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lunedì 8 luglio 2013

Il novissimo Barozzi della lingua italiana – Agg. 1/2013


cicciottenne, s m. e f. sing [lat. cicciam e teneo]: nuovo elettore sovrappeso; est: adolescente obeso. “Per il corso frotte di cicciottenni che mangiano gelati” (Franchi, 2011) 

Dasein, s. m. indecl. [dal ted. Das, “il pongo” e Ein, “uno”]: termine filosofico dal significato malleabile e adattabile al contesto, utilissimo per chi voglia spacciarsi per colto, spesso associandolo ad altre parole come Zeitgeist o Aufklärung. “In quel tramonto Fabrizio vide tutto il Dasein della sua angoscia”, oppure “Chi fa Dasein fa per tre” (Popinga, 2013)

feromoni, s. m. pl. (laz. fero e lat. homo): grandi uomini metallici fabbricati a Roma, cyborg borgatari, protagonisti del romanzo utopico “L’omo de fero”, in cui una razza di coatti dai superpoteri conquista il mondo e rende obbligatori la canottiera e lo stereo a tutto volume. “Le donne della borgata sentivano irresistibile il potere dei feromoni, desiderando l’accoppiamento” (Barozzi, 2013) 

ginosofista, s. m. sing. [dimin. Gino e gr. σοφία]: cugino che ha studiato, portato ad esempio in tutta la famiglia e perciò odiato. “Lo vide nudo in spiaggia e finalmente poté prendere in giro quel ginosofista” (Barozzi, 2012) 

proctossido, s. m. sing [gr. προκτος e οξύς]: composto chimico originato dalla presenza di ossigeno nell’intestino, che fuoriesce dall’orifizio anale. Es.: il proctossido d’azoto, gas intestinale dagli effetti esilaranti e anestetici. “Quando Pierino produce il proctossido, tutta la classe si mette a ridere” (Barozzi, 2012) 

Scuola Radon Elettrica (Scu.R.E.), s. m.: noto istituto professionale per corrispondenza che prepara tecnici rabdomanti e previsori di terremoti. L’istituto è in attesa di parificazione da parte del MIUR (Giuliani, 2009)

lunedì 14 gennaio 2013

Due scritti politti


Il torno del bagongo 

Spuzzò il nanpinto sul trapollo
nella stadia del gigion santoro
transe il limite per ics decoro
d’un bagongo armattofollo.

Istrionando polivinilcloruro,
con il pel sul cran malpinto,
menzognò tollon convinto
riprobanza di culon sicuro.

Sicut sciacquo di mutandata
che s’infogna nello sgorgo,
avito fetor di grama data,

sputifò in lango e in lorgo
la sua menzoglia consumata
di pirlatan ch’ingira il borgo.


Il capitan sconfuso 

Come schettin che dissicura
quando il magnetto gira a tondo,
fa tambien nello sconfondo
chi ebbe primaria investitura.

Volse pria ‘l naviglio al monte
ove col casin lui fe’ congrega,
or che ‘l monte salendo frega
vaga il bersan ne l’orizzonte.

Né più dipostiglio sa trovare,
in parato avello diprè la terra
dal bagongon difesa a mare:

rinuncia voca, e pur si afferra
all’ingroica manca, per salvare
l’imbolsita machina da guerra.

martedì 18 settembre 2012

Neologismi personali

L’iniziativa del sito Distanze di cui ho parlato nel precedente post, ovvero la prima raccolta italiana delle parole inventate, mi ha indotto a produrne alcune, perché è un gioco che mi diverte assai. Le propongo al lettore, invitandolo a mettersi anch’egli all’opera e a inviare i suoi contributi. 

Cicchitto, s. m. [lat. cicca, cosa di nessun valore]: piccolo sputo involontario che sfugge nel parlare: sputare un c. Estens.: animaletto molesto: avere un c. in un occhio. “Provò un senso di fastidio, come se si fosse imbattuto in un cicchitto” (BAROZZI). 

Cremlino, s. m. [bass. lat. cremum, la parte butirrosa spessa e opaca che affiora sul latte]: grande dolce natalizio alla crema, tradizionale della Moscovia. “Ivan Alexandrovic tornò a casa con una fame tale che si sarebbe mangiato l’intero cremlino” (id.) 

Nicotimita, s. m. [dai nomi fr. Nicot, e gr. Nikodemos]: chi fuma ma non vuole che si sappia pubblicamente per paura di punizioni famigliari o sociali, pertanto si conforma apparentemente alle opinioni salutiste in voga. “Molti adolescenti sono nicotimiti” (id.). 

Nullicembalo, s. m. [lat. nullus, nessuno, alcuno, nullo, inesistente e gr. Kýmbalon, ciotola, bacino]: strumento musicale a tastiera che aziona una serie di martelletti che picchiano a vuoto, non producendo alcun suono. Estens. Discorso ignorato dall'ascoltatore. “Le parole di Walter furono una sonata per nullicembalo solo” (id.). 

Pertinente, s. m. [dal nome it. Pertini]: che si riferisce all’ex Presidente della Repubblica e uomo politico italiano Sandro Pertini, chi ne imita le parole o i gesti: fare un intervento p., essere p. “Si accese la pipa e mescolò le carte per la briscola, sentendosi più che mai pertinente” (id.).

Aggiornamento del 18/9/2012, ore 22:25

Dimenticavo: 

Trinitrari, s m. pl. [scient. trinitrotoluene, il tritolo]: membri di una setta eretica cristiana dell’inizio del Novecento, influenzata dalle idee del nichilismo, nata nell’ambito della chiesa ortodossa russa. Secondo i t., Dio creò il mondo e l’uomo lo distruggerà, dopo di che ci sarà la seconda venuta di Cristo. I t. propugnavano la distruzione con il tritolo di vite e cose per accelerare la parusia. “Dall’odore che aleggiava sulle macerie dell’orfanotrofio, la polizia capì che i responsabili andavano ricercati tra i trinitrari” (id.)

lunedì 17 settembre 2012

Di sana pianta!


Chi come me ama le parole inventate, pratica riti onomaturgici e ogni tanto ne parla qui sul blog, non può rimanere insensibile all’iniziativa del sito Distanze che mi è stata segnalata dall’amica Anna Petrazzuolo. 

Si sta infatti costituendo la raccolta italiana delle parole inventate, dall’azzeccato titolo Di sana pianta!, il primo tentativo di catalogare in maniera sistematica vocaboli e modi di dire nati dall'estro dei singoli e ancora privi di vera e propria cittadinanza linguistica. Si tratta di una raccolta alternativa e parallela a dizionari ufficiali, senza pretese scientifiche, ma, ed è la cosa importante, dall’intento giocoso. 

Siccome le cose giocose vanno fatte in maniera seria, bisogna stare alle regole del gioco. Per ogni parola bisognerà infatti specificare, come si fa nei dizionari: 
Lemma con trascrizione fonetica 
Numero e genere 
Etimologia 
Significato 
Citazione 

Ad esempio: Lònfo, s. m. [dal latino lunfum]: animale che non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta. In realtà non esistono testimonianze dirette che possano suffragare la teoria che ogni l. – in gioventù o nell’età matura – sia solito barigattare. “Vittoria Contini Serpieri, nel suo “Tutto quello che avreste voluto sapere sul barigatto ma non avete mai osato chiedere!” (Edizioni La Lanterna, Genova, 1937), tratta ampiamente l’argomento ma nel pur esauriente testo non fa alcun cenno né al lonfo né ai lonfoidi in genere” [MARAINI, 1994]. 

NB: II nome e il cognome dell'autore della citazione devono corrispondere a quelli del proponente. 

Chiunque abbia lemmi da proporre può segnalarli entro il prossimo il 30 novembre 2012 via mail a segreteria@distanzelab.it oppure compilando il form sul sito. 

Come nella migliore tradizione dell'Accademia della Crusca, tutto il materiale pervenuto sarà setacciato e selezionato al fine di dare vita a una compilazione organica e coerente. 

Di sana pianta! sarà disponibile in formato eBook nel Kindle Siero del portale Amazon.it.

sabato 23 aprile 2011

Parole inventate (5): Fànfole prima di Maraini


Nel mio primo articolo sulle parole inventate ho scritto che La Gnosi delle Fànfole di Fosco Maraini, la straordinaria raccolta di poesie scritte in una lingua “composta di termini privi di senso se non per quello, obliquo, conferito ad essi dal loro stesso suono”, è stato il primo esempio italiano di “poesia metasemantica”. Maraini ha pubblicato questo piccolo capolavoro nel 1994, ma ci ha lavorato per almeno due decenni, con il minuzioso metodo di continua insoddisfazione, revisione, correzione, limatura e controllo che caratterizza i grandi poeti, quasi mai “ispirati” al punto da scrivere di getto versi immortali. In realtà, prima del 1994 sono comparsi qua e là sulle riviste letterarie e nelle raccolte collettive ed individuali alcuni esempi di poesie composte interamente o parzialmente con parole inventate, per cui il mio giudizio iniziale andrebbe in parte rivisto: Maraini ha portato a compimento artistico un’idea che era nell’aria in quegli anni di grande sperimentazione e, ancor prima, dai tempi dello Zang Tumb Tuum di Marinetti e dei futuristi. La cosa non deve stupire: i poeti sono, chi più chi meno, onomaturghi, inventori di parole, e, anche quando non ne inventano di nuove, sanno conferire a quelle vecchie nuovi significati e, attraverso il loro accostamento, aprire nuove prospettive da cui guardare dentro il mondo e noi stessi.


Incomincio questa piccola rassegna di fànfole anticipatorie con alcuni componimenti di Cesare Viviani (1947), il quale proprio ieri ha compiuto 64 anni. Nel suo libro d’esordio, L’ostrabismo cara (Feltrinelli, 1973), egli, come ha scritto Antonio Porta (in Poesia degli anni Settanta, Feltrinelli, 1979) gioca d’azzardo con il linguaggio, attraverso una manipolazione in chiave di lapsus e quindi di sostituzioni. Ad una prima lettura delle sue poesie si coglie il ritmo di una narrazione senza afferrarne il senso, che comincia a svelarsi ad una seconda lettura, non come senso comune, ma come sotto– e sovra– senso del parlato, il parlato della sua terra d’origine, Siena. Le parole completamente inventate ancora non ci sono, ma c’è un linguaggio in cui è il loro accostamento inusuale a provocare lo straniamento nel lettore.

per il vestibolo agganciato male ebbe ottenuto
le spesse maleodoranti fazioni della linea
terraaria e s’innestò trangugiando il modesto
parato di sozza battitura alla quale imponendosi
piota aveva consumato. Ora s’intestava
all’ammasso dei bachini, decidevano i sorci
intesi se dare o meno metta!
per il turbinio trasloca lettera a epistrofeo
e il callifugo insulso più spalmato a dovere
non resiste alla cottura scoccola

Sull’esterno
○
convenzione d'albàlgia del punteggio, ti fregola
col muschio del supino e la ritesa dei
capperi archiviando il codino litote:
miura di sottintendere la fessura dell'arto in
pali tempo ricoveri le cozze all'Ignis Deborah
e allestisci il pendìo con le righe smagliate
arruolato, anche tre motti insieme
hanno rischiato di sciogliersi la melma da cui
avete teso le distanze. Fosse stato un approccio a due
in più, avesse compreso anche l'invidiosa parente
non evitavo il misto ma se indietreggia il bove astenico
figuriamoci Frater che, abbaiava, si sbriciola
legaccio e digestione
alzandosi due volte sul terrazzo

○○
il sorgere a fiducia del versante al dì intelaiatura
scoppiettata negroide al mi ti accalchi cappuccino non esce
l'accensione, meno male la pesa non esclude lo scatto gatto
e in funzione del ferì la comare espone volteggiando la cervice
immagino che è essere uscir di bocca rosso dal serpe nero
le soffiate col freno distribuite a mano
quarantunenne
la faccenda del fisico pompiere a spettacolarsi il traffico figurati
più abilità e piovigginoso stand, negotia europea:
a chi passi il cantone? perché vuoi che nel cotone s'inzuppi
il sale e l’unto o lasci perdere se un bel bioccolo
prende la chiave a ti
(…)


Il gioco è continuato con Piumana (Guanda, 1977) e L’amore delle parti (Mondadori, 1981), che presentano meno giochi taglienti e si aprono maggiormente al racconto, al ritmo della danza, alla gioia. Siamo già più vicini all’atmosfera, alla grazia, delle fànfole:

isotàta assunto
○
ostrabilia ventato s'è animato, in diretta tutù
l'è geminato, pòccia alle parve doglie dello sfratto
aliquò s'è affidato, a chi nicola, è fato!
Orunque ricomposto un annodo gentile al filone rubizzo,
da tuttùno a se no, sono corpi reparàti. Serto, principia
il calco del golpame, la tentescion d'emiro,
il core imbrana, annota il sito smunto
che fra' bernardo e il cesto della spera
la nozione è patrizia ha
per quietanza un colpetto di riso

oro conato
○
trittico a biologia per moggi pasta
addizioni gli scorci delle travi e,
chesciòn, fuori dal continente
il furioso barare del raccordo,
Gai mi vede di là.
Si svitò appena ammantato
dal modico greve impianto di
riso, accattivato, da verve
alla rosicchiatura di Pinti,
slacciato il bocciòlo di monte, via
arcana
tra doglie è sparito


alzassi i fiocchi e ti vedessi tana
come quel forno alla … centrale
marcia l’abbraccio amore …
non ti dimentico …
Mio ci cambiammo verso l’eterno fuori
il sopore del vezzo assottigliato
senza pletore e santi sentimenti.
Tu che fingi la gente e mi hai scartato …
ma poi mettendosi sulle tue facce
quanti stenti
frazioni (dell’immagine) …
un osanna col battito allargato
una falda completa. Oh nascondino
oh pulcherrimo schianto oh sofficino
sei tra le mie stampelle nella porpora


Di Giulia Niccolai (1934) ho già presentato una poesia qualche tempo fa, dalla quale emergono tutta la sua intelligenza, l’umorismo e l’amore per il nonsense, spesso plurilinguistico. Il suo approccio alle parole è spesso dadaistico: si può far poesia elencando toponimi (a lei mi sono ispirato per la Poesia metropolitana), altrettanto si può fare mescolando parole di varie lingue, in un calderone che sembra riempito dalle macerie della torre di Babele.

A marmolada
A marmolada omst wartburg the placid lake
whilst pirineus kodok to seascale ruhr.
Shiraz tyndale skaw algeria gate,
alhambra rode, las vegas trent
and rushmore mount romania to tashkent
Po hai, poitou, polànd, poitiers!

Samassi mannu
Samassi mannu
serpeddi ferru,
sennori ruju
strisaili torpe,
senorbi seulo
serrenti nieddu.

Lodi?
Treviglio. Rovato brescia asola visano
e adda e oglio e mincio e garda
lograto barghe pastrengo e margaria.
Navi che manerbo! Lodi?

Non torno
Acuto brienza sinnai il bussoleno
e bisceglie difesa melodia.
Acuto brianza. l'ultimo uomo fino la meta
— vaprio rivolta introbio.
Acuto brianza fino mornasco e saronno
grigna e lierna
turbigo sozzago e oggiono osnago.
Ah morto milano mortorio mosciano!

Palermo-Orgosolo
Ortisei donnalucata?
Lanusei donnafugata?
Ansici leonessa amatrice?
Premilcuore flumendosa lampedusa
Crevalcuore formosa generosa signora pulita!
Raddusa agira il regabulto
Sciacca siracusa il racalmuto.
Cianciana cianciana contessa Entellina...
Alto ulassai
Acuto ussassai
Staiti muta femmina morta!

Como è trieste Venezia
Igea travagliato
trento treviso e trieste
di disgrazia in disgrazia
fino pomezia.
Como è trieste Venezia...


La confusione, invece di turbare, è motivo di sempre nuove invenzioni linguistiche, in un gioco che sembra poter durare in eterno. La Niccolai, unica donna che è possibile associare al Gruppo ’63, ha ben presente la lezione di Toti Scialoja e, prima di lui, dell’Aldo Palazzeschi futurista quando scriveva Lasciatemi divertire!:

Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie

Bubububu,
fufufufu.
Friu!
Friu!

Ma se d'un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.

Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire...
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!

Ma giovanotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc...Huiusc...
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.

Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.

Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro.

Labala
falala
falala
eppoi lala.
Lalala lalala.

Certo è un azzardo un po' forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!




Le immagini sono tratte dal Kôrin Album (1802) di Hôchû Nakamura.

domenica 4 luglio 2010

Parole inventate (4): il verlan

Il verlan è una forma di linguaggio gergale nell’ambito della lingua francese che consiste nell’inversione delle sillabe di una parola, talvolta accompagnata da un’elisione per evitare certe impossibilità fonetiche. Il termine nasce proprio invertendo le sillabe della locuzione avverbiale à l'envers, che significa «al contrario». Anche se esempi di inversione delle sillabe si ritrovano isolati nella storia della lingua francese (un Tristan trasformato in Tantris in un romanzo del ciclo arturiano nel XII secolo, o Toulon, Tolone, scritto Lontou in una lettera di un galeotto nel 1842), il verlan si è diffuso soprattutto dagli anni ’70 del secolo scorso. Inizialmente utilizzato dai giovani dei ceti popolari e immigrati nella banlieu parigina, dove è nato come segno identitario e lingua franca e criptata di emarginati e piccoli delinquenti, spesso mescolandosi con parole straniere, in particolare arabe e inglesi, è diventato con il tempo un linguaggio utilizzato in tutta la nazione, particolarmente dopo il suo impiego nei testi delle canzoni rap o in alcune opere cinematografiche. Oggi, nella sua forma meno “sovversiva” e arabizzata, è compreso da larghi strati della popolazione giovanile, anche di estrazione borghese. Nelle sue forme più estreme esso conserva tuttavia la sua funzione di gergo utilizzato per non farsi capire all’esterno del gruppo dei parlanti: ciò avviene in modo particolare nella realtà carceraria e in quella delle bande di emarginati e casseurs delle banlieues, come è evidente dal fatto che il lessico del verlan in questi casi riguarda soprattutto ambiti come il furto, la droga, la violenza, il sesso, nei quali la segretezza rispetto all’autorità (famigliare o pubblica) è fondamentale.

Nel verlan la formazione di una parola avviene in maniera essenzialmente fonetica. La maggior parte dei termini si ottiene attraverso le tre operazioni sotto illustrate, anche se, essendo il verlan un gergo essenzialmente orale, è possibile trovare numerose eccezioni.

Aggiunta o soppressione dell’ultima vocale – In maniera assolutamente non sistematica, la prima fase della verlanizzazione consiste, quando necessario, nell’aggiunta di una e muta (schwa) oppure nel troncamento o elisione dell’ultima vocale. Esempi: cher → chèreu, défoncé → défonc', bled → blèdeu, flic → flikeu, rigoler → rigol', énervé → énerv'.

Sillabazione e inversione – La parola viene poi divisa in due parti. Il luogo di questa divisione è determinato dall’uso e dalla facilità di pronuncia della parola risultante. Per questa operazione non esistono regole rigide, anche se di solito la separazione avviene prima della sillaba accentata nelle parole di più di due sillabe, o esattamente tra le due sillabe nei bisillabi. Segue lo scambio delle due parti. Questa operazione è presente in tutte le parole del verlan. Esempi: reu-chè, fonc'-dé, de-blé, keu-fli, gol-ri, v'-éner, garette-ci, zy-va, meu-fa, ceau-mor.

Troncamento o modifica dell’ultima sillaba del neologismo così formato – Per facilitare la pronuncia, può accadere cada l’ultima vocale del neologismo, oppure che essa venga cambiata, in modo analogo a quanto avviene nel francese colloquiale moderno (es. apéritif → apéro, Sarkozy → Sarko). Esempi: reuché → reuch', garette-ci → garo, keu-fli → keuf', meu-fa → meuf.

Il processo appena descritto non si applica solo alle parole isolate, ma anche ad alcune espressioni verbali. Così comme-ça diventa ça-comme, oppure ce-soir dà luogo a soirce.

Talvolta il processo di verlanizzazione si applica due volte alla stessa parola (double verlan). L’esempio più noto è fornito dalla parola arabe, che diventa prima reubeu o rebeu e poi beur, con cambiamento totale delle vocali.

Alcune delle parole del verlan sono diventate talmente popolari da essere entrate a pieno titolo nel francese colloquiale: è il caso di beur (arabo) o keuf (poliziotto). In altre ancora i linguisti hanno notato uno slittamento semantico per il quale una parola così costruita non ha più lo stesso significato della parola originaria. E’ il caso di céfran (francese), che indica spesso tutti coloro che non appartengono alla categoria di coloro che parlano il verlan, indipendentemente dalla loro effettiva nazionalità, oppure di beur, che indica ormai solo gli arabi nati in Francia, figli di immigrati.

Ecco uno schema di alcune delle parole di uso più comune:

Persone
- Femme (donna) → meuf → feumeu
- Copine (ragazza, fidanzata) → pineco
- Mec (ragazzo) → keum/keumé
- Flic (poliziotto) → keufli → keuf
- Arabe (arabo) → rebeu → beur
- Juif (ebreo) → feuj
- Noir (nero, persona di colore) → renoi (si utilizza anche keubla, dall’inglese black)
- Chinois (cinese)→ noichi → noich
- Français (francese) → céfran
- Frère (fratello) → reufrè → reuf
- Parents (genitori) → renpa → remps
- Pute (prostituta) → teupu

Aggettivi
- Bête (stupido) → teubé
- Louche (losco) → chelou
- Cher (caro, costoso) → reuch
- Moche (brutto) → cheum/cheumo
- Énervé (arrabbiato) → véner
- Lourd (pesante, noioso) → relou
- Fou (matto) → ouf
- Méchant (cattivo) → chanmé
- Pourri (marcio, putrido) → ripou

Verbi
- Fumer (fumare) → méfu
- Tomber (cadere, perdere) → béton (Laisse tomber! → Laisse béton!)
- Manger (mangiare) → géman

Cose
- Argent (soldi, denaro) → genhar
- Métro (metropolitana) → tromé o trom
- Cigarette (sigaretta) → garetsi → garo
- Shit (slang per hashish) → teuchi o teuch
- Herbe (erba, slang per marjuana) → beuher → beuh
- Foot (football, gioco del calcio) → teufoo o toof
- Fête (festa, party) → teuf
- Maison (casa) → zonmai

Malgrado la complessità del lessico, il verlan segue la struttura della frase francese. Tranne poche eccezioni, l’ordine delle parole rimane lo stesso e il numero di termini verlanizzati all’interno della frase non è quasi mai superiore al 10–15%.

Nelle lingue diverse dal francese si assiste raramente allo scambio di sillabe, e solo in contesti enigmistici o letterari. Tra gli pseudonimi usati da Teofilo Folengo, ad esempio, ci sono Merlin Cocai e Limerno Pitocco (Mer–li–no → Li–mer–no). Lo stesso Folengo alludeva a Carlo V con Luscar (Car–lus → Lus–car). Il poeta provenzale Arnaut Daniel (di cui ho parlato a proposito della sestina lirica come procedimento combinatorio) diceva Lunapampa invece di Pampaluna (Pamplona). Più vicino a noi, un verso di Montale recita “la folata che alzò l’amaro aroma” (a–Ma–Ro → a–Ro–Ma). Esempi tratti dall’enigmistica sono ca–na–sta → ca–sta–na, ve–do–va → do–ve–va, ri–dot–to → dot–to–ri, ca–ba–li–sti → ba–li–sti–ca, pu–tri–di → tri–pu–di, ma l’inversione sillabica, essendo un gioco di parole prevalentemente orale, è molto meno diffuso che nel francese: l’enigmistica italiana predilige i giochi alfabetici in senso lato, giochi scritti, come l’anagramma. In molti casi lo scambio di sillabe è un vero e proprio strafalcione: Massimo D’Azeglio parla di una signora romana incapace di distinguere pa–no–ra–ma da pa–ra–ma–no; in altri è un gioco prettamente orale: chi non conosce l’effetto della ripetizione continua della parola ionico?

sabato 17 aprile 2010

Parole inventate 3: il gliglico di Rayuela

Il gioco del mondo (Rayuela), pubblicato in lingua originale nel 1963 e in Italia da Einaudi nel 1969 e poi nel 2002, è il libro più importante scritto dallo scrittore argentino Julio Cortázar (1914–1984). Opera tortuosa, affascinante, complessa, a suo modo filosofica, Rayuela è stata a torto considerata un romanzo combinatorio, per via della sua struttura a incastro che consente due diverse modalità di lettura. Come affermò lo stesso autore in un’intervista a Omar Prego, nessun artificio combinatorio è però alla base della sua costruzione, maturata man mano che procedeva la scrittura. Così l’autore illustra le modalità di lettura nella Tavola d’orientamento che precede il testo:

“A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56. (...) Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l'ordine indicato a piè pagina d'ogni capitolo...".

Tra le numerosissime riflessioni che il romanzo suscita, in questo articolo voglio occuparmi di una cosa che potrebbe sembrare di poco conto: spero di convincervi del contrario. Cortázar è infatti un onomaturgo, un inventore di parole, addirittura ideatore di un linguaggio, il gliglico, che il protagonista, Horacio Oliveira, condivide con Lucia, “la Maga”, nei momenti di più appassionata intimità. Un idioma giocoso, musicale, segreto, che, separandoli dal resto del mondo, rende i due amanti ancor più complici e vicini. Penso che ciascuno di noi abbia provato, magari solo da bambino/a, l’esperienza emozionante di parlare un linguaggio esclusivo, che gli altri non possono capire (il farfallino è l’esempio più noto – l’efesefempiofo piufu nofotofo). E, siccome si cerca di ritrovare il bello del nostro passato, forse anche perché nell’amore la componente giocosa è fondamentale, tra persone che si amano non è inconsueto che l’intimità sia fatta anche di parole segrete, magari prive di un significato definito, ma ricorrenti per via del loro suono, oppure perché evocano sensazioni condivise (una specie di “lessico famigliare” ancor più ristretto). Il merito di Cortázar è quello di aver ricordato questo aspetto importante della nostra affettività.

Il gliglico compare per la prima volta nel testo in un momento particolare, all’inizio della crisi che porterà alla rottura tra i due protagonisti, una rottura voluta più che altro da Oliveira, in cerca di qualcosa che egli stesso non sa definire con precisione (dice “un centro”). In una lunga conversazione (capitolo 20) in cui i due riflettono sulla loro unione e sui loro rapporti con il gruppo di amici di cui entrambi fanno parte, tra pianti e risate, c’è anche l’occasione per una finta scenata di gelosia (un altro aspetto dell’amore a due in cui tutti possiamo ritrovarci):

– Decime cómo hace el amor Ossip – murmuró Oliveira, apretando los labios contra los de la Maga-.
– Pronto que se me sube la sangre a la cabeza, no puedo seguir así, es espantoso.
– Lo hace muy bien – dijo la Maga mordiéndose el labio –. Muchísimo mejor que vos y más seguido.
– ¿Pero te retila la murta? No me vayas a mentir. ¿Te la retila de veras?
– Muchísimo. Por todas partes, a veces demasiado. Es una sensación maravillosa.
– ¿Y te hace poner con los plíneos entre las argustas?
– Sí, y después nos entreturnamos los porcios hasta que él dice basta basta, y yo tampoco puedo más, hay que apurarse comprendés. Pero eso vos no lo podés comprender, siempre te quedás en la gunfia más chica.
– Yo y cualquiera – rezongó Oliveira, enderezándose –. Che, este mate es una porquería, yo me voy un rato a la calle.
– ¿No querés que te siga contando de Ossip? – dijo la Maga –. En glíglico.
– Me aburre mucho el glíglico. Además vos no tenés imaginación, siempre decís las mismas cosas. La gunfia, vaya novedad. Y no se dice – contando de –.
– El glíglico lo inventé yo – dijo resentida la Maga –. Vos soltás cualquier cosa y te lucís, pero no es el verdadero glíglico.

Che la traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini rende così nell’edizione italiana:

– Dimmi come fa l’amore Ossip, – mormorò Oliveira, premendo le labbra contro quelle della Maga. – Fa’ presto, che mi va il sangue alla testa, non posso continuare così, è spaventoso.
– Lo fa benissimo, - disse la Maga, mordendogli il labbro. – Molto ma molto meglio di te, e più a lungo.
– Ma ti retilla la murta? Non dirmi bugie. Ti retilla davvero?
– Moltissimo. Dappertutto, qualche volta troppo. È una sensazione meravigliosa.
– E ti fa mettere i plinei fra le arguste?
– Sì, e poi ci intrattorniamo i porzi finché lui non mi dice basta basta, e anch’io non ne posso più, bisogna fare in fretta, capisci. Ma forse non lo puoi capire tu, ti limiti a restare nella scoccia più piccola.
– Io e chiunque altro, - brontolò Oliveira, raddrizzandosi. – Eh, questo mate è schifoso, scendo un attimo in strada.
– Non vuoi che continui a contarti di Ossip? – disse la Maga, - In gliglico’
– Non sai quanto mi annoi il gliglico. E poi non hai fantasia, dici sempre le stesse cose. La scoccia, che novità. E poi, non si dice “contare”.
– Il gliglico l’ho inventato io, - disse la Maga risentita. – Tu tiri fuori la prima cosa che ti viene e ti dài delle arie, ma non è vero gliglico.

Anche se a prima vista sembra incomprensibile, il linguaggio è inventato da Cortázar con estrema cura: il gliglico è dal punto di vista sintattico e grammaticale uno spagnolo corretto. Egli usa combinazioni di suoni idiomatiche della lingua, utilizza verbi e nomi riconoscibili, e li inserisce in frasi e periodi correttamente strutturati. Ciò che rompe le regole si trova a livello del lessico: molte parole sono parole–valigia, costruite combinando sillabe o gruppi di suoni di parole esistenti. Molti hanno pensato che l’autore sia stato influenzato dal Jabberwocky di Lewis Carroll, e in effetti egli conosceva bene la letteratura inglese, al punto da dichiarare di aver imparato dagli inglesi il potere dell’ironia. Va ricordata anche (cap. 18) la citazione, scorretta, da parte di Oliveira di un verso della poesia di Carroll, con un of in più: “Beware of the Jabberwocky my son.”

Cortázar ha dichiarato poi che “Il gliglico di Rayuela è di solito associato con l’erotismo: l’intenzione era che questa lingua inventata potesse veicolare ciò il linguaggio convenzionale non riesce a fare.” Curiosamente Alice, dopo aver ascoltato la recita del Jabberwocky, fa un commento che sembra suggerire proprio questi caratteri: “In qualche modo sembra che mi riempia la testa di idee, anche se non so proprio che cosa siano!”.

Il trionfo del gliglico è il capitolo 68 (da inserire prima del capitolo 9 nell’ipotesi alternativa di lettura) in una circostanza in cui l’amore tra Horacio e la Maga è al suo apice e nessuna nube ancora offusca l’orizzonte. Qui è la voce narrante dell’autore a descrivere una scena erotica:

Apenas él le amalaba el noema, a ella se le agolpaba el clémiso y caían en hidromurias, en salvajes ambonios, en sustalos exasperantes. Cada vez que él procuraba relamar las incopelusas, se enredaba en un grimado quejumbroso y tenía que envulsionarse de cara al nóvalo, sintiendo cómo poco a poco las arnillas se espejunaban, se iban apeltronando, reduplimiendo, hasta quedar tendido como el trimalciato de ergomanina al que se le han dejado caer unas fílulas de cariaconcia. Y sin embargo era apenas el principio, porque en un momento dado ella se tordulaba los hurgalios, consintiendo en que él aproximara suavemente sus orfelunios. Apenas se entreplumaban, algo como un ulucordio los encrestoriaba, los extrayuxtaba y paramovía, de pronto era el clinón, la esterfurosa convulcante de las mátricas, la jadehollante embocapluvia del orgumio, los esproemios del merpaso en una sobrehumítica agopausa. ¡Evohé! ¡Evohé! Volposados en la cresta del murelio, se sentían balpamar, perlinos y márulos. Temblaba el troc, se vencían las marioplumas, y todo se resolviraba en un profundo pínice, en niolamas de argutendidas gasas, en carinias casi crueles que los ordopenaban hasta el límite de las gunfias.

Ecco la traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossigni:

Appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo, sentendo in qual modo a poco a poco le arniglie si specunnavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si tortorava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfenni. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccrestare, li contrunniva e li parammoveva, all'improvviso era l’urgano, la stervorosa convolcante delle materglie, l'annesante imboccapluvia dell'orgomio, gli esproemi del mirpasmo in una surrumitica argopausa. Evohé Evohé! Avvolpati nella cresta del morelio, si sentivano balparamare, perlacei e marili. Tremava il troc, erano vinte le marpenne. e tutto si ressogliva in un profondo pinnice, in nioremi d'argatesi garze, in carenie quasi crudeli che li artavagliavano fino al limite delle cunfee.

E il testo originale recitato dallo stesso autore


Fu la Perfida Nera la prima a parlare del gliglico in questo blog: a lei è dedicato l'articolo.

domenica 5 luglio 2009

Parole inventate 2: pazzi veri e pazzi letterari



Nella prefazione dell’imperdibile Aga Magéra Difùra – Dizionario delle lingue immaginarie (Zanichelli, 1994), Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti cercano di mettere un po’ d’ordine nello sterminato panorama dell’invenzione linguistica. Nel loro documentatissimo repertorio, Albani e Buonarroti distinguono innanzitutto le lingue inventate di carattere sacro, il cui scopo è di «“comunicare” con il divino o comunque di dar voce ad un mondo spirituale non rappresentabile con il linguaggio ordinario», dalle «lingue di carattere non sacro, tipologia che comprende da un lato i progetti di comunicazione a scopo sociale e dall’altro le sperimentazioni più o meno artistiche».

Tralascio le lingue inventate di carattere sacro (glossolalie religiose, lingue iniziatiche, linguaggio dell’estasi, linguaggi magici, divinatori, sciamanici, ecc.) per concentrare l’attenzione sull’invenzione linguistica “profana”. Di questa, una parte cospicua è costituita dalle lingue inventate con lo scopo di essere in qualche modo utili, come le centinaia di lingue ausiliarie internazionali di cui l’esperanto è solo l’esempio più conosciuto, ma anche i linguaggi logico-matematici, quelli dei segnali, i linguaggi abbreviati (stenografie), le crittografie, ecc. A una seconda specie possono essere ricondotte le lingue nate in determinati contesti sociali, come i gerghi, i linguaggi ibridi (pidgin, spanglish), i linguaggi settoriali (di cui nel nostro paese sono tipici esempi il politichese o il sindacalese), la cui utilità non è intenzionale, almeno all’inizio.

Esiste infine la serie delle lingue e delle parole inventate a scopo di gioco o con intento puramente espressivo, alle quali ho fatto cenno nel mio precedente articolo. Su queste mi piace tornare. Innanzitutto per fare una doverosa aggiunta: non sono solo i poeti e i bambini a inventare parole e linguaggi, perchè grandi onomaturghi sono anche i pazzi e gli alienati. Di loro mi occupo in questo articolo.

La tendenza a creare parole con gradi diversi di artificialità è assai comune tra i malati di mente o dai medium. Lo psicologo Eugenio Tanzi, secondo il quale almeno il 30% dei paranoici sono inventori di parole, raccolse nel 1889 una serie di 239 neologismi di pazzi ricoverati nei manicomi italiani, da dominusmotspherifateur a pitroskoi marabiska patomba lemba zagamba strapùlika!, che sembra una specie di scongiuro. Sigmund Freud studiò il caso di Daniel Paul Schreber (1842-1911), Presidente della Corte d’Appello di Dresda, inventore di una “lingua fondamentale”, lingua parlata da Dio e appreso dalle anime beate durante il loro processo di purificazione. Si tratta di un tedesco arcaico, caratterizzato da un’abbondanza di eufemismi, paralogismi e antifrasi, per cui per cibo si dice “veleno” e per sacro si dice “empio”. Lo psichiatra Jaroslav Stuchlìk, in un saggio del 1960, si sofferma invece sul caso di un medico ceco creatore di 17 lingue totalmente inventate, ciascuna con una sua propria grafia. Allo studioso non sfugge l’aspetto ludico di questa megalomania onomaturgica. In un altro suo studio, Stuchlìk analizza il caso di un operaio di circa sessant’anni che disegna strane figure unendo sempre gli stessi sei elementi: un pesce, una ragazza, un succhiotto, una vacca, una macchina e un bruco. Il nome di questo ibrido grafico è un ibrido verbale, una mega parola-valigia resa in francese con poisucevamachenille (poisson, pucelle, sucette, vache, machine, chenille).

Tragico è invece il caso di Friedrich Hölderlin (1770-1843). Quando, intorno al 1822, il diciottenne Wilhelm Waiblinger comincia a frequentarlo, il grande poeta tedesco è malato di mente e vive ormai da quindici anni recluso nella "Torre" della casa del falegname Ernst Zimmer in riva al Neckar, confuso, isolato dal mondo. Non è più, insomma, "da considerarsi tra i vivi". Va su e giù come "le fiere ... nelle loro gabbie", suscitando in Waiblinger un brivido di orrore, recita giorno e notte un monologo incessante. Scrive Waiblinger: “«Si esita dubbiosi prima di bussare a quella porta, dominati da un interiore inquietudine; infine si bussa e una voce forte e veemente invita ad entrare. Si entra e al centro della stanza appare una magra figura che si inchina profondamente e si produce in complimenti eccessivi, con gesti che sarebbero pieni di grazia se non esprimessero un che di spasmodico. Le poche espressioni di circostanza vengono accolte con le più cortesi riverenze e con discorsi del tutto privi di senso, che sconcertano l’estraneo. L’estraneo si sente apostrofare "Sua Maestà", "Sua Santità", "Gentile signor Padre". Hölderlin non uscirà più da quella stanza fino alla sua morte, nel giugno 1843.

Un sintomo psicotico noto agli psichiatri è la verbigerazione (o catafasia o “insalata di parole”), che consiste nella ripetizione di parole o frasi sprovviste di senso, sebbene i sintagmi, presi isolatamente, siano per lo più intellegibili. Un esempio di questo fenomeno è la logorrea di Madame Ch., citata da André Breton nel suo Dictionnaire abregé du surréalisme (1938):

Je suis le devoir du Tri-Mistère, tri mystère du Finistère, des Trelendious et de trédious, des trébendious. Le gim de l’air de l’erme, le giderme, le citerme, le cimeterme de l’arterme, le gim de l’air de l’airme, le citerme, le cin de terme de la terme en terme, le gim de l’air en trème.


Una categoria assai interessante di inventori di neologismi è costituita dai foux litteraires, i folli letterari, cioè quelle persone che pubblicano, di solito a loro spese, vaneggiamenti scientifici, storici o religiosi che non rimandano a dottrine anteriori e che non hanno eco alcuna nella società in cui vivono. Tecnicamente immuni da patologie certificate, i pazzi letterari non hanno né maestri né discepoli. Di loro, e in particolare dei compilatori di lingue universali si è occupato Raymond Queneau in una sua “Enciclopedia delle scienze inesatte” compilata negli anni ’30, rifiutata dall’editore e uscita poi in forma romanzata (Les Enfants du Limon, 1938). Tra i folli neologisti di Queneau ricordo Sèbastien-François Drojat, che nel 1857 sosteneva di aver trovato la Chiave maestra della Torre di Babele nella lingua degli antichi galli Voconti, «lingua contubernale [cameratesca, NdR] di tutte le razze umane», e il sedicente Le Quen d’Entremeuse che nel 1852 sosteneva che le parole più importanti e le principali radici della lingua dei primi uomini sono una riproduzione dei rumori del tuono e dei latrati del cane.

Lo stesso poliedrico e geniale Queneau può essere fatto rientrare nella categoria, se si pensa al suo tentativo di inventare il neo-francese, una lingua basata sulla sintassi e il lessico del linguaggio parlato e su un’ortografia più o meno fonetica. Di queste sue idee si trova testimonianza in alcuni saggi raccolti in Bords (1963) e in Bâtons, chiffres et lettres (1965, in italiano “Segni, cifre e lettere e altri saggi”, Einaudi, 1981). Questa sua divertita stravaganza è testimoniata dal linguaggio con il quale è scritto Zazie nel metrò (1959) e si esprime la sua protagonista (si è parlato di “zazismi”). Ecco alcuni esempi: Singermindépré (Saint-Germain des Prés), pour moi zossi (pour moi-s-aussi) e il geniale Apibeursdè touillou (Happy birthday to you). E’ evidente che la grafia storpiata ha anche lo scopo di rendere la velocità del linguaggio parlato.

Un altro antologizzatore di folli onomaturghi è stato il belga André Blavier, nel libro Les fous littéraires (Parigi, 1982). Egli parla ad esempio del notaio francese Jacob-Abraham Soubira (1788-1842), inventore di un alfabeto numerico. Nella poesia intitolata 666, pubblicata nel 1828, egli profetizza il destino dei continenti prima della fine del secolo. Eccone un estratto:

Le 19me siècle hissera de l’orage!
Son mondain zéphir
En altérera le paysage
Et déracinera le vizir!

Le 19me siècle dégradera le paganisme,
Fera mourir l’Alcoran,
Marteler le vandalisme
Et rogner le Vatican!


(Il diciannovesimo secolo alzerà della tempesta! / Il suo vento mondano / ne muterà il paesaggio / e sradicherà il Visir! [nel senso lato dell’Impero Ottomano]. // Il diciannovesimo secolo degraderà il paganesimo, / farà morire il Corano, / martellare il vandalismo / e potare il Vaticano!).

Soubira afferma che la somma delle lettere di ciascuno dei 37 versi della sua opera corrisponde a 666. Il suo alfabeto è privo della lettera J, iniziale di Judas, che così viene scritto Geudas. Secondo questo alfabeto cabalistico ogni parola cela un significato numerico. Il destino di questo profeta di provincia non fu glorioso: finì i suoi giorni vendendo le sue profezie scritte su foglietti volanti nelle fiere di paese.

Un altro caso preso in considerazione da Blavier è quello del poliglotta, matematico, cabalista e umanista francese Guillaume Postel che, in una pubblicazione del 1538, cercò di dimostrare che tutte le lingue moderne hanno una radice comune nell’antico ebraico, identificato con il “samaritano” o con il “fenicio”. Tale ipotesi, con numerose varianti, era abbastanza comune ai suoi tempi, e Postel non si discosta molto da figure contraddittorie eppure geniali di maghi-scienziati come Paracelso o Johann Valentin Andreae. Ma nel 1553 Postel sostenne in un altro scritto che il secondo redentore dell’umanità sarebbe stata una donna, la quale avrebbe instaurato il regno di Sophia, la Sapienza. Non contento, affermava di aver trovato la nuova Eva, rigeneratrice del mondo, identificata in una vecchia italiana, chiamata “la madre Giovanna” o “Zuana”, fondatrice dell’Ospedaletto di Venezia. Due anni dopo l’Inquisizione lo definì non malus, sed amens (non colpevole, ma pazzo).

A dir la verità, aggiungo io, anche un’altro personaggio illustre cadde nell’errore di Postel, cioè il teorico del socialismo Pierre-Joseph Proudhon, che nell’Essai de grammaire générale del 1837 sosteneva che “tutte le lingue derivano da una lingua comune e prima”, parlata dal genere umano al tempo in cui la nostra specie era costituita da qualche centinaio d’individui. Queste sue tesi suscitarono poi l’ironia di Marx, che parlò di “scritto da scolaretto” che prova la “disinvoltura” del francese in questa come in altre questioni.

Curiosa è poi la riforma proposta dall’ingegnere belga Falkenburg, che verso la fine del XIX secolo presentò all’Accademia delle Scienze di Bruxelles una proposta di “sconvolgimento completo” dell’ortografia, basata su una “tavola dei suoni semplici” (25 vocali e 26 consonanti) delle sette lingue prese in considerazione. Su questa base, "quartier" diventa kàartyé e "foi" viene scritta fwa.

Uno dei casi più noti di invenzione linguistica è quello della medium ginevrina di origine ungherese Catherine-Èlise Mueller (1861-1929), nota con lo pseudonimo di Hélène Smith. Nel corso di una serie di sedute spiritiche organizzate da un gruppo teosofico locale, si immaginò protagonista di tre “romanzi” ambientati rispettivamente nell’India del XV secolo, sul pianeta Marte e nella Francia dei libri di Dumas padre. Nei primi due si immaginò la conoscenza della lingua indù e di quella marziana. I testi di queste pseudolingue, raccolti da Théodore Flournoy in un saggio del 1900, furono fatti analizzare dagli esperti dell’Università della città svizzera e in particolare dal grande linguista Ferdinand de Saussure, che analizzò testi come questo “indù”:

... goya vayayâni prityiya kriya gayâni i gôya mamata goya mama nara moma patii si goya gandaryâ gaya itiyami vasanta...

concludendo che si trattava di pura invenzione. I testi marziani, scritti in un alfabeto vagamente simile ai segni che indicano i pianeti, vanno da sinistra a destra, possiedono 21 segni e sono privi di accenti e punteggiatura. All’analisi dei linguisti, la lingua marziana della medium rivelò una base francese con lessico comprendente parole ungheresi e tedesche deformate. Rimproverata per questo da Flournoy, la Smith inventò allora un’altra lingua, detta neo-marziana, parlata dagli abitanti di un pianetino presso Marte e anche una lingua uraniana. Ecco un esempio del neo-marziano:

Vanem sebim mazak tatak sakam:
(nome di animale) nascosto malato triste piange

Hélène Smith divenne in seguito la musa della “scrittura automatica” dei surrealisti, che videro in lei la prova del potere conoscitivo della trance ispirata. Chi vuole praticare la scrittura automatica può ancora oggi farlo con la guida di qualche maestro spirituale, prenotando uno dei tanti weekend new-age in un agriturismo, tra incensi e campane tibetane, a prezzi accessibili ai più abbienti. Aum!

domenica 21 giugno 2009

Parole inventate 1: dal quark alle fànfole


“Poor, poor, little Alice! She has not only been caught and made to do lessons;
she has been forced to inflict lessons on others”.
(G. K. Chesterton, 1932)



Il quark

Una parola inventata, scriveva Giampaolo Dossena (Il Dado e l’alfabeto, Nuovo dizionario dei giochi con le parole, Zanichelli, Bologna, 2004), “è una parola che s’era mai sentita, verbum inauditum: nel momento stesso in cui la si inventa, si inventa anche cosa potrebbe voler dire; oppure non indica proprio niente, sfuma nel nonsense (…) Una parola inventata che entra nell’uso e viene registrata dai vocabolari si chiama neologismo. Chi l’ha inventata si chiama onomaturgo”. A dir la verità, tutte le parole, all’inizio, sono parole inventate, perché deve esserci stato per forza un momento in cui si è cominciato a indicare un oggetto o un’azione con un suono, un fonema, che prima non c’era.

I bambini sono grandi onomaturghi, seguiti a ruota dagli scrittori e dai poeti. D’Annunzio inventò parole come velivolo, che è entrata nell’uso comune, e arzente, tentativo meno fortunato di sostituire il francese cognac o l’inglese brandy per indicare le acquaviti raffinate.

Una delle parole inventate diventate più famose è senz’altro quark. Murray Gell-Mann e George Zweig, prima di presentare il modello dei quark nel 1964, si trovarono a dover decidere quale nome assegnare a questi costituenti fondamentali degli adroni. Gell-Mann aveva inizialmente pensato a qualcosa che ricordasse lo starnazzare di un’anatra, tipo quack, ma era incerto. Era però un appassionato lettore di James Joyce e si ricordò di aver letto nel Finnegan’s Wake la seguente terzina:

Three quarks for Muster Mark!
Sure he has not got much of a bark
And sure any he has it's all beside the mark.

La parola quark non esisteva ed era stata inventata da Joyce per creare un’assonanza con Mark e bark. Gell-Mann spiegò successivamente che la prima riga gli sembrava la storpiatura del comando di un cliente di un pub: “Three quarts for Mister Mark!” (un quart è un enorme boccale di birra da due pinte). Egli aveva comunque trovato il nome che gli piaceva, rafforzato nella decisione dalla presenza del numero tre, che corrisponde ai numero in cui i quark si trovano nei barioni (protone e neutrone).


Il sarchiapone

La parola inventata più nota della lingua italiana deve il suo successo al teatro di rivista e alla televisione. Si tratta di sarchiapone. Il termine comparve nel 1955 nella dodicesima scena del primo tempo della rivista O quante belle figlie madama Doré, di Terzoli e Vaime, con protagonisti Walter Chiari e Carlo Campanini. La scena s’intitolava Il sarchiapone americano e mostrava Carlo Campanini che faceva fuggire gli altri viaggiatori in modo da tenere per sé un intero scompartimento ferroviario, fingendo di avere in una cesta sulla reticella il misterioso sarchiapone. Walter Chiari dava uno straordinario saggio della sua abilità, interpretando uno dei passeggeri che si vantava di conoscere il sarchiapone tra titubanze, smorfie e versacci. Ripresa più volte in contesti cinematografici e televisivi, la scena sancì il successo della parola.


A lungo si è creduto di attribuire l’invenzione del sarchiapone a Terzoli e Vaime, ma in realtà il termine ha origini più antiche, comparendo per la prima volta nella raccolta di novelle Cunto de li cunti del napoletano Giambattista Basile, comparsa postuma nel 1635. Nell’opera compare non certo per indicare un misterioso animale trasportabile, ma un contadino zotico e ignorante (forse dal verbo “sarchiare”, smuovere e rompere il terreno):

“Aveva na magna femmina de Casoria chiamata Ceccarella no figlio nommenato Peruonto, lo quale era lo chiù scuro corpo, lo chiù granne sarchiopio e lo chiù solenne sarchiapone c’avesse creiato la Natura”. (Peruonto, trattenemiento tierzo della Giornata Prima)

Successivamente Sarchiapone diventò il nome proprio di uno dei personaggi principali della Cantata dei Pastori, opera teatrale scritta da Andrea Perrucci nel 1698.


Jabberwocky

Dicevo dei bambini e dei poeti come inventori di parole Se poi un poeta o uno scrittore scrive per un pubblico giovanile, l’onomaturgia esplode ai massimi livelli: il più grande di tutti è stato Charles Lutwidge Dodgson, che si firmava Lewis Carroll. Fu il logico inglese, fotografo e scrittore, che inventò per le tre figlie del pastore Henry Liddell il personaggio di Alice, uno dei più noti della letteratura mondiale, protagonista di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) e di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871). Entrambi i libri sono una fantasmagoria di giochi verbali di tutti i tipi: anagrammi, palindromi (“Was it a cat i saw?”), parole inventate, ecc.. Nel secondo libro di Alice compare anche un’intera poesia fatta con parole inesistenti, che porta il lettore nel regno del più completo nonsense: il Jabberwocky. Alice la trova scritta all’incontrario su un libro deposto sul tavolo mentre sta osservando il Re Bianco.

Inizialmente non capisce gli strani caratteri, ma poi riconosce che si tratta di un libro scritto allo specchio, come è normale che sia nel posto in cui si trova.

Jabberwocky

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

"Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!"

He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought—
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.

And, as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!

One two! One two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.

"And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!"
He chortled in his joy.

‘Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe:
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

Questi versi sono considerati l’esempio più importante di poesia nonsenical mai scritta in lingua inglese. Nonostante la gran profusione di parole inesistenti, essa rispetta perfettamente le regole compositive e la metrica dell'idioma originale. Per quanto praticamente intraducibile, è stata tradotta in numerose lingue. Riporto la versione italiana che ne fece Adriana Crespi negli anni ’70:

Il Ciarlestrone

Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.

«Attento al Ciarlestrone, figlio mio!
Fauci che azzannano, fauci che ti artigliano,
attento all'uccel Giuggio e attento ancora
Al fumibondo chiappabana!»

Afferò quello la sua vorpi da lama
a lungo il manson nemico cercò...
Cosí sostò presso l'albero Touton
e riflettendo alquanto dimorò.

E mentre il bellico pensier si trattenea,
il Ciarlestrone con occhiali brage
venne sifflando nella fulgida selva,
sbollentando nella sua avanzata.

Un, due! Un, due! E dentro e dentro
scattò saettante la vorpida lama!
Ei lo lasciò cadavere, e col capo
Se ne venne al ritorno galumpando.

«E hai tu ucciso il Ciarlestrone?
Fra le mie braccia, o raggioso fanciullo!
O giorno fragoroso, Callò, Callài!»
stripetò quello dalla gioia.

Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.

Nella poesia compare quello che in inglese è divenuto l’omologo del nostro sarchiapone: il tove (che la Crespi rende con tosso). Nel successivo dialogo con Alice, l’uovo antropomorfizzato Humpty Dumpty così descrive questi animali: “Beh, i toves sono una specie di tassi… sono un po’ come le lucertole… e un po’ come i cavatappi”. “Devono essere creature molto curiose a vedersi”. “Sì, - disse Humpty Dumpty – e fanno il nido sotto le meridiane… e si nutrono di cacio”.


Humpty Dumpty spiega poi ad Alice il significato di molte delle strane parole della poesia. Alcune di queste, come chortle e galumphing entreranno nel vocabolario della lingua inglese, a ulteriore dimostrazione del potere onomaturgico dei poeti. Lo stesso personaggio, nella sua surreale esposizione, illustra come molte di queste parole siano delle portmanteau words (parole valigia), formate dalla fusione di due parole esistenti. Se il risultato può essere spesso comico o surreale (galumphing è il prodotto di to galop e di triumphant), il procedimento è tutt’altro che fantasioso: molte parole sono nate proprio così, in tutte le lingue. Sono parole valigia, ad esempio, brunch (da breakfast e lunch), Tanzania (da Tanganika e Zanzibar), eliporto (da elicottero e aeroporto), il recente italiota (da italiano e idiota). Tornando ai quark, c’è chi contesta l’origine della parola così come l’ha raccontata Gell-Mann. Essa sarebbe invece una parola valigia, creata fondendo question mark (punto interrogativo), proprio per indicare la natura misteriosa che caratterizzava queste particelle.



La Gnòsi delle Fànfole

Non si può disquisire di parole inventate senza citare Fosco Maraini (1912-2004). Letterato, alpinista, viaggiatore, naturalista, etnologo, orientalista, insegnante di lingua e letteratura giapponese, (e padre della scrittrice Dacia), Maraini è stato in Italia il primo scrittore di quella che lui stesso ha definito “poesia metasemantica”, “composta di termini privi di senso se non per quello, obliquo, conferito ad essi dal loro stesso suono”. Le sedici poesie contenute nella Gnòsi delle Fànfole (Baldini, Castoldi e Dalai, 1994, ripubblicato nel 2007) costituiscono un piacere dello scherzo e dell’immaginazione, per l’invenzione continua di parole di origine sia dotta sia popolaresca, che si adattano perfettamente alla metrica pur lasciando al lettore il piacere di scoprire nuovi significati ad ogni lettura. Il diletto del lettore è accresciuto dalle note al testo le quali, invece di soddisfare la sua domanda di spiegazioni, lo confondono e lo divertono con commenti decisamente assurdi e fuorvianti. Così, dopo aver letto che “Il lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta”, si viene informati dalla nota che “non esistono testimonianze dirette che possano suffragare la teoria che ogni lonfo - in gioventù o nell’età matura - sia solito barigattare. Vittoria Contini Serpieri, nel suo Tutto quello che avreste voluto sapere sul barigatto ma non avete mai osato chiedere! (Edizioni La Lanterna, Genova, 1937), tratta ampiamente l’argomento ma nel pur esauriente testo non fa alcun cenno né al lonfo né ai lonfoidi in genere”. Per questioni di spazio riporto solamente le due poesie che più mi sono piaciute, ma sulle Fànfole ci tornerò:

Il lonfo

Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.
È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Il giorno ad urlapicchio

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dago e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infragelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzillano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

Continua...