essere intesi come filo-imperiali in una città ribelle. Ma quelle invettive potevano anche essere interpretate come rivolte all'antipapa fatto eleggere dal Barbarossa ed erano pronunciate da un duce senza esercito, da un mezzo profeta mezzo matto che non rappresentava un pericolo, come invece succedeva con i càtari e altri eretici, il cui numero aumentava di giorno in giorno in tutte le città lombarde. E quelle parole esprimevano anche un sentimento che, seppure con toni più attenuati, era condiviso da molti fedeli. 

L'impressione che quest'incontro fece sui presenti fu molto diversificata. Mentre Lanfranco rideva e io non sapevo che cosa rispondere, i poveri pellegrini fiamminghi, che non capivano il volgare dell'uomo e poco sapevano anche di latino, si guardavano l'un l'altro con fare interrogativo. Quello che sembrava il loro capo, uno spilungone biondo come il grano e dalla pesante mascella quadrata, dopo un breve conciliabolo con alcuni compagni, fece segno al gruppo di entrare nello Spedale. Abbozzando un sorriso imbarazzato, disse: "Fiat foluntas Teei. Packhs tibi, frater." 

Teofilo, non domo, fermò allora le tre donne del gruppo, in verità tutte piuttosto bruttine, investendole con la continuazione della sua predica: "E voi femmine, che siete più facili prede della lussuria e della corruzione, abbandonate la via di Roma! La maggior parte di quelle che vanno alla nuova Babilonia soccombe, poche di coloro che tornano conservano la castità. Non v'è città d'Italia in cui non ci sia una pellegrina divenuta adultera o prostituta!" Gli uomini del gruppo s'affrettarono a circondare le compagne per difenderle dall'invasato. Nel loro barbaro linguaggio lanciarono a Teofilo delle invettive catarrose e spinsero le compagne dentro l'edificio. 

Lanfranco si limitò a guardare di sbieco quell'individuo, sibilando un sintetico "Ma va' a cagà" e infilando la porta. Solo io rimasi sul posto, colpito da qualcosa d'indefinibile nelle parole che avevo udito. Cercai di calmarlo. Gli spiegai che Lanfranco ed io non eravamo romei, ma diretti a Modena per i lavori della Cattedrale. Placò un poco il suo tono apocalittico e chiese chi fossi. Mi presentai come Raimondino da Campione, apprendista scultore. Alle mie parole disse "La tua è arte vana. A che servono quelle torri di Babele, quando basta una croce in un bosco per pregare?" Mi scrutò da capo a piedi e si allontanò accennando un segno di benedizione.

martedì 5 febbraio 2013

Non avvalersi dell’IRC è un diritto

Tempo di iscrizioni per l’anno scolastico 2013–2014. Tempo di anniversari, come quello dei Patti Lateranensi, siglati l’11 febbraio 1929 tra il Fascismo e la Chiesa Cattolica. Tempo di scegliere se usufruire oppure no dell’insegnamento della religione cattolica (IRC) e di indicare una delle quattro opzioni alternative. Il numero delle famiglie e degli studenti che scelgono di non frequentare l’ora di religione è in continua ascesa, ma spesso la loro volontà è ostacolata dalle istituzioni scolastiche e formative, che adottano comportamenti illegittimi o ricorrono a mezzucci e scuse ridicole. La meritoria Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni ha pubblicato un utilissimo Vademecum che mi è sembrato utile riprodurre quasi integralmente, con una piccola mia postilla riguardante i corsi triennali di Formazione Professionale attivati in alcune Regioni. Spero che questo post si riveli utile. 


Vademecum per chi non sceglie l'insegnamento della religione cattolica 

Al fine di garantire una corretta informazione in merito alla scelta se avvalersi o meno dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole e soprattutto di vedere concretamente garantite le 4 opzioni (compresa quella delle materie alternative) a disposizione di chi non intenda avvalersene, si pubblica questo breve Vademecum informativo complessivo su tutta la vicenda dell'insegnamento della religione cattolica (IRC) e dell'ora alternativa. 

Si ricordi che IRC: 
- è un insegnamento confessionale cattolico, in quanto gli insegnanti sono selezionati dalla curia, con titoli di studio conseguiti presso istituti riconosciuti dalla Santa Sede e non con concorsi pubblici. 
 - si tratta di una condizione di privilegio nei confronti di una confessione, sia pure la più numerosa nel paese, che spesso si traduce nella presenza di una forte simbologia cattolica in una scuola che dovrebbe essere laica e pubblica. 
- è una materia pienamente facoltativa (Nuovo Concordato del 1984; sentenze che la Corte Costituzionale ha emesso sulla questione: n. 203/1989, n. 13/1991, n. 290/1992 e relative circolari applicative): avvalersi o non avvalersi dell’IRC (insegnamento della religione cattolica) è una libera scelta. L’art. 9 della legge n. 121 del 1985, che recepisce il neo-Concordato del 1984, dispone che il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’IRC è garantito a ciascuno e che tale scelta non può dare luogo ad alcuna forma di discriminazione. 
- la scelta va fatta all’atto dell’iscrizione ed «ha effetto per l'intero anno scolastico cui si riferisce e per i successivi anni di corso nei casi in cui è prevista l'iscrizione d'ufficio, fermo restando, anche nelle modalità di applicazione, il diritto di scegliere ogni anno se avvalersi o non avvalersi dell'Irc» (Intesa tra la CEI e il MPI :Punto 2.1 del DPR 751/85; DL 297/94 artt..310-11, Testo Unico sulla legislazione scolastica). La scuola deve ogni anno fornire un'adeguata e tempestiva informazione per garantire la possibilità di modificare o confermare la scelta: quindi i genitori o gli studenti che intendono cambiare la scelta per l'anno scolastico successivo devono notificarlo espressamente alla scuola entro gennaio-febbraio, mesi delle iscrizioni. 

Se non ci si avvale dell’IRC ci sono quattro diverse possibilità, che le scuole sono tenute a garantire tutte
1) “attività alternative” all’IRC (indicate nei moduli delle scuole come “attività didattiche e formative”) . Per la difficoltà di gestire l’orario degli insegnanti, per la carenza di fondi, per i tagli al personale, le scuole tendono a non attivarle. Ma, se sono richieste (anche da un solo studente, così come per l’IRC), la scuola è tenuta ad organizzarle. Sono deliberate dal Collegio dei docenti,sentito il parere di alunni e genitori, e prevedono un programma e un docente apposito, oltre alla valutazione del profitto sotto forma di giudizio (escluso dalla media dei voti). Occorre chiarire che l’attività alternativa è dovuta e, qualora non ci fossero i docenti, si deve procedere alla chiamata di un incaricato, come si farebbe per qualsiasi altra disciplina. Le attività sono finanziate con i fondi di appositi capitoli di spesa stabiliti ogni anno, regione per regione, con la Legge Finanziaria ("Spese per l'insegnamento della religione cattolica e per le attività alternative all'insegnamento della religione cattolica, con esclusione dell'IRAP e degli oneri sociali a carico dell'amministrazione"). 
2) studio individuale: la scuola deve individuare locali idonei ed assicurare adeguata assistenza. 
3) libera attività di studio e/o ricerca senza assistenza di personale docente. La scuola è comunque tenuta a garantire la sicurezza e la vigilanza. 
4) non essere presente a scuola: chi non ha scelto l’IRC non ha alcun obbligo, e quindi non è tenuto ad essere presente a scuola durante l’ora di IRC.. Naturalmente i genitori degli allievi minorenni devono dichiarare per iscritto che consentono ai figli di assentarsi dalla scuola in quelle ore. Questa possibilità è stata inizialmente definita dalla circ. min. 9/1991 applicativa delle sentenze della Corte costituzionale n.203/1989,n.13/1991 per le quali chi non segue l’insegnamento della religione cattolica è in uno "stato di non obbligo". 

Non obbligo significa non essere costretti a nulla contro la propria volontà. (ad es. non si può essere trasferiti in classi diverse dalla propria, non si può essere costretti a stare in classe durante l’IRC, non si può essere costretti a scegliere l’uscita dalla scuola se non è una libera scelta, non si può essere costretti a fare un’attività alternativa se non si è liberamente scelta quell’opzione). Ovviamente l'insegnante di RC non deve partecipare agli scrutini di chi non si avvale. Per chi si avvale, il DPR 202 /1990 al punto 2.7 recita : “nello scrutinio finale, nel caso in cui la normativa statale richieda una deliberazione da adottarsi a maggioranza, il voto espresso dall’insegnante di religione cattolica, se determinante, diviene un giudizio motivato iscritto a verbale”, ciò al fine di evitare promozioni (o bocciature) determinate soltanto dalla scelta dell’IRC. Tale norma vale anche, allo stesso modo, per i docenti di materia alternativa. 

Anche se questa disposizione non dovrebbe dare adito a interpretazioni controverse, vi sono sentenze discordanti emesse da Tribunali Amministrativi Regionali. Che il giudizio motivato, trascritto a verbale, non sia rilevante sul piano del computo effettivo dei voti è chiaramente affermato nella Sentenza n. 780 del 16 ottobre 1996 emessa dalla prima sezione del TAR del Piemonte, oltre che dalla limpida interpretazione del ministro P.I. on. Giancarlo Lombardi, in carica nel 1990. 

COMPORTAMENTI ILLEGITTIMI

Sulla base di quanto detto e in rapporto alla laicità della scuola pubblica, alcuni comportamenti tenuti dalla scuola sono illegittimi. Ad esempio: 
• non organizzare le attività previste e scelte in alternativa all'IRC 
• consegnare moduli che non prevedono rigorosamente le 4 opzioni 
• convincere i genitori a cambiare la scelta espressa 
• impedire di cambiare la scelta da un anno all'altro 
• impedire all'allievo di uscire dalla scuola durante l'ora di religione e/o fissare l'IRC in un orario che impedisca l'uscita da scuola (in particolare nella scuola materna ed elementare) 
• utilizzare l'ora di religione per altre attività scolastiche 
• fare propaganda religiosa all'interno della scuola (visite pastorali, pellegrinaggi, benedizioni...) 
• valutazione in pagella dell'IRC e/o delle attività alternative 
• richiesta di pagamento per usufruire delle attività alternative. A tale proposito in una nota del 7 marzo 2011 del ministero dell’Economia e delle Finanze concordata con il MIUR si evidenzia che : Al riguardo, poiché a seguito della scelta effettuata dai genitori e dagli alunni, sulla base della normativa vigente, di avvalersi dell'insegnamento delle attività alternative, le stesse costituiscono un servizio strutturale obbligatorio, si ritiene che possano essere pagate a mezzo dei ruoli di spesa fissa. 

Non avvalersi dell’IRC è un tuo diritto: esigi che sia pienamente rispettato! 


ORA ALTERNATIVA ALL’IRC: UN DIRITTO CHE DEVE ESSERE GARANTITO 

La C.M. n. 9 del 18 gennaio 1991, sulla base degli accordi di revisione del Concordato stipulati nel 1984 fra lo Stato italiano e la Santa Sede ed in ottemperanza alla sentenza della Corte Costituzionale n°13/1991, chiarisce il carattere pienamente facoltativo della frequenza dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. In particolare, stabilisce per coloro che non intendono avvalersi di tale insegnamento la possibilità di scegliere fra quattro differenti opzioni: non presenza a scuola durante le ore di IRC, studio assistito da parte di personale docente, studio non assistito nei locali dell’istituto scolastico, attività didattiche e formative (meglio note come “ora alternativa”). 

Il mondo laico, com’è noto, rifiuta in linea di principio la presenza all’interno della scuola pubblica di un insegnamento di natura confessionale (non si tratta infatti di una storia delle religioni o del fatto religioso) impartito da docenti scelti dalle autorità ecclesiastiche ma pagati dallo Stato italiano con i soldi di tutti i contribuenti (si noti, fra l’altro, che i tagli previsti dai nuovi quadri orari legati alla riforma “Gelmini” risultano ancor più consistenti se si tiene conto che in essi viene conteggiata anche l’ora di religione, la quale, essendo facoltativa, non dovrebbe essere computata nell’offerta formativa). Negli ultimi anni il dibattito si è fatto particolarmente vivace e si è intrecciato con quello più ampio sull’opportunità di introdurre nella scuola pubblica un insegnamento del fatto religioso o di storia delle religioni (e non solo di quella cattolica) non confessionale e fondato su criteri di scientificità; e, in caso di risposta affermativa, sull’alternativa fra l’ipotesi che tale insegnamento venisse diluito all’interno delle discipline già esistenti e quella che esso fosse una disciplina pienamente autonoma con tanto di docenti, voto e orario specifici. In effetti, sono stati praticati alcuni esperimenti miranti a introdurre tale insegnamento proprio nell’ambito dell’ora alternativa. Si tratta di tentativi interessanti e da incentivare, ma è importante ribadire che in nessun caso essi devono portare ad indebolire l’assoluta facoltatività dell’IRC, ed in particolare l’effettiva possibilità di scegliere di non avvalersi di alcun insegnamento ad esso alternativo. 

Resta il fatto che attualmente il problema principale è quello di garantire l’effettiva agibilità di tutte le scelte previste dalla normativa. In particolare, appare preoccupante il fatto che negli ultimi anni è diventato sempre più difficile per studenti e famiglie ottenere l’attivazione dell’ora alternativa; cosa che appare assai grave sia in linea di principio che per le sue concrete conseguenze. Innanzitutto, infatti, l’esigibilità di un diritto garantito dalla legge deve essere difesa da tutti i laici, anche da coloro che non nutrono particolari entusiasmi per l’ora alternativa. In secondo luogo, mentre nelle scuole superiori la non attivazione dell’ora alternativa si traduce perlopiù nell’uscita da scuola, la situazione è ben diversa nel caso della scuola primaria e media inferiore. (…) In molte scuole l’ora alternativa non viene attivata, anche a fronte di un numero di richieste non sempre irrilevante. Soprattutto nelle scuole primarie il risultato concreto è che durante le ore di IRC i bambini non avvalentisi vengono spesso parcheggiati in altre classi o invitati ad essere presenti come uditori alle lezioni di religione; quando non sono gli stessi genitori, timorosi di vedere i propri figli abbandonati a se stessi, a preferire da ultimo farli frequentare l’IRC. 

Il pretesto addotto dai dirigenti scolastici per non attivare l’ora alternativa è che le scuole, a maggior ragione in questo periodo di tagli dei finanziamenti, non sarebbero in grado di sostenerne i costi. In realtà i decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze stanziano ogni anno cifre cospicue per il pagamento sia dei docenti di IRC a tempo determinato, sia degli insegnanti di ora alternativa: in particolare, a livello piemontese sono disponibili ogni anno circa 38 milioni di euro ripartiti fra i vari ordini di scuola. Pertanto non c’è alcun bisogno che i dirigenti scolastici raschino il fondo di bilanci di istituto sempre più dissestati; è sufficiente che, a fronte di richieste di ora alternativa, richiedano i fondi necessari disponibili a livello regionale. 

Insomma, la situazione è in grande movimento e va tenuta costantemente sotto controllo, per evitare abusi e inadempienze e l’associazionismo laico è pronto a continuare la propria battaglia anche su questo terreno, al servizio dei diritti degli studenti, delle famiglie e della laicità della scuola. 

Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni 


NOTA SUI CORSI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE TRIENNALI 

Aggiungo che il diritto-dovere all'istruzione e alla formazione è assicurato anche mediante la frequenza di percorsi di istruzione e formazione professionale attivati presso alcune regioni e gestiti da Enti di Formazione e/o dalle istituzioni scolastiche. L'obbligo di istruzione, nel rispetto delle norme e delle leggi nazionali, è assolto anche attraverso la frequenza dei primi due anni di tali percorsi. Pertanto gli standard formativi minimi dei primi due anni di tali percorsi rispondono alle finalità e ai curricula definiti dal MIUR, che ne assicurano l'equivalenza formativa, compreso l’insegnamento delle religione cattolica e la facoltà di non avvalersi di tale insegnamento. Le regioni hanno recepito la normativa nazionale anche a tale proposito, per cui gli Enti di Formazione (in gran parte di ispirazione cattolica) sono tenuti sin dall'atto dell’iscrizione ad assicurare la possibilità di scelta degli studenti e delle loro famiglie di avvalersi oppure no dell’IRC e di richiedere le attività alternative previste.

sabato 18 agosto 2012

Il missile del Papa


L’obelisco è ancora lì, nel bel mezzo di Piazza San Pietro, da quando fu issato nel 1586. Sì, quello portato a Roma per ordine di Caligola nel 37, l’unico rimasto in piedi da quei tempi, che si ergeva di fianco alla chiesa di Santa Maria della Febbre e fu portato dove adesso si trova per realizzare il folle progetto di Sisto V e del suo architetto di fiducia, Domenico Fontana. L’Obelisco Vaticano doveva infatti servire per ben altro che abbellire il centro della cristianità. 


Papa autoritario e inviso a molti, in soli cinque anni di pontificato (1585-1590), Sisto V cambiò il volto fisico e morale di Roma, costruendo grandiosi edifici, sventrando strade, sterminando i briganti e risanando le finanze vaticane con imposte odiose. Tuttavia, come molti grandi sovrani cui le contingenze hanno fornito poteri quasi assoluti, era percorso da una vena di ambizione smisurata e, dopo essere stato uno zelante e feroce inquisitore, da un certo delirio di onnipotenza. Era convinto che, sotto la sua guida, la cristianità avrebbe potuto annientare il Turco e voleva trasportare il Santo Sepolcro in Italia, come avevano fatto gli Angeli con la Casa di Maria portata in volo a Loreto, nelle sue Marche. 


Il ticinese Domenico Fontana era l’artefice preferito di Sisto V da ben prima che questi diventasse papa e lo nominasse architetto di San Pietro, insignendolo dello Speron d’Oro. Grande ingegnere civile, sapeva organizzare i cantieri con metodo ed efficienza, risolveva con soluzioni geniali i problemi di statica e di idraulica, ma le sue numerose opere architettoniche sono piuttosto ripetitive perché, una volta trovata una soluzione, tendeva ad applicarla ovunque lo ritenesse necessario. Lo si direbbe persona di grande razionalità, se non si conoscesse quanto il lettore troverà di seguito. 


Entrambi questi uomini avevano una passione nascosta, che li avvicinò sempre più e che fu la radice del loro folle progetto: guardare il cielo notturno. L’astronomia era l’ossessione del cardinal Montalto, il futuro papa Sisto, che nella contemplazione delle meraviglie del creato trovava un mezzo per l’elevazione spirituale. Possedeva una copia dell’Almagesto di Tolomeo e sapeva calcolare le posizioni dei pianeti per mezzo dei loro epicicli. Anche Fontana era un osservatore del cielo, soltanto che egli quelle meraviglie voleva cambiare, lasciando un segno dell’umano ingegno nello schema celeste voluto dall’Onnipotente. Ne parlavano tutte le volte che si incontravano, tra un progetto e l’altro, tra un comando e un resoconto. Fontana sapeva come solleticare la vanità del potente cardinale, e un giorno gli propose di intitolare una stella a suo nome. Ottenne un diniego, ma sapeva che la modestia nasconde spesso ambizioni ancor più elevate. Dopo qualche mese, si era alla vigilia del conclave, parlarono finalmente del progetto, insieme folle e spudorato: far nascere una nuova stella, perforando la sfera delle stelle fisse e creare una nuova luce nel firmamento. 


Una volta divenuto Vicario di Cristo, secondo solo a Lui sulla Terra, Sisto V poté finalmente tentare di realizzare il suo sogno, che nel frattempo il Fontana aveva studiato nei minimi dettagli. La sfera più esterna dell’Universo Mondo è perforata da buchi attraverso i quali può penetrare un po’ di luce dell’Empireo. Sono questi buchi le stelle fisse, così dette perché, al contrario di quelle dello zodiaco, non cambiano mai posizione durante l’anno. Nel corso della millenaria vicenda umana, Iddio si è compiaciuto di variare il suo schema primigenio: nuove stelle sono comparse sulla sfera, spesso con bagliori tanto intensi da essere visibili per qualche tempo anche di giorno. Evidentemente la sfera superiore non è inattaccabile: un corpo sufficientemente grande, lanciato con moto sufficientemente elevato, può perforarla liberando la luce divina. 


Il problema, se teoricamente è risolvibile, è per l’uomo praticamente irrealizzabile: nessun proietto lanciato dall’uomo, neanche con un potente cannone, potrà mai aver la forza sufficiente per raggiungere tale distantissimo obiettivo. L’uomo da solo non potrà mai, ma Dio volendo… e come può Dio volere se non attraverso la preghiera del Papa? Il proietto sarebbe stato mosso dalla forza spirituale della preghiera congiunta del Papa e dei cardinali presenti a Roma. Il proietto ideale, che doveva perforare come un chiodo la parete dell’ultima sfera celeste, fu individuato dal Fontana nell’obelisco, che avrebbe dovuto essere portato davanti a san Pietro per essere più vicino alla fonte stessa della misericordia e della preghiera: la tomba dell'Apostolo. 


I colossali lavori di trasporto e di innalzamento in posizione verticale dell’enorme obelisco in granito rosso sono noti a tutti e sono rimasti nell’immaginario del popolo romano. Lo stesso artefice ne ha fatto un’accurata relazione, corredata da bellissime incisioni, in Della trasportazione dell'obelisco vaticano et delle fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavallier Domenico Fontana architetto di Sua Santità, libro primo, Domenico Basa, Roma 1590. Le immagini rendono l’idea assai più delle parole. Da solo, il castello di legno che doveva servire da rampa di lancio è un’opera ingegneristica che ancor oggi suscita ammirazione. 


L’opera fu completata il 10 settembre del 1586, quando l’obelisco fu issato con l’ausilio di un gigantesco sistema di argani. Il lancio, inizialmente previsto per la ricorrenza della Madonna del Rosario, il 7 ottobre, fu rinviato per una leggera indisposizione del pontefice. La data celebrava la vittoria del 1571 ottenuta contro il Turco nella Battaglia di Lepanto, quando Papa Pio V chiese alla cristianità di pregare con il rosario per chiedere la vittoria della flotta cristiana, che infatti avvenne, grazie all'intercessione della Vergine Maria. Si decise allora di dare corso all’ambito sogno pontificio alla mezzanotte del successivo 25 dicembre, quando una nuova luce nel cielo, la Stella Sistina, avrebbe celebrato la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo come una novella cometa. 


Senza rivelarne il vero motivo, si ordinò che in tutte le chiese di Roma fosse recitato il Santo Rosario a partire da un’ora prima della mezzanotte fino allo scoccare del dodicesimo tocco. Il Papa, i Cardinali e i diaconi si riunirono in preghiera sulla tomba del Santo. Solo Sisto e il Fontana conoscevano la miracolosa sorpresa che avevano intenzione di fare all’ecclesia cristiana, talmente grande da poter riportare i luterani nell’ovile di Cristo, e forse gli stessi mussulmani. 


Carichi di tensione, i due attesero il momento programmato. C’è chi giura di aver sentito Domenico Fontana accompagnare gli ultimi rintocchi contando alla rovescia: “Quattro, tre, due, uno, Alleluia!”. Ma nulla accadde. Il Papa scambiò tristemente gli auguri natalizi con i cardinali, avviandosi a celebrare la Messa di Natale. Il Fontana si diresse verso la propria residenza, chiedendosi che cosa fosse andato storto, giungendo persino a dubitare della reale santità di Sisto. Fu un pensiero momentaneo, che scacciò mentre spegnava la luce della candela. 

L'obelisco è rimasto dov'era, mancato missile del Papa.

martedì 7 agosto 2012

Un illuminato

IDIOT 

Some say I am an idiot, 
Some say I am a total nut, 
Some say I am lazy, 
Some say I am crazy. 

I care and I really don’t care what they say, 
Patiently I have to accept what comes my way. 

I know I am going to die soon, 
That will be my biggest boon. 
My life like a candle has been lit, 
Suicide sadly is forbidden to commit. 

Fool make money some people shout, 
Poetry you will die broke without a doubt. 
I must write I keep telling them, 
I have been given the signs to use the pen. 

IDIOTA 

Alcuni dicono che sono un idiota, 
alcuni dicono che sono uno svitato totale, 
alcuni dicono che sono indolente, 
alcuni dicono che sono matto. 

Tengo conto e davvero non tengo conto di ciò che dicono, 
pazientemente devo accettare ciò che mi capita. 

So che presto morirò, 
che sarà la mia più grande fortuna, 
la mia vita come una candela è stata accesa, 
commettere suicidio purtroppo è proibito. 

Gli sciocchi fanno soldi qualcuno grida, 
poesia tu morirai in miseria senza dubbio. 
Io devo scrivere, devo continuare a dire loro, 
che mi sono stati dati i segni di usare la penna. 

L’autore si chiama Mohit Kailashnath Misra, che si definisce un poeta-filosofo di Pune, India. Dopo il diploma in scienze, ha lavorato nella marina mercantile come ufficiale di coperta sulle petroliere. Durante un viaggio dal Sudafrica al Sudamerica, all’età di 24 anni, entrò in uno stato di samadhi, o illuminazione. nel mezzo dell’Oceano Atlantico, mentre stava praticando una meditazione. All’età di 33 anni è diventato poeta a tempo pieno e ha dedicato gli ultimi anni a scrivere il libro. Sostiene che “Fu una chiamata profonda e mi furono dati segnali persistenti dall’universo affinché diventassi poeta per condividere la conoscenza divina che ho ricevuto, al fine di sollevare l’umanità e unire le religioni”

In una presentazione forse scritta dallo stesso Misra, la sua raccolta di poesie Ponder Awhile, “Rifletti un momento”, (2006) è descritta come “elaborata classicamente al modo dei saggi”, che “ci fa partecipi delle complessità della vita come una semplice e accessibile dose di roba dello spirito e dell’anima" (sic: a simple and accessible dose of spirit and soul stuff). Ogni strofa delle 51 poesie del libro “getta una luce sulla nuova alba della parola illuminazione”. Le poesie sono “necessarie, irresistibili e evolute”. Il poeta “incoraggia l’introspezione, la scelta, la mediazione e la ricerca di un significato più profondo”, ecc. ecc. ecc. 

Insomma, un altro che ci prova, dopo Osho Raineesh e il Maharishi Mahesh Yogi, quello che incantò per un certo tempo i Beatles e Mick Jagger, per una volta uniti nella ricerca spirituale. Mi viene in mente cosa scrisse Paul McCartney dopo la sbornia Hippy-Hare-Krishna-Hare-Hare: 

Day after day, 
Alone on a hill, 
The man with the foolish grin is keeping perfectly still 
But nobody wants to know him, 
They can see that he's just a fool, 
And he never gives an answer, 
But the fool on the hill, 
Sees the sun going down, 
And the eyes in his head 
See the world spinning 'round.

 

Qualcuno nei commenti all’opera ha paragonato Misra a Kalil Gibran, ma proprio non mi sembra il caso: siamo agli antipodi come cultura e talento poetico. Io penso che la poesia che ho riprodotto sia la cifra della sua attitudine. Di certo sulla petroliera in mezzo all’Atlantico non fu toccato dalle Muse.

giovedì 2 agosto 2012

Matematica teologica: una rassegna

La matematica pura è scienza sottile, di grande astrazione, dove la materia sembra quasi scomparire di fronte all’emergere dell’idea, della pura relazione tra enti, che non sappiamo se creati dall’uomo oppure esistenti prima e indipendentemente da lui. Ancora oggi è aperto il dibattito, che forse non si chiuderà mai, rispetto al fatto se la matematica si inventa o si scopre. Essa è, tra tutte le scienze, sin dalle sue origini, quella che più avvicina l’uomo all’idea di assoluto, più ancora della stessa cosmologia. Non sorprende pertanto che la matematica sia stata spesso accostata all’idea di Dio, spesso confondendo l’idea dell’infinito matematico, che è un’idea tutto sommato quantitativa, con ciò che si esprime nel linguaggio corrente con “illimitato”, “incondizionato”, “eterno”, sulle orme della celeberrima prova ontologica di Anselmo d’Aosta. 

La "teologia matematica" è un esempio di queste speculazioni di confine, talmente singolari da attirare l’interesse dei ‘patafisici, che diedero spazio alla loro fantasia con alcuni dissacranti calcoli “teologici”, come quello della superficie di Dio ad opera di Alfred Jarry, che nel 1911 “dimostrò” con riga e compasso che Dieu est le point tangent de zéro et de l’infini. Ma la burla attribuita al dottor Faustroll non emerge improvvisa, perché i tentativi di trattare le questioni religiose con l’ausilio della matematica sono stati numerosi. In questo articolo ne fornisco alcuni esempi di epoca moderna, per i quali sono in parte debitore alla splendida raccolta di bizzarrie che scrisse il matematico e logico Augustus de Morgan con il titolo di Budget of Paradoxes, pubblicato postumo nel 1872. 

La rassegna incomincia con il matematico scozzese John Craig (1663-1731), che era un amico di Newton, membro della Royal Society dal 1711, ma, soprattutto un uomo dal forte senso religioso. Prima ancora di essere ordinato prete anglicano nel 1708 e vicario a Salisbury, aveva pubblicato due opere sul nuovo calcolo differenziale (fu il primo in Inghilterra a utilizzare la notazione leibniziana dy e dx, invece di quella con i puntini di Newton) e una sul moto dei fluidi, che lo avrebbe condotto a una accesa polemica con Johannes Bernoulli, risolta con l’accettazione da parte di Craig delle idee dello svizzero. Avrebbe anche dato alle stampe un’interessante fascicolo sul calcolo delle flussioni, fortemente influenzato dalle idee dell’amico e collega (1718), ma è ricordato soprattutto per la strana opera Theologiæ Christianæ Principia Mathematica, pubblicata nel 1699, che all’opera più famosa di Newton (Philosophiae naturalis principia mathematica, del 1687) si ispirò per il titolo. 

Nel suo volume in-quarto, basandosi sull’ipotesi che i dubbi su un fatto storico crescono con il quadrato del tempo trascorso, Craig presenta una formula che, a suo dire, descrive come la probabilità che un fatto storico venga ritenuto vero dipende dal numero dei testimoni originari, dalla catena di trasmissione attraverso testimoni secondari, dal tempo trascorso e dalla distanza dal luogo dell’evento. Con la sua formula, il prete matematico cerca di rispondere alla domanda “quanto tempo ci vorrà prima che l’evidenza del cristianesimo muoia del tutto?” Craig ricava che la fede nella vicenda terrena di Gesù Cristo raggiungerà lo 0 nell’anno 3144. In quell’anno ci sarà la seconda venuta del Figlio di Dio, secondo il verso 18:8 del vangelo di Luca: “Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra”

L’opera ricevette scarsa attenzione dai contemporanei, anche se De Morgan (pag. 130) sostiene che fu tradotta all’estero e seriamente considerata. Diversi matematici hanno lamentato l’uso impreciso da parte di Craig del concetto di probabilità e delle basi sulle quali egli derivava la sua formula. 

De Morgan, sulla scorta di quanto affermato dall’orientalista di Cambridge, Samuel Lee, pensava che le idee di Craig fossero abbastanza vicine, consapevolmente oppure no, a quelle dei teologi maomettani che avevano discusso del fatto che il Corano non è supportato da miracoli. Essi sostenevano che, poiché l’evidenza dei miracoli cristiani si fa sempre più debole con il passare del tempo, giungerà un giorno in cui non si potrà più assicurare che ci siano mai stati: da qui la necessità di un altro profeta come Cristo e di altri miracoli. 

Per valutare correttamente l’opera di Craig è necessario ricordare che il successo dei Principia di Newton spinse molti ingegni a speculare sull’applicazione di una trattazione quantitativa a fenomeni o concetti che fino ad allora stati considerati solo qualitativamente. Craig imitò il titolo di Newton, ed evidentemente pensava di aver compiuto un passo in avanti, ma non fu il solo a spingersi troppo oltre il ragionevole. 

Un altro talento britannico che osò avventurarsi nei rarefatti territori della teologia fu Richard Jack (1710/5-1759). Docente privato di matematica a Newcastle-upon-Tyne nel 1737, si trasferì prima a Edimburgo e infine a Londra intorno al 1750. Nel 1742 pubblicò un trattato di elementi di sezioni coniche, che fu ben accolto. Il 22 settembre 1745 partecipò come volontario lealista alla battaglia di Prestonpans, che vide l’inopinata sconfitta delle truppe reali di Giorgio II durante la sollevazione giacobita del Bonnie Prince Charlie che voleva ristabilire gli Stuart sul trono britannico. Sulle cause della sconfitta fu celebrato un processo al comandante delle truppe reali rosso-vestite, Sir John Cope, durante il quale Jack fu chiamato come teste a difesa, dimostrandosi “confuso”, “smemorato” e “inaffidabile”. 

Forse in cerca di riscatto, il suo secondo libro, del 1747, era molto ambizioso. Si trattava infatti di The Mathematical Principles of Theology, or the Existence of God geometrically demonstrated (“I principi matematici della teologia, o l’esistenza di Dio dimostrata geometricamente”), nel quale “è provata l’esistenza di Dio dall’Eternità all’Eternità, (…) che Dio è infinito in Saggezza, Potere e Conoscenza”, e così via. 

Il pretenzioso volume è organizzato nel modo degli Elementi di Euclide, con gli esseri rappresentati da cerchi e quadrati. Ma queste figure sono simboli logici, non geometrici. In realtà il testo tradisce entrambe le discipline dichiarate nel titolo, non essendo né un libro di matematica, né di teologia, ma soltanto di stravaganze logiche. L’erudito De Morgan (pag. 150) avanza il sospetto che Jack abbia copiato le idee di un altro stravagante scrittore, il francese Jean-Baptiste Morin, che aveva dato alle stampe nel 1636 a Parigi l’opera Quod Deus sit, mundusque ab ipso creatus fuerit in tempore, ejusque providentia gubernetur. Selecta aliquot theoremata adversos atheos, etc., nella quale si cercava more geometrico di provare l’esistenza di Dio, senza tuttavia l’utilizzo di diagrammi del tutto inutili e fuorvianti. 

Forse tornato in sé dopo l’assoluta mancanza di riscontri al suo libro, Jack tornò a occuparsi di geometria tradizionale con un libro sull’opera di Euclide pubblicato tre anni prima di morire. 

Arrivare a Dio attraverso gli Elementi di Euclide non fu il sogno solamente di Richard Jack. Ci provò anche il matematico napoletano Vincenzo Flauti (1782-1863), che volle formalizzare la prova ontologica in un curioso volume intitolato Teoria dei miracoli. Anche Flauti non era uno sprovveduto: insegnò all'Università di Napoli dal 1803 al 1849, contribuì alla divulgazione in Italia della geometria descrittiva di Monge, e scrisse trattati e memorie di geometria, nei quali fece uso dei metodi sintetici. Difese accanitamente i metodi dei geometri antichi, ripudiando la geometria analitica e fu autore di una notevole edizione degli Elementi (1810) che ottenne fosse resa obbligatoria in tutte le scuole del Regno di Napoli. Poiché era stato un sostenitore dei Borboni, nel 1860 fu escluso dalla ricostituita Accademia delle Scienze di Napoli, di cui in precedenza era stato segretario. 

Purtroppo non sono riuscito a trovare notizie sulla Teoria dei Miracoli, neanche l’anno di pubblicazione. Il testo non compare nel catalogo OPAC SBN del Servizio Bibliotecario Nazionale, che pure contiene 105 risultati riferiti al Flauti. 

Non propriamente teologica, ma meravigliosamente imbecille per l’uso bizzarro della matematica, è infine l’opera pubblicata a Londra nel 1839 da un certo E. B. Revilo, dal titolo The creed of St. Athanasius proved by a mathematical parallel. Before you censure, condemn, or approve; read, examine, and understand (“Il Credo di Sant’Atanasio dimostrato da un parallelismo matematico: Prima di censurarlo, condannarlo o approvarlo, leggi, esamina e capisci”). Il libro esamina tutti i passi del cosiddetto Credo di Sant’Atanasio, simbolo liturgico una volta utilizzato nelle chiese dell’Occidente, dalla forte impronta trinitaria. Ad ogni proposizione l’autore accompagna una sorta di “spiegazione matematica”, che della disciplina utilizza tuttavia solo i simboli. L’infinito è rappresentato da ∞, come al solito, mentre P, F, S, sono interi finiti; le tre persone della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, sono indicate rispettivamente con ∞P, (u ∞)F e, ∞S, dove la frazione finita u rappresenta la natura umana. Ecco un paio di esempi: 

CREDO 
Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio ed altra quella dello Spirito Santo. Ma Padre, Figlio e Spirito Santo hanno una sola divinità, uguale gloria, coeterna maestà. 

CORRISPONDENZA MATEMATICA 
È stato dimostrato che ∞P, (u ∞)F e, ∞S insieme corrispondono a ∞, e che ciascuno vale ∞, e che ogni grandezza dell’essere rappresentata da ∞ sempre è esistita, esiste ed esisterà per sempre. Perciò non può essere creata, o distrutta, e tuttavia esiste”. 

CREDO 
Uguale al Padre nella divinità, inferiore al Padre nell'umanità. 

CORRISPONDENZA MATEMATICA 
(u ∞)F è uguale a ∞P in quanto ne condivide ∞, ma è inferiore a ∞P in quanto tocca u, perché u non è infinita. 

Secondo De Morgan, l’autore sembra proprio credere in ciò che dice. Il fatto sconcertante è che dietro lo pseudonimo di E. B. Revilo si nasconde, scritto al contrario, Oliver Byrne (1810? –1890?), un eccentrico scrittore matematico che si definiva anche ingegnere civile, militare e meccanico, nonché ispettore dell’insediamento della regina Vittoria nelle isole Falkland. 

Byrne è stato autore anche di The first six Books of the Elements of Euclid; in which coloured diagrams and symbols are used instead of letters (1847), libro che gode ora di un rinnovato interesse perché la sua concezione grafica innovativa anticipa gli esperimenti delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Nel 2010 la casa editrice d’arte Taschen ha ripubblicato l’opera in un’edizione facsimile. Byrne è oggi rivalutato per tutta la sua opera, al punto che il Credo di Sant’Atanasio pare non tanto l’opera di un folle letterario, ma un’intelligente, singolare, estrema presa in giro di un anticipatore di Jarry. 

Circa a metà dell’Ottocento venne il turno del sacerdote francese Joseph Gratry (1805-1872), che tentò una dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio, forse retaggio dai suoi studi giovanili all’Ecole Polytechnique di Parigi prima di prendere i voti. Cappellano all’Ecole Normale Superieure, poi professore di etica alla Sorbona e membro dell'Académie Française, a suo modo Père Gratry era un modernista: fu nel 1870 un fiero avversario del dogma dell’infallibilità papale e si interessò alle iniquità della società del suo tempo, come lo schiavismo negli Stati Uniti. 

Gratry era convinto che l'esistenza di Dio può essere dimostrata in modo rigoroso dal potere della ragione. Utilizzò a questo scopo, nel libro De la connaissance de Dieu (1854-55), la dimostrazione per induzione, vale a dire “Uno dei due procedimenti della geometria, che corrispondono ai due procedimenti generali della ragione (l'induzione e la deduzione). E' il procedimento infinitesimale, applicato non più all'infinito geometrico astratto, ma all'infinito sostanziale che è Dio”. Basandosi sul principio formulato da Leibniz, secondo il quale “le regole del finito vanno bene anche per l’infinito, e viceversa”, il sacerdote sosteneva che l’infinito può creare qualche cosa dal nulla, cioè dallo zero. 

Così argomentava: «i geometri e gli algebristi pongono e devono porre questa formula: Una quantità, per quanto grande sia, aggiunta all’infinito, non aggiunge nulla; e questa: Una quantità, per quanto grande sia, paragonata all'infinito, è nulla. L’algebra pone queste formule che sono verificate dalla geometria: ∞+A=∞ e A/∞=0. È ciò che esprime un testo della Santa Scrittura: “Il mio essere davanti a te è nulla, o mio Signore!” Ed è ciò che afferma sant’Agostino: “Perché paragonare all’infinito una cosa finita, per quanto essa sia grande?”» 

 «Quando (…) le formule algebriche ci insegnano che una grandezza finita, grande a piacere, moltiplicata per 0 dà comunque sempre 0, ciò corrisponde all’assioma Ex nihilo nihil, nulla viene dal nulla”. Ma, se invece di moltiplicare per una quantità finita, si considera l’infinito, la formula diventa: l’infinito moltiplicato per 0 dà tutte le grandezze finite. Alla stesso modo, nessuna forza finita può creare o produrre nulla, ma l’onnipotenza infinita può creare o produrre dal nulla». 

Così, se un numero qualsiasi A viene diviso per zero, si ha l’infinito. Se si moltiplica per 0 si ottiene 0/0, che è un valore indeterminato, che rappresenta un valore qualunque. Gratry crede di dimostrare come un qualsiasi numero possa essere tratto dallo 0 per opera dell’infinito. Analogamente, Dio può creare dal nulla qualsiasi cosa. In realtà, come rilevò lo scrittore e filosofo Barthélemy-Prosper Enfantin, la dimostrazione di Père Gratry parte dall’ipotesi errata che Dio possegga già A, ossia una quantità determinata! 

Concludo questa rassegna osservando che la logica matematica applicata alla teologia fu oggetto dell’interesse e della speculazione anche di ingegni come George Boole, uno dei padri della disciplina, e di Kurt Gödel, il più grande logico del Novecento, il formulatore dei fondamentali teoremi di incompletezza. Ma questa è un’altra storia, della quale magari mi occuperò in futuro.