sabato 23 giugno 2012

In hoc signo vinces (di Anna Maccagni)

"Buffone! Millantatore!" gridavano i senatori della Serenissima. Il frastuono delle voci era assordante, ma più terribile ancora era lo sguardo gelido del doge. "La sfrontatezza di quest'uomo è imperdonabile! – tuonò un anziano. – Sostiene di essere il vero erede dei Comneni e ci offre il gran magistero dell'Ordine Costantiniano in cambio di denaro. Ma con chi crede di parlare? Sono ormai tre secoli che circolano titoli e onorificenze costantiniane, più o meno false, dispensate da individui che affermano d'avere sangue imperiale nelle loro vene!" 

Per la prima volta in vita sua, Giovanni Comneno si sentì perduto. La loquacità, con cui aveva ammaliato e confuso mercanti e signori, villani e prelati di mezzo mondo, sembrava svanita di fronte allo sdegno di quei nobili padri. Forse questa volta aveva davvero esagerato! Si guardò attorno spaventato, cercando d'indovinare dove fosse la porta che conduceva alle segrete del palazzo. Aveva sentito parlare degli sventurati che marcivano in quell'oscurità senza tempo; bastava una semplice denuncia anonima per finire sepolti in una cella dagli umidi muri, ricamati dal flusso e riflusso delle maree. Forse anche lui… ma no, non poteva finire così! Non c'era nessuno in grado di smascherarlo: egli era Giovanni Andrea Angelo Flavio Comneno, duca di Tessaglia e di Moldavia, principe di Macedonia, conte di Drivasto e Durazzo. Non avrebbero osato fargli del male: era l'ultimo discendente di quella lunga serie di Flavi, Angeli, Comneni, Lescaris e Paleologi che avevano imperato sulle terre d'Oriente. C'erano i documenti a provarlo e l'elegante calligrafia del falsario di Smirne era ancora ben leggibile, nonostante fossero passati molti anni… Egli era il Gran Maestro del sacro Ordine equestre della milizia angelico-aurata Costantiniana e sfidava chiunque a dimostrare il contrario! 
"Via! Mandatelo via! Non m'importa chi sia: questo Consiglio non ha tempo da perdere né con visionari né con imbroglioni!" ordinò infine il doge. 
Le voci sul rifiuto del senato si diffusero ben presto. La famiglia del Comneno si ritrovò bandita dalla migliore società veneziana. Risate velenose e mormorii di disprezzo inseguivano l'erede dei Flavi lungo le calli, rimbalzando tra le case di campielli solitari. Imbroglione! Ciarlatano! gorgogliava l'acqua, sciabordando spinta dalla brezza di mare. 

Il Comneno, che aveva fatto conto sul denaro che la cessione del maestrato gli avrebbe fruttato, cominciò a sentire l'odore della povertà. Malediceva il giorno in cui aveva accettato di sposare la sorella del Mandricardi: le ricchezze che donna Virginia e il conte Giuseppe dicevano di possedere si erano rivelate del tutto illusorie e così, oltre a se stesso e alla figlia che aveva avuto da una precedente relazione, si trovava costretto a mantenere anche la moglie e il cognato. 
La situazione era quasi disperata, quando da un piccolo stato lombardo – in cui si diceva che la gente crescesse a butirro e formaggio  –  giunse un uomo interessato ad acquistare il titolo di Gran Maestro. Gli occhi di Giovanni Comneno tornarono ad illuminarsi della strana luce che sempre lo accendeva quando credeva di avere il mondo tra le mani. 
"Onori, ricompense, ricchezze! Ma ci pensate? E voi che non credevate alle mie parole…" 
"Già, già… Ma questa volta a trattare ci sarò io, caro cognato – lo tacitò il conte. – Se è vero che il Farnese può pagare simili somme, converrete con me che non è proprio il caso di rischiare un altro insuccesso! Innanzi tutto occorre la massima segretezza: non vorrei che a qualche spione venisse il ghiribizzo di riferire le parole dette in Gran Consiglio; allora sì che sarebbero guai!" 

Il Mandricardi, che aveva ereditato dagli avi di Zante l'arte sottile del mercanteggiare, giocò bene le sue carte. Agitando con sapienza lo spauracchio del doge, che l'emissario del Farnese temeva di veder rientrare nella partita, chiese ed ottenne più di quanto non avesse mai sperato. In poco tempo la famiglia del Comneno fu pronta a lasciare Venezia. 

Infuriava la guerra per la successione al trono di Spagna e sul piccolo ducato immiserito gravava il peso degli acquartieramenti delle truppe imperiali; ma furono tanti gli onori con cui furono accolti i profughi, che essi pensarono di aver trovato il paese della cuccagna. Subito vennero fatti i preparativi per la cerimonia che avrebbe visto il duca rivestito del nuovo titolo. 
"Io, Giovanni Andrea Angelo Flavio Comneno, rinuncio al gran maestrato dell'imperiale angelico-aurato Ordine Costantiniano sotto il titolo di San Giorgio martire e della regola di San Basilio, in favore del duca Francesco e dei figliuoli discendenti, eredi e successori di lui in perpetuo" affermò solennemente l'uomo che si proclamava nipote dei Cesari. 
Mancava soltanto l'approvazione del papa e dell'imperatore. E quando, dopo vari maneggi e con una copiosa profusione di denaro, essi riconobbero nel Farnese la nuova dignità, piovvero le ricompense. Al Mandricardi toccò la castellania di Bardi, mentre il Comneno, provvisto di una pingue pensione, divenne castellano di Piacenza tra lo sconcerto dei cittadini, che non sapevano spiegarsi perché fosse stato scelto proprio quello straniero dall'accento cantilenante. Ma tante erano le cose che i piacentini non sapevano; una di queste era che all'interno del convento dello Spirito Santo languiva suor Maria Costanza della Croce, la figlia di Giovanni Comneno, monacata a forza per ragioni di stato. 


Non appena a Piacenza cominciò a circolare lo scritto De fabula equestris Ordinis Constantiniani, gli avversari di Francesco Farnese gongolarono. La soddisfazione di possedere l'opera del marchese Maffei si tramutò ben presto in un atto di sfida, quando si sparse la voce che il duca stava facendo il possibile per requisire tutte le copie esistenti nelle terre d'Italia. 
"Che cosa pensa d'ottenere? – malignarono in molti. – Tutta l'Europa ormai sa del raggiro e ride della sua dabbenaggine. Lui fa finta di niente, mostrandosi severo e altezzoso, ma chissà come si rode il fegato!" 
Non avevano tutti i torti: il Farnese si stava davvero consumando dalla rabbia, anche se non lo dava a vedere per paura di offuscare la sua immagine di principe rigoroso e di cristiano irreprensibile. Rigido e bacchettone, mal sopportava i giochi e gli scherzi, i motti arguti e le schermaglie; odiava le allusioni, i doppi sensi e tutte quelle sottigliezze verbali che, essendo privo di vivacità e d'ironia, non comprendeva e temeva. Non aveva preso nulla dal padre, il prodigo, fastoso e splendido Ranuccio; non appena gli era succeduto, aveva licenziato musici, buffoni e nani, tutta quella gaia corte per la quale il genitore aveva dilapidato somme favolose. Francesco si compiaceva di quel nuovo rigore, senza rendersi conto che ogni cosa, attorno a lui, illanguidiva nella tristezza e nella mediocrità. 

Ma, tra l'impegno ad escogitare nuove tasse, come quella prescritta per l'uso di cuffie e parrucche, e il tentativo di destreggiarsi tra i contendenti della guerra che insanguinava la Lombardia, il duca aveva avuto il tempo di concedersi un piccolo regalo: il gran maestrato dell'Ordine Costantiniano. Sì, perché l'uomo intransigente, che amava le privazioni, aveva sempre coltivato la segreta ambizione di ottenere qualche alta onorificenza che gli desse prestigio, forse parendogli poca cosa l'essere duca di uno staterello. Non avrebbe mai ammesso con nessuno questa sua debolezza e meno che mai di essere disposto a pagare per soddisfarla. Così, con gran riserbo, si era accaparrato a peso d'oro il titolo di Gran Maestro, facendo credere d'esserne diventato cessionario per alti meriti. I crucci che lo avevano afflitto, giacché l'uomo che lesina su tutto difficilmente si priva del suo a cuor leggero, furono ben poca cosa rispetto alle sofferenze che stava patendo per l'opera dell'erudito veronese. 
"Imbroglio? Raggiro? Che ne sa quel Maffei? – andava rimuginando il duca. – Solo un veneto è capace di simili bassezze! Celebre letterato? Ma via, non diciamo sciocchezze!" E intanto cercava di capire chi avesse indotto il marchese a scrivere quell'orribile dissertazione che infangava la memoria del povero Comneno e screditava il nome dei Farnese. Scipione Maffei aveva pubblicato il testo a Parigi… Che c'entrasse la Francia? No, non era possibile! Francesco pensava piuttosto al governo della Serenissima che, dopo aver rifiutato il maestrato, ora si ribellava all'idea che fosse un altro a godere dei privilegi conferiti da quell'alta carica. Sì, più ci pensava e più era sicuro che l'ispiratrice dell'opera fosse Venezia. 

"On à supprimè la lettre que le Marquis Maffei, homme sovrainement habile, a ècrit l'an 1712 sur la fable des Chevaliers de Constantin; parceque se savant homme demontroit trop evidement ce qu'il avoit entrepris de prouver" 

Con un gesto di stizza, Francesco Farnese chiuse il volumetto e cominciò a misurare la stanza a grandi passi. Era furioso e nel pallore del viso risaltavano soltanto gli zigomi arrossati. 
"Via, non prendetevela!" – lo consigliò padre Tajani, chinandosi a raccogliere il libro che il duca aveva lasciato cadere. Era la famosa Dissertazione sopra il duello, che Jacopo Basnage aveva dato alle stampe l'anno precedente.
 "E' facile per voi parlare in questo modo! Sono quasi dieci anni che in Europa si ride di me, da quando quel Maffei ha osato mettere in dubbio la mia qualità di Gran Maestro; ed ora le sue calunnie vengono riprese da altri… Leggete, leggete pure! Uno acquista un libro per provare diletto, sfoglia le pagine ed ecco, a tradimento, quelle parole che feriscono come tante pugnalate. Mi pento di non aver dato retta a chi mi domandava l'autorizzazione d'uccidere il marchese!" 
"Duca, duca… Non dite così! Posso ricordarvi che cosa rispondeste in quell'occasione? La proposta che mi fate troppo si disdice a un principe e troppo più a un cristiano, così diceste. Ricordate? Sono queste le parole che il pontefice vuol sentire da voi". 

Francesco Farnese guardò il gesuita venuto da Roma. Era alto, belloccio, di quella bellezza un po' florida e molle che poteva far pensare a un carattere mite e benevolo; ma bastava osservare la bocca stretta e sottile, gli occhi piccoli e freddi per cogliere la vera natura del soldato della milizia di Sant'Ignazio. 
"Questo prete sarebbe capace di fare e di dire qualsiasi cosa nell'interesse del papa  – pensò il duca, sentendo il rancore montargli dentro.  –  Parla di carità e di bontà, quando sa benissimo che la clemenza di Roma nei miei confronti è stata pagata con moneta sonante". Teneva al titolo di Gran Maestro più di ogni altra cosa al mondo; l'aveva bramato e desiderato con quell'intensità che solo i fanciulli provano per un balocco che forse non possederanno mai. Aveva sborsato fior di quattrini per ottenerlo, ma era stata così grande la sua soddisfazione che si era quasi convinto di essere stato chiamato da una volontà superiore a guidare l'antico e sacro Ordine. Nonostante i dispiaceri causati dal Maffei, si era cullato in quel sogno e lo coltivava con amore. Era un giocattolo fragilissimo, effimero come la porcellana più fine; bastava il respiro di chi era a conoscenza della verità per farlo incrinare. No, non poteva gradire la presenza del gesuita, che in ogni momento gli ricordava cose che aveva deciso di dimenticare… 

Padre Tajani colse l'ombra che offuscava lo sguardo del duca e subito cercò di porvi rimedio, usando le parole che la sua grande abilità persuasiva man mano gli suggeriva. 
"Pensate davvero che il papa non vi abbia nel cuore? Non dimenticate che vi ha difeso dagli attacchi del principe di Zweibruecken; senza chiedere nulla in cambio, questo pontefice vi ha dato ragione e vi ha accordato rendite, privilegi e onori non certo disprezzabili!" 
Quelle parole agirono sul Farnese come un balsamo miracoloso, portando sollievo al suo animo piagato da mille sospetti. Ricordava ancora il ricorso presentato da Gustavo Leopoldo, principe di Zweibruecken, il quale pretendeva di essere il vero Gran Maestro della dorata milizia Costantiniana. Quante sofferenze, quanti dispiaceri! Gli era persino venuto il sospetto che Giovanni Comneno l'avesse ingannato. Oh, ma poi si era pentito di quei pensieri poco cristiani! La bolla solennissima di Clemente XI, che dichiarava insussistenti le pretese del tedesco e che riconosceva invece i suoi diritti, era la prova che non era stato raggirato. Erano piuttosto i suoi nemici a ordire trame, a macchinare in segreto per rovinarlo; egli era la vittima di un grande complotto che partiva da Venezia e arrivava chissà dove. Oh, ma aveva capito gli oscuri disegni che miravano a distruggere la sua credibilità! Era l'invidia ad animare quei signori, pura e semplice invidia per il gran magistero che l'ultimo e unico erede dei Comneni gli aveva ceduto. In hoc signo vinces erano state le parole che il grande Costantino aveva visto in cielo prima di sconfiggere Massenzio. In hoc signo vinces avevano proclamato solennemente i cavalieri del Sacro angelico imperiale Ordine Costantiniano; Federico Barbarossa, Riccardo Cuordileone, Filippo II di Francia, Casimiro di Polonia e tanti altri re ed imperatori sembravano a Francesco benevoli numi tutelari. In hoc signo vinces: era ormai sicuro che nessuno più avrebbe osato discutere la sua carica. 

All'illustrissimo Cardinale Legato di Bologna. 
Eccellenza, è con grande soddisfazione che posso annunciarvi che sono state ritrovate le tracce dell'uomo che il Santo Padre fa ricercare. Sembra che l'Alberoni abbia trovato ricetto nel Vostro distretto, dove vivono alcuni dei suoi più fedeli amici. Sono certo che troverete utile quest'informazione e che presto potrete procedere all'arresto del Cardinale. 
Non occorre che ricordi alla Signoria Vostra l'aiuto prezioso che il duca Francesco ci ha offerto in questo frangente e le indicibili diligenze che ha usato per scovare la dimora dell'Alberoni: l'arresto di certi fiorenzuolani e l'invio d'uffiziali a frugare nelle case di alcuni signori, con i quali il Cardinale ha avuto commercio di lettere, sono opera sua. Finché il gran maestrato rimane in cima ai suoi pensieri, ritengo che il duca continuerà a servire con coscienza gli interessi della Santa Chiesa Romana. Rammentate con quanta sollecitudine rispose all'invito di Sua Santità, che chiedeva a tutti i principi cristiani d'intervenire nel Peloponneso contro il turco Acmet? Persuaso che la Macedonia, la Moldavia e la Dalmazia fossero sue in virtù della cessione a lui fatta dal Comneno, in un batter d'occhio inviò in quelle provincie il battaglione Costantiniano di ben seicento fanti. Bastò fargli credere che, una volta liberati dai Mussulmani, quei luoghi sarebbero tornati in suo possesso perché accorresse per primo. 
Ho dovuto ripetere fatti già noti, e di questo chiedo perdono all'Eccellenza Vostra, ma sono convinto che una loro analisi permetta di comprendere a fondo il duca, che è e rimane una pedina molto importante. Egli, non dimentichiamolo, ha bisogno di noi per difendersi dagli attacchi che gli vengono mossi in merito all'Ordine Costantiniano. A questo proposito mi è giunta notizia che è stato pubblicato a Ratisbona l'albero genealogico di un certo Gian Antonio Lazier, da Perlò della Val d'Aosta, calzolaio di professione. Costui, che si fa chiamare Gian Antonio de Flavi, Angeli, Comneni, Lascaris, Paleologi, sembra che intenda provare la sua discendenza per retta linea maschile dall'imperatore Emanuele II Paleologo e conseguentemente gl'incontrastabili diritti suoi al gran maestrato dell'Ordine suddetto. Il nostro duca è andato su tutte le furie e pensa di ribattere per iscritto, anche se a me non pare buona cosa che un sovrano debba prendersi la briga di confutare le tesi di un ciabattino. Sarebbe una provvidenza che tale opera non vedesse la luce delle stampe, perché le ragioni che il Farnese adduce sono miserabili e ridicole insieme, e le ingiurie petulanti e maligne. 
Nell'attesa di poter fornire altre notizie, mi raccomando alla benevolenza della Signoria Vostra. 
Di Piacenza, nel giorno 25 di febbraio 1721 
padre Giuseppe Tajani S. J.

–O–O–O– 

Uno dei racconti piacentini ancora inediti di Anna. È tratto da una storia vera: l’Ordine Costantiniano, nato dall’invenzione di un impostore e dalla dabbenaggine di Francesco Farnese, è tuttora esistente e intrattiene rapporti ufficiali con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

3 commenti:

  1. "Poi dici che uno si butta a destra...' citando Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo detto Toto.

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  2. Brava Anna. Kees sei fortunato.
    Roba da matt!

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  3. Proprio un racconto esemplare!
    Buona domenica

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