martedì 30 giugno 2009

Maggioranza di governo e catastrofi naturali: uno studio scientifico



K. Popinga, S. Fortuna, M. Alasort, dipartimento di iellologia politica, Facoltà di Inutilità Creativa, Università di Spotorno II

Relazione tra governo e disastri naturali in Italia dal 1994 al 2009: uno studio scientifico in onore di G. P.

Sintesi

La relazione tra maggioranza al governo in un paese e le catastrofi naturali che lo interessano è stata oggetto di studi negli Stati Uniti già qualche decennio fa (Riders e Storm, 1968), ma senza che l’esame delle evidenze storiche e sperimentali abbia consentito l’elaborazione di una connessione sicura. Più di recente, anche alla luce di nuove metodologie di studio, le ricerche in questo settore hanno conosciuto un nuovo impulso, particolarmente a seguito degli studi fondamentali della scuola di New Orleans (Hurricane, Thunder e Wage, 2006; Thunder e Lightning, 2007; Quake e Earth, 2008). In Europa gli studi americani hanno suscitato finora limitato interesse, ad eccezione di alcune pubblicazioni in Francia (Tremblemont e Deterre, 2007) e in Germania (Sturm e Drang, 2008). Nel nostro paese, la costituzione del dipartimento di iellologia politica presso la Facoltà di Inutilità Creativa di Spotorno II ha colmato una lacuna imperdonabile. Il presente studio, finanziato con il contributo della Fondazione Italo Malocchio, è il primo che esamina il rapporto intercorrente nel nostro paese tra l’accadere di catastrofi naturali e lo schieramento politico di maggioranza negli ultimi 15 anni. L’applicazione ad ogni evento catastrofico di un indice di gravità espresso in decimi, calcolato con l’algoritmo di Malchance (Malchance, 1970), che tiene conto dell’entità dei danni e del numero di vittime, ha consentito di rapportare la sommatoria di tali indici alla durata di ogni governo italiano. Si è ricavato quindi un coefficiente di disgrazia da associare ad ogni governo. L’analisi comparata ha così evidenziato che i governi retti da Silvio Berlusconi sembrano essere quelli che più possono essere messi in relazione a eventi catastrofici.

Eventi catastrofici naturali e coefficiente di gravità suddivisi per governo

10 maggio 1994 - 16 gennaio 1995 : Governo Berlusconi I

1994
6 novembre - Piemonte: forti piogge cadute per 3 giorni consecutivi sulla regione fanno esondare il fiume Tanaro e i suoi affluenti devastando pesantemente le province di Cuneo, Asti e Alessandria e in particolare le città di Alba, Asti e Alessandria causando decine di vittime. Indice di Malchance: 9

Durata governo: giorni 252, indice di gravità: 9

17 gennaio 1995 - 16 maggio 1996: Governo Dini

Durata governo: giorni 485, indice di gravità: 0

17 maggio 1996 - 20 ottobre 1998: Governo Prodi I

1996
19 giugno - La Versilia interna viene devastata da un'alluvione. Due paesi, Cardoso e Fornovolasco, vengono distrutti da una serie di frane. Si conteranno 14 morti. Indice di Malchance: 7

15 ottobre – Terremoto nel reggiano (magnitudo 5,4): il sisma è durato circa un minuto e le scosse di assestamento sono proseguite in tutti i mesi successivi. Nessuna vittima. Indice di Malchance: 1

1997
26 settembre - Terremoto in Umbria e nelle Marche (magnitudo 6,1). Furono coinvolte le zone di Colfiorito, Verchiano, Foligno, Sellano, Nocera Umbra, Assisi, Serravalle di Chienti, Camerino. Distrutte numerose frazioni del comune di Foligno ed altri centri, gravi danni alle città, soprattutto alle bellezze artistiche. Ad Assisi crolla la cupola della storica Basilica dedicata a San Francesco, patrono d'Italia. In totale vi furono 11 morti. Indice di Malchance: 9

1998
5 maggio - Alluvione di fango causata dall'incessante pioggia a Bracigliano, Siano, Sarno e Quindici in Campania, 159 morti. Indice di Malchance: 10
9 settembre – Terremoto in Basilicata e Calabria (magnitudo 5,2). Un morto a Maratea, travolto da una frana innescata dal sisma, mentre si trovava all'interno della propria auto. Individuati diversi problemi di instabilità nell'area. Indice di Malchance: 3

Durata governo: giorni 887, indice di gravità: 29

21 ottobre 1998 - 21 dicembre 1999: Governo D’Alema I

Durata governo: giorni 427, indice di gravità: 0

22 dicembre 1999 – 24 aprile 2000: Governo D’Alema II

2000
11 marzo – Leggera scossa sismica nel Lazio orientale (Canterano). Indice di Malchance: 1

Durata governo: giorni 124, indice di gravità: 1

25 aprile 2000 – 10 giugno 2001: Governo Amato II

2000
21 agosto – Lieve terremoto nel Piemonte orientale (magnitudo 4,6). Indice di Malchance: 1

Autunno - Disastrosa alluvione nel nord-ovest italiano colpisce pesantemente la Valle d'Aosta e il Piemonte, disseminando distruzione e morte. Torino travolta dalle piene dei fiumi Po, Dora, Stura di Lanzo e torrente Sangone. Interrotte strade e ponti crollati. Indice di Malchance: 8

Durata governo: giorni 412, indice di gravità: 8

11 giugno 2001 - 22 aprile 2005: Governo Berlusconi II

2002
6 settembre – Sisma in Sicilia settentrionale (magnitudo 5,6). Danni modesti ma 4 vittime. Indice di Malchance: 6
29 ottobre – Sisma in Sicilia orientale (magnitudo 4,5). Comuni interessati Santa Venerina, Zafferana Etnea, Milo, Acireale e Giarre. Diversi i feriti, 1.300 i senzatetto, un quartiere interamente inagibile e danni estesi a diversi edifici, chiese e scuole. Nessuna vittima. Indice di Malchance: 5
31 ottobre, San Giuliano di Puglia: le scosse di un violento terremoto dell'8° grado della Scala Mercalli (magnitudo 5,6) causano il crollo di una scuola, uccidendo 27 scolari e un'insegnante. Altre due persone muoiono in paese. Terremoti fino al 2 novembre. Danneggiati diversi comuni tra Molise e Puglia. Indice di Malchance: 10
31 dicembre – L'isola di Stromboli viene evacuata in seguito alla forte eruzione, con conseguente maremoto, avvenuta il giorno prima. Indice di Malchance: 1

2003
11 aprile – Terremoto in provincia di Alessandria e Appennino Ligure, con epicentro a 15 km. di profondità nel comune di Sant'Agata Fossili. Di magnitudo 4,8, fu avvertito in tutto il nord-ovest d'Italia; nei giorni successivi furono stimati danni per 80 milioni di euro in 58 comuni, con 300 sfollati e 5 mila case lesionate. Indice di Malchance: 4
14 settembre – Bologna, Emilia Romagna: sisma di magnitudo 5,0. In questa zona non si registravano scosse così violente dal 1929. È stato avvertito in tutto il centro e nord Italia. Indice di Malchance: 3
23 settembre, una violenta alluvione colpisce la città di Carrara e le zone adiacenti provocando un morto e moltissimi danni. Indice di Malchance: 5

2004
24 novembre – Terremoto il Lombardia orientale di magnitudo 5,2. Il sisma ebbe come epicentro Salò. Numerose le abitazioni danneggiate, 2.000 gli sfollati, per lo più rientrati nelle proprie case in pochi giorni. La frazione Pompegnino di Vobarno risultò il luogo più colpito. Nessuna vittima. Indice di Malchance: 8

Durata governo: giorni 1412, indice di gravità: 42

23 aprile 2005 – 16 maggio 2006: Governo Berlusconi III

2005
22 agosto – Sisma sulla costa laziale. (magnitudo 4,5) Molta paura ma pochi danni. Indice di Malchance: 0
27 novembre - Italia: Il fiume Tevere esonda in Umbria e a Roma raggiunge i 12 metri, livello record che viene superato solo dai 12 metri e 41 centimetri del 1986. Indice di Malchance: 2

2006
27 gennaio, Nord Italia: nevicate, come non succedeva da molti anni, colpiscono il nord Italia in particolare Lombardia, Liguria e Piemonte. Disagi a Milano, Genova e Torino. In tilt il traffico aereo a causa della chiusura degli aeroporti lombardi che riapriranno solo dopo oltre 24 ore. Indice di Malchance: 4
30 aprile - Italia: Una frana travolge una casa e ne danneggia una a Ischia; 4 morti e 9 feriti. Indice di Malchance: 5

Durata governo: giorni 389, indice di gravità: 11

17 maggio 2006 - 7 maggio 2008: Governo Prodi II

2006
14 luglio - Sull'Etna si aprono due bocche ad 3100 metri; la colata lavica prosegue verso la Valle del Bove. Indice di Malchance: 1
26 ottobre - Sisma di magnitudo 5,6 con epicentro una zona a largo di Stromboli. Si registrò un successivo piccolo tsunami sulle coste siciliane e calabresi. Indice di Malchance: 2

Durata governo: giorni 722, indice di gravità: 3

8 maggio 2008 – 30 giugno 2009: Governo Berlusconi IV (in carica)

2008
1 dicembre - A Venezia si verifica un'acqua alta record che raggiunge i 156 cm sopra il livello del mare, la quarta marea più alta dal 1800. Iniziano settimane di maltempo in tutta Italia, che porta il Tevere a livelli storici, e la neve in Valle d'Aosta ai 2 m, e costringerà la CGIL a sospendere lo sciopero generale per i mezzi a Venezia e Roma. Indice di Malchance: 3
23 dicembre – Terremoto nelle province di Parma e Reggio Emilia (magnitudo 5,2). Non causò nessun ferito grave ma solo danni moderati ad alcuni edifici storici dei centri più direttamente interessati. Indice di Malchance: 2

2009
5 aprile - Sisma con epicentro tra Forlì e Faenza (4,6). Fu percepito fino a Trieste per la profondità dell'ipocentro. Non si sono registrati particolari danni a persone o cose. Indice di Malchance: 2
6 aprile – terremoto a L’Aquila e nelle zone vicine (5,8 Richter): circa 300 morti. Il sisma, preceduto da diverse scosse con lievissimi danni nei mesi precedenti, si registrò in tutta la sua violenza alle ore 3:32 della notte tra domenica 5 e lunedì 6 aprile. La scossa, insieme a quelle che seguiranno nei giorni seguenti, anche fortissime seppure di grado inferiore, fu nettamente percepita in tutto il centro sud d'Italia, soprattutto a Teramo, Rieti e Pescara ma anche a Terni, Roma, Napoli e, risalendo a nord, anche in tutta l'alta valle del Tevere, nelle province di Arezzo e Perugia, nell'Appennino Tosco-Emiliano. Gravissimi i danni agli edifici e al patrimonio storico-artistico di L'Aquila, e comuni limitrofi. Crollano la Prefettura e la Casa degli Studenti (con dentro diversi giovani, molti dei quali deceduti), seriamente lesionati l'Ospedale Civile, l'Università e la Questura del capoluogo abruzzese. Letteralmente scomparsa la frazione aquilana di Onna. Più di mille i feriti e circa 40.000 gli sfollati in tutta la zona. Indice di Malchance: 10

Durata governo: giorni 419, indice di gravità: 17

Conclusioni

Il repertorio delle catastrofi naturali sopra riportato ha consentito di stabilire un indice di gravità secondo Malchance (Im) per tutti i governi italiani dal 10 maggio 1994 alla data odierna. L’indice di gravità stato rapportato alla durata in giorni (t) secondo la nota relazione di Cassandra (Crossing, 1976) per ricavare l’indice generale di disgrazia Igd:

Igd = Im × 100 ÷ t

Nello schema presentiamo i risultati ottenuti, elencando i governi sulla base di Igd:
Governo; Durata (gg); Indice di gravità; Indice di disgrazia
Berlusconi IV; 419; 17; 4,05
Berlusconi I; 252; 9; 3,57
Prodi I; 887; 29; 3,27
Berlusconi II; 1412; 42; 2,97
Berlusconi III; 389; 11; 2,83
Amato II; 412; 8; 1,94
D’Alema II; 124; 1; 0,81
Prodi II; 722; 3; 0,42
Dini; 485; 0; 0
D’Alema I; 427; 0; 0

I dati sono poi stati accorpati per tipo di maggioranza (centro destra e centro sinistra:

Maggioranza; Durata (gg); Indice di gravità; Indice di disgrazia
Centro Destra; 2472; 79; 3,20
Centro Sinistra; 3057; 41; 1,34

L’analisi dei risultati ottenuti, sia suddivisi per governo, sia accorpati per maggioranza, dimostra, secondo il nostro studio, che il signor Silvio Berlusconi, in quanto Presidente del Consiglio, è fortemente correlabile all’eventualità di catastrofi naturali in Italia.

sabato 27 giugno 2009

Trailer quiz: chi l’ha scritto ?



Perplexité

En sortant de sa cabane
le bûcheron se demande
s’il ne va pas neiger

pas un nuage
le bûcheron regarde le thermomètre
il fait trente-trois degrés

pas une brise
le bûcheron regarde le calendrier
on est le quatorze juillet

pas un souffle
le bûcheron suce son index
et le tend vers le ciel

le soleil fleurit
inondant la clairière
de ses étincelles

on ne saurait trop se méfier
le bûcheron se demande
s’il ne va pas neiger.


Perplessità

Uscendo dalla sua capanna
il boscaiolo si domanda
se non va a nevicare

neanche una nuvola
il boscaiolo guarda il termometro
ci sono trentatre gradi

neanche un venticello
il boscaiolo guarda il calendario
è il quattordici luglio

neanche un soffio
il boscaiolo si soffia l’indice
e lo tende verso il cielo

il sole fiorisce
inondando la radura
delle sue faville

non bisogna mai fidarsi
il boscaiolo si domanda
se non va a nevicare

(da Battre la campagne, 1968)


Pour un art poétique

Prenez un mot prenez en deux
faites-les cuir' comme des oeufs
prenez un petit bout de sens
puis un grand morceau d'innocence
faites chauffer à petit feu de la technique
versez la sauce énigmatique
saupoudrez de quelques étoiles
poivrez et puis mettez les voiles

où voulez-vous donc en venir ?
A écrire
Vraiment ? à écrire ??


Per un’arte poetica

Prendete una parola, prendetene due
fatele cuocere come delle uova
prendete un pizzico di senso
poi un gran pezzo d’innocenza
fatele scaldare al fuoco basso della tecnica
versate la salsa enigmatica
insaporite con qualche stella
pepate e poi issate le vele

dove volete dunque arrivare?
A scrivere
Davvero? A scrivere??

(da Le chien à la mandoline, 1958)


Suites s-additives

Nous appellerons suite s-additive une suite S de nombres entiers positifs > 0 strictement croissants:

u1, u2, ... , un ...

telle que:
a) les 2s premiers termes sont donnés et forment la base de cette suite;
b) pour n > 2s, un est le plus petit nombre entier plus grand que un-1 et tel que l'équation

un = ui + uj (ui, uj ∈ S, ui ≠ uj, i ≠ j)

ait exactement s solutions.


Serie s-additive

Chiameremo serie s-additiva una serie S di numeri interi positivi > 0 strettamente crescenti:

u1, u2, ... , un ...

Tale che:
a)i 2s primi termini sono dati e formano la base di tale serie;
b)per n > 2s, un è il più piccolo numero intero più grande di un-1 e tale che l’equazione

un = ui + uj (ui, uj ∈ S, ui ≠ uj, i ≠ j)

abbia esattamente s soluzioni.

(da Sur les suites s-additives, in Journal of Combinatorial Theory, 12, p. 31, 1972)

Quale scrittore ha scritto con eguale bravura i tre testi sopra riportati? Potete scrivere la risposta lasciando un commento (tanto non si vince niente) oppure attendere la soluzione in un prossimo articolo su questo blog, oppure ancora passare ad altro, che tanto non ve ne importa un fico secco.


Dimenticavo: le illustrazioni del boscaiolo e del piatto di spaghetti sono dell'ottimo Francesco Diotallevi.


domenica 21 giugno 2009

Parole inventate 1: dal quark alle fànfole


“Poor, poor, little Alice! She has not only been caught and made to do lessons;
she has been forced to inflict lessons on others”.
(G. K. Chesterton, 1932)



Il quark

Una parola inventata, scriveva Giampaolo Dossena (Il Dado e l’alfabeto, Nuovo dizionario dei giochi con le parole, Zanichelli, Bologna, 2004), “è una parola che s’era mai sentita, verbum inauditum: nel momento stesso in cui la si inventa, si inventa anche cosa potrebbe voler dire; oppure non indica proprio niente, sfuma nel nonsense (…) Una parola inventata che entra nell’uso e viene registrata dai vocabolari si chiama neologismo. Chi l’ha inventata si chiama onomaturgo. A dir la verità, tutte le parole, all’inizio, sono parole inventate, perché deve esserci stato per forza un momento in cui si è cominciato a indicare un oggetto o un’azione con un suono, un fonema, che prima non c’era.

I bambini sono grandi onomaturghi, seguiti a ruota dagli scrittori e dai poeti. D’Annunzio inventò parole come velivolo, che è entrata nell’uso comune, e arzente, tentativo meno fortunato di sostituire il francese cognac o l’inglese brandy per indicare le acquaviti raffinate.

Una delle parole inventate diventate più famose è senz’altro quark. Murray Gell-Mann e George Zweig, prima di presentare il modello dei quark nel 1964, si trovarono a dover decidere quale nome assegnare a questi costituenti fondamentali degli adroni. Gell-Mann aveva inizialmente pensato a qualcosa che ricordasse lo starnazzare di un’anatra, tipo quack, ma era incerto. Era però un appassionato lettore di James Joyce e si ricordò di aver letto nel Finnegan’s Wake la seguente terzina:

Three quarks for Muster Mark!
Sure he has not got much of a bark
And sure any he has it's all beside the mark.

La parola quark non esisteva ed era stata inventata da Joyce per creare un’assonanza con Mark e bark. Gell-Mann spiegò successivamente che la prima riga gli sembrava la storpiatura del comando di un cliente di un pub: “Three quarts for Mister Mark!” (un quart è un enorme boccale di birra da due pinte). Egli aveva comunque trovato il nome che gli piaceva, rafforzato nella decisione dalla presenza del numero tre, che corrisponde ai numero in cui i quark si trovano nei barioni (protone e neutrone).


Il sarchiapone

La parola inventata più nota della lingua italiana deve il suo successo al teatro di rivista e alla televisione. Si tratta di sarchiapone. Il termine comparve nel 1955 nella dodicesima scena del primo tempo della rivista O quante belle figlie madama Doré, di Terzoli e Vaime, con protagonisti Walter Chiari e Carlo Campanini. La scena s’intitolava Il sarchiapone americano e mostrava Carlo Campanini che faceva fuggire gli altri viaggiatori in modo da tenere per sé un intero scompartimento ferroviario, fingendo di avere in una cesta sulla reticella il misterioso sarchiapone. Walter Chiari dava uno straordinario saggio della sua abilità, interpretando uno dei passeggeri che si vantava di conoscere il sarchiapone tra titubanze, smorfie e versacci. Ripresa più volte in contesti cinematografici e televisivi, la scena sancì il successo della parola.


A lungo si è creduto di attribuire l’invenzione del sarchiapone a Terzoli e Vaime, ma in realtà il termine ha origini più antiche, comparendo per la prima volta nella raccolta di novelle Cunto de li cunti del napoletano Giambattista Basile, comparsa postuma nel 1635. Nell’opera compare non certo per indicare un misterioso animale trasportabile, ma un contadino zotico e ignorante (forse dal verbo “sarchiare”, smuovere e rompere il terreno):

“Aveva na magna femmina de Casoria chiamata Ceccarella no figlio nommenato Peruonto, lo quale era lo chiù scuro corpo, lo chiù granne sarchiopio e lo chiù solenne sarchiapone c’avesse creiato la Natura”. (Peruonto, trattenemiento tierzo della Giornata Prima)

Successivamente Sarchiapone diventò il nome proprio di uno dei personaggi principali della Cantata dei Pastori, opera teatrale scritta da Andrea Perrucci nel 1698.


Jabberwocky

Dicevo dei bambini e dei poeti come inventori di parole Se poi un poeta o uno scrittore scrive per un pubblico giovanile, l’onomaturgia esplode ai massimi livelli: il più grande di tutti è stato Charles Lutwidge Dodgson, che si firmava Lewis Carroll. Fu il logico inglese, fotografo e scrittore, che inventò per le tre figlie del pastore Henry Liddell il personaggio di Alice, uno dei più noti della letteratura mondiale, protagonista di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) e di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871). Entrambi i libri sono una fantasmagoria di giochi verbali di tutti i tipi: anagrammi, palindromi (“Was it a cat i saw?”), parole inventate, ecc.. Nel secondo libro di Alice compare anche un’intera poesia fatta con parole inesistenti, che porta il lettore nel regno del più completo nonsense: il Jabberwocky. Alice la trova scritta all’incontrario su un libro deposto sul tavolo mentre sta osservando il Re Bianco.

Inizialmente non capisce gli strani caratteri, ma poi riconosce che si tratta di un libro scritto allo specchio, come è normale che sia nel posto in cui si trova.

Jabberwocky

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

"Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!"

He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought—
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.

And, as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!

One two! One two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.

"And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!"
He chortled in his joy.

‘Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe:
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

Questi versi sono considerati l’esempio più importante di poesia nonsenical mai scritta in lingua inglese. Nonostante la gran profusione di parole inesistenti, essa rispetta perfettamente le regole compositive e la metrica dell'idioma originale. Per quanto praticamente intraducibile, è stata tradotta in numerose lingue. Riporto la versione italiana che ne fece Adriana Crespi negli anni ’70:

Il Ciarlestrone

Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.

«Attento al Ciarlestrone, figlio mio!
Fauci che azzannano, fauci che ti artigliano,
attento all'uccel Giuggio e attento ancora
Al fumibondo chiappabana!»

Afferò quello la sua vorpi da lama
a lungo il manson nemico cercò...
Cosí sostò presso l'albero Touton
e riflettendo alquanto dimorò.

E mentre il bellico pensier si trattenea,
il Ciarlestrone con occhiali brage
venne sifflando nella fulgida selva,
sbollentando nella sua avanzata.

Un, due! Un, due! E dentro e dentro
scattò saettante la vorpida lama!
Ei lo lasciò cadavere, e col capo
Se ne venne al ritorno galumpando.

«E hai tu ucciso il Ciarlestrone?
Fra le mie braccia, o raggioso fanciullo!
O giorno fragoroso, Callò, Callài!»
stripetò quello dalla gioia.

Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.

Nella poesia compare quello che in inglese è divenuto l’omologo del nostro sarchiapone: il tove (che la Crespi rende con tosso). Nel successivo dialogo con Alice, l’uovo antropomorfizzato Humpty Dumpty così descrive questi animali: “Beh, i toves sono una specie di tassi… sono un po’ come le lucertole… e un po’ come i cavatappi”. “Devono essere creature molto curiose a vedersi”. “Sì, - disse Humpty Dumpty – e fanno il nido sotto le meridiane… e si nutrono di cacio”.


Humpty Dumpty spiega poi ad Alice il significato di molte delle strane parole della poesia. Alcune di queste, come chortle e galumphing entreranno nel vocabolario della lingua inglese, a ulteriore dimostrazione del potere onomaturgico dei poeti. Lo stesso personaggio, nella sua surreale esposizione, illustra come molte di queste parole siano delle portmanteau words (parole valigia), formate dalla fusione di due parole esistenti. Se il risultato può essere spesso comico o surreale (galumphing è il prodotto di to galop e di triumphant), il procedimento è tutt’altro che fantasioso: molte parole sono nate proprio così, in tutte le lingue. Sono parole valigia, ad esempio, brunch (da breakfast e lunch), Tanzania (da Tanganika e Zanzibar), eliporto (da elicottero e aeroporto), il recente italiota (da italiano e idiota). Tornando ai quark, c’è chi contesta l’origine della parola così come l’ha raccontata Gell-Mann. Essa sarebbe invece una parola valigia, creata fondendo question mark (punto interrogativo), proprio per indicare la natura misteriosa che caratterizzava queste particelle.



La Gnòsi delle Fànfole

Non si può disquisire di parole inventate senza citare Fosco Maraini (1912-2004). Letterato, alpinista, viaggiatore, naturalista, etnologo, orientalista, insegnante di lingua e letteratura giapponese, (e padre della scrittrice Dacia), Maraini è stato in Italia il primo scrittore di quella che lui stesso ha definito “poesia metasemantica”, “composta di termini privi di senso se non per quello, obliquo, conferito ad essi dal loro stesso suono”. Le sedici poesie contenute nella Gnòsi delle Fànfole (Baldini, Castoldi e Dalai, 1994, ripubblicato nel 2007) costituiscono un piacere dello scherzo e dell’immaginazione, per l’invenzione continua di parole di origine sia dotta sia popolaresca, che si adattano perfettamente alla metrica pur lasciando al lettore il piacere di scoprire nuovi significati ad ogni lettura. Il diletto del lettore è accresciuto dalle note al testo le quali, invece di soddisfare la sua domanda di spiegazioni, lo confondono e lo divertono con commenti decisamente assurdi e fuorvianti. Così, dopo aver letto che “Il lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta”, si viene informati dalla nota che “non esistono testimonianze dirette che possano suffragare la teoria che ogni lonfo - in gioventù o nell’età matura - sia solito barigattare. Vittoria Contini Serpieri, nel suo Tutto quello che avreste voluto sapere sul barigatto ma non avete mai osato chiedere! (Edizioni La Lanterna, Genova, 1937), tratta ampiamente l’argomento ma nel pur esauriente testo non fa alcun cenno né al lonfo né ai lonfoidi in genere”. Per questioni di spazio riporto solamente le due poesie che più mi sono piaciute, ma sulle Fànfole ci tornerò:

Il lonfo

Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.
È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Il giorno ad urlapicchio

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dago e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infragelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzillano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

Continua...


mercoledì 17 giugno 2009

Le rane



Oggi è domenica e c’è il sole. Prendiamo la bici e ci allontaniamo dalla città, verso la bassa, zona di abbazie e risorgive, di campagne ordinate e di stagni. Ci accorgiamo che rispetto a quando eravamo bambini la bassa è più in basso, cioè è arretrata di una decina di chilometri. Forse non è la bassa che è arretrata, ma è la città che è avanzata, ma, ai fini pratici, è lo stesso: venti chilometri a/r di pedalate in più. Raggiungiamo un piccolo stagno che si è fatto notare per il gracidare delle sue rane. Ci togliamo scarpe e calze e mettiamo i piedi a mollo per vedere le rane e i girini, tornando un attimo a sognare di diventare delle Giovani Marmotte, come facevamo in quinta elementare. Improvviso, un pensiero si fa strada nella nostra mente, e il bambino e la Giovane Marmotta scompaiono per far posto al solito adulto razionale.

Tutti sanno che la rana depone le uova. E tutti sanno che le uova diventano girini che poi diventano rane. Il processo è continuo. L’uovo lentamente, inesorabilmente, senza eventi improvvisi, si girinizza e comincia a sguazzare nell’acqua dello stagno. Altrettanto lentamente, altrettanto inesorabilmente, il girino poi si ranizza e incomincia a gracidare. Ma quando un uovo è diventato un girino? E quando un girino è diventato una rana? Siamo in grado di stabilire l’accadere di un evento emergente in una serie continua di eventi discreti? In realtà, a ben pensarci, non sapremo mai quando un uovo diventa un girino e quando un girino diventa una rana. Non riusciamo a stabilire un prima (l’uovo) e un dopo (il girino), anche se sappiamo sin dall’inizio che l’uovo diventa un girino. Lo stesso discorso potremmo farlo per la seconda parte dello sviluppo dell’essere anfibio chiamato rana e stabilire il prima (il girino) e il dopo (la rana).

In realtà sappiamo già dall’inizio che l’uovo alla fine diverrà una rana. Possiamo già dire allora che l’uovo è una rana? Beh, l’uovo contiene in sé i presupposti che lo faranno diventare una rana, va bene, ma non è certo una rana. Una rana saltella, gracida in coro con le altre rane, allunga la lingua e cattura insetti, si fa pescare dai francesi e dagli italiani che la mangiano (cosa che fa inorridire gli inglesi). Un uovo di rana tutte queste cose non le fa. Anzi, riflettendo sulla fine della rana, possiamo legittimamente pensare, siccome tutte le rane muoiono, indipendentemente dal loro destino gastronomico, che l’uovo contenga in sé il destino di diventare un cadavere di rana. In questo caso possiamo stabilire, con un certo grado di certezza, un prima (rana viva) e un dopo (rana morta)? La morte è la fine di una continuità, è un evento drammatico anche secondo la logica. Mah! Pensandoci bene, che cosa ci fa dire che la rana è morta? Il fatto che ha smesso di muoversi? O perché non gracida più? O perché il suo cuore ha smesso di battere? O perché il suo cervello non pensa più stagni e rane dell’altro sesso e insetti da mangiare? Ci sembra di essere tornati all’inizio. Non sappiamo né quando un uovo diventa girino, né quando un girino diventa una rana, e ora non siamo neanche in grado di stabilire quando una rana viva diventa una rana morta. Bell'affare!

Usciamo dall’acqua, ché a lungo andare vengono i reumatismi. Ci sediamo sulla piccola spiaggia che si è formata ai bordi dello stagno. Raccogliamo un granello di sabbia: è un mucchio? Certamente no. E due granelli costituiscono un mucchio? Tre granelli? Diecimila granelli? Per la miseria, quando un numero n di granelli di sabbia costituisce un mucchio? Decidiamo di stabilire noi quando, dicendo che il mucchio è costituito da un minimo di mille granelli. Va bene, ma allora 999 granelli non lo costituiscono. Strana questa cosa, che n granelli costituiscano un mucchio e n-1 granelli non lo costituiscono.

Si avvicina un altro perdigiorno come noi. Ci chiede se non siamo troppo vecchi per giocare con la sabbia. Gli facciamo allora le stesse domande che ci eravamo posti prima. Secondo lui, quanti granelli di sabbia costituiscono un mucchio? Uno, due, tre, mille, diecimila? Ci pensa un po’ e poi ci dice “Io un’idea ce l’avrei, ma sono sicuro che è diversa dalla vostra”. – “E quale sarebbe?” – “Per me un mucchio deve essere costituito da un minimo di cento granelli”. – “Senta signore, la sua idea è lecita quanto la nostra, che abbiamo pensato mille. Ma non possiamo con la stessa parola definire due cose diverse: un insieme di duecento granelli sarebbe un mucchio per lei ma non per noi”.- “Caspita, è vero. Allora, sa cosa facciamo? Perché non ci mettiamo d’accordo? Stabiliamo assieme quando un certo numero di granelli diventa un mucchio!” – “Va bene, così la prossima volta che ci incontriamo sappiamo bene a cosa ci riferiamo quando parliamo di un mucchio di sabbia.” – “Ci siamo. Le sta bene se facciamo grosso modo una media tra i nostri due pensieri, diciamo 500 granelli?” – “Ottimo, conveniamo che un mucchio di sabbia deve essere costituito da almeno 500 granelli, non uno di meno.” – “Però sappiamo che il nostro è un accordo, una convenzione, perché non c’è nessun motivo che privilegi un numero piuttosto di un altro”. – “Ovviamente, ma l’importante è intendersi! Ora devo però salutarvi, devo andare di nuovo ad aiutare quello strano signore là in fondo che mi ha chiesto qualcosa che ha a che fare con un essere che cambia il numero di gambe a seconda dell’età. Buongiorno!” – “Buongiorno a lei!”.

Tornando a casa troviamo davanti alla chiesa un banchetto del Movimento per la vita. Ci si avvicina una ragazza che vuole darci un pieghevole a colori. Ha il tipico aspetto della ciellina: capelli tagliati a sfiorare le spalle, abiti casual senza essere sciatti, occhiali, solo un filo di trucco, scarpe senza tacco. Ci chiede se vogliamo firmare per la difesa della vita e contro l’aborto. Le rispondiamo che in alcuni casi l’aborto dovrebbe essere consentito entro l’ottantesimo anno dal concepimento. Ingenua o gran furbastra, finge di non aver capito: “Per i milioni di bambini uccisi prima ancora di vedere la luce, contro la legge sull’aborto che è un delitto contro la vita dell’embrione e del feto.”

Ribattiamo chiedendo se è in grado di dirci quando un ovulo fecondato diventa un embrione e quando quest’ultimo diventa un feto e quando il feto diventa un nascituro. “Di sicuro la vita c’è sin dall’inizio, un essere umano nasce nell'istante del concepimento”, - risponde sorpresa e stizzita. Scendiamo dalla bici e la rendiamo partecipe delle nostre riflessioni sulle rane e i girini, sul fatto che un uovo fecondato è vita ma non è ancora un essere completo, che portare in sé la vita vuol dire portare in sé anche la morte, che è impossibile stabilire quando un ammasso di cellule diventa un essere umano, a meno di mettersi d’accordo, ma che questo accordo non c’è. Quando si attacca alla parete dell’utero? Quando si forma la retina? Quando si forma il cervello? E nell’istante immediatamente precedente a questi eventi che cosa possiamo dire? Concludiamo sostenendo che in realtà è difficile stabilire anche quando muore un essere vivente, rana o uomo, a meno di stabilire convenzionalmente dei parametri. Ci lascia in mano il volantino e se ne va, senza neanche salutare. Mentre ci allontaniamo, vediamo che ci indica ai suoi soci. Se disponessero ancora di un braccio secolare, lo userebbero.

lunedì 15 giugno 2009

La loro morale e la nostra



The whole problem with the world is that fools and fanatics are always so
certain of themselves, and wiser people so full of doubts.
(Bertrand Russell)


Bionda Garnier, pelle Oil of Olaz, la Perego porta molto bene i suoi cinquant’anni. È una prof di lettere cattolica, osservante e convinta. Ci dà dell’infedele, incurante del tempo trascorso dalle crociate, e naturalmente, per sottolineare come noi atei e agnostici saremmo privi di valori morali, cita Dostoevskij, che fece dire a Ivàn dei Fratelli Karamazov che “se Dio è morto tutto è possibile”. Passa d’infilata alla Spe Salvi: “La scienza non redime l’uomo. La scienza (…) può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa”.

Si sente forte nelle sue idee, la Perego. La tesi della maggiore moralità dei credenti è sempre di più affermata dai vertici ecclesistici, quasi imposta a una classe politica inginocchiata e a un giornalismo servile e opportunista. In nome della propria Verità (la V maiuscola ad indicare unicità, trascendenza, superiorità), la chiesa vuole imporre la sua morale a tutti (cattolici e non), pretendendo leggi che vietino il divorzio, l’interruzione di gravidanza, la fecondazione artificiale, il testamento biologico, il riconoscimento delle coppie di fatto.

Inizio in difesa. Rispondo che non è compito della scienza redimere il mondo. Nessun uomo (e quindi nessuno scienziato) autenticamente laico - non un adepto, quindi, neppure della «religione della scienza» - pensa che essa abbia questo potere. Poi contesto fortemente la conclusione della sua papale citazione: “se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa”. Perché, con questo richiamo alla necessità dell’eteronomia della scienza, il papa propone una visione dell’uomo in cui ragione ed etica sono fatalmente separate e fissate in una rigida gerarchia: prima viene l’etica - che è fuori dalla ragione - poi la ragione.

Dopo Darwin, non solo gli scienziati laici, ma tutti i laici non possono sottrarsi a una visione naturalistica dell’uomo. La nostra specie si colloca dentro la natura, anche se con l’evoluzione ha sviluppato le capacità che gli consentono sia di elaborare i ragionamenti più astratti sia di elaborare giudizi etici. L’una e l’altra - la ragione e l’elaborazione di giudizi etici - sono il frutto, storico, dell’evoluzione della materia biologica, sono emerse come capacità adattative. Ragione e capacità di elaborare giudizi morali sono caratteri co-evolutivi. Sono emersi insieme nella storia evolutiva della nostra specie. Non si può quindi separare la ragione dall’etica e sottomettere la prima alla seconda o viceversa. Non c’è gerarchia di valori. Semplicemente ragione e capacità di esprimere giudizi morali co-esistono e co-evolvono.

La collega era così sicura di sé da rimanere stupita di fronte alle nostre obiezioni. Colto il suo momento di debolezza dialettica, passiamo al contrattacco. Diciamo che l’etica religiosa consiste essenzialmente nella sottomissione acritica e irrazionale a prescrizioni di presunta origine sovrannaturale: una base inconsistente per costruirvi sopra un’etica, anche perché non nasconde il vizio di origine delle morali salvifiche, e cioè che la vita umana deve essere denigrata in questo mondo per rendere attraente la promessa di una felicità post-mortem (e solo a condizione che si faccia ciò che viene richiesto).

Alza gli occhi al cielo, la voce assume i toni di melliflua dolcezza tipici del suo ambiente e che conosciamo bene. Che fai Perego, cambi tattica? Sostiene che bisogna obbedire a Dio perché è buono (come se esistesse un criterio di bontà indipendente da Dio), perché ci ama (chiedendo al matematico che c’è in noi di accettare come valido il ragionamento ricattatorio “A ama B e pertanto B deve fare come A richiede”). Vista l’inutilità degli sforzi profusi, tira fuori qualcosa di simile all’argomento di Pascal della scommessa, uno dei più ipocriti della storia della filosofia (anche se a Pascal per altri motivi vogliamo bene): bisogna obbedire a dio perché conviene, in quanto comportarsi secondo i suoi precetti ci conduce, se egli esiste, alla vita eterna, un bene infinito, mentre, se egli non esistesse, avremmo solo rinunciato ai piaceri mondani e al nostro egoismo, un bene finito.


L’ultima argomentazione della collega osservante è il tipico caso dell’errore definito come “Ricorso alle conseguenze di una credenza”, che si presenta secondo uno di questi schemi:
1. P è vero (o falso) perché se la gente non accettasse P come vero (o falso), allora ci sarebbero conseguenze negative.
2. P è vero (o falso) perché accettare che P sia vero (o falso) ha conseguenze positive.
3. Vorrei che P sia vero (o falso), quindi P è vero (o falso). Questo schema è conosciuto, non a caso, come pio desiderio.


Queste linee di "ragionamento" sono ingannevoli, perché le conseguenze di una credenza non hanno influenza sul fatto che la credenza sia vera o falsa. Per esempio, se qualcuno dicesse “Se un complotto contro di me non esistesse, allora io potrei fare ciò che mi pare, quindi il complotto deve esistere” sarebbe chiaro che questa non è una buona linea di ragionamento. È importante notare che le conseguenze in questione sono le conseguenze che risalgono dalla credenza.

L’espressione da madonna addolorata presto scompare, non appena le ricordiamo l’astrusità del dio del racconto vetero-testamentario che ordina di non uccidere e si compiace dei massacri dei popoli rivali degli ebrei, che si proclama dio di giustizia e infligge tremende sofferenze anche ai giusti più devoti, come Giobbe. Possiamo fondare un’etica su insegnamenti così contradditori? Non si potrebbe allora dire “se Dio esiste tutto è permesso”, perché la volontà di Dio sì che è arbitraria?

Adesso parla in fretta e mi fissa con sguardo assai poco ecumenico la Perego, ma non perché tra pochi minuti la campanella segnerà la fine della nostra ora buca in comune. Si fa nervosa e rivela maggiormente il suo accento brianzolo, una cantilena che da qualche anno proprio non riusciamo a sopportare. Anche noi ci stiamo irritando. Tira fuori l’atout. Il Vangelo, Gesù. Afferma che l’etica cristiana possiede un pregio che i laici non hanno: la spinta alla carità. Ci viene in mente un’infelice frase di Giuliano Amato, secondo il quale “i credenti hanno una marcia in più”. Senza l’etica cattolica, sostiene, nella società mancherebbe la coesione, e sarebbero più diffusi il crimine, il bisogno, l’abbandono. Quando stiamo per rispondere, la campanella salva entrambi da una scenata poco edificante di fronte ai colleghi. Fine dell’incontro. Pensiamo di aver vinto ai punti solo perché è mancato il tempo del kappaò. Ora in classe, a (tentare di) parlare di rocce intrusive ed effusive.

A casa torniamo a pensarci. Quella della carità è un’argomentazione non suffragata da prove. Dove la religione è poco praticata, come ad esempio nei paesi scandinavi, la moralità e la solidarietà non crollano affatto. Sono forse delle nazioni e delle società eticamente peggiori di quella italiana? Diremmo proprio il contrario: mai sentito di un sistema delle tangenti svedese, di corruzione dei magistrati danesi, mai letto di bustarelle norvegesi o di raccomandazioni erette a sistema negli atenei finlandesi. Da noi i mafiosi nei loro covi nascondono bibbie e santini; lassù, appena sotto il circolo polare, mafia è invece una parola che al massimo evoca la cattolicissima Italia. Se poi guardiamo al passato, si può forse dire che un tempo, quando le società erano dominate dalla religione, fossero anche eticamente migliori? Alla notizia della strage di San Bartolomeo degli Ugonotti francesi a Roma non suonarono a festa tutte le campane? E da dove proviene il millenario antisemitismo sfociato nella follia nazista? Hitler nel Mein Kampf fa esplicito riferimento all’insegnamento cattolico! Chi può onestamente affermare che gli atei e gli agnostici abbiano comportamenti sociali più spregevoli dei credenti?

Il cristianesimo ha voluto istituire una teologia irrazionale, facendo dell’irrazionalismo una verità superiore invece che condannarlo. Un dio che si fa uomo, un immortale che muore, un onnipotente che viene crocifisso, una sapienza destinata a ignoranti, una potenza destinata ai deboli: la teologia cristiana è tutta un paradosso. “Credo perché è assurdo”, diceva Tertulliano, confermando così la concezione stravagante della fede cristiana inaugurata da Paolo. Su queste basi si può tanto fondare ogni atto di amore e di eroismo, quanto ogni atto di odio e di ferocia, tanto poi si trova sempre una giustificazione metafisica (fino al “mistero della fede” nel caso delle aporie più evidenti). Non vediamo come tutto ciò possa aver a che fare con l’etica.

Nostra moglie, stimolata da una nostra riflessione ad alta voce, conferma che non esiste alcuna evidenza che i credenti siano moralmente migliori dei non credenti. Anzi, – sostiene mentre carteggia una cornice di legno antico - il progresso umano si è verificato nonostante le resistenze della religione: le vicende di Galileo sono esemplari, malgrado il tentativo disperato e mistificante di Zichichi (lei proprio non lo può vedere) di fare dello scienziato pisano un campione del cattolicesimo. Molte delle sofferenze umane, a eccezione di quelle causate dalle malattie o da altri eventi naturali, sono il risultato di conflitti ispirati dalla religione e di un’oppressione da questa suscitata, dalle crociate all’11 settembre, dall’inquisizione all’Intifada, altro che superiorità morale! Sorride quando le leggiamo la frase di Bertrand Russel che mettiamo in epigrafe. La Perego è lontana.

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giovedì 11 giugno 2009

Augustus De Morgan collezionista di paradossi



Di Augustus De Morgan (1806-1871) ho già parlato a proposito della parodia che fece dell’originale quartina sulle pulci di Jonathan Swift, utilizzata in seguito come metafora della geometria frattale. Nato in India e laureato a Cambridge, già a ventidue anni diventò professore di matematica all’Università di Londra, dove trascorse la maggior parte della sua vita accademica. Con George Boole fu l’artefice della rinascita della logica che si verificò nel XIX secolo.

A lui dobbiamo un teorema che si applica alla logica booleana, e quindi a tutti i tipi di circuiti logici, che consente di trasformare un prodotto logico di due o più variabili nella loro somma, o viceversa. Lo menziono perché sono affascinato da tutti i modi in cui i matematici sono riusciti a trasformare fattori in addendi o addendi in fattori, dalle formule di prostaferesi ai logaritmi. Il teorema di De Morgan è meglio conosciuto sotto forma di due enunciati:

a) il complemento di un prodotto di variabili equivale alla somma dei complementi delle singole variabili

not (P and Q) = (not P) or (not Q) oppure

b) il complemento di una somma di variabili equivale al prodotto dei complementi delle singole variabili

not (P or Q) = (not P) and (not Q) oppure

Di carattere assai riservato, il logico inglese ebbe più volte a dichiarare di preferire lo studio al divertimento. Aveva infatti molteplici interessi culturali e una erudizione enciclopedica, ben al di là del mero campo logico-matematico: basti dire che fu il compilatore di alcune delle voci della più diffusa enciclopedia mitologica dei suoi tempi. Ci si aspetterebbe allora che fosse una persona seria e noiosa, ma non lo era affatto. De Morgan fu infatti un sostenitore della libertà religiosa e della libertà di espressione, un polemista raffinato, anticonformista e nemico di ogni forma di ipocrisia, un bibliofilo appassionato e una collezionista insaziabile di curiosità, bizzarrie, paradossi, indovinelli. Manifestò il suo humour e i suoi molteplici interessi scrivendo una serie di articoli tra il 1863 e il 1866 per la rivista londinese Athenæum, poi riuniti in A Budget of Paradoxes, pubblicato postumo dalla moglie nel 1872, una raccolta divertente di considerazioni, aneddoti, recensioni, citazioni sulla matematica, la scienza, la religione, compresa un’analisi dei rapporti tra scrittori ed editori, una pagina con centinaia di anagrammi del suo cognome (come “Great gun! Do us a sum!”), una serie di vivaci descrizioni del mondo scientifico inglese a lui contemporaneo. Un’edizione completa del Budget, con aggiunte e commenti, oggi considerata quella definitiva, fu poi curata dal matematico David Eugene Smith nel 1915.

Secondo De Morgan, un paradosso “è qualcosa che si distacca dall’opinione comune, o per l’oggetto o per il metodo, o per la conclusione”. Questa definizione a maglie larghe gli consente di considerare dei paradossi per la loro epoca anche le idee di William Gilbert, il precursore della teoria magnetica, o la scoperta del pianeta Nettuno da parte di Le Verrier. De Morgan però distingue due tipi di paradosso: “Il criterio con il quale si giudica una persona come autore di un paradosso, sensato o non sensato, non dipende da ciò che sostiene, ma dal fatto se egli abbia o non abbia acquisito una conoscenza sufficiente di quanto è stato fatto dagli altri, specialmente del modo in cui è stato fatto”. Sono così paradossi sensati le nuove idee in ogni campo del sapere, perché, per quanto rivoluzionarie siano, si basano sullo studio delle idee dei predecessori e sulla conoscenza del metodo con il quale sono state raggiunte; sono viceversa insensati i paradossi di coloro che hanno idee che si distaccano dall’opinione comune e che non tengono in alcun conto le evidenze storiche o un metodo condiviso.

Ovviamente l’interesse di De Morgan è attirato soprattutto da questo secondo tipo di paradossi, per cui egli si diverte a presentarci quella varia umanità di folli letterari costituita da pseudo-matematici impegnati a quadrare cerchi, duplicare cubi, trisecare angoli, di sedicenti sapienti che giocano con il numero 666, di neofiti che sperano in un colpo di geniale fortuna per entrare nel novero dei grandi matematici, ignorando del tutto il loro lavoro e immaginandosi chissà quali guadagni. Non mancano poi coloro che pensano di essere profeti in patria, di essere vittime di chissà quali complotti o di non essere divenuti professori universitari perché per diventarlo occorrono rendite e appoggi considerevoli (idea che non sempre è campata per aria nel nostro povero paese, ma questa è un’altra storia).

Tra gli scrittori stravaganti della raccolta troviamo anche il matematico scozzese John Napier (1550-1617). Ecco come commenta De Morgan il libro A plain discoverie of the whole Revelation of St. John ... whereunto are annexed certain oracles of Sibylla... Set Foorth by John Napeir L. of Marchiston, London, 1611:

“Napier sempre pensò che la sua grande missione fosse di rovesciare il papa, e che i logaritmi non erano altro che episodi e passatempi. (…) Egli fu uno dei primi a riportare la profezia dei seimila anni. “C’è una frase della casa di Elia che sempre perdura, che contiene queste parole: Il mondo ci sarà per 6000 anni, e poi sarà consumato dal fuoco: 2000 anni sarà vuoto o privo di leggi, per 2000 anni sotto la legge, e 2000 anni saranno i giorni del Messia…” La conclusione del libello dell’inventore dei logaritmi suona profetica e minacciosa: “Se tu Roma consenti a riformarti e a credere al vero Cristianesimo, allora credi a San Giovanni il discepolo, colui che Cristo amava, che in questa Rivelazione proclama la tua rovina (…) Pentiti dunque, in questo tuo ultimo respiro, se desideri la tua salvezza eterna, amen”.

Sconcertante è il fatto che la stessa persona abbia pubblicato dopo soli tre anni (1614) il Mirifici logarithmorum canonis descriptio, contenente la teoria dei logaritmi.

De Morgan si dimostra scrittore colto e di talento, esponendo le sue conoscenze con la vivacità di un moderno divulgatore e, nel solco della buona tradizione anglosassone, con uno humour che non esita a far ricorso all’aneddoto curioso, al gioco di parole, alla poesia umoristica o nonsensical. Così ci informa che gli astronomi inglesi non erano affatto dei seriosi asceti, riportando una lunga drinking song cantata in coro durante una delle loro riunioni. De Morgan afferma di aver trovato tra le carte di un amico deceduto un foglietto riportante la canzone, preceduta dall’intestazione "Song sung by the Mathematical Society in London, at a dinner given Mr. Fletcher, a solicitor, who had defended the Society gratis." Sembra che tale cena sia avvenuta agli inizi dell’800.

Whoe’er would search the starry sky,
Its secrets to divine, sir,
Should take his glass – I mean, should try
A glass or two of wine, sir!
True virtue lies in golden mean,
And man must wet his clay, sir,
Join these two maxims, and ’tis seen
He should drink his bottle a day, sir!

Old Archimedes, reverend sage!
By trump of fame renowned, sir,
Deep problems solved in every page,
And the sphere’s curved surface found, sir:
Himself he would have far outshone,
And borne a wider sway, sir,
Had he our modern secret known,
And drank a bottle a day, sir!

When Ptolemy, now long ago,
Believed the earth stood still, sir,
He never would have blundered so,
Had he but drunk his fill, sir:
He’d then have felt it circulate,
And would have learnt to say, sir,
The true way to investigate
Is to drink your bottle a day, sir!

Copernicus, that learned wight,
The glory of his nation,
With draughts of wine refreshed his sight,
And saw the earth’s rotation;
Each planet then its orb described,
The moon got under way, sir;
These truths from nature he imbibed
For he drank his bottle a day, sir!

The noble Tycho placed the stars,
Each in its due location;
He lost his nose by spite of Mars,
But that was no privation:
Had he but lost his mouth, I grant
He would have felt dismay, sir,
Bless you! he knew what he should want
To drink his bottle a day, sir!

Cold water makes no lucky hits;
On mysteries the head runs:
Small drink let Kepler time his wits
On the regular polyhedrons:
He took to wine, and it changed the chime,
His genius swept away, sir,
Through area varying as the time
At the rate of a bottle a day, sir!

Poor Galileo, forced to rat
Before the Inquisition,
E pur si muove was the pat
He gave them in addition:
He meant, whate’er you think you prove,
The earth must go its way, sirs;
Spite of your teeth I’ll make it move,
For I’ll drink my bottle a day, sirs!

Great Newton, who was never beat
Whatever fools may think, sir;
Though sometimes he forgot to eat,
He never forgot to drink, sir:
Descartes took nought but lemonade,
To conquer him was play, sir;
The first advance that Newton made
Was to drink his bottle a day, sir!

(...)

Astronomers! what can avail
Those who calumniate us;
Experiment can never fail
With such an apparatus:
Let him who’d have his merits known
Remember what I say, sir;
Fair science shines on him alone
Who drinks his bottle a day, sir!

(...)


Chiunque esplori il cielo stellato,
per carpirne i segreti, signore,
che prenda il suo bicchiere, dico,
provi un bicchiere o due di vino, signore!
Un’autentica virtù risiede nella sezione aurea,
e l’uomo deve bagnare la sua carcassa, signore,
unite queste due massime, e si vedrà
che dovrebbe bere la sua bottiglia al giorno, signore!

Il vecchio Archimede, venerabile saggio!
Dalle trombe della fama rinomato, signore,
difficili problemi risolse in ogni pagina,
e trovò la superficie curva della sfera, signore!
Egli stesso avrebbe ancor più brillato,
e avuto una maggiore influenza, signore,
se avesse conosciuto il nostro moderno segreto,
e bevuto una bottiglia al giorno, signore!

Quando Tolomeo, ora molto tempo fa,
credeva che le Terra stesse ferma, signore,
non avrebbe mai così sbagliato,
avesse almeno vuotato il suo bicchiere, signore:
così l’avrebbe sentita ruotare,
e avrebbe imparato a dire, signore,
che la vera maniera di fare ricerca
è di bere la vostra bottiglia al giorno, signore!

Copernico, quel dotto valente,
la gloria della sua nazione,
con bevute di vino rinfrescò la sua vista
e vide la Terra in rotazione;
ogni pianeta allora descriveva la sua orbita,
la Luna seguiva il suo moto, signore;
queste verità dalla natura assorbì,
bevendo la sua bottiglia al giorno, signore!

Il nobile Tycho pose le stelle
ciascuna nella sua giusta posizione;
perse il suo naso per dispetto di Marte (*),
ma non fu una tragedia:
avesse perso la sua gola, sono sicuro,
avrebbe provato sgomento, signore,
benedetto!, sapeva ciò che doveva volere
per bere la sua bottiglia al giorno, signore!

L’acqua fresca non dona fortunati successi
sui misteri che elabora la mente:
bere poco fece misurare a Keplero le sue idee
sui poliedri regolari:
cominciò con il vino e cambiò la musica,
il suo genio percorreva, signore,
aree uguali in tempi uguali,
alla velocità di una bottiglia al giorno, signore!

Il povero Galileo, costretto a spergiurare
davanti all’Inquisizione,
Eppur si muove fu il buffetto
che diede loro in addizione:
voleva dire, qualunque cosa vogliate provare,
la Terra segue il suo moto, signori;
alla faccia dei vostri denti la farò muovere,
perché berrò la mia bottiglia al giorno, signori!

Il grande Newton, che non fui mai stanco
Per quanto gli sciocchi possono pensare, signore;
anche se qualche volta dimenticò di mangiare,
mai dimenticò di bere, signore:
Cartesio non beveva altro che limonata,
batterlo fu un gioco, signore;
la prima conquista che Newton fece
fu di bere la sua bottiglia al giorno, signore!

(…)

Astronomi! niente può favorire
coloro che ci calunniano;
l’esperimento non può mai fallire
con un tale apparato:
chi vorrebbe i suoi meriti conosciuti
ricordi quanto dico, signore;
la bella scienza brilla solo su colui
che beve la sua bottiglia al giorno, signore!

(…)

(*) Tycho Brahe aveva perso il naso in un duello e copriva la ferita con una maschera d’argento.

Concludo questo articolo con uno dei folli letterari più divertenti citati nel Budget of Paradoxes. Nel 1839 un certo E. B. Revilo (sicuramente uno pseudonimo) pubblicò a Londra un testo intitolato “Il Credo di Sant’Attanasio dimostrato da un parallelismo matematico: Prima di censurarlo, condannarlo o approvarlo, leggi, esamina e capisci”. De Morgan commenta:

“Questo autore davvero credeva a se stesso in tutta onestà. Non è la sola persona ad aver scritto insensatezze confondendo l’infinito matematico (di quantità) con ciò che gli studiosi più correttamente esprimono con l’illimitato, l’incondizionato, l’assoluto. (…) Ecco un esempio: essendo l’infinito rappresentato da ∞, come al solito, ed essendo P, F e S numeri naturali finiti, le tre persone sono identificate come ∞P, (u ∞)F, ∞S, in cui la frazione u rappresenta la natura umana, opposta a ∞. Le frasi del Credo sono così associate alla loro "spiegazione" matematica. Ne estraggo una, con il suo corrispondente matematico:

CREDO
Ma la natura divina del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è unica: la Gloria identica, la Maestà co-eterna”

CORRISPONDENZA MATEMATICA
È stato dimostrato che ∞P, (u ∞)F, ∞S insieme corrispondono a ∞, e che ciascuno vale ∞, e che ogni grandezza dell’essere rappresentata da ∞ sempre è esistita, esiste ed esisterà per sempre. Perciò non può essere creata, o distrutta, e tuttavia esiste”.

La vena umoristica di De Morgan è fuori discussione, ma è doveroso dire che buona parte dell’interesse del suo Budget è dovuto alla divina imbecillità dei folli di cui parla.

sabato 6 giugno 2009

Tre poesie matematiche


Oda al número cero

Redonda negación, la nada existe
encerrada en tu círculo profundo
y ruedas derrotado por el mundo
que te dio la verdad que no quisiste.

Como una luna llena es tu figura
grabada en el papel a tinta y sueño.
Dueño de ti te niegas a ser dueño
de toda la extensión de la blancura.

Tu corazón inmóvil y vacío
ha perdido la sangre que no tuvo.
Es inútil segar donde no hubo
más que un cuerpo en el cuerpo sin baldío.

Redonda negación, redonda esencia
que no ha podido ser ni ha pretendido.
Sólo la nada sueña no haber sido
porque no ser es ser en tu existencia.

(Enrique Morón, Odas numerales, 1972)

Ode al numero zero

Rotonda negazione, il nulla esiste,
rinchiuso nel tuo cerchio profondo
e ruota sconfitto per il mondo
che ti ha dato la verità che non volevi.

Come una luna piena è la tua figura,
incisa sulla carta con inchiostro e sogno,
padrone di te, ti neghi d’esser padrone
di tutta l’estensione della bianchezza.

Il tuo cuore inamovibile e vuoto
ha perso il sangue che non ha avuto.
È inutile mietere dove non c’era
altro che un corpo nel corpo senza valore.

Rotonda negazione, rotonda essenza,
che non ha potuto essere, né l’ha preteso.
Solo il nulla sogna di non essere stato
perché non essere è essere nella tua esistenza.

Enrique Morón (1942) è un prolifico poeta e drammaturgo spagnolo. La raccolta Odas numerales, uscita nel 1972 per le Ediciones Saturno di Barcellona (ora in Poesía 1970-1988, Granada, 1988), contiene una serie di odi dedicate a concetti matematici come la circonferenza, il segno meno, il numero due, ecc.



Pi salió de su escondrijo

Pi salió de su escondrijo
para volver a las andadas.
De día era 3,
de noche todo lo demás.

A Pi le gustaba su decimalidad.
Todos lo sospechaban,
pero nadie osaba descubrirlo.

Un día un 2 desorientado,
se atrevió a saltarse la coma
y se vio inmerso en el decálogo,
pero por primera vez
pudo dejarse amar y ver
un sinfín de paraísos:
esos otros mundos que,
simplemente, no conocemos.

(Marlén)

Il pi greco uscì dal suo nascondiglio

Il pi greco uscì dal suo nascondiglio
per tornare sulle strade.
Di giorno era 3,
di notte tutti gli altri.

Al pi greco piaceva la sua decimalità.
Tutti lo sospettavano,
ma nessuno osava svelarlo.

Un giorno un 2 disorientato,
si permise di saltare la virgola
e si vide immerso nel decalogo,
ma per la prima volta
ha potuto lasciarsi amare e vedere
un’infinità di paradisi:
quegli altri mondi che,
semplicemente, non conosciamo.

La poesia è comparsa nella raccolta Transmoderna. Non sono riuscito a trovare in rete altre notizie, nè sulla raccolta, nè sull’autrice.

Aggiornamento del 14/3/2012 (Pi Day!): Oggi Marlén mi ha scritto per comunicarmi gli indirizzi del suo sito e del suo blog, davvero interessanti. Colmo così grazie alla sua cortesia una lacuna del mio articolo.


Come ogni volta

Dell'Eleatico rifeci - e rifarò -
l'errore.
Mi avvicinai, freccia,
a te, bersaglio,
per non toccarti mai.
Ma converge, come me,
rapidamente a due.
Ti amo.

(Giovanni Sabato, Sconfitte, 1978)

Anche di questo autore confesso la mia totale ignoranza. La poesia, secondo me assai bella, l’ho trovata citata in un documento del simpatico divulgatore e “ricreativo” matematico italo-canadese Robert Ghattas, dedicato ai concetti di infinito e simmetria nell’arte e in letteratura. Ghattas è autore di Insalate di matematica. Sette buffet per stimolare l'appetito numerico, Sironi Editore, 2004.