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domenica 19 gennaio 2014

Lo spirito dell’animazione: intervista a Paolo Beneventi


Paolo Beneventi è un mio amico di Facebook da tanto tempo. È nato a Milano nel 1953 e ha vissuto quasi sempre a Brescia. Si è laureato al Dams di Bologna con una tesi sul teatro per ragazzi e poi si è inventato un mestiere di animatore pedagogico che da molti anni svolge come libero professionista, ideando e conducendo attività in collaborazione con scuole, dall'infanzia alle superiori, biblioteche, associazioni, enti pubblici e privati, scrivendo libri, realizzando video e prodotti multimediali. Gli piace soprattutto imparare e raccontare il mondo insieme con i bambini del mondo. Mi ha mandato alcune sue poesie per bambini dedicate agli insetti, davvero belle, e gli ho proposto di fare un’intervista per Popinga, incuriosito dalla sua attività nelle scuole, per parlare di pedagogia con una persona preparata, soprattutto perché la sua esperienza nasce sul campo e non solo tra i libri o, peggio, tra le circolari di qualche ufficio ministeriale. Eccola. 

Animazione è la prima parola che leggo sulla tua pagina web. Il significato originario è quello di “dare l’anima”, donare la vita alla materia inerte. Erri De Luca, biblista per passione, ha sostenuto che la parola più bella dell’ebraico è proprio ruah, spirito, respiro, o soffio vitale. Si tratta di un’etimologia interessante. Già in latino, animatio aveva tuttavia acquisito anche il significato figurato di ‘risveglio dell’interesse’ nell’uditore o nell’alunno per facilitare l’insegnamento, con una forte accezione pedagogica. Oggi si intende l’animazione culturale e pedagogica come indirizzata ad ottenere la partecipazione attiva dei componenti di un gruppo. Questa definizione ti soddisfa? E che ne è dell’iniziale spirito che vivifica? Animatori si nasce o si diventa?

Dire “partecipazione attiva” non rende completamente l’idea. Molti oggi pensano che un gesto attivo sia mettere un “mi piace” su Facebook, mentre la stessa parola animazione è usata abitualmente in contesti come i villaggi turistici e le discoteche, dove spesso assume un significato addirittura opposto. Lì le persone fanno e ripetono i giochi e i gesti dell’animatore, mentre in una situazione educativa il bravo animatore è quello che non fa e non mostra quasi nulla, ma mette i partecipanti nelle condizioni di tirare fuori da se stessi, dall’ambiente in cui si trovano, dagli strumenti che hanno a disposizione, dal rapporto con il resto del gruppo, le risorse per fare le cose. Ognuno partecipa per quello che è e che sa, possibilmente senza obiettivi e traguardi prefissati esterni all’esperienza che si sta vivendo, e spesso emergono potenzialità, abilità, capacità di osservazione e di pensiero che non si sospettavano. Da cui sorpresa, piacere di scoprire, di sentirsi attivi in qualcosa che si fa nascere insieme e a cui ogni singolo porta il suo contributo originale. Torna in questo senso lo “spirito che vivifica”, che si alimenta di un rapporto reale tra le persone, piacevole, facilmente intenso e tendenzialmente armonico e collaborativo, dato che gli altri sono percepiti come risorse. E i risultati, quale che sia l’attività, sono di solito notevoli, così come ne guadagna l’autostima dei singoli. 

Con un tale atteggiamento un po’ si nasce, ma soprattutto lo si impara dal piacere di incontrare e conoscere le persone, di vivere insieme con semplicità esperienze che fanno crescere dentro. 

Il coinvolgimento suscitato dall’animatore non è solo emotivo e mentale, ma implica anche la dimensione corporea. Qual è il ruolo del teatro nella tua attività? È vero che i bambini dimostrano una predisposizione naturale alla recitazione? Che cosa intendi quando tra gli obiettivi dell’animazione indichi il loro divenire “attori consapevoli” dell’attività pedagogica? 

Una volta si metteva in risalto come non a caso in diverse lingue europee i due concetti “giocare” e “recitare” si possano rendere con una sola parola: spielen, jouer, to play. Il tipico gioco di finzione dei bambini, in gruppo, a volte anche da soli, spesso si svolge proprio “interpretando” personaggi e usando oggetti, con cui i bambini rielaborano in modo immaginativo ciò che conoscono dalla vita reale, dalla televisione, dai videogiochi, dalle fiabe, e ricostruiscono, “recitandolo” il proprio mondo e la propria cultura. Oltre il vero e il falso, per i bambini è importantissimo il per finta. E la psicologia dell’età evolutiva ci insegna che il fare finta, con l’immaginazione, il gioco, la voce, il corpo è per loro un atto fondamentale di conoscenza. 

Per questo il gioco teatrale è particolarmente congeniale ai bambini e, insieme con il disegno (che però spesso l’adulto travisa, “interpretandolo”), permette a loro di tirare fuori e agli educatori di osservare aspetti della loro personalità, pensiero, visione del mondo, che non emergerebbero attraverso la parola, parlata o scritta. 

Diverso il discorso dello spettacolo, della recita, che non appartiene naturalmente alla cultura dei bambini e può risultare una esperienza negativa o positiva, a seconda di come la si organizza. Quando l’espressione dei bambini si libera, anche gli educatori possono imparare moltissimo. Importante è comunque che l’adulto mostri un interesse sincero per quello che i bambini sono e fanno, valorizzando, quali che siano, le risorse di ognuno, e li incoraggi ad affinare in senso coscientemente espressivo la loro capacità di giocare. Esprimersi nel teatro con corpo, intelletto, emozioni aiuta a crescere più sereni e sicuri di sé, meno bisognosi di conferme esterne e di mascherarsi nel gruppo, “attori consapevoli” della propria educazione.

Qual è il ruolo dell’immagine nella tua attività? Grazie all’informatica tutti hanno scoperto la verità della massima “Un'immagine vale più di mille parole” (basta pensare al “peso” di un file immagine rispetto a uno di testo!). Pensi che l’uso della fotografia, della pittura, le attività di disegno debbano essere maggiormente valorizzate nella scuola? Qual è il loro ruolo nella tua attività? 

I bambini, prima di venire addestrati alle “grammatiche”, hanno la naturale propensione a passare con disinvoltura da un linguaggio espressivo e comunicativo all’altro, e la capacità di scegliere di volta in volta quello più adatto: disegno e pittura, “teatro” spontaneo, a volte anche canto, oltre che la parola. Oggi, spesso sanno armeggiare con disinvoltura con mezzi tecnologici accattivanti e istintivi come il video, la fotografia, i computer, i telefonini, i tablet. 

Fondamentale, per i bambini come per gli adulti, perché un linguaggio o uno strumento vengano appresi con naturalezza, è che li si impari scoprendoli, nella vita vissuta, e non per imposizione dall’esterno. Questo spiega perché nella scuola tanti bambini fanno fatica a imparare la matematica e la grammatica e tanti docenti sono a disagio con i computer! 

Intervenendo nelle classi da esterno e di solito per un tempo limitato, non curo direttamente l’uso per esempio del disegno, ma lo incoraggio comunque come una verifica di come i bambini vivono le esperienze. La fotografia, se non la si deprime con certe “decodifiche” scolastiche, è un mezzo formidabile di osservazione della realtà, ingigantito dalle possibilità di proiezione e ingrandimento che esaltano i particolari. La visione macro dei piccoli animali, in particolare, potentissima estensione dei sensi, spalanca mondi meravigliosi e inaspettati che letteralmente cambiano il rapporto con la realtà. E nel disegno “dal vero” (cioè dalle foto ingrandite) i bambini non solo copiano quello che vedono, ma apprendono, interiorizzano, stabiliscono in modo permanente le osservazioni all’interno della propria cultura.

Dalle mie domande avrai capito che sono abbastanza d’accordo con la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, che distingue diverse manifestazioni fondamentali dell'intelligenza, localizzate in parti differenti del cervello, delle quali quella logico-matematica è solo una di una decina almeno. Non ritieni che la scuola, soprattutto quella primaria, debba, diversificando l’approccio didattico, valorizzare maggiormente le capacità e le predisposizioni degli alunni? Ma come si può fare?

Ho sempre considerato con diffidenza i discorsi sul QI, i test, i quiz, che quando escono dal campo dei profili attitudinali (per cui possono essere senz’altro utili) e pretendono di comprendere la complessità dell’intelligenza umana, vedo istintivamente (ma la consuetudine di decenni con i bambini me lo conferma) come una faccenda soprattutto di ideologia e di controllo sociale, per quanta “scienza” i ricercatori cerchino di metterci. 

In una qualsiasi esperienza didattica, se si lasciano i bambini liberi di rispondere agli stimoli utilizzando i mezzi, i linguaggi, l’intelligenza che preferiscono, con l’adulto che all’inizio non spiega ma si pone come fulcro, moderatore, o anche solo osservatore attento, si ha di solito una pluralità di risposte che, dopo l’iniziale apparente disordine, converge in modo “naturale” e collettivo verso la “verità scientifica” (es. suggestivi i commenti “in diretta” al video della locusta). Non si verifica solo il raggiungimento di obiettivi prestabiliti e già conosciuti (che comunque si ottengono con facilità), ma si fa cultura, all’interno di un processo in cui anche l’educatore impara sempre qualcosa che prima non sapeva. Dalla scuola del sapere trasmissivo a una sorta di accademia della condivisione, probabilmente il modo più naturale e immediato di apprendere e subito produrre per umani nati e cresciuti tra radio, televisione, computer, videogiochi, aggeggi digitali vari (cioè, i bambini, ma anche tutti noi!), e che corrisponde al contesto culturale descritto per esempio da Pekka Himanen nel libro L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione. Basarsi sulle predisposizioni e le risorse di ognuno, sulla ricchezza e ridondanza di risposte individuali inizialmente divergenti che poi convergono verso un ordine collettivo, è anche forse il modo migliore per sviluppare un pensiero e un atteggiamento culturale adeguati all’era del web, in cui sapersi districare tra innumerevoli informazioni è ormai una questione di alfabetizzazione di base. Ed è proprio forse ritornando come bambini che possiamo trovare la strada per “entrare nel regno dei Cieli”!

Tutti concordano con l’introduzione delle tecnologie multimediali nella scuola. Purtroppo, a mio giudizio, molti confondono lo strumento con il fine e certi entusiasmi sono dettati da un “nuovismo” che deriva dal fatto di non aver mai messo piede in un’aula. Il tablet, la LIM necessitano di lezioni programmate ad hoc, e che agli allievi siano trasferite competenze tecniche che non possiamo dare per acquisite, senza contare il pericolo degli usi impropri dello strumento informatico. Tu che ne pensi? Che ruolo giocano le nuove tecnologie nell’animazione pedagogica? 

Il sottotitolo del mio primo libro sull’animazione, 1993, era “il corpo, le macchine, i ragazzi”. Nel 1999 ho pubblicato Come usare il computer con i bambini e i ragazzi e con I bambini e l’ambiente, per una ecologia dell’educazione (2009) ho cercato di sottolineare il collegamento tra le pratiche di animazione, applicate in particolare all’incontro con la natura, e un utilizzo attivo delle nuove tecnologie. La questione sta tutta in quella parola: attivo! Dagli anni Ottanta, con la videoregistrazione casalinga e i personal computer, chiunque, nella società dell’informazione, è potenzialmente produttore e, dopo il web 2, anche distributore di informazione. Il cittadino medio però si considera ancora sempre e solo un consumatore, fuorviato dalla retorica di una “tecnologia” che si identifica piattamente nel mercato, da leggende come quella dei “nativi digitali” che non trovano riscontri nella realtà, ma che acchiappano l’opinione pubblica, dalla confusione tra uso istintivo e “competenze” per esempio dei bambini (ma anche di anziani, gatti, gorilla!) nell’uso degli aggeggi “digitali”.

Nella scuola, si tende a imporre dal di fuori una “digitalizzazione” a tappe forzate, con le LIM, i tablet, il registro elettronico, le iscrizioni “on line” (probabilmente incostituzionali!), in un contesto in cui la maggior parte dei docenti ancora non sa tagliare una fotografia! Prendo l’esempio di questo gesto minimo, che si impara in pochi minuti, ma che se non lo sai fare, nella società dell’immagine, sei praticamente analfabeta, come emblema di un rapporto mai risolto con risorse tecnologiche ormai “storiche” (macchine fotografiche, videocamere, registratori audio, proiettori, computer) che, con un semplice cambio di atteggiamento, sono utilizzabili con facilità, ai livelli di base, all’interno di attività naturalmente multimediali di didattica viva, che attingano anche alla comune cultura “latente” extrascolastica di bambini, ragazzi e adulti, per fare, conoscere, produrre insieme. 

Hai fatto cenno ad alcuni tuoi contributi teorici, che il lettore curioso potrà trovare sul tuo sito. Recentemente hai anche pubblicato tre e-book per bambini, ricchi di fotografie e filastrocche, ma anche di informazioni scientifiche, curiosità, link a siti specializzati e video dedicati agli insetti. Perché questa scelta? Quale può essere l’utilità di simili prodotti per l’insegnamento delle scienze in generale? Ci dai un piccolo assaggio di un tuo libro?

Cercando e fotografando per anni gli insetti con i bambini, non solo ho raccolto, pur non disponendo di attrezzature professionali, molte immagini belle e interessanti, ma ho avuto modo di verificare modi efficaci di trasformare la loro curiosità e stupore immediatamente in “metodo scientifico”. Dopo la mostra Concittadini inaspettati e il Museo virtuale dei piccoli animali, ho pensato di mettere insieme scienza e didattica con la mia finora poco espressa vena poetica, provando a raccontare gli insetti rigorosamente in rima. Un libro stampato, coi tempi che corrono, era un impresa ardua e così, ma non solo per questo, ho deciso per agli ebook, trovando il supporto della casa editrice Mammeonline. Un ebook permette link immediati a contenuti multimediali in rete (riferimenti enciclopedici, pagine proprie o altrui di approfondimento, video che in un libro non ci starebbero), consente immediate correzioni di eventuali errori e periodiche riedizioni a costo zero, in questo caso in particolare sollecitando i piccoli lettori a mandare anche loro delle foto, per aggiornare la pubblicazione insieme. Trovo a proposito curioso che, nelle discussioni ricorrenti su libri stampati ed elettronici, questo aspetto di possibile produzione di base, collaborazione, democrazia intrinseche agli ebook sia tutto sommato così poco messo in rilievo. 

La mia speranza è che questi miei libri in rete non vengano solo “consumati” come opere d’autore, ma facciano venire voglia ad altri, in particolare bambini ed educatori, di fare anche loro qualcosa di simile.

Dal lavoro, ancora non pubblicato, sugli emitteri, una filastrocca: 

Pidocchi al pascolo 

Li portano le formiche come mucche 
li allevano li curano li mungono 
li sorvegliano tra e il sedano le zucche 
che pascolano e succhiano non pungono. 
Di melata di linfa succulenta 
è ghiotta la formica ed è contenta! 

Carinissima! Quali sono i tuoi progetti futuri? 

Con gli ebook sugli insetti si va avanti, cogliendo l’occasione per risistemare il materiale fotografico e video raccolto duranti tanti anni e migliorare il Museo dei piccoli animali di cui sopra, con l’inserimento anche di documenti freschissimi da attività in corso con i bambini. 

Sto poi lavorando alla documentazione video di esperienze varie di educazione ambientale e di educazione al risparmio, dove l’attenzione è posta non tanto sui contenuti didattici in quanto tali, ma sul processo della comunicazione e sulle risposte dei bambini. Si vogliono pubblicare documenti rivolti non solo agli addetti ai lavori o ai genitori, ma alla comunità sociale e all’opinione pubblica più in generale, oltre le tradizioni educative che sfidano i secoli e i nuovi luoghi comuni dell’era digitale. 

Una parte significativa di queste attività sta per confluire in una nuova imminente associazione, che riunisce professionalità antiche, illustri e consolidate e giovani energie, e si propone come fulcro e motore di altre attività e associazioni, per eventi, progetti, proposte, riflessioni meta cognitive sui processi dell’apprendimento, dell’educazione, della comunicazione e produzione di cultura nel villaggio globale, con attenzione alla contaminazione e collaborazione tra le aree dell’esperienza e i diversi linguaggi, artistici e scientifici, in particolare quello matematico. Tra qualche giorno comunque tutti i riferimenti di questa nuova cosa saranno ufficialmente in rete.


mercoledì 2 ottobre 2013

Il gatto di Siracusa (geometria per bambini)



C'è un gatto che sonnecchia a Siracusa 
sul quadrato costruito sull'ipotenusa. 
Se scivola in basso 
a vederlo è uno spasso: 
sul quadrato del cateto fa le fusa.

giovedì 24 gennaio 2013

Il ragazzo stava sul ponte in fiamme


Sul New Monthly Magazine comparve nel 1826 una poesia dalla metrica della ballata composta da Felicia Dorothea Hemans, intitolata Casabianca. La prima quartina era: 

The boy stood on the burning deck 
Whence all but he had fled; 
The flame that lit the battle's wreck 
Shone round him o'er the dead. 

Il ragazzo stava sul ponte che bruciava
Da cui tutti tranne lui erano scappati; 
La vampa che accese il relitto brillava 
Intorno a lui e sui morti ammazzati. 

La poesia ricorda un episodio divenuto leggendario della spedizione napoleonica in Egitto, avvenuto nel 1798 sul veliero francese Orient durante la battaglia del Nilo. Il ragazzino Giocante, figlio del comandante della nave Louis de Casabianca, rimase eroicamente al suo posto e morì quando le fiamme fecero esplodere il deposito di munizioni. Alcune testimonianze, peraltro molto dubbie, riferirono persino che egli incendiò di proposito la santabarbara affinché la nave non venisse catturata dagli inglesi. 

Un simile esempio di abnegazione filiale e patriottica, celebrato in una poesia dalla metrica che favoriva l’apprendimento a memoria, non sfuggì agli educatori e pedagoghi anglosassoni di epoca vittoriana, al punto che Casabianca divenne una delle opere fondamentali e inamovibili dei libri di testo delle scuole elementari britanniche e americane per circa un secolo a partire dal 1850. The boy stood on the burning deck e almeno la prima quartina fanno ancora parte della memoria collettiva delle generazioni più anziane di quella parte del mondo. 

Successo e diffusione capillare suggeriscono inevitabilmente la nascita di parodie. Dalla poesia sono nate in un secolo e mezzo caricature di ogni tipo e genere, spesso ascrivibili al nonsense, di autori noti e più spesso anonimi, come quelle che qui presento nel mio adattamento: 

The boy stood on the burning deck 
Eating peanuts by the peck; 
His father called him, he wouldn’t go, 
Because he loved the peanuts so. 

Il ragazzo stava sul ponte in fiamme 
Mangiando noccioline nel bailamme; 
Lo chiamò il papà, ma non andò: 
Di noccioline ce n’era un bel po’.

(anonimo, trovato su The Everyman Book of Nonsense Verse, Children’s Classics, Alfred A. Knopf, 2004) 


The boy stood on the burning deck, 
His feet were full of blisters; 
The flames came up and burned his pants, 
And now he wears his sister’s. 

Il ragazzo stava sul ponte in fiamme 
I suoi piedi una carbonella; 
Le fiamme gli bruciarono i calzoni, 
E ora porta quelli di sua sorella. 

(anonimo, trovato su The Everyman Book of Nonsense Verse, Children’s Classics, Alfred A. Knopf, 2004) 


The boy stood on the burning deck, 
The flames 'round him did roar; 
He found a bar of Ivory Soap 
And washed himself ashore. 

Il ragazzo stava sul ponte che bruciava
Intorno a lui il fuoco ruggiva; 
Trovò un pezzo di sapone galleggiante* 
E si lavò quando giunse a riva. 

* Ivory Soap era un marchio di una linea di prodotti della Procter & Gamble, che comprendeva anche bianche saponette profumate che erano riempite di bollicine d’aria in modo da poter galleggiare. 

(anonimo, pubblicato da Martin Gardner in Best Remembered Poems, Dover Publications, 1992) 

The boy stood on the burning deck 
His lips were all a-quiver 
He gave a cough, his leg fell off 
And floated down the river. 

Il ragazzo stava sul ponte in fiamme 
Le sue labbra tutte tremolanti. 
Un colpo di tosse, le gambe molli, 
E cadde nelle onde circostanti.

(Eric Morecambe)

lunedì 27 agosto 2012

Moonshot: l’impresa dell’Apollo 11 raccontata ai bambini


Era la sera di domenica 20 luglio 1969. Avevo finito le medie da un mese e, qualche giorno più tardi, mi sarei iscritto al Liceo Scientifico. Io c’ero, ho assistito, come mezzo miliardo di persone in tutto il mondo, a uno degli eventi più importanti del Novecento, la diretta televisiva dello sbarco dell’uomo sulla Luna. La qualità delle immagini era quella che era, ma tutto ciò che si vedeva aveva del prodigioso.

 

Chi appartiene alla mia generazione difficilmente può dimenticare quei minuti, ingigantiti nel ricordo anche dalla diatriba tutta italiana tra Tito Stagno da Roma e Ruggero Orlando da Houston sull’esatto momento in cui il modulo lunare toccò la superficie del nostro satellite. 

Ma quanto è rimasto di quell’impresa nell’immaginario di chi allora non era ancora nato? Chi sa della competizione con l’Unione Sovietica, dei missili Saturn, del programma Apollo, del LEM, di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins? Naturalmente non parlo di chi, per studio o contingenze sociali e famigliari, ha la possibilità di essere informato. Parlo dei ragazzi che frequentano la scuola primaria, dei giovani della secondaria, e dei loro fratelli più grandi, e anche di molti dei loro genitori. 


Dal mio punto di osservazione particolare, cioè quello di insegnante in un Centro di Formazione Professionale, la risposta al quesito è poco confortante: si sa che l’uomo è andato sulla Luna, ma potrebbe essere successo in un intervallo di tempo compreso tra i tempi di Napoleone e l’altro ieri, e si ignora come ci sia andato, a meno di aver visto qualche film di successo (penso ad Apollo 13) o qualche cartone animato giapponese. I più informati sono i non pochi negazionisti, che trovano affascinanti i vaneggiamenti di oscuri complotti visti nelle trasmissioni della TV-spazzatura o su Internet, gli stessi che credono agli sbarchi alieni di Giacobbo e rifiutano di credere che l’uomo possa essere riuscito in questa straordinaria impresa perché l’ombra di una bandierina non sembra naturale. 


Sicuramente in altri tipi di scuole la situazione è migliore, ma ho il timore che questa ignoranza si collochi in un contesto generale all’interno del quale molti dei giovani di oggi vivono in un eterno presente senza passato e, ahimè, senza futuro come prospettiva ideale. 

Non spetta a me indicare le cause di tale stato delle cose (di sicuro esistono responsabilità della scuola, ma anche delle famiglie, in un trionfo dell’indulgenza e del pressapochismo che investe tutta la società): posso solo tentare di indicare un antidoto nella lettura, sin da piccoli, di libri che parlino di scienza in modo adatto all’età. Sulla splendida avventura dello sbarco sulla Luna esiste un bellissimo libro illustrato di 40 pagine, adatto ai bambini in età prescolare, che è stato letto e consigliato da Michael Collins e altri astronauti delle missioni Apollo e che meriterebbe di essere tradotto nella nostra lingua. L’ha realizzato l’illustratore di libri per bambini Brian Floca, il quale si è a lungo documentato per poi ripercorrere tutta la vicenda, in un testo ricco di bellissimi disegni e di testi semplici e chiari. Si tratta di Moonshot, The flight of Apollo 11, ed è stato pubblicato nel 2009, in occasione del quarantesimo anniversario della missione, presso Atheneum. Costa intorno ai 13 euro. Ho trovato anche il promo:

 

Nel libro si conserva il senso dell’impresa collettiva, giunta a compimento dopo una lunga preparazione. Pur fornendo notizie particolareggiate e dati tecnici sulla missione di Apollo 11 e suoi successi, Floca non tralascia mai il lato umano dei protagonisti della vicenda. 


Spero proprio che, magari per il 2019, in occasione del 50° anniversario, anche i bambini italiani abbiano l’occasione di sfogliare, ammirare, leggere queste bellissime pagine.



lunedì 25 giugno 2012

La natura e il fanciullo


Oggi i bambini escono sempre meno di casa e la loro conoscenza del mondo naturale è frutto quasi esclusivamente della televisione. Così sanno magari molto sulla vita del leone o del coccodrillo, che hanno visto in uno dei tanti documentari naturalistici di cui sono pieni i palinsesti, ma non hanno mai visto una capra con i propri occhi e ignorano totalmente le pianticelle che crescono sui muri, nei campi o lungo le strade. Chissà che cosa direbbe oggi Pierina Boranga (1891-1983), valente maestra elementare, amante della natura e divulgatrice scientifica di prim’ordine, la cui opera fu fondamentale per far conoscere gli ambienti ecologici e indirizzare l'attenzione dei ragazzi all'osservazione scientifica. 

Negli anni Venti, Pierina Boranga incominciò una lunga collaborazione con l’editore Paravia, che si concretizzò inizialmente in una trilogia intitolata La natura e il fanciullo, con volumi dedicati rispettivamente ai muri, alla strada e alle siepi, pubblicati tra il 1925 e il 1926 e poi ristampati tra il 1952 e il 1954. Nella prefazione al primo volume, scriveva con rammarico che “non è possibile ancora affermare che in Italia si sia formato un vero senso di rispetto e d’amore alla natura. Troppe volte ancora si offre ai nostri occhi lo spettacolo disgustoso e malinconico di fronde strappate, di tappeti erbosi devastati, di fiori divelti e poi abbandonati, di prati insudiciati dai rifiuti delle colazioni (…); troppo ancora si permette lo sfruttamento delle nostre belle piante dei boschi e dei monti a scopo di lucro, fino alla distruzione di specie rare ricercatissime”. E non c’era ancora stato il sacco del territorio e il motorizzato e ciabattante turismo di massa! 

Per l’autrice la colpa dello scarso rispetto per la natura è dovuta allo “scarso spirito d’obbedienza che noi Italiani sfortunatamente abbiamo” che si aggiunge a una “insufficiente educazione, rilevata, purtroppo anche all'estero”, perché al nostro popolo “manca tuttora una preparazione, anche elementare, per intenderla”. E così prosegue, in un testo che, ripeto, compie quest’anno 87 anni: 

“Pensiamo alla vita di scuola dei nostri ragazzi di città e di campagna, al modo col quale i programmi di conoscenze naturali sono, in generale, svolti; allo scarso contatto degli scolari con la natura [sic!]; alla deficienza dei sussidi didattici, coi quali essi hanno fatto i primi passi nella conoscenza di questa nostra superba famiglia di piante e d’animali; si pensi inoltre che la maggior parte della nostra gente, dopo la scuola elementare, non sente parlare che di politica, d’interessi e di affari, e ci si potrà rendere ragione del disamore e degli atti vandalici deplorati. (…) 

A tutta prima sembrerebbe lecito dopo queste considerazioni, di ritenere responsabili di questo stato di cose i maestri di scuola. Ma a loro volta essi non possono dare ciò che non hanno avuto. Salvo qualche eccezione, noi siamo usciti dalla scuola che ci ha dato il titolo di insegnanti con una cultura, in fatto di botanica e di zoologia, limitata a nomi e definizioni apprese sempre sui libri, mai sugli organismi vivi; anche per noi sono esistiti due mondi: quello del libro e quello della natura del tutto separati, quasi che l’uno non sia al servizio dell’altro. (…) Ed è avvenuto quindi quello che si poteva prevedere. I maestri (…) hanno preferito, anche nelle scuole di campagna, fare lezioni di botanica fra le pareti dell’aula, anziché all’aperto, dove i mille perché dei ragazzi che sanno guardare, li avrebbero messi in imbarazzo. E quando per buona ventura essi accompagnano i ragazzi a fare una passeggiata in campagna, lungo il cammino, generalmente, anche oggi, parlano di tutto, fuorché di quelle meraviglie che passano dinanzi agli occhi dei fanciulli”

Un duro attacco contro la cultura libresca, dunque, che anticipa la parte propositiva, lo scopo dei tre volumi della Boranga: far conoscere ai bambini la natura guardando la natura, imparando ad amarla e rispettarla, perché “Nessun giocattolo li può appagare meglio, nessun divertimento li rende più docili e più calmi, così come nessuna lezione di morale va diritta al loro cuore quanto quella che silenziosamente impartisce loro la natura. (…) Ma se non è difficile per il fanciullo studiare la vita di relazione di piante e animali come avviene in natura, è invece assai difficile per l’educatore guidarlo in simile studio, perché egli non ebbe dalla scuola che doveva preparalo ad un simile insegnamento la cultura necessaria, e perché tuttora gli mancano i libri adatti a formarsela, senza eccessivo dispendio di tempo”

Gran parte dei libri di botanica e zoologia sono troppo specialistici o incompleti, perché poco spazio dedicano all’identificazione delle piante più comuni. “Ed ecco la ragione di questo libro, che non ha altro merito se non quello di rappresentare un modesto sforzo di volontà per cooperare a colmare una lacuna”. Un libro per i maestri, dunque, che istruisca gli educatori a conoscere la flora spontanea dal vivo e a saper rispondere ai mille perché dei bambini. 

Il primo volume de La natura e il fanciullo è dedicato ai muri, che, nuovi o in rovina, arsi dal sole o coperti di muschi e licheni, “danno danno ricetto a migliaia d’insetti e di piante, le quali, per vivere in tale ambiente, povero di mezzi necessari alla loro esistenza, vi si adattano in modo curioso e sorprendente”. Il nemico più grande delle piante che vivono sui muri è la siccità, alla quale la vegetazione cerca di porre rimedio in modi diversi, come lunghe radici filiformi o fusti e foglie in grado di immagazzinare riserve d’acqua. “Quasi tutte queste erbe hanno fiori senza profumo e spesso sono di colore non vivace, portati su peduncoli lunghi e sottili per essere maggiormente esposti alle scosse del vento, poiché in generale esse sono anemofile, cioè raggiungono la fecondazione incrociata per azione del vento”. Così Pierina Boranga presenta ad esempio, la Parietaria


Parietaria, o Erba vetriola o Muraiola (Paritaria officinalis): 

Anche questa è una pianta comunissima nei muri, ma si può trovare anche sulle macerie o lungo le vie. 
Si distingue per il colore dei fusticini e dei picciuoli che hanno l'aspetto di piccoli tubi di vetro rossastro, e dai fiorellini, raggruppati all'ascella delle foglie in glomeruli di un verde molto più chiaro delle foglie, leggermente ravvivati da punticini di colore rosso vivo che sono gli stigmi in forma di minuscoli ciuffetti. 
Questa particolarità si nota maggiormente nei fusti che hanno perduto molte foglie. 
È interessante osservare come la pianta si comporta sul muro per dare modo a tutte le sue foglioline di godere i beneficii dell'aria e del sole. Si ha un esempio di solidarietà perfetta e di rispetto reciproco dei diritti di ciascun membro per il bene di tutta la famiglia. 
Molte foglioline, per non recare danno alle più piccole sottostanti, quando non possono allungare di molto il picciuolo, arrivano persino al sacrificio di limitare il loro sviluppo. 
Si può far osservare anche un altro particolare, non comune, di questa pianta. 
In essa le foglie più larghe sono all'apice anziché alla base del fusto: per quale ragione? I ragazzi potranno rispondere a questa domanda osservando l'aspetto della pianta alla base, e lo scarso sviluppo del picciuolo in queste foglioline più basse. Sembra che la pianta, per eccitare i fusti ad allungarsi e a lasciare spazio anche a queste ultime, li abbia messi in gara, concedendo un premio a quello che arriverà più lontano. 
A questo punto riterrei utile, per lo scopo prefissoci nel far studiare le erbe dei muri, di far osservare ai ragazzi le bellezze di questa pianta che non risaltano facilmente come nella Linaria. La disposizione e la forma delle foglioline all'apice dei fusti sono un perfetto modello di sobrietà e di armonia di linee. Il loro colore, che va da un tono di verde intenso ad un giallo chiaro, è di un effetto stupendo. 
Ma v'è un'altra caratteristica interessante da rilevare nella Vetriola. È noto come nelle piante sia il fiore l'organo specifici) della riproduzione. Ma i fiori, per l'impollinazione incrociata, che è la più propizia ad una prole robusta, hanno frequentemente bisogno, come nel nostro caso, di speciali mezzi. 
Quale richiamo possono mai offrire questi fiorellini di un colore insignificante e poco distinguibile dalle foglie?
Ma la Provvidenza ha messo a disposizione di questa umile pianta accorgimenti speciali. 
Sopra ogni cespo, gli uni su gli altri, stanno tre specie di fiori: fiori che non hanno bisogno di ricevere il polline da altri, perché usufruiscono di quello prodotto dalle loro antere; fiori che invece producono polline senza riceverne ed infine fiori che hanno pistilli capaci di trattenerlo. Dai fiori più alti di ogni spiga sporgono soltanto gli stili con gli stimmi pronti a ricevere i granuli di polline «mentre i fiori da cui le correnti d'aria traggono il polline sono i più bassi e gli stimmi già disseccati. Il polline deve salire». (Kerner di Marilaun). 
Quando gli stami di questi ultimi, curvati in dentro e fissati con le antere sotto lo stimma fatto a pennello, sono maturi, si raddrizzano di scatto, le antere si aprono e spandono una nubecola che va ad impollinare i fiori circostanti. 
Lo scatto può essere provocato stuzzicando con una punta gli stami curvi, i quali, se sono prossimi alla maturazione, si drizzano istantaneamente lanciando il polline. 
Aiutiamo il fanciullo ad osservare bene i fiori con una lente. Stanno fitti fitti, formando un manicotto morbido attorno al fusticino all'ascella delle foglie. Che meravigliosa armonia di linee in ciascuno, anche se al guardarli ad occhio nudo sembrano insignificanti o brutti! 
Ma non si è ancora detto di questa pianta una cosa essenziale in rapporto all'ambiente in cui vive. Di quali mezzi essa dispone per salvarsi dalla siccità? 
Se ogni alunno potrà osservare da vicino un rametto gli sarà facile rilevare che il fusto, fragilissimo come vetro, donde il nome di Erba vetriola, oppure Erba cristallina, contiene molta acqua e che, specialmente se un po' grosso, è ricoperto da una epidermide spessa e pelosa. 
E le foglie, che non sono carnosette come quelle della Linaria e nemmeno otricelli come nella Pignola, sono rivestite da moltissimi peli lucidi e molli che formano un fitto strato lanoso sopra le due pagine. 
Questa abbondanza di peli non è ignota al fanciullo che si serve dei rametti della pianta per gioco, attaccandoli sulla schiena dei compagni o sul viso o sul dito della mano. Quando non ne sa il nome, la ricorda per questa particolarità e la chiama «erba che attacca». 
E qui conviene appunto parlare della funzione dei peli, che hanno il compito di impedire la eccessiva traspirazione. 
Le foglie della Parietaria non sono, dunque, serbatoi d'acqua, ma in compenso sono difese dalla perdita d'acqua da una fitta selva di peli che intimano l'alt all'umore prezioso affinché non se ne vada al richiamo del sole e dell'aria esterna. 
Invece i peli ispidi e setolosi che circondano i frutti hanno un altro compito: essi devono difenderli dalla avidità degli animaletti in viaggio sul muro in cerca di semi: chiocciole e formiche. 
Sarà buona cosa far toccare ai fanciulli una pianta cresciuta in un luogo umido ed una in un luogo arido per far notare la quantità differente di peli nell'una e nell'altra, poiché le piante, per un principio assoluto di economia, eliminano sempre tutto ciò che è loro superfluo. Si facciano anche sradicare alcune piante. La resistenza che esse opporranno potrà dare un'idea dello sviluppo della radice, munita di un fittone lungo talora tre o quattro volte più di alcuni fusti, che penetra validamente negli interstizi dei muri in cerca di umidità. 
La Parietaria dunque, non avendo come la Linaria e la Pignola, foglie capaci di serbare l'acqua, dispone, in compenso, d'una radice che può assolvere bene il compito di assicurare l'umidità necessaria alla pianta in quantità sufficiente, esplorando molto spazio del substrato. 
I ragazzi, nell'atto della sradicatura, vedranno cadere molto terriccio, che era stato trattenuto dai rami più bassi vicini al muro e dalle foglie appiccicaticce, perché i semi dei rami sovrastanti, cadendo, possano trovarvi subito possibilità di germinazione. 
Non è raro il caso di vedere rilucere sulle foglie di qualche pianta con semi già pronti, la bava argentea lasciata, sul loro passaggio, da queste ultime, evidente prova anche del servizio che certamente hanno recato alla pianta stessa. 
Ultime a cadere, nella Vetriola, sono le foglie all'apice dei fusticini, i quali, appunto verso la fine della stagione buona, rimangono provvisti di un ciuffetto caratteristico, simile ad una piccola stella verde. Si faccia cogliere e osservare una foglia fresca e bene sviluppata. Le sue nervature sono disposte in modo che pare di vedere infilata nel lembo una forchetta a tre punte. (Kerner di Marilaun) 
Quando incomincia a perdere la sua freschezza, questa pianta diventa arruffata e sudicia; le sue foglie appiccicaticce hanno trattenuto un po' di tutto: terriccio, peli, festuche, insetti morti; assomigliano alle tasche e ai cassetti di molti bambini!... 
La Vetriola è medicinale. Con essa si fanno infusi che hanno potere rinfrescante; una manciata di pianta fresca o secca (meglio se fresca) in un litro di acqua bollente, aromatizzata con scorza di limone, ha azione diuretica ed espettorante, combatte l'asma e la tosse. 
Con la pianta fresca, lavata, pestata si fanno cataplasmi da applicare sui tumori, sulle ferite e sui foruncoli. È adoperata pure per pulire bicchieri, bottiglie e vasi di vetro che lascia tersi e lucenti in virtù dei peli fitti di cui è tutta ricoperta e di una sostanza alcalina (potassica) che agisce da ottimo detersivo. 

Temi d'osservazione: 
- Osservare una pianta di Erba vetriola cresciuta sui muri ed una cresciuta in un luogo ombroso, e rilevare i caratteri uguali e quelli diversi. 
- Disegnare, per ciascuna delle due piante, il contorno di una foglia. 


Il secondo volume della Boranga è dedicato alla strada, e si apre con una capitolo dal bellissimo titolo Poesia e virtù delle erbacce. Nelle strade il traffico e la polvere distruggono la vegetazione spontanea: “quivi è il regno del lastricato e dell’asfalto”. Ma, non appena la manutenzione viene sospesa e la strada si inoltra nella periferia e poi nella campagna, subito appare “un tenue e bizzarro ricamo verde di pianti cine, le quali, sentita la possibilità di vivere, con la solerzia loro propria, inizierebbero gioiosamente il ciclo della loro esistenza”. (…) “Aspra e selvaggia talora, più spesso tenera e gaia, questa vegetazione che la natura fa crescere accanto all’uomo, sia nel luogo più umile che negli ambienti più rigogliosi, cela meraviglie e segreti degni di essere conosciuti”


Le siepi costituiscono l’argomento del terzo volume de La natura e il fanciullo. “La siepe, come mezzo di difesa dei campi, è creata dall’uomo, che pianta successivamente attorno alla sua proprietà uno o più specie di arbusti, in prevalenza spinosi e molto ramosi. Talvolta vi unisce alberelli, tenuti bassi da frequenti potature. Ma nella siepe si trovano anche altre piante generate spontaneamente da semi portati dal vento o dagli animali; piante che vi fissano dimora trovando in essa l’ambiente adatto per vivere e per crescere. Sono piante rampicanti, volubili e ombrofile. Alle prime la siepe offre appoggi e sostegni, alle altre l’ombra necessaria ai loro tessuti delicati. In questo consorzio vegetale le piante si aiutano a vicenda nella difesa dalla eccessiva insolazione e dalla siccità, comuni loro nemici. Ma uno ne hanno dal quale non possono difendersi da sole: il bruco vorace. Soltanto gli uccelli, e soprattutto quelli che amano costruirsi il nido tra gli arbusti della siepe o nei grovigli dei rami spinosi, possono salvare le piante dalla devastazione certa dell’inesorabile divoratore”. Tra le specie illustrate nel volume ho scelto il Rovo per terminare l’illustrazione di questa importante opera di divulgazione naturalistica italiana. 

Rovo (Rubus fruticosus L.). 

È il leone della siepe: domina e strazia. È perennemente in agguato con i suoi rami inarcati o tesi. Come il re della foresta, questo selvaggio esemplare del mondo vegetale, sfoggia sulla siepe elementi estetici di primo ordine, cosicché si potrebbe ritenerlo, a tutta prima, una pianta ornamentale e inerme. 
Invece fusti, foglie, grappoli di fiori, tutte le parti insomma della pianta, sono provviste di innumerevoli punte aguzze con le quali si difendono e offendono. Questo sanno benissimo i fanciulli che, avidi dei suoi frutti, le more selvatiche, ritornano dalla cerca con graffi e strappi. (…) 
Furono i Romani a dare a questa pianta e a quelle affini il nominativo di «rubus» da «ruber» che vuoi dire «rosso» dal colore del frutto e dei rami di alcune specie. Ma non le sarebbe tornato male anche l'appellativo di «robur», «forza», poiché tutta la pianta ne è una manifestazione. Una forza un po' prepotente, anche presa a prestito, perché questo frutice, se non trovasse sostegno nella siepe, dovrebbe rimanere sdraiato sul terreno ad allungare i suoi rami sull'erba. Somiglia un poco a certi messeri che tutti abbiamo conosciuti nella vita. Già: in questo mondo naturale che vive sotto i nostri occhi, v'è tutta una gamma di esemplari, riflettenti, qual più qual meno, le miserie e le grandezze umane: basta saper guardare! 
Ad affrontare le armi di questa pianta-leone occorre o il pungolo della gola, come nei fanciulli, o le robuste cesoie del potatore, manovrate con prudenza ed abilità. (…) 
L'avidità dei ragazzi per i frutti del Rovo trova una giustificazione nell'istintivo bisogno che essi hanno di ingerire elementi di prima necessità, come quelli contenuti nelle more: zucchero, acidi vegetali, sostanze minerali, sostanze peptiche che si trovano spesso riunite nei frutti selvatici. Le more del Rovo agiscono anche come purgante leggero. È pertanto errato vietare ai fanciulli di mangiarle. 
La farmacopea ufficiale non ha disdegnato di segnalare questo prodotto naturale per la preparazione di sciroppi e di marmellate rinfrescanti. Le foglie usate in decozione servono come astringente e trovano buon impiego nella cura del diabete. 
Ma che cosa è questo frutto del Rovo? Che cosa è mai questo piccolo, umile dono che il selvaggio Rovo offre ai fanciulli e agli uccelli verso la fine d'estate? 
I fanciulli lo sanno: è un insieme di piccole palline, prima verdi, poi rosse, ed infine nere che si chiamano drupe. Tutto il frutto è una drupa multipla. 


Oh, ammaliatrici more che sorridete, lustre e rubiconde, tra il fogliame, e inducete il fanciullo a non aver pietà né delle sue mani né delle sue vesti, attratto dal vostro richiamo prepotente! E forse è la stessa lotta che egli deve sostenere con i vostri rami, che s'attaccano spietati alla sua pelle e ai suoi indumenti, a incitarlo nella raccolta. Tutto ciò che è motivo d'ardimento e di lotta piace al fanciullo sano e normale. 
Egli sa anche come deve fare a cogliere le more: con un colpettino garbato stacca dal peduncolo il cono del frutto che è formato dal ricettacolo spugnoso, ricoperto dalle piccole drupe, un po' flaccide, se mature. Al peduncolo rimane attaccato il calice persistente. 
Peduncolo, ricettacolo: due nomi nuovi forse per il fanciullo. Ve chi ritiene di dovere evitare denominazioni scientifiche insegnando la storia naturale ai fanciulli, e non si capisce il perché. Il periodo della fanciullezza corrisponde al tempo più felice per la memoria; conviene approfittare inserendo nell'insegnamento quell'esercizio di nomenclatura esatta da affidare alla memoria, che farà guadagnare tempo in seguito. 
Nel succhiare il frutto, il fanciullo è qualche volta infastidito da peluzzi ruvidi che gli rimangono sulla lingua: si tratta dei resti dei filamenti di stami superstiti rimasti tra le drupe. Talvolta, accanto ad un frutto ricco di drupe, se ne trova un altro con un cuscinetto bruniccio di stami: è un fiore disseccato che non poté essere fecondato e non divenne frutto. 
Il grande numero degli stami è una caratteristica del fiore del Rovo e delle altre rosacee in genere. I suoi petali, quando i fiori sono maturi, ne sono per gran parte coperti; ma ciò non danneggia la visibilità agli insetti, anzi la favorisce, perché gli stami, essendo brunicci, danno maggior risalto al fiore. La corolla è l'unica parte debole e delicata di questa pianta. Ha vita brevissima: la sua esistenza si conclude in poche ore. 
Quando il bocciuolo biancastro si apre, i cinque petali appaiono raggrinziti come se entro l'astuccio del boccio fossero stati rinserrati senza cura. Qui veramente la natura ha commesso una in¬giustizia nel confronto con le altre innumeri corolle che si aprono sotto il sole. Si direbbero fatte di carta velina logora. I fiori sono anche sprovvisti di nettare. 
Caduti i petali, i sepali si abbassano e stanno come scodelline cave aderenti al gambo. 
Nel centro degli stami si sviluppano gli stili e quindi, tra il groviglio ed il seccume degli stami, ecco apparire le gaie perline. A mano a mano che il ricettacolo si gonfia e si allunga, tutte le successive drupe trovano spazio e posto per maturare al sole. 
Le foglie stanno a tre o cinque riunite insieme in foglia composta. Si faccia osservare come i picciuoli spesso presentino una speciale curvatura o torsione che è in relazione con lo spostamento al quale sono sottoposte, o tutta la foglia o le singole foglioline, in conseguenza della posizione di ciascuna e delle condizioni di illuminazione. Esse, pur mantenendosi quasi sullo stesso piano, possono così avvantaggiarsi nel miglior modo possibile dello spazio e della luce disponibili. 
Si osservino i rami protesi ad arco al di sopra della siepe e che, in bilico, oscillanti per il loro stesso peso, quasi animati da un senso di vita, sembrano lanciare ai passanti la sfida: «Chi vuole misurarsi con noi?». 
Essi sono muniti di cestole rossastre in rilievo, quasi muscoli tesi. Da esse affiorano in ordine sparso gli aculei del medesimo colore sanguigno dei rami e dei picciuoli, tutti rivolti verso il basso, pronti, come i canini degli animali da preda, ad afferrare ed a lacerare. Se i tralci, sotto la pressione del loro stesso peso, si abbassano fino a toccare terra, dalle loro gemme apicali si sviluppano radici. Ciò spiega il propagarsi rapido e invadente dei cespugli primitivi di Rovo, tanto che riesce quasi impossibile estirparli del tutto. 
Un'altra caratteristica di questa forte pianta è data dalla sua resistenza alle intemperie e al gelo. Sulle siepi spesso mantiene le foglie fino all'inizio d'inverno, anche nei climi freddi ed umidi. Quando la massa delle sue foglie si è notevolmente ridotta ed esse, intaccate e corrose, stanno per cedere alla morte, allora si colorano di un rosso-intenso e di violaceo come i frutti in via di maturazione. 
E intanto nel terreno, in vari punti vicini e lontani, i semi caduti attendono, s'è necessario anche più anni, le condizioni favorevoli per dare vita a nuove piante, avendo essi il privilegio di conservare a lungo il loro potere germinativo. 
È bene sapere che con le foglie e i getti giovani del Rovo si fa un decotto adoperato per gargarismi contro le infiammazioni di gola, delle gengive, delle tonsille.

lunedì 2 aprile 2012

Tre piccole volpi e la ricreazione della lingua


Nella raccolta di testi per l'infanzia When We Were Very Young (1924) di Alan Alexander Milne (1882-1956), famosa perché vi fece la sua prima comparsa il tenero orsetto Winnie the Pooh e per essere stata splendidamente illustrata dal talentuoso artista Ernest Howard Shepard, era contenuta la seguente poesia dalla bella sonorità:

The Three Foxes

Once upon a time there were three little foxes
Who didn’t wear stockings, and they didn’t wear sockses,
But they all had handkerchiefs to blow their noses,
And they kept their handkerchiefs in cardboard boxes.

And they lived in forest in three little houses,
And they didn’t wear coats, and they didn’t wear trousies.
They ran through the woods on their little bare tootsies,
And they played “Touch Last” with a family of mouses.

They didn’t go shopping in the High Street shopses,
But caught what they wanted in the woods and copses.
They all went fishing, and they caught three wormses,
They went out hunting, and they caught three wopses.

They went to a Fair, and they all won prizes −
Tree plum-puddingses and three mince-pieses.
They rode on elephants and swang on swingses,
And hit three coco-nuts at coco-nut shieses.

That’s all I know of three little foxes
Who kept their handkerchiefs in three little boxes.
They lived in the forest in three little houses,
But they didn’t wear coats and they didn’t wear trousies,
And they didn’t wear stockings and they didn’t wear sockses.

Questa è la traduzione letterale che ne dà Guido Almansi in L’estetica dell’osceno (Einaudi, 1974), tranne le quartine tra parentesi, che si è dimenticato e che ho tradotto io. Almansi sottolinea la funzione fondamentale dei plurali neologistici sockses per socks, trousies per trousers, mouses per mice, shopses per shops, wopses probabilmente per wasps, plum-puddingses per plum-puddings, mince-pieses per mince-pies, swingses per swings, shieses per shies, tutti nati per analogia fonetica con l’iniziale foxes:

C’erano una volta tre piccole volpi
che non adoperavano né calze né calzini,
ma tutte e tre avevano i loro fazzoletti per soffiarsi il naso,
e quei fazzoletti li tenevano in scatole di cartone.

[E vivevano nella foresta in tre piccole case,
e non indossavano né giacche né pantaloni.
Esse correvano tra i boschi sui loro piccoli piedini nudi
e giocavano a “Ce l’hai” con una famiglia di topi.]

Non andavano a fare le compere nei negozi del Corso,
ma prendevano ciò che volevano nelle foreste e nei boschetti.
Andarono tutte a pesca e presero tre vermi,
andarono tutte a caccia e presero tre vespe.

Andarono al Luna-Park, e vinsero tutte dei premi –
tre budini di prugne e tre pasticci canditi.
Salirono in groppa agli elefanti e dondolarono sulle altalene
e colpirono tre noci di cocco al baraccone del tiro a segno.

[È tutto ciò che so delle tre piccole volpi
che tenevano i loro fazzoletti in tre piccole scatole.
Vivevano nella foresta in tre piccole case,
ma non indossavano né giacche né pantaloni,
e non adoperavano né calze né calzini.]

La bella poesia per bambini di A. A. Milne costituisce, secondo Almansi, un esempio della tendenza della letteratura verso il maccheronico, cioè verso una lingua che abbia significato solo all’interno di un dato testo letterario: il testo comprende in sé sia il messaggio che il codice in cui il messaggio è trasmesso. “Il primo plurale stravagante, sockses, suggerito dalla rima, porta con sé nel testo della poesia tutto un sistema morfologico nuovo che si sovrappone alla lingua originaria, creando un modello di linguaggio maccheronico perfettamente autosufficiente e valido entro i limiti tipografici e semantici del testo”.

D’altra parte, la lingua di uno scrittore è sempre un atto di trasgressione. La sola cosa che può fare uno scrittore è distruggere la lingua esistente e ricrearla di nuovo. Solo i mediocri scrittori scrivono in italiano o in inglese: Sterne scrive in sternese, Stendhal in stendhalese, e persino l’”onestissimo” Manzoni ha scritto i Promessi Sposi in una lingua che non esisteva al di fuori del testo. Anche senza essere un rivoluzionario della lingua come Rabelais o Joyce, il bravo scrittore attua una ri-creazione e, perché no, una ricreazione della lingua che usa nel testo. Camilleri, aggiungo io, scrive in camillerese (che non è il siciliano!), una lingua che è difficile immaginare al di fuori di opere come ad esempio La scomparsa di Patò. Il più bell’album di De André non è in genovese, ma in una lingua inventata che del genovese conserva le sonorità e solo parte del lessico, ma amplia in modo sostanziale le capacità espressive.