sabato 30 maggio 2009

Neo-avanguardia



Hamletmachine (omaggio a Nevio Gàmbula)

Il dramma non ha avuto luogo. Il testo si è perduto.
I volti degli attori appesi nel guardaroba. Muto,
nella sua fetida buca, marcisce il suggeritore.
Ofelia si strappa l'orologio che le faceva da cuore.
In platea cadaveri irrigiditi, spettatori divenuti pazzi.
Non si può certo dire che sia l’Amleto di Albertazzi.


‘63 + ‘77 = ‘48!

Colto da ebete straniamento.
da illusionistica epifania,
con rizomatico travestimento,
m’inabissai nella poesia.
Con Bachtin sul comodino
e mise en abyme cognitiva,
gustai Celati con Arbasino,
e Balestrini appena usciva.
Fumata Malerba con gli Indiani,
tergendo un po’ di Sanguineti,
mi risvegliavo l’indomani
territorializzando i miei secreti.
Farsesco nonsenso della vita
e sbeffeggiante batter d’ali,
decisi un giorno di farla finita
con siffatte seghe mentali.


Balestriniana

Specchio del tempo, il bello di cattivo gusto,
è la merda, del mezzobusto, del bellimbusto,
del pubblico di merda che paga per applaudire,
stelline di merda, conduttori da interdire.
È difficile ribellarsi al letame che passa:
vivere in sintonia con la cultura di massa
è vivere nel miglior mondo oggi possibile.
Per tutti la merda pare ormai irresistibile.


Culex pipiens

Si posa, bilanciandosi alta
su trampoli segmentati,
curvando in basso gli estremi,
per nostalgia della gravità.

Decolla con ali sottili,
le zampe oscillanti, silenziosa,
fastidioso coagulo d’aria,
fluttuante frantume di spettro.

Si avvicina furtiva,
invisibile nucleo di una forza
che intorpidisce, fiaccando
l’umana diffidenza.

In un lampo succhia il suo liquore,
il sangue rosso e vivo:
il tempo di assaporarlo rapita,
con un sorriso di trasgressione.

Ondeggia soddisfatta,
petulante kazoo nell’orecchio,
quando va in cerchi e spirali,
a ribadire il suo potere.

Uno spruzzo l’avvolge,
e cade gonfia e attonita:
il suo cadavere traslucido
si unisce a decine di altri.

Dicono che le sue impronte
paiono visi di potenti:
giurano alcuni di aver visto
quelle facce di Culex.


La fine (lessico per vincere un premio letterario)

Pena, tristezza,
mestizia, dolore,
sfinimento, lacrime,
incomprensione.

Rimpianto,
attesa vana,
speranze infrante,
separazione.

Cielo grigio,
sforzi inutili,
sudori freddi,
magone.

Afa insopportabile,
malattia,
solitudine,
delusione.

I nostri poveri morti,
requiem aeternam,
corona di spine,
prostrazione.

Occasioni perdute.
Suicidio? No,
lenta
consunzione.

martedì 26 maggio 2009

Ricordo di Mario Benedetti



Lo scrittore e poeta uruguaiano Mario Benedetti, di lontane origini umbre, uno dei più importanti della letteratura sudamericana contemporanea, è morto il 17 maggio scorso nella sua casa di Montevideo all'età di 88 anni, dopo una lunga malattia polmonare. Che fosse consapevole di essere vicino alla morte lo si capisce non solo dai travagli che lo hanno afflitto negli ultimi due anni, ma ancor di più dalle rare interviste che concedeva, nelle quali il tema della fine era dominante. «Negli ultimi tempi lavoro meno e contemplo di più (…) Lo stato del mondo mi deprime, oltretutto presto compirò 88 anni, non si può dire che stia andando a ballare (…) In questa situazione rimpiango di non essere religioso, sarebbe più facile. Ma non lo sono, e non lo voglio essere» aveva dichiarato un anno fa a Juan Cruz del «País» che, ricordando lo scrittore, ha messo in risalto le contraddizioni della sua figura, sempre in bilico tra uno spirito fortemente malinconico e una sorridente ironia. Tratti, questi, che caratterizzano tutta la sua ricca opera, un’ottantina di libri tra romanzi, saggi, racconti e poesie, che lo hanno reso molto celebre nel suo paese e in tutto il mondo di lingua spagnola.

La varietà della sua opera (ha scritto anche testi di canzoni e saggi politici) potrebbe rendere difficoltoso ogni tentativo di classificazione. Tuttavia, in questa diversità di registri, palpita una segreta unità che dà coerenza a tutta la sua opera, uno stile personale che deriva dalla sua vocazione comunicante, vale a dire, secondo la definizione data dallo stesso Benedetti, l’interesse a stabilire un clima nel quale il lettore si senta parte di un dialogo con l’autore, sviluppato in un piano di mutua fiducia e di apprendimento reciproco. Benedetti diceva di non scrivere per i posteri, ma per i lettori contemporanei, nel tentativo di conquistarli letterariamente perché agiscano umanamente. Il successo di questa vocazione comunicante è dimostrata dal fatto che pochi poeti contemporanei godono di un pubblico così fedele e numeroso, anche in settori abitualmente lontani dalla letteratura.

L’impegno manifesto di raggiungere un vasto pubblico non si realizza attraverso concessioni alla banalità o al sentimentalismo superficiale. Nella sua relazione con il lettore, il poeta uruguaiano ha ben chiaro il suo ruolo di “provocatore”, che vuole aprire gli occhi al prossimo e non coprirli. Naturalmente una comunicazione di questo tipo si realizza attraverso un codice di facile comprensione per il destinatario, fatto di linguaggio accessibile, semplicità sintattica e stile vicino al registro colloquiale. Questa familiarità letteraria deriva dall’ossessione, che fu anche di Antonio Machado, di “parlar chiaro”. Lo scopo dichiarato è di creare una complicità con il lettore, far nascere in lui un vincolo affettivo con l’opera letteraria, affinché si operi in lui una trasformazione. L’opera letteraria, per attuare questa trasformazione, non deve fornire verità rassicuranti, ma, al contrario, suscitare dubbi e domande, rivelare contraddizioni, spingere alla curiosità e alla ricerca. Ma non è un invito ad assumere un atteggiamento scientifico?

Tra le forme poetiche che meglio si sono prestate agli intenti di Benedetti c’è sicuramente l’epigramma, che egli ha abbigliato da haiku in una fortunata raccolta (Rincón de haikus, Madrid: Visor, 1999; México: Alfaguara, 1999). Eccone alcuni:

La muerte invade
de vez en cuando el sueño
y hace sus cálculos.

La morte invade
di quando in quando il sogno
e fa i suoi calcoli.

Las religiones
no salvan / son apenas
un contratiempo


Le religioni
non salvano / sono appena
un contrattempo.

Cada comarca
tiene los fanatismos
que se merce.


Ogni territorio
ha i fanatismi
che si merita.

Drama cromático:
el verde es un color
que no madura.

Dramma cromatico:
il verde è un colore
che non matura.

Cuando me entierren
por favor no se olviden
de mi bolígrafo

Quando mi seppelliranno
per favore non si dimentichino
la mia biro.

Cuando prometen,
los políticos ríen
con los suplentes

Quando promettono,
i politici ridono
con i collaboratori.

El preso sueña
algo que siempre tiene
forma de llave.

Il prigioniero sogna
qualcosa che ha sempre
forma di chiave.

Eran los brazos
de la Venus de Milo
los que aplaudían.

Erano le braccia
della Venere di Milo
quelle che applaudivano.

Sòlo los náufragos
valoran con justicia
la natación.

Solo i naufraghi
valutano con giustizia
il nuoto.

Sé de un ateo
que en las noches rezaba
pero en francés

So di un ateo
che di notte pregava,
però in francese.

Un pessimista
es sólo un optimista
bien informado.

Un pessimista
è solo un ottimista
ben informato.

Dicevo dell’ironia che caratterizza molta dell’opera poetica di Mario Benedetti, e che si ravvisa negli haiku-epigrammi che ho proposto. Questo accattivante aspetto lo si riscontra anche nelle sue poesie d’amore, come questa, dal titolo che già muove al sorriso (traduzione di Federico Guerrini):

Lovers go home

Ahora que empecé el día
volviendo a tu mirada
y me encontraste bien
y te encontré más linda,
ahora que por fin
esta bastante claro
donde estas y donde
estoy,
se por primera vez
que tendré fuerzas
para construir contigo
una amistad tan piola
que del vecino
territorio del amor,
ese desesperado,
empezarán a mirarnos
con
envidia
y acabaran organizzando
excursiones,
para venir a preguntarnos
cómo hicimos.


Lovers go home

Oggi che ho iniziato la giornata
tornandoti sott’occhio
e mi hai trovato bene
e ti ho trovato ancora più bella,
adesso che finalmente
è abbastanza chiaro
dove sei e dove
sono,
per la prima volta so
che avrò la forza
di costruire con te
un’amicizia così sottile
che dal vicino
territorio dell’amore,
questo disperato,
inizieranno a guardarci
con invidia
e finiranno per organizzare
escursioni,
per venire a chiederci
come facciamo.

Benedetti ha saputo spesso additare con la sua ironia pungente anche lati inaspettati del progresso scientifico e tecnologico. Questi temi, uniti al suo invito allo spirito critico, ne fanno indubbiamente una figura che non poteva mancare nella mia proposta di poeti interessati al rapporto tra scienza e letteratura.

¿Por qué no hay más viajes a la luna?

Cuando el bueno de Armstrong dio aquellos pasos
todos registramos cómo se movía
tosco / pesado / en un suelo blancuzco
¿o era de piedra pómez? ¿quién se acuerda?

Durante un rato estuvo cavillando
y la escafandra o como se llamase
impedía que viéramos sus ojos
pero juraría que su mirada era
de pereza o abulia.

Algo debió explicar a su regresso,
algo diferente al discurso de gloria
que le ordenaron pronunciar eufórico
entre medallas, flores vítores y guirnaldas.

Algo debió decir en privado a sus jefes,
algo importante inesperado.

Verbigracia / Cuando estaba allá arriba,
caminando como un zoombie en la Luna,
mi general mi coronel pensé en ustedes
y se me ocurrió no sé por qué
que debía matarlos con urgencia
uno a uno / dos a dos / etcétera.

O verbigracia dos / Cuando andaba allá / eroico,
pisando las feísimas arrugas del satélite,
imaginé que así debía ser la muerte
es decir el paisaje de la muerte.

O verbigracia tres / cuando estaba en Selene,
paseando por la nada como un imbécil,
setí el asco infinito de la ausencia del hombre
y me dije qué mierda estoy haciendo aquí.

Algo así debe haber confesado a sus jefes,
con su estrenada voz de robot disidente
y quizá por eso los dueños del poder
postergaron sine die los viajes a la Luna.

Perché non ci sono più viaggi sulla Luna?

Quando quel buon uomo di Armstrong fece quei passi,
tutti registrammo come si muoveva,
grossolano, pesante, su un terreno biancastro,
oppure era di pomice? Chi si ricorda?

Per un attimo stavo pensando
e lo scafandro, o come si chiama,
ci impediva di vedere i suoi occhi
ma giurerei che il suo sguardo era
di pigrizia o abulia.

Qualcosa ha dovuto spiegare al suo ritorno,
qualcosa di diverso dal discorso di gloria
che gli ordinarono di pronunciare euforico
tra medaglie, fiori festosi e ghirlande.

Qualcosa ha dovuto dire ai suoi capi,
qualcosa di importante inaspettato.

Cioé: quando ero lassù
camminando come uno zombie sulla Luna
mio generale, mio colonnello pensavo a voi
e mi venne l’idea non so perché
che dovevo uccidervi con urgenza
uno a uno, due a due, eccetera.

O cioè due: quando camminavo lassù, eroico,
calpestando le bruttissime rughe del satellite,
immaginai che così dev’essere la morte,
vale a dire il paesaggio della morte.

O cioè tre: quando ero su Selene,
passeggiando per il nulla come un imbecille,
provai il disgusto infinito dell’assenza dell’uomo
e mi son detto che cazzo sto facendo qui.

Qualcosa di simile deve aver confessato ai suoi capi
con la sua voce straniata di robot dissidente
e forse per questo i detentori del potere
rinviarono sine die i viaggi sulla Luna.


Windows 98

Antes del fax del modem y el e-mail
la vergüenza era sólo artesanal
la mecha se encendía con un fósforo
y uno escribía cartas como bulas.
Antes los besos iban a tu boca
hoy obedecen a una tecla send
mi corazón se acurruca en su software
y el mouse sale a buscar el disparate.
Cuando me enamoraba de una Venus
mis sentimientos no eran informáticos
pero ahora debo pedir permiso
hasta para escribir con el
News gothic
Te urjo amor que cambies de formato,
prefiero recibirte en
Times new roman
mas nada es comparable a aquel desnudo
que era tu signo en tiempos de la Remington.

Windows 98

Prima del fax, del modem e dell’e-mail
la vergogna era solo artigianale,
lo stoppino si accendeva con un fiammifero
e si scrivevano fogli come bolle.
Prima i baci andavano alla tua bocca,
oggi obbediscono a un tasto “Invia”,
il mio cuore si rannicchia nel suo software
e il mouse esce a cercare sciocchezze.
Quando mi innamoravo di una Venere
i miei sentimenti non erano informatici,
ma ora devo chiedere il permesso
persino per scrivere con il News gothic.
Ti imploro amore di cambiar formato,
preferisco riceverti in Times new roman,
ma niente è paragonabile a quello, nudo,
che era la tua impronta ai tempi della Remington.

sabato 23 maggio 2009

Altri limerick piccanti, di cui due gastronomici



Del limerick in generale e di quello osceno mi sono già occupato in altre occasioni. Torno sul secondo, raccogliendo la sfida di un amico, frequentatore come me del blog di Dario Bressanini, che mi intima di scriverne almeno uno di argomento gastronomico pena una dura giornata di lavoro nella sua vigna. La vecchiaia incipiente e la pigrizia congenita mi hanno fatto ovviamente scegliere di compromettere ulteriormente la reputazione invece che la colonna vertebrale.

I due limerick (non uno, due!) oggetto della sfida sono in coda ad altri miei, inediti, che compaiono in aggiunta ai due che già ho proposto nell’articolo sul limerick piccante. Per un po’ di tempo non mi occuperò più dell’argomento, temendo l’identificazione del mio blog con un luogo di perdizione. Lo è, ma per altri motivi.

Una vecchia prostituta da mille lire
di riempirsela di colla ebbe l’ardire:
“Se pagan poco per entrare –
ebbe a commentare –
che paghino anche per uscire!”

Un giovane talento del sud dell’Argentina
aveva una qualità invero sopraffina:
il suo maschile vanto
lo rivoltava come un guanto,
potendolo usare anche da vagina.

Vincendo nel suo cuore il gran marasma,
un giovane andò a letto con una fantasma.
Al culmine dell’eccitazione,
la diafana mostrò delusione:
“Mi sa che non sono solo io l’ectoplasma”.

Una prostituta di Frankfurt-am-Main
ce l’aveva come una bottiglia di Klein:
la sua penetrazione
portava in altra dimensione.
Orgasmo topologico: Frei zu sein.

Heidi, le sorridevano caprette e monti,
quando, finito il pascolo, presso le fonti,
si sganciava la salopette
e con le patate della raclette
con la sua di patata faceva sempre i conti.

Un giovane cameriere di Altamura
era specializzato nell’apertura:
il suo coso avvolto in drappi
lo usava da cavatappi
per le migliori clienti di Bottura.

domenica 17 maggio 2009

Enzensberger, Gödel e l’ipocrisia borghese



Hans Magnus Enzensberger (1929), scrittore, poeta, traduttore, editore tedesco, è un acceso fautore dell’incontro tra la cultura scientifica e quella umanistica. Presso il pubblico italiano è conosciuto soprattutto per il suo libro per ragazzi Il mago dei numeri (Einaudi, 1997), in cui Roberto, un ragazzino che odia la matematica, è condotto alla scoperta del paese incantato dei numeri da Teplotaxl. un diavoletto rosso dalla grande capacità affabulatoria e dalle mille risorse creative. Così il mondo della matematica, compresi concetti ostici come i numeri triangolari o i diversi tipi di infinito, raccontato come una fiaba, smette di essere ostile per il giovane protagonista e per il lettore, anche se questi è un adulto. I cinefili ricordano poi che Enzensberger è citato in Caro Diario di Nanni Moretti come esempio di intellettuale che rifiuta la cultura televisiva di massa.

Come poeta, Enzensberger, che in Germania molti considerano uno dei più grandi dei nostri tempi, possiede uno stile assai conciso e accessibile, con forti interessi sociali, spesso trattati con sarcasmo e ironia. Nella sua poesia Blues della classe media, ad esempio, un elenco di luoghi comuni è utilizzato come pretesto per una feroce critica all’attuale assetto politico ed economico. La frase "non possiamo lamentarci", ripetuta all’interno dell’opera come il ritornello di una canzone, rafforza il senso dell’assoluto conformismo predominante, cui si contrappone la domanda finale:

Blues della classe media

Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare.
Siamo sazi.
Mangiamo.

Cresce l’erba,
il prodotto sociale,
l’unghia delle dita,
il passato.

Le strade sono vuote.
Le chiusure sono perfette.
Le sirene tacciono.
Passa.

I morti hanno fatto il loro testamento.
La pioggia è cessata.
La guerra non è stata dichiarata.
Non è urgente.

Noi mangiamo l’erba.
Noi mangiamo il prodotto sociale.
Noi mangiamo le unghie.
Noi mangiamo il passato.

Non abbiamo nulla da nascondere.
Non abbiamo nulla da perdere.
Non abbiamo nulla da dire.
Abbiamo.

L’orologio è caricato.
La vita è regolata.
I piatti sono lavati.
L’ultimo autobus sta passando.

È vuoto.

Non possiamo lamentarci.

Cosa aspettiamo ancora?

Se le sue idee politiche hanno trovato, com’è logico che sia, diversi critici ed estimatori, pochi invece hanno messo in dubbio le sue straordinarie capacità di trattare con proprietà unita a chiarezza i temi filosofici e scientifici che caratterizzano la parte più recente della sua opera. Anche Gödel, cui Enzensberger dedica un poetico omaggio dopo aver corrisposto direttamente con lui sull'argomento, dimostra come la logica matematica possa essere spunto per le riflessioni di un uomo intelligente e sensibile, non semplicemente un letterato. Nella poesia, le scoperte di Gödel sull’incompletezza dei sistemi formali sono accostate, sulla scorta delle riflessioni di Hans Albert, all’episodio delle avventure del celebre nobile fanfarone che riuscì a tirarsi fuori da una pozza di fango tirandosi per i capelli. Così gli spacciatori di certezze, bugiardi patologici come il Barone di Münchhausen, devono essere smascherati a partire dalle loro stesse, inevitabili, contraddizioni.

Omaggio a Gödel

Il teorema di Münchhausen*
(cavalli, palude e codino)
è delizioso, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

Il teorema di Gödel sembra a prima vista
Piuttosto insignificante, ma ricorda:
Gödel ha ragione.

"In ogni sistema abbastanza complesso
si possono formulare proposizioni
che all'interno del sistema stesso
non si possono né provare né refutare,
a meno che il sistema
non sia di per sé incoerente".

Si può descrivere il linguaggio
nel linguaggio stesso:
in parte, ma non completamente.
Puoi analizzare il tuo cervello
col tuo stesso cervello:
ma non del tutto.
E così via.

Per giustificare se stesso
ogni possibile sistema
veve trascendersi
E quindi distruggersi.

Essere "sufficientemente" ricco o no:
la coerenza è
o un difetto
o una contraddizione.

(Certezza = Contraddizione)

Ogni possibile cavaliere,
come Münchhausen
o te stesso, è un sottosistema
di una palude sufficientemente ricca.

E un sottosistema di questo sottosistema
è il proprio codino,
questa specie di leva
per riformisti e bugiardi.

In ogni sistema sufficientemente ricco,
Quindi anche nella nostra palude
si possono formulare proposizioni
che all'interno del sistema stesso
non si possono né provare né refutare.

Prendile in mano queste proposizioni
E tira!



* "Il Münchhausen-Trilemma è un termine coniato dal filosofo Hans Albert (1904-1973) per definire l'impossibilità di provare alcuna verità assolutamente certa. È definito trilemma perché pone tre possibilità, di cui nessuna riesce a soddisfare l'assoluta certezza necessaria a fondare una conoscenza, ed il suo nome proviene ironicamente dal Barone di Münchhausen, che si dice sia riuscito a tirarsi fuori da una pozza di fango tirandosi per i capelli. Albert pose il problema in questi termini:

- Ogni affermazione, per essere assolutamente certa, deve essere giustificata, ma, a loro volta, queste giustificazioni devono essere giustificate. Questo processo, tuttavia, non ha fine, dato che ogni giustificazione dovrebbe essere giustificata, arrivando ad una situazione per cui le giustificazioni dovrebbero moltiplicarsi all'infinito;

- Esiste un principio autoevidente, o accettato dal senso comune, o ritenuto vero per il principio di autorità. In questo caso, però, l'intenzione di fondare una conoscenza assolutamente certa viene a crollare e si cade nel dogmatismo

- Qualsiasi affermazione viene provata tramite un'argomentazione circolare e, quindi, errata.

Questo trilemma scardinò l'idea classica dell'esistenza di una verità assoluta, eliminando anche il problema della giustificazione delle teorie. Albert non fu tuttavia uno scettico assoluto: egli accettò l'impossibilità da parte dell'uomo di giungere ad una conoscenza assolutamente certa, ma contemporaneamente affermò la possibilità di avvicinarsi il più possibile ad essa in modo asintotico, ovvero in base al controllo critico, infatti nessuna attività conoscitiva può pretendere di sottrarsi alla critica razionale". (modificato, da Wikipedia)

domenica 10 maggio 2009

Letteratura combinatoria (3): Composizione n°1



Composizione n°1 di Marc Saporta è uno di quei libri ai quali ci si riferisce obbligatoriamente quando si parla di letteratura combinatoria. Pubblicato in italiano da Lerici nel 1962, esso rappresenta in qualche modo una sorta di iper-romanzo ante litteram, scritto cinque anni prima che Calvino coniasse il termine e tre anni prima che si parlasse di ipertesto; eoni prima che le tecnologie informatiche permettessero la creazione di ipertesti elettronici. Anch’io ne ho già parlato in un precedente articolo per illustrarne il meccanismo fattoriale. Se ne parla, ma sembra che nessuno l’abbia letto, oppure che chi l’ha letto non abbia nulla da dire. Le risorse disponibili sulla rete sono estremamente scarse e le copie in circolazione sono ormai rare.

Me ne sono procurato una copia usata da una libreria on line al prezzo un po’ caro di 30 euro. Il “romanzo” fu pubblicato nel 1962. Come oggetto si presenta come una scatola in cartoncino ingiallito dal tempo. L’ultima facciata del cartoncino riporta l’estratto di una recensione anonima tratta da “Il Giorno”, che si conclude con la frase: “La libertà del lettore di leggere il suo romanzo disponendo come crede l’ordine delle pagine è totale ed effettiva. Questa è un’opera che merita tutta la nostra attenzione, è uno dei più compiuti e veri romanzi che la letteratura francese ci abbia saputo proporre”.

Aprendo il contenitore trovo un cartoncino di formato leggermente più piccolo delle pagine, scritto in caratteri blu, che, oltre al titolo, all’autore e all’editore, riporta la seguente avvertenza, probabilmente scritta da Saporta stesso:

“Si invita il lettore a mescolare queste pagine come un mazzo di carte. Se gli fa piacere, può anche alzarle con la sinistra, come si fa dalla cartomante. In ogni caso l’ordine in cui appariranno allora i diversi fogli determinerà il destino di X”. Suppongo che X sia il nome del protagonista, che forse è lo stesso narratore.
“In una vita, infatti, il tempo e l’ordine degli eventi contano assai più della natura, degli eventi stessi. Certo in questo quadro ci sono elementi imposti dalla Storia; la partecipazione di un uomo alla Resistenza e la sua presenza tra le truppe d’occupazione in Germania sono legate ad un’epoca ben precisa. E così i fatti che hanno contrassegnato la sua infanzia non possono essere presentati nello stesso modo di quelli che costituiscono la sua esperienza di adulto.
Ma non è indifferente sapere se ha incontrato l’amante, Dagmar, prima o dopo il matrimonio; se ha abusato della piccola Helga da adolescente o da uomo maturo; se il furto di cui si è reso colpevole è stato commesso in nome della Resistenza o in tempi meno torbidi, se l’incidente di cui è stato vittima non ha alcun rapporto col furto – o con lo stupro – o se si è verificato durante la sua fuga.
Dall’ordine in cui si susseguiranno i singoli episodi dipende anche che la storia finisca bene o male. Una vita si compone di parecchi elementi. Ma infinito è il numero delle possibili combinazioni”.

Il libro è costituito d’un certo numero di pagine non numerate, scritte da una parte sola, non rilegate. Un pacchetto di schede, insomma. Le conto: sono 142. La copertina è una sorta di contenitore, che sull’ultima facciata interna, che considero la pagina 143, riporta uno strano dialogo tra 17 personaggi che (mi accerto) compaiono nel testo, ciascuno dei quali pronuncia una breve frase preceduta da “[nome del personaggio] dice” (in corsivo nell’originale). Il libro è usato, dunque ignoro se il numero di pagine originario corrispondeva a quello che ho riscontrato. Non sono neanche in grado di stabilire se il dialogo finale faccia davvero parte del romanzo. In ogni caso il numero delle possibilità di lettura è di 142! + 1, cioè circa 2,69 × 10245, circa 17 ordini di grandezza in meno dell’ipotesi iniziale di 150 pagine che ho avanzato nel precedente articolo. Cambia poco: si tratta di una cifra che giustifica ampiamente l’affermazione che il numero delle possibili combinazioni è infinito.

Non si tratta di certo di un libro comodo da portarsi, che so, in treno o a letto. Le pagine-schede vanno da tutte le parti e consentono una lettura agevole solo davanti a un tavolo o una scrivania.. Le mescolo con cura, ignorando se l’ordine in cui ho trovato le schede sia quello stabilito dall’editore o se sia stato modificato da chi ha maneggiato il libro prima di me. In ciascuna pagina la lunghezza del testo è più meno sempre la stessa. Ecco le prime tre pagine che mi capita di leggere:

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L'UFFICIO, l'ufficio, l'ufficio, l'ufficio, l'ufficio, l'ufficio. Nel cassettone gli incartamenti. Negli incartamenti colonne di nomi e di cifre. Nel cassetto di mezzo, quello la cui chiave permette di chiudere tutto il mobile, i documenti pili importanti. Numeri corretti. Sostituiti. Cifre raschiate via.
Squilla il telefono. Una voce pacata chiede con urgenza il fascicolo delle ordinazioni della settimana. La settimana è una lunga successione di cifre in colonna. La sola differenza fra un giorno e l'altro è nel totale in fondo a ogni colonna. Ma la somma dei minuti e dei secondi è sempre rigorosamente uguale. Sarebbe inutile eseguire questa addizione: non servirebbe a nulla. Basta averla fatta una volta e rifarla magari ogni tanto, nella speranza che vi si intrufoli qualche errore. Ma un errore non cambierebbe niente. Uno sbaglio di calcolo non può variare il numero dei secondi di una giornata.
Ci sono invece errori capaci di variare in misura importante la somma in denaro contenuta nella cassa. A patto che le cifre siano raschiate come si deve e che i conti risultino, in apparenza, onesti.
Il capo dell'ufficio vendite fa riportare l'incartamento dalla segretaria. Non vi ha riscontrato neppure un errore.
Un'altra settimana guadagnata.
Sarebbe però imprudente prelevare dalla cassa l'intera differenza prima che sia definitivamente escluso qualsiasi rischio di un controllo.

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SOTTO LE BIONDE ciglia gli occhi di Dagmar hanno riflessi verdi. Un abisso al centro del viso. Visti molto da vicino assomigliano a certi vortici del Reno ai piedi della roccia di Lorelei. Sul fondo riposa l'anello d'oro dei Nibelunghi. Bisognerebbe immergersi nella ragazza come in una sorgente, ma Dagmar chiude gli occhi in un rapido battito e bianchi uccelli passano sfiorando con l'ala la superficie della corrente.
L'alba si leva nelle verdi pupille, mentre lunghi arcobaleni spuntano fra le ciglia. Dagmar dice:
«Quando mi guardi divento cieca.»
E le pupille si allargano smisuratamente come nell'oscurità. Ma il giorno è ormai apparso all'orizzonte e lo sguardo si anima. Dal fondo più segreto di Dagmar sgorga un'immagine che affiora alla superficie: una testa d'uomo minuscola e irriconoscibile alla quale ella rivolge un dolce sorriso.
Sotto la fronte altissima, rovesciata, gli occhi chiusi sono un fragile campo sconvolto da fremiti. Una minuscola lacrima fonde all'angolo delle palpebre. Dagmar dice :
«Sono felice.»
È soltanto una scusa. Una vana giustificazione per una lacrima che certo ha ben altro significato. Ma Dagmar dice:
«Sono felice. »
Per non dover dare spiegazioni.
Attraverso le ciglia, chiuse come una saracinesca all'ingresso del ponte levatoio, Dagmar contempla per un attimo il fossato che la divide dall'aggressore. Dice :
«Vorrei tanto potermi arrendere.»

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HELGA viene avanti lungo il corridoio, portando sulle braccia un vassoio sul quale è un piatto fumante. Intorno alla minestra, le posate, un bicchiere, una caraffa d'acqua.
Il corridoio è troppo stretto per lasciar passare un'altra persona proveniente dalla direzione opposta; dopo una breve esitazione, la ragazza s'addossa al muro, stringendo a sé il suo fardello. La caraffa scivola, ma si ferma a un pelo dalla caduta. L'acqua sussulta un poco, ma il disastro sembra evitato. Helga passa entrambe le braccia sotto il vassoio, tenendolo perfettamente orizzontale, e si stringe ancor più al muro.
Il corridoio è buio, ma gli occhi della giovinetta brillano. Forse si sente un po' in pericolo e un po' indifesa: di qui il suo evidente turbamento, temperato da una certa espressione divertita che le si legge in viso.
Sorride, con un impaccio che si fa a poco a poco sempre più impaziente.
Ma prima di poter pronunciare parola, la sua nuca si incolla istintivamente al muro, gli avambracci tentano di sbarazzarsi del vassoio, che oscilla pericolosamente, le mani si contraggono sull'orlo, il viso appare più sbalordito che indignato. Le labbra sono fresche, ma strette in un broncio ribelle. Non sa se ridere o arrabbiarsi.
Poi decide di fuggire, lungo il corridoio, scuotendo il capo come se avesse ascoltato una battuta un po' spinta. Regge il vassoio in perfetto equilibrio, ma praticamente corre.
La caraffa è giunta a destinazione senza incidenti. Tornando indietro Helga, prima di inoltrarsi nel corridoio, prende la precauzione di accendere la luce.

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Ogni pagina è un elemento a sé stante. Evidentemente non c’è una trama lineare: l’impressione è che i frammenti di testo si presentino così come affiorano nella testa di X alla maniera di ricordi strappati dal terapeuta alla mente di un paziente. Per fortuna una qualche sorta di lasco legame c’è: i personaggi ricompaiono, certe scene sono simili ad altre, certe situazioni sembrano ripetersi, in qualche caso si sovrappongono. Ci sono, come nei ricordi di ciascuno, anche delle incoerenze: due personaggi compaiono solo in una pagina e non sono richiamati altrove, alcune situazioni non sembrano collegarsi alle altre.

Man mano che la lettura procede i personaggi sembrano delinearsi: Dagmar è la giovane amante di X, Marianne è sua moglie. Ci sono episodi che sono ambientati durante la resistenza, c’è un furto, un incidente d’auto e la corsa verso l’ospedale, l’adolescente Helga che viene violentata, articoli del codice penale, qualche ricordo d’infanzia. Tutto è però rigorosamente al tempo presente: non c’è né passato, né futuro, solo voci disgiunte che parlano al presente. X non è mai descritto, non parla mai, sembra quasi non esistere. E se X fosse contemporaneamente il narratore e il lettore? Il lettore che si identifica con il narratore? Comunque sia, è la sua muta presenza che dà un po’ di coerenza al tutto, una coerenza semantica più che narrativa.

Come mi aspettavo, la contrainte estrema scelta da Saporta fa sì che Composizione n°1 sia il tipico libro in cui succede poco. Poiché le pagine devono poter essere lette in ogni combinazione possibile, è come se ciascuna di esse dovesse essere abbastanza indefinita da non vincolarne troppo il senso. Il lettore che si aspetta il racconto di una storia, che cerca la sicurezza di parametri di riferimento spazio-temporali precisi, rimane deluso. Il libro va preso per quello che è: un serio esperimento anticipatorio, il cui solo godimento, che è quello di comporre i pezzi di un puzzle, è penalizzato dal supporto cartaceo, l’unico disponibile quando fu scritto. Probabilmente un programma combinatorio e la possibilità di lettura al computer, così come è stato fatto per i Cent mille milliards de poèmes di Raymond Queneau, oggi gli gioverebbero.

Due ultime informazioni: a) Composizione n°1 è il titolo di un quadro astratto incompiuto che compare dietro la testata del letto nella stanza di Dagmar; b) l’ipotesi di ammissione di Saporta all’Oulipo fu respinta in una delle periodiche riunioni del consesso.

venerdì 8 maggio 2009

Euclide secondo Guillevic



Il bretone Guillevic (Eugéne Guillevic, 1907-1997) è considerato uno dei poeti francesi più importanti del XX secolo. Il suo stile è lontano da ogni artificio stilistico: i suoi versi sono brevi, disadorni, semplici, al punto che sono stati paragonati agli haiku. Altrettanto comuni sono i soggetti delle sue poesie: i paesaggi rocciosi e severi della sua Bretagna, sospesi tra vento e mare, i menhir, le passeggiate solitarie, il profumo del pane fresco, i muri, il quotidiano lavoro d’ufficio. E, soprattutto, c’è la constatazione del mistero di ciò che separa l’uomo dalle cose che lo circondano, dalle sue attività più disparate, lo straniamento presente sia quando il falegname costruisce un mobile sia quando un ricercatore fa una nuova scoperta. Una separazione che il poeta si sforza di superare con la parola, cercando di ricomporre l’unità primordiale. Una poesia “primitiva” e profonda, intensamente autobiografica, visto che egli stesso si definì “un uomo della preistoria”.

La sua opera è poco conosciuta da noi, forse perché è proprio la semplicità del linguaggio a renderla difficile da tradurre. Il passaggio da una lingua all’altra non rende giustizia all’alone magico che circonda anche le parole più semplici quando sono usate in modo appropriato. Con il suo suono originale se ne va anche una parte, talvolta fondamentale, del significato. Così la traduzione rischia di apparire piatta e noiosa. Eppure Guillevic ha pubblicato molte raccolte nel suo paese: una quindicina a partire dal 1942, quando uscì Terraqué, fino a Présent, uscita l’anno della sua morte, senza contare le edizioni postume di inediti. In mezzo tanti capolavori, che sono valsi al loro autore il Gran Premio di poesia dell'Académie française nel 1976 e il Gran Premio nazionale di poesia nel 1984.

La raccolta più famosa di Guillevic uscì nel 1961. Dedicata alla natia Bretagna, Carnac fonde il suo linguaggio con le pietre della terra, per forgiare una poesia minima e potente, in cui il non detto è altrettanto importante delle parole. Da Carnac traggo qualche esempio rappresentativo del poetare dell’autore:

Eglise de Carnac
qui est comme un rocher
on aurait creusé
et meublé de façon
y avoir plus peur.

Chiesa di Carnac
che è come una roccia
che si scavò
e arredò in modo
da avervi più paura.


Beaucoup d’hommes sont venus,
sont restés. Terre d’ossements,
poussière d’ossements.
Il y avait donc
l’appel de Carnac.
Comment chantaient-ils,
ceux des menhirs?
Peut-être est-ce là
qu’ils avaient moins peur.
Centre du ciel et de la mer,
de la terre aussi,
la lumière le dit.
Chantant, eux,
pas loin de la mer,
pour être admis par la lumière.
Regardant la mer,
lui tournant le dos,
implorant la terre.

Molti uomini sono arrivati,
sono restati. Terra d’ossa,
polvere d’ossa.
C’era dunque
il richiamo di Carnac.
Come cantavano,
quelli dei menhir?
Forse è proprio là
che avevano meno paura.
Centro del cielo e del mare,
e pure della terra,
la luce lo dice.
Cantando, essi,
non lontano dal mare,
per essere ammessi dalla luce.
Guardando il mare,
girandogli la schiena,
implorando la terra.

Il motivo principale per il quale parlo di Guillevic è tuttavia un altro. Egli, prima di intraprendere la carriera di funzionario pubblico al ministero delle finanze francese, aveva ottenuto il Bac in matematica nel 1926. E di matematica parlano le poesie della raccolta Euclidiennes, comparsa nel 1969. Si tratta di un insieme di testi relativi alla geometria euclidea, ciascuno accompagnato dall’illustrazione dell’ente relativo. Vi si trovano le rette e le loro proprietà, i poligoni regolari, le coniche, le curve come la sinusoide e la cicloide, i solidi regolari. Lo stile è semplice e a prima vista ingenuo: l’autore nell’introduzione afferma di conoscere solo la matematica elementare. Non è però il caso di fidarsi di un Ispettore delle Finanze…

Ecco alcuni esempi dell’Euclide di Guillevic:

Droite

Au moins pour toi,
pas de problème.
Tu crois t'engendrer de toi-même
à chaque endroit qui est de toi,
au risque d'oublier
que tu as du passé,
probablement au même endroit.
Ne sachant même pas
que tu fais deux parties
de ce que tu traverses,
tu vas sans rien apprendre
et sans jamais donner.

Almeno per te,
nessun problema.
Credi di darti origine da sola,
in qualsiasi punto che t’appartiene,
a rischio di dimenticare
che hai del passato,
probabilmente nello stesso punto.
Non sapendo nemmeno
che fai due parti
di ciò che attraversi,
tu vai senza imparare
e senza mai donare.


Carré

Chacun de tes cotés
s'admire dans les autres.
Où va sa préférence?
Vers celui qui le touche
ou vers celui d'en face?
Mais j'oubliais les angles
où le dehors s'irrite
au point de t'enlever
les doutes qui renaissent.

Ciascuno dei tuoi lati
si contempla negli altri.
A quale va la sua preferenza?
Verso quello che lo tocca
o verso quello di fronte?
Ma ho scordato gli angoli,
dove l’esterno si irrita
al punto di toglierti
i dubbi che rinascono.


Triangle isocèle

J'ai réussi à mettre
un peu d'ordre en moi-même.
J'ai tendance à me plaire.

Sono riuscito a mettere
un po’ d’ordine in me stesso.
Ho la tendenza a piacermi.


Triangle équilatéral

Je suis allé trop loin
Avec mon souci d'ordre.
Rien ne peut plus entrer.

Sono andato troppo lontano
con il mio desiderio d’ordine.
Non può entrare più niente.


Triangle scalène

Bon pour danser,
virevolter
sur ma base, sur mon sommet,
sur mes côtés, mes autres angles.
C’est que je suis toujours
agité, tiraillé,
par des angles, pare des côtés
assemblés au hasard
et sans égalité.

Buono per danzare,
fare giravolte
sulla mia base, sul mio vertice,
sui miei lati, i miei altri angoli.
È che sono sempre
agitato, strattonato
per degli angoli, per dei lati
messi insieme a casaccio
e senza regolarità.


Tangente

Je ne toucherai qu’une fois
et vous saurez que c’est furtif.
Inutile de m’appeler
tout autant de me rappeller.
Vous aurez grandement le temps
de vous redire ce moment
et d’essayer de vous convaincre
que nous restons l’un contre l’autre.

Non toccherò che una volta
e saprete che è furtivo.
Inutile chiamarmi
e altrettanto richiamarmi.
Avrete tutto il tempo
di ripetervi questo momento
e di provare a convincervi
che restiamo l’uno contro l’altro.

lunedì 4 maggio 2009

Qualche haiku scientifico



Writing a poem
in seventeen syllables
is very diffic

(John Cooper Clarke)



Haiku, poesia in diciassette sillabe

L'haiku è un componimento poetico di tre versi caratterizzati da cinque, sette e cinque sillabe (o, meglio, onji, che sono gli ideogrammi del sistema di scrittura giapponese). In questa brevissima forma poetica, nata nel XVI secolo, si riflette l'amore tutto minimalista della cultura giapponese per le cose semplici. Un haiku di Matsuo Bashō può rendere l’idea:

Nel vecchio stagno
una rana si tuffa.
Il rumore dell’acqua.

Secondo Roland Barthes (ne L’impero dei segni, 1970), l'haiku non descrive, ma si limita ad immortalare un'apparizione, a fotografare un attimo: è per questo che tra le sue caratteristiche peculiari troviamo la leggerezza e, soprattutto, una grande sintesi, che spalanca un vuoto ricco di suggestioni.

Soggetto dell'haiku sono scene rapide ed intense che rappresentano, in genere, la natura e le emozioni che esse lasciano nell'animo dell'haijin (il poeta). Solitamente il primo (o l'ultimo) verso contiene il cosiddetto riferimento stagionale o kigo, una parola che definisce il momento dell'anno in cui viene composta o al quale è dedicata e che fa immergere nell'atmosfera descritta nei versi. Gli haiku tradizionali non hanno titolo.

Il primo grande poeta del genere fu il già citato Matsuo Bashō (1644-1694), venerato già prima della morte per la tensione ascetica della sua arte e della sua vita da eremita errante:

Silenzio:
graffia la pietra
la voce delle cicale.

Yosa Buson (1715-1783), conosciuto prima come pittore che come poeta, rivela nei suoi versi una natura più concreta e un’acuta sensibilità per l’immagine:

Candidamente sta
sulla bianca peonia
una formica di montagna.

Dopo Buson l’haiku andò incontro a un periodo di crisi, in cui predominò un’arte priva di profondità e di creatività, alla quale tentarono di reagire criticamente alcuni poeti dotati di spirito umoristico o parodistico. Tra questi vi fu Senryū Karai (1718-1790), che diede origine e il nome ai senryū, componimenti che, pur rispettando la metrica degli haiku, non si occupano di mondo naturale, ma di argomenti legati alla vita e ai difetti degli uomini, affrontati talvolta con cinico umorismo o con intento satirico:

Il ladro,
quando lo acchiappo.
È mio figlio

Nel quadro di decadenza dell’haiku tradizionale, isolata fu l’esperienza artistica di Kobayashi Issa (1763-1828), dalla vita segnata da numerose tristi esperienze, che rivela un’attenzione per le manifestazioni meno appariscenti della natura e un sentimento di intima solidarietà con gli umili.

La neve si scioglie:
nel villaggio frotte
di bambini.

Masaoka Shiki (1867-1902) è considerato l’ultimo grande maestro e il rinnovatore del genere. Nella sua breve e attivissima vita, influenzato dalla cultura occidentale, egli criticò nei suoi saggi l’immobilismo della poesia giapponese sua contemporanea, mettendo duramente in discussione la piatta imitazione dei modelli classici e il “culto” di Bashō, cui contrappose il realismo di Buson:

Passa la locomotiva:
nel fumo un turbine
di giovani foglie.

In Giappone oggi più di dieci milioni di persone si dilettano a scrivere haiku. Quasi tutti i giornali giapponesi hanno una rubrica a loro riservata.


L'haiku in occidente

Le prime traduzioni di haiku in occidente furono pubblicate agli inizi dell’900 in Francia e in Inghilterra. Oltralpe i resoconti di viaggio e le traduzioni curate da Paul-Louis Couchoud (1870-1959) furono fonte di ispirazione per una generazione di poeti come Julien Vocance (1878-1954), che scrisse della sua esperienza di guerra del 1914-18:

Ils ont des yeux luisants
De santé, de jeunesse, d'espoir
Ils ont des yeux en verre.

Hanno degli occhi lucenti,
di salute, di giovinezza, di speranza.
Hanno occhi di vetro.

Di haiku si occuparono, anche scrivendone, Rainer Maria Rilke (1875-1926), Jean-Richard Bloch (1884-1947), René Maublanc (1891-1960), Jean Paulhan (1884-1968) e Paul Eluard (1895-1952).

Contemporaneamente, le prime traduzioni dal giapponese esercitarono un influsso sugli imagisti anglo-americani, cui si legò successivamente e per qualche tempo Ezra Pound (1885-1972). Nel 1913 egli pubblicò una breve poesia simile agli haiku, In a Station of the Metro:

The apparition of these faces in the crowd;
Petals on a wet, black bough.

L’apparire di questi volti nella folla,
petali su un umido, nero ramo

La dichiarazione di Pound, di qualche anno successiva, “Non usare alcuna parola superflua, nessun aggettivo, che non riveli qualcosa” è molto vicina allo spirito degli haiku.

Dopo un periodo di relativo oblio, fu solo dopo la seconda guerra mondiale che rinacque nel mondo occidentale l’attenzione per gli haiku, soprattutto grazie ai saggi dell’inglese Reginald Horace Blyth sulla cultura giapponese e alla scoperta, non sempre pienamente compresa, del buddismo Zen. La prima traduzione in una lingua occidentale di un intero volume di haiku avvenne tuttavia in spagnolo. Nel 1956 il poeta e premio Nobel messicano Octavio Paz (1914-1998) pubblicò la traduzione del celebre libro di Bashō Oku no Hosomichi, “La stretta strada per Oku”. L'introduzione dell’haiku ha rappresentato per la poesia occidentale, secondo Paz, una critica della spiegazione e della reiterazione, che sono malattie della poesia.

L’opera di divulgazione e di critica di Blyth stimolò la pubblicazione delle prime raccolte di traduzioni, che a loro volta incoraggiarono la composizione di haiku, soprattutto presso i poeti e gli scrittori della Beat Generation degli anni ’50 e ’60. Scrittori come Jack Kerouac e Allen Ginsberg hanno scritto haiku. Ne I Vagabondi del Dharma (1958) Kerouac fa scrivere haiku ad uno dei protagonisti. Ecco un suo componimento:

Empty baseball field
A robin
Hops along the bench.

Vuoto campo di baseball.
Un pettirosso
saltella lungo la panca.

Più che per il rispetto della metrica, gli haiku di questi poeti sono notevoli per il tentativo di renderne l’atmosfera.

Altri autori di haiku sono stati lo spagnolo Antonio Machado (1875-1939), il greco Ghiorgos Seferis (1900-1971), il geniale e controverso Jorge Luis Borges (1899-1986) e l’uruguaiano Mario Benedetti (1920-2009), i cui componimenti hanno spesso il sapore icastico dell’epigramma:

La mariposa
recordará por siempre
que fue gusano

La farfalla
ricorderà per sempre
che fu un verme.

In Italia, vicine allo spirito degli haiku sono le poesie degli ermetici della prima e seconda generazione, come Giuseppe Ungaretti (1888-1970), Sandro Penna (1906-1976), Salvatore Quasimodo (1901-1968), Leonardo Sinisgalli (1908-1981). Il vero haiku ha incontrato difficoltà ad affermarsi, nonostante la passione di dotti cultori come Giuliano Manacorda, il quale ha fondato l’Associazione Italiana Amici dello Haiku, che organizza ogni anno un concorso nazionale, secondo il costume giapponese. Nel nostro paese hanno scritto haiku, tra gli altri, Giuseppe Bonaviri, Luciano Erba, Marco Lodoli, Silvio Ramat, Andrea Zanzotto. Anche Edoardo Sanguineti ha pubblicato alcuni haiku:

È il primo vino:
calda schiuma che assaggio
sulla tua lingua.

Lo haiku tradizionale richiedeva un lungo periodo di apprendimento e di formazione, mentre quello contemporaneo è spesso a torto considerato come una forma di poesia “immediata” che può essere scritta da chiunque. Se molti poeti di haiku restano fedeli agli standard tradizionali, molti altri li hanno abbandonati, rivendicando la libertà personale e creativa e intraprendendo una continua ricerca sia riguardo alla forma sia rispetto al soggetto. Oggi si scrivono haiku (o pseudo-haiku) in molte lingue e su qualsiasi argomento, affrontando temi quali il sesso, la fantascienza, la violenza, che avrebbero inorridito persino un innovatore come Shiki. Esistono su internet anche programmi appositamente creati per generare componimenti casuali in forma di haiku.


Haiku scientifici

La restrizione delle diciassette sillabe pone gli autori che vogliano cimentarsi con un soggetto matematico o scientifico di fronte a difficoltà ardue da superare. Molti decidono di liberarsi dai vincoli della metrica, scrivendo poesie ermetiche che non possono essere considerate veri e propri haiku o senryū; chi invece vuol restare fedele allo schema tradizionale si trova ad affrontare un’ulteriore scoglio, dato che la precisione terminologica richiesta dall’argomento si scontra con uno spazio troppo angusto. Esiste anche il fatto, comune ad altre forme poetiche, che il soggetto, per sua natura, non può essere apprezzato da un pubblico molto vasto.

Nonostante ciò, esistono autori che accettano la sfida. Ecco alcuni esempi reperibili in internet:

Plasmic sun kisses
Celestial equator:
Vernal equinox

Il Sole di plasma bacia
l’equatore celeste:
equinozio di primavera.
(Judith Meskill)

Beautiful theorem
The basic lemma is false
Reject the paper.

Teorema bellissimo.
L’assunto di base è falso,
scartate l’articolo..
(J. L. Alperin, Chicago University)

Di seguito presento qualcuna delle mie incursioni più o meno umoristiche nel campo degli haiku e senryū scientifici, caratterizzate dalla restrizione supplementare del rispetto assoluto delle 17 sillabe (che in origine sono ideogrammi). Ciò ha causato qualche malumore tra gli esperti di metrica italiana. Non importa.

Fiore di pesco
lieve cade sul prato:
g in azione.

Probabilità
di trovarti a casa,
nell’orbitale.

Pioggia di marzo:
allo stato liquido
ora scende l’acqua.

Discontinuità
turba lo spazio-tempo:
un palloncino.

Spesso l’umore
è questione di clima,
di ettopascal.

Le traiettorie:
solo ombre fugaci,
non particelle.

Ormai tra di noi
forze di van der Waals,
stanco amore.

Raggio di luna
sullo specchio di giada:
r come i.

La vecchia diga:
energia potenziale
diverrà luce.

Le ammoniti
son piene di acciacchi:
Maastrichtiano.

Vesti festose
a nicol incrociati
nel mio granito.

Bandiera rossa:
acido reagisce
il tornasole.

Meravigliosa
partitura per quattro:
A, C, G e T.

Vita: programma
che genera in output
proprio se stesso.

Antipatiche
media, moda, mediana,
le conformiste.

domenica 3 maggio 2009

La poesia di Sandro Bondi



Non stupisce che, nelle pubblicazioni di critica della letteratura contemporanea, l’opera di chi si è opposto costantemente ai crimini commessi dai comunisti italiani durante la guerra e nei cinquant’anni successivi di ininterrotto esercizio del potere sia stata finora colpevolmente ignorata. Feudo della sinistra, il mondo intellettuale non ha mai perdonato chi ha cercato, spesso pagando di persona, di alzare la voce contro questa supremazia culturale sorretta dalle molotov e dai rubli. Ogni branca della cultura e delle arti ha avuto le sue vittime, i suoi martiri della libertà, da Buzzanca nel cinema a Pingitore nel teatro, solo per fare alcuni nomi. La più illustre vittima di questa conventio ad excludendum è però stata l’opera poetica di Sandro Bondi. Solo oggi, ritrovata la Libertà, il suo Popolo può finalmente apprezzare una considerevole parte del patrimonio culturale italiano occultato per anni sotto un vergognoso drappo rosso.

Già militante del P.C.I., per il quale fu sindaco di Fivizzano (MS), il Bondi si è reso ben presto conto del suo errore, approdando da tempo ad altri lidi, dove ha anche trovato il conforto della fede. Di animo sensibile, introverso e riflessivo, poco uso alla rissa e alle sguaiatezze della politica nostrana, recentemente è giunto al più alto Ufficio della cultura italiana, ultimo approdo della sua navigazione politica da oriente a occidente, dall’oppressione alla libertà. Così, dal loro soggiorno in Elicona, le Muse hanno voluto premiare un loro servo fedele, da tempo dedito, su loro ispirazione, alla poesia amorosa. Dapprima passatempo innocuo e solitario, o al massimo da condividere con pochi e scelti amici, la poesia bondiana, complice il prestigioso (e coraggioso) settimanale letterario Vanity Fair, è divenuta di pubblico dominio, facendo scoppiare un caso. Critici e lettori, stanchi di procellose avanguardie, di sperimentalismi di maniera e di manie di sperimentazione, hanno potuto finalmente cullarsi nella placida risacca del verso essenziale del Bondi, che affascina per la sua costruzione semplice e ispirata: sostantivo + aggettivo. E tutti, nel fresco e ripetuto sciacquio delle onde, si sono posti sull’Autore la stessa ferale domanda: “Ma Bondi, ci è o ci fa?”

Il Poeta, prendendo le distanze dall’impostazione tutta ideologica di Rodari, sposa la lezione di una maestra di letteratura per l’infanzia quale fu Cristina D’Avena. Egli non ha perso l’incanto con il quale un bambino guarda il mondo attraverso la sua quotidianità. E la quotidianità di Bondi è la politica, con le sue persone, gli amici, le donne, i valori della famiglia. La sua scelta stilistica, solo apparentemente ingenua, è al contrario pienamente consapevole: il verbo, l’avverbio, il pronome sono inutili complicazioni intellettualoidi. Il discorso poetico deve essere semplice come quello di un bambino, perché il Popolo è tale e ha diritto anch’esso di accostarsi alle alte vette della Poesia.

Non stupisce quindi che i pochi fortunati che hanno avuto modo di accedere alle sue ultime fatiche, ancora inedite, parlino di un’ulteriore evoluzione del Nostro verso il linguaggio dell’infanzia più precoce, per avvicinare larghi strati di popolazione che la scuola pubblica ha colpevolmente tenuto sulle soglie dell’analfabetismo poetico privilegiando l’indottrinamento ideologico. Così il lessico si ingrandisce assieme ai potenziali destinatari e abbonda di pappa, mamma, cacca, puci-puci, tata, nghé, papà, pupù e altri ripetuti balbettii in un programmatico rimbambimento semantico e metodologico. Siamo in fremente attesa di vedere l’inchiostro asciugarsi sulla carta.

Ma è tempo che il critico si faccia da parte e lasci la parola al Poeta.

Amici

Per le nozze di Elio Vito
Fra le tue braccia magico silenzio.
Fra le tue braccia intenerito ardore.
Fra le tue braccia campo di girasoli.
Fra le tue braccia sole dell’allegria.

A Giuliano Ferrara
Antro d’amore.
Rombo di luce.
Parole del sottosuolo.
Fiume di lava.
Ancora di salvezza.

A Walter Veltroni
Tenero padre,
madre dei miei sogni.
Anima ulcerata.
Figlio mio ritrovato.

A Fabrizio Cicchitto (la più famosa)
Viviamo insieme
questa irripetibile esperienza
con passione politica
autentica,
con animo casto
e con la sorpresa
dell’amicizia.
Ci mancheremo
quando verrà il tempo nuovo
e ci rispecchieremo finalmente
l’un nell’altro.
E ci mancherà
anche quello che non
abbiamo vissuto assieme
fra i banchi della scuola,
nell'adolescenza inquieta,
e nell'età in cui non si ama.
La mia fede
è la tenerezza dei tuoi sguardi.
La tua fede
è nelle parole che cerco.

Donne

Ad una misteriosa commessa della Camera
Dolente fulgore.
Mite regina.
Misteriosa malia.
Polvere di stelle.

A Michela Vittoria Brambilla
Ignara bellezza.
Rubata sensualità.
Fiore reclinato.
Peccato d’amore.

A Stefania Prestigiacomo
Luna indifferente.
Materna sensualità.
Velo trasparente.
Severo abbandono.

Ad Anna Finocchiaro
Nero sublime.
Lento abbandono.
Violento rosso.
Fugace ironia.
Bianco madreperla.
Intrepido mistero.

La famiglia

A Gabriella (la moglie)
Dolcissimo Padre.
Amore unico.
Corazza dello spirito.
Roccia di lava.
Anima fuggitiva.

A Francesco (il figlio)
Mi calmavi
fingendo di dormire.
Sembravi tranquillo,
ma ti asciugavi
le lacrime.
Padre di tuo papà,
come sarà
nel momento dell’addio

Il Salvatore

A Silvio
Vita assaporata.
Vita preceduta.
Vita inseguita.
Vita amata.
Vita vitale.
Vita ritrovata.
Vita splendente.
Vita disvelata.
Vita nova.

A Rosa Bossi in Berlusconi
Mani dello spirito.
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio.

A Veronica Lario in Berlusconi*
Bellezza del soccorso,
sensuale ironia,
vigore dell’amore,
intrepida solitudine.

*Sembra che quest’ultima opera sia stata rinnegata dall’Autore, che ieri ha affermato di non averla mai scritta. Si tratterebbe invece di un perfido falso architettato da Asor Rosa. Il Bondi si è affrettato a divulgare il testo originale, che riporto in anteprima:

A Miriam Raffaella Bartolini
Infamia dell’indifferenza,
banale seriosità,
morbo della malevolenza,
pavida Unità.

AGGIORNAMENTO DEL 15 LUGLIO 2009: Ai cultori ed estimatori del Vate consiglio la lettura delle opere di una sua ignara e prona parodista: Ellekappa, che prosegue qui.

venerdì 1 maggio 2009

Primo Maggio



Kalenda Maia

Kalenda maia
Ni fueills de faia
Ni chans d'auzell ni flors de glaia
Non es qe.m plaia,
Pros dona gaia,
Tro q'un isnell messagier aia
Del vostre bell cors, qi.m retraia
Plazer novell q'amors m'atraia
E jaia,
E.m traia
Vas vos, donna veraia,
E chaia
De plaia
.l gelos, anz qe.m n'estraia.

Ma bell' amia,
Per Dieu non sia
Qe ja.l gelos de mon dan ria,
Qe car vendria
Sa gelozia,
Si aitals dos amantz partia;
Q'ieu ja joios mais non seria,
Ni jois ses vos pro no.m tenria;
Tal via
Faria
Q'oms ja mais no.m veiria;
Cell dia
Morria,
Donna pros, q'ie.us perdria.

Con er perduda
Ni m'er renduda
Donna, s'enanz non l'ai aguda
Qe drutz ni druda
Non es per cuda;
Mas qant amantz en drut si muda,
L'onors es granz qe.l n'es creguda,
E.l bels semblanz fai far tal bruda;
Qe nuda
Tenguda
No.us ai, ni d'als vencuda;
Volguda,
Cresuda
Vos ai, ses autr'ajuda.

Tart m'esjauzira,
Pos ja.m partira,
Bells Cavalhiers, de vos ab ira,
Q'ailhors no.s vira
Mos cors, ni.m tira
Mos deziriers, q'als non dezira;
Q'a lauzengiers sai q'abellira,
Donna, q'estiers non lur garira:
Tals vira,
Sentira
Mos danz, qi.lls vos grazira,
Qe.us mira,
Cossira
Cuidanz, don cors sospira.

Tant gent comensa,
Part totas gensa,
Na Beatritz, e pren creissensa
Vostra valensa;
Per ma credensa,
De pretz garnitz vostra tenenza
E de bels ditz, senes failhensa;
De faitz grazitz tenetz semensa;
Siensa,
Sufrensa
Avetz e coneissensa;
Valensa
Ses tensa
Vistetz ab benvolensa.

Donna grazida,
Qecs lauz' e crida
Vostra valor q'es abellida,
E qi.us oblida,
Pauc li val vida,
Per q'ie.us azor, donn' eissernida;
Qar per gencor vos ai chauzida
E per meilhor, de prez complida,
Blandida,
Servida
Genses q'Erecs Enida.
Bastida,
Finida,
N'Engles, ai l'estampida.

Calendimaggio

Né calenda di maggio né foglia di faggio né canto di uccello né fiore di gladiolo c'è che mi piaccia, nobile e gaia signora, finché uno svelto messaggero io riceva dalla vostra bella persona, che mi riferisca di un nuovo piacere, sicché amore mi attiri e giaccia con voi e mi spinga verso voi, dama sincera; e cada ferito il geloso prima che mi ritiri.

Mia bell'amica, in nome di Dio, non avvenga mai che il geloso rida del mio male, perché pagherebbe caramente per la sua gelosia, se separasse due amanti come questi; perché io non sarei mai più gioioso, né, senza di voi, gioia mi varrebbe: tale via prenderei che più nessuno mai mi vedrebbe; il giorno che vi perdessi, dama eccellente, io morirei.

Come sarà perduta e come potrà essermi restituita una dama se non l'ho avuta? Infatti non si può essere amanti solo con il pensiero; ma quando l'innamorato si muta in amante, grande è l'onore che cresce in lui, e l'espressione felice fa sorgere questo mormorio. Eppure non vi ho mai tenuta nuda, né vinta in altro modo: vi ho desiderata e ho riposto in voi la mia fede senza altra ricompensa.

Difficilmente avrei gioia, Bel Cavaliere, se mi separassi tristemente da voi perché altrove il mio cuore non si rivolge né mi attira il mio desiderio, ch'altro non desidera; perché so, signora, che piacerebbe ai maldicenti, che diversamente non starebbero in pace: qualcuno vedrebbe, ascolterebbe le mie disgrazie e di esse vi sarebbe grato, qualcuno che vi guarda, che vi pensa pieno di speranza, sicché il cuore sospira.

Così gentilmente nasce e sopra tutti si ingentilisce e cresce, donna Beatrice, il vostro valore; nella mia opinior onorate il vostro dominio di pregio e di belle parole senza errore; di nobili fatti possedete il seme; avete scienza, pazienza e conoscenza; incontestabilmente rivestite il vostro valore di benevolenza.

Dama gentile, ciascuno loda e proclama il vostro valore che è amabile, e chi vi dimentica poco gli vale la vita, sicché io vi adoro, signora distinta; perché io vi ho scelta come la più nobile e la migliore, perfetta in pregio, e vi ho corteggiata e servita meglio di quanto Erec fece con Enide. Composta, finita, signor Inglese, ho l'estampida.

Raimbaut de Vaqueiras, (prima metà del XII secolo – 1207 ?)

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Ben venga maggio

Ben venga maggio
e 'l gonfalon selvaggio!
Ben venga primavera,
che vuol l'uom s'innamori:
e voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori,
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arboscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli,
ché le fiere e gli uccelli
ardon d'amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
ché non si rinnovella
l'età come fa l'erba;
nessuna stia superba
all'amadore il maggio
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
a' vostri innamorati,
rendete e cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi l'altrui core invola
ad altrui doni el core.
Ma chi è quel che vola?
è l'agiolel d'amore,
che viene a fare onore
con voi, donzelle, a maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, feste.
Qual sarà la più presta
a dargli el fior del maggio?
-Ben venga il peregrino.-
-Amor, che ne comandi?-
-Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi,
ché gli zitelli e grandi
s'innamoran di maggio.-

Angelo Poliziano (1454- 1494)

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Canzone del maggio

Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio era normale
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera...
………

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le "pantere"
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Fabrizio De André, da “Storia di un impiegato”, 1973