lunedì 8 luglio 2013
Il novissimo Barozzi della lingua italiana – Agg. 1/2013
lunedì 14 gennaio 2013
Due scritti politti
Il torno del bagongo
Spuzzò il nanpinto sul trapollo
nella stadia del gigion santoro
transe il limite per ics decoro
d’un bagongo armattofollo.
Istrionando polivinilcloruro,
con il pel sul cran malpinto,
menzognò tollon convinto
riprobanza di culon sicuro.
Sicut sciacquo di mutandata
che s’infogna nello sgorgo,
avito fetor di grama data,
sputifò in lango e in lorgo
la sua menzoglia consumata
di pirlatan ch’ingira il borgo.
Il capitan sconfuso
Come schettin che dissicura
quando il magnetto gira a tondo,
fa tambien nello sconfondo
chi ebbe primaria investitura.
Volse pria ‘l naviglio al monte
ove col casin lui fe’ congrega,
or che ‘l monte salendo frega
vaga il bersan ne l’orizzonte.
Né più dipostiglio sa trovare,
in parato avello diprè la terra
dal bagongon difesa a mare:
rinuncia voca, e pur si afferra
all’ingroica manca, per salvare
l’imbolsita machina da guerra.
martedì 18 settembre 2012
Neologismi personali
Dimenticavo:
lunedì 17 settembre 2012
Di sana pianta!
sabato 23 aprile 2011
Parole inventate (5): Fànfole prima di Maraini
domenica 4 luglio 2010
Parole inventate (4): il verlan
sabato 17 aprile 2010
Parole inventate 3: il gliglico di Rayuela
Fu la Perfida Nera la prima a parlare del gliglico in questo blog: a lei è dedicato l'articolo.
domenica 5 luglio 2009
Parole inventate 2: pazzi veri e pazzi letterari

Tralascio le lingue inventate di carattere sacro (glossolalie religiose, lingue iniziatiche, linguaggio dell’estasi, linguaggi magici, divinatori, sciamanici, ecc.) per concentrare l’attenzione sull’invenzione linguistica “profana”. Di questa, una parte cospicua è costituita dalle lingue inventate con lo scopo di essere in qualche modo utili, come le centinaia di lingue ausiliarie internazionali di cui l’esperanto è solo l’esempio più conosciuto, ma anche i linguaggi logico-matematici, quelli dei segnali, i linguaggi abbreviati (stenografie), le crittografie, ecc. A una seconda specie possono essere ricondotte le lingue nate in determinati contesti sociali, come i gerghi, i linguaggi ibridi (pidgin, spanglish), i linguaggi settoriali (di cui nel nostro paese sono tipici esempi il politichese o il sindacalese), la cui utilità non è intenzionale, almeno all’inizio.
Esiste infine la serie delle lingue e delle parole inventate a scopo di gioco o con intento puramente espressivo, alle quali ho fatto cenno nel mio precedente articolo. Su queste mi piace tornare. Innanzitutto per fare una doverosa aggiunta: non sono solo i poeti e i bambini a inventare parole e linguaggi, perchè grandi onomaturghi sono anche i pazzi e gli alienati. Di loro mi occupo in questo articolo.
La tendenza a creare parole con gradi diversi di artificialità è assai comune tra i malati di mente o dai medium. Lo psicologo Eugenio Tanzi, secondo il quale almeno il 30% dei paranoici sono inventori di parole, raccolse nel 1889 una serie di 239 neologismi di pazzi ricoverati nei manicomi italiani, da dominusmotspherifateur a pitroskoi marabiska patomba lemba zagamba strapùlika!, che sembra una specie di scongiuro. Sigmund Freud studiò il caso di Daniel Paul Schreber (1842-1911), Presidente della Corte d’Appello di Dresda, inventore di una “lingua fondamentale”, lingua parlata da Dio e appreso dalle anime beate durante il loro processo di purificazione. Si tratta di un tedesco arcaico, caratterizzato da un’abbondanza di eufemismi, paralogismi e antifrasi, per cui per cibo si dice “veleno” e per sacro si dice “empio”. Lo psichiatra Jaroslav Stuchlìk, in un saggio del 1960, si sofferma invece sul caso di un medico ceco creatore di 17 lingue totalmente inventate, ciascuna con una sua propria grafia. Allo studioso non sfugge l’aspetto ludico di questa megalomania onomaturgica. In un altro suo studio, Stuchlìk analizza il caso di un operaio di circa sessant’anni che disegna strane figure unendo sempre gli stessi sei elementi: un pesce, una ragazza, un succhiotto, una vacca, una macchina e un bruco. Il nome di questo ibrido grafico è un ibrido verbale, una mega parola-valigia resa in francese con poisucevamachenille (poisson, pucelle, sucette, vache, machine, chenille).
Tragico è invece il caso di Friedrich Hölderlin (1770-1843). Quando, intorno al 1822, il diciottenne Wilhelm Waiblinger comincia a frequentarlo, il grande poeta tedesco è malato di mente e vive ormai da quindici anni recluso nella "Torre" della casa del falegname Ernst Zimmer in riva al Neckar, confuso, isolato dal mondo. Non è più, insomma, "da considerarsi tra i vivi". Va su e giù come "le fiere ... nelle loro gabbie", suscitando in Waiblinger un brivido di orrore, recita giorno e notte un monologo incessante. Scrive Waiblinger: “«Si esita dubbiosi prima di bussare a quella porta, dominati da un interiore inquietudine; infine si bussa e una voce forte e veemente invita ad entrare. Si entra e al centro della stanza appare una magra figura che si inchina profondamente e si produce in complimenti eccessivi, con gesti che sarebbero pieni di grazia se non esprimessero un che di spasmodico. Le poche espressioni di circostanza vengono accolte con le più cortesi riverenze e con discorsi del tutto privi di senso, che sconcertano l’estraneo. L’estraneo si sente apostrofare "Sua Maestà", "Sua Santità", "Gentile signor Padre". Hölderlin non uscirà più da quella stanza fino alla sua morte, nel giugno 1843.
Un sintomo psicotico noto agli psichiatri è la verbigerazione (o catafasia o “insalata di parole”), che consiste nella ripetizione di parole o frasi sprovviste di senso, sebbene i sintagmi, presi isolatamente, siano per lo più intellegibili. Un esempio di questo fenomeno è la logorrea di Madame Ch., citata da André Breton nel suo Dictionnaire abregé du surréalisme (1938):
Je suis le devoir du Tri-Mistère, tri mystère du Finistère, des Trelendious et de trédious, des trébendious. Le gim de l’air de l’erme, le giderme, le citerme, le cimeterme de l’arterme, le gim de l’air de l’airme, le citerme, le cin de terme de la terme en terme, le gim de l’air en trème.
Una categoria assai interessante di inventori di neologismi è costituita dai foux litteraires, i folli letterari, cioè quelle persone che pubblicano, di solito a loro spese, vaneggiamenti scientifici, storici o religiosi che non rimandano a dottrine anteriori e che non hanno eco alcuna nella società in cui vivono. Tecnicamente immuni da patologie certificate, i pazzi letterari non hanno né maestri né discepoli. Di loro, e in particolare dei compilatori di lingue universali si è occupato Raymond Queneau in una sua “Enciclopedia delle scienze inesatte” compilata negli anni ’30, rifiutata dall’editore e uscita poi in forma romanzata (Les Enfants du Limon, 1938). Tra i folli neologisti di Queneau ricordo Sèbastien-François Drojat, che nel 1857 sosteneva di aver trovato la Chiave maestra della Torre di Babele nella lingua degli antichi galli Voconti, «lingua contubernale [cameratesca, NdR] di tutte le razze umane», e il sedicente Le Quen d’Entremeuse che nel 1852 sosteneva che le parole più importanti e le principali radici della lingua dei primi uomini sono una riproduzione dei rumori del tuono e dei latrati del cane.
Lo stesso poliedrico e geniale Queneau può essere fatto rientrare nella categoria, se si pensa al suo tentativo di inventare il neo-francese, una lingua basata sulla sintassi e il lessico del linguaggio parlato e su un’ortografia più o meno fonetica. Di queste sue idee si trova testimonianza in alcuni saggi raccolti in Bords (1963) e in Bâtons, chiffres et lettres (1965, in italiano “Segni, cifre e lettere e altri saggi”, Einaudi, 1981). Questa sua divertita stravaganza è testimoniata dal linguaggio con il quale è scritto Zazie nel metrò (1959) e si esprime la sua protagonista (si è parlato di “zazismi”). Ecco alcuni esempi: Singermindépré (Saint-Germain des Prés), pour moi zossi (pour moi-s-aussi) e il geniale Apibeursdè touillou (Happy birthday to you). E’ evidente che la grafia storpiata ha anche lo scopo di rendere la velocità del linguaggio parlato.
Un altro antologizzatore di folli onomaturghi è stato il belga André Blavier, nel libro Les fous littéraires (Parigi, 1982). Egli parla ad esempio del notaio francese Jacob-Abraham Soubira (1788-1842), inventore di un alfabeto numerico. Nella poesia intitolata 666, pubblicata nel 1828, egli profetizza il destino dei continenti prima della fine del secolo. Eccone un estratto:
Le 19me siècle hissera de l’orage!
Son mondain zéphir
En altérera le paysage
Et déracinera le vizir!
Le 19me siècle dégradera le paganisme,
Fera mourir l’Alcoran,
Marteler le vandalisme
Et rogner le Vatican!
(Il diciannovesimo secolo alzerà della tempesta! / Il suo vento mondano / ne muterà il paesaggio / e sradicherà il Visir! [nel senso lato dell’Impero Ottomano]. // Il diciannovesimo secolo degraderà il paganesimo, / farà morire il Corano, / martellare il vandalismo / e potare il Vaticano!).
Soubira afferma che la somma delle lettere di ciascuno dei 37 versi della sua opera corrisponde a 666. Il suo alfabeto è privo della lettera J, iniziale di Judas, che così viene scritto Geudas. Secondo questo alfabeto cabalistico ogni parola cela un significato numerico. Il destino di questo profeta di provincia non fu glorioso: finì i suoi giorni vendendo le sue profezie scritte su foglietti volanti nelle fiere di paese.
Un altro caso preso in considerazione da Blavier è quello del poliglotta, matematico, cabalista e umanista francese Guillaume Postel che, in una pubblicazione del 1538, cercò di dimostrare che tutte le lingue moderne hanno una radice comune nell’antico ebraico, identificato con il “samaritano” o con il “fenicio”. Tale ipotesi, con numerose varianti, era abbastanza comune ai suoi tempi, e Postel non si discosta molto da figure contraddittorie eppure geniali di maghi-scienziati come Paracelso o Johann Valentin Andreae. Ma nel 1553 Postel sostenne in un altro scritto che il secondo redentore dell’umanità sarebbe stata una donna, la quale avrebbe instaurato il regno di Sophia, la Sapienza. Non contento, affermava di aver trovato la nuova Eva, rigeneratrice del mondo, identificata in una vecchia italiana, chiamata “la madre Giovanna” o “Zuana”, fondatrice dell’Ospedaletto di Venezia. Due anni dopo l’Inquisizione lo definì non malus, sed amens (non colpevole, ma pazzo).
A dir la verità, aggiungo io, anche un’altro personaggio illustre cadde nell’errore di Postel, cioè il teorico del socialismo Pierre-Joseph Proudhon, che nell’Essai de grammaire générale del 1837 sosteneva che “tutte le lingue derivano da una lingua comune e prima”, parlata dal genere umano al tempo in cui la nostra specie era costituita da qualche centinaio d’individui. Queste sue tesi suscitarono poi l’ironia di Marx, che parlò di “scritto da scolaretto” che prova la “disinvoltura” del francese in questa come in altre questioni.
Curiosa è poi la riforma proposta dall’ingegnere belga Falkenburg, che verso la fine del XIX secolo presentò all’Accademia delle Scienze di Bruxelles una proposta di “sconvolgimento completo” dell’ortografia, basata su una “tavola dei suoni semplici” (25 vocali e 26 consonanti) delle sette lingue prese in considerazione. Su questa base, "quartier" diventa kàartyé e "foi" viene scritta fwa.
Uno dei casi più noti di invenzione linguistica è quello della medium ginevrina di origine ungherese Catherine-Èlise Mueller (1861-1929), nota con lo pseudonimo di Hélène Smith. Nel corso di una serie di sedute spiritiche organizzate da un gruppo teosofico locale, si immaginò protagonista di tre “romanzi” ambientati rispettivamente nell’India del XV secolo, sul pianeta Marte e nella Francia dei libri di Dumas padre. Nei primi due si immaginò la conoscenza della lingua indù e di quella marziana. I testi di queste pseudolingue, raccolti da Théodore Flournoy in un saggio del 1900, furono fatti analizzare dagli esperti dell’Università della città svizzera e in particolare dal grande linguista Ferdinand de Saussure, che analizzò testi come questo “indù”:
... goya vayayâni prityiya kriya gayâni i gôya mamata goya mama nara moma patii si goya gandaryâ gaya itiyami vasanta...
concludendo che si trattava di pura invenzione. I testi marziani, scritti in un alfabeto vagamente simile ai segni che indicano i pianeti, vanno da sinistra a destra, possiedono 21 segni e sono privi di accenti e punteggiatura. All’analisi dei linguisti, la lingua marziana della medium rivelò una base francese con lessico comprendente parole ungheresi e tedesche deformate. Rimproverata per questo da Flournoy, la Smith inventò allora un’altra lingua, detta neo-marziana, parlata dagli abitanti di un pianetino presso Marte e anche una lingua uraniana. Ecco un esempio del neo-marziano:
Vanem sebim mazak tatak sakam:
(nome di animale) nascosto malato triste piange
Hélène Smith divenne in seguito la musa della “scrittura automatica” dei surrealisti, che videro in lei la prova del potere conoscitivo della trance ispirata. Chi vuole praticare la scrittura automatica può ancora oggi farlo con la guida di qualche maestro spirituale, prenotando uno dei tanti weekend new-age in un agriturismo, tra incensi e campane tibetane, a prezzi accessibili ai più abbienti. Aum!
domenica 21 giugno 2009
Parole inventate 1: dal quark alle fànfole
she has been forced to inflict lessons on others”. (G. K. Chesterton, 1932)

Una parola inventata, scriveva Giampaolo Dossena (Il Dado e l’alfabeto, Nuovo dizionario dei giochi con le parole, Zanichelli, Bologna, 2004), “è una parola che s’era mai sentita, verbum inauditum: nel momento stesso in cui la si inventa, si inventa anche cosa potrebbe voler dire; oppure non indica proprio niente, sfuma nel nonsense (…) Una parola inventata che entra nell’uso e viene registrata dai vocabolari si chiama neologismo. Chi l’ha inventata si chiama onomaturgo”. A dir la verità, tutte le parole, all’inizio, sono parole inventate, perché deve esserci stato per forza un momento in cui si è cominciato a indicare un oggetto o un’azione con un suono, un fonema, che prima non c’era.
I bambini sono grandi onomaturghi, seguiti a ruota dagli scrittori e dai poeti. D’Annunzio inventò parole come velivolo, che è entrata nell’uso comune, e arzente, tentativo meno fortunato di sostituire il francese cognac o l’inglese brandy per indicare le acquaviti raffinate.
Una delle parole inventate diventate più famose è senz’altro quark. Murray Gell-Mann e George Zweig, prima di presentare il modello dei quark nel 1964, si trovarono a dover decidere quale nome assegnare a questi costituenti fondamentali degli adroni. Gell-Mann aveva inizialmente pensato a qualcosa che ricordasse lo starnazzare di un’anatra, tipo quack, ma era incerto. Era però un appassionato lettore di James Joyce e si ricordò di aver letto nel Finnegan’s Wake la seguente terzina:
Three quarks for Muster Mark!
Sure he has not got much of a bark
And sure any he has it's all beside the mark.
La parola quark non esisteva ed era stata inventata da Joyce per creare un’assonanza con Mark e bark. Gell-Mann spiegò successivamente che la prima riga gli sembrava la storpiatura del comando di un cliente di un pub: “Three quarts for Mister Mark!” (un quart è un enorme boccale di birra da due pinte). Egli aveva comunque trovato il nome che gli piaceva, rafforzato nella decisione dalla presenza del numero tre, che corrisponde ai numero in cui i quark si trovano nei barioni (protone e neutrone).
Il sarchiapone
La parola inventata più nota della lingua italiana deve il suo successo al teatro di rivista e alla televisione. Si tratta di sarchiapone. Il termine comparve nel 1955 nella dodicesima scena del primo tempo della rivista O quante belle figlie madama Doré, di Terzoli e Vaime, con protagonisti Walter Chiari e Carlo Campanini. La scena s’intitolava Il sarchiapone americano e mostrava Carlo Campanini che faceva fuggire gli altri viaggiatori in modo da tenere per sé un intero scompartimento ferroviario, fingendo di avere in una cesta sulla reticella il misterioso sarchiapone. Walter Chiari dava uno straordinario saggio della sua abilità, interpretando uno dei passeggeri che si vantava di conoscere il sarchiapone tra titubanze, smorfie e versacci. Ripresa più volte in contesti cinematografici e televisivi, la scena sancì il successo della parola.
“Aveva na magna femmina de Casoria chiamata Ceccarella no figlio nommenato Peruonto, lo quale era lo chiù scuro corpo, lo chiù granne sarchiopio e lo chiù solenne sarchiapone c’avesse creiato la Natura”. (Peruonto, trattenemiento tierzo della Giornata Prima)
Successivamente Sarchiapone diventò il nome proprio di uno dei personaggi principali della Cantata dei Pastori, opera teatrale scritta da Andrea Perrucci nel 1698.
Jabberwocky
Dicevo dei bambini e dei poeti come inventori di parole Se poi un poeta o uno scrittore scrive per un pubblico giovanile, l’onomaturgia esplode ai massimi livelli: il più grande di tutti è stato Charles Lutwidge Dodgson, che si firmava Lewis Carroll. Fu il logico inglese, fotografo e scrittore, che inventò per le tre figlie del pastore Henry Liddell il personaggio di Alice, uno dei più noti della letteratura mondiale, protagonista di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) e di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871). Entrambi i libri sono una fantasmagoria di giochi verbali di tutti i tipi: anagrammi, palindromi (“Was it a cat i saw?”), parole inventate, ecc.. Nel secondo libro di Alice compare anche un’intera poesia fatta con parole inesistenti, che porta il lettore nel regno del più completo nonsense: il Jabberwocky. Alice la trova scritta all’incontrario su un libro deposto sul tavolo mentre sta osservando il Re Bianco.
Inizialmente non capisce gli strani caratteri, ma poi riconosce che si tratta di un libro scritto allo specchio, come è normale che sia nel posto in cui si trova.Jabberwocky
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
"Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!"
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought—
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And, as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One two! One two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
"And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!"
He chortled in his joy.
‘Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe:
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Questi versi sono considerati l’esempio più importante di poesia nonsenical mai scritta in lingua inglese. Nonostante la gran profusione di parole inesistenti, essa rispetta perfettamente le regole compositive e la metrica dell'idioma originale. Per quanto praticamente intraducibile, è stata tradotta in numerose lingue. Riporto la versione italiana che ne fece Adriana Crespi negli anni ’70:
Il Ciarlestrone
Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.
«Attento al Ciarlestrone, figlio mio!
Fauci che azzannano, fauci che ti artigliano,
attento all'uccel Giuggio e attento ancora
Al fumibondo chiappabana!»
Afferò quello la sua vorpi da lama
a lungo il manson nemico cercò...
Cosí sostò presso l'albero Touton
e riflettendo alquanto dimorò.
E mentre il bellico pensier si trattenea,
il Ciarlestrone con occhiali brage
venne sifflando nella fulgida selva,
sbollentando nella sua avanzata.
Un, due! Un, due! E dentro e dentro
scattò saettante la vorpida lama!
Ei lo lasciò cadavere, e col capo
Se ne venne al ritorno galumpando.
«E hai tu ucciso il Ciarlestrone?
Fra le mie braccia, o raggioso fanciullo!
O giorno fragoroso, Callò, Callài!»
stripetò quello dalla gioia.
Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.
Nella poesia compare quello che in inglese è divenuto l’omologo del nostro sarchiapone: il tove (che la Crespi rende con tosso). Nel successivo dialogo con Alice, l’uovo antropomorfizzato Humpty Dumpty così descrive questi animali: “Beh, i toves sono una specie di tassi… sono un po’ come le lucertole… e un po’ come i cavatappi”. “Devono essere creature molto curiose a vedersi”. “Sì, - disse Humpty Dumpty – e fanno il nido sotto le meridiane… e si nutrono di cacio”.

Humpty Dumpty spiega poi ad Alice il significato di molte delle strane parole della poesia. Alcune di queste, come chortle e galumphing entreranno nel vocabolario della lingua inglese, a ulteriore dimostrazione del potere onomaturgico dei poeti. Lo stesso personaggio, nella sua surreale esposizione, illustra come molte di queste parole siano delle portmanteau words (parole valigia), formate dalla fusione di due parole esistenti. Se il risultato può essere spesso comico o surreale (galumphing è il prodotto di to galop e di triumphant), il procedimento è tutt’altro che fantasioso: molte parole sono nate proprio così, in tutte le lingue. Sono parole valigia, ad esempio, brunch (da breakfast e lunch), Tanzania (da Tanganika e Zanzibar), eliporto (da elicottero e aeroporto), il recente italiota (da italiano e idiota). Tornando ai quark, c’è chi contesta l’origine della parola così come l’ha raccontata Gell-Mann. Essa sarebbe invece una parola valigia, creata fondendo question mark (punto interrogativo), proprio per indicare la natura misteriosa che caratterizzava queste particelle.

La Gnòsi delle Fànfole
Non si può disquisire di parole inventate senza citare Fosco Maraini (1912-2004). Letterato, alpinista, viaggiatore, naturalista, etnologo, orientalista, insegnante di lingua e letteratura giapponese, (e padre della scrittrice Dacia), Maraini è stato in Italia il primo scrittore di quella che lui stesso ha definito “poesia metasemantica”, “composta di termini privi di senso se non per quello, obliquo, conferito ad essi dal loro stesso suono”. Le sedici poesie contenute nella Gnòsi delle Fànfole (Baldini, Castoldi e Dalai, 1994, ripubblicato nel 2007) costituiscono un piacere dello scherzo e dell’immaginazione, per l’invenzione continua di parole di origine sia dotta sia popolaresca, che si adattano perfettamente alla metrica pur lasciando al lettore il piacere di scoprire nuovi significati ad ogni lettura. Il diletto del lettore è accresciuto dalle note al testo le quali, invece di soddisfare la sua domanda di spiegazioni, lo confondono e lo divertono con commenti decisamente assurdi e fuorvianti. Così, dopo aver letto che “Il lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta”, si viene informati dalla nota che “non esistono testimonianze dirette che possano suffragare la teoria che ogni lonfo - in gioventù o nell’età matura - sia solito barigattare. Vittoria Contini Serpieri, nel suo Tutto quello che avreste voluto sapere sul barigatto ma non avete mai osato chiedere! (Edizioni La Lanterna, Genova, 1937), tratta ampiamente l’argomento ma nel pur esauriente testo non fa alcun cenno né al lonfo né ai lonfoidi in genere”. Per questioni di spazio riporto solamente le due poesie che più mi sono piaciute, ma sulle Fànfole ci tornerò:
Il lonfo
Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.
È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
Il giorno ad urlapicchio
Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dago e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infragelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzillano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.
Continua...



















