giovedì 21 ottobre 2010

Botanica fantastica


Gli alberi e le essenze che la maggior parte degli uomini si ostina a definire favolosi o fantastici non appartengono ad una specie fissa e per questo non trovano posto nei tradizionali manuali di botanica. Essi sono mutevoli come i pensieri, incostanti come gli elementi che li compongono, indecifrabili come i sogni, perché la loro logica non è di questo mondo. Essi possono essere cesellati sulla spada di un guerriero celta nel periodo di La Téne, miniati a ornare i capilettera o i margini di un codice medievale, dipinti su un erbario rinascimentale o su un misterioso testo scritto in lingua sconosciuta, possono infine essere il frutto del talento umoristico o surreale di qualche artista contemporaneo. In ogni caso, per trovarli, classificarli, disegnarli occorre saper cogliere l’attimo in cui si presentano, occasione che non a tutti è data.

L’Erbario alchemico

Un esempio significativo di questa botanica fantastica è fornito dal naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522–1605). Tipico scienziato del ‘500, un’epoca piena di contraddizioni in cui la mentalità scientifica incominciava a farsi largo in un mondo ancora pieno di magia, l’Aldrovandi fondò l’Orto Botanico di Bologna e raccolse più di cinquemila campioni in un Erbario composto da diverse centinaia di fogli, sui quali sono incollate le piante (purtroppo senza alcun criterio classificatorio), uno dei più antichi giunti fino ai nostri giorni e uno dei più ampi di quel periodo. Egli commissionò anche ad artisti come Jacopo Ligozzi, Giovanni Neri e Cornelio Schwindt i 18 volumi di tavole di piante, fiori, frutta, animali, che costituiscono forse la più ricca pinacoteca tardo rinascimentale del mondo naturale mai realizzata. Composta da oltre 2900 dipinti, questa collezione doveva fornire un'accurata visualizzazione di quel teatro della natura che il naturalista bolognese aveva attentamente osservato per oltre cinque decenni.

Accanto a questi sforzi di indagare il “grande libro della natura” egli fu anche l’artefice di un Erbario alchemico, che ad onta del nome, ha assai poco a che vedere con l’alchimia, ma piuttosto era destinato a illustrare e descrivere le piante maggiormente utilizzate nelle pratiche della medicina popolare. L’Erbario alchemico dell’Aldrovandi è un manoscritto composto da 26 fogli, in cui le essenze sono rappresentate in disegni a colori dall’aspetto decisamente surreale, forse per illustrarne meglio le supposte proprietà. Così le radici o le foglie delle piante officinali si popolano di figure antropomorfe o zoomorfe, in una commistione inquietante e suggestiva.

Il manoscritto Voynich

Nel 1912 il commerciante di libri antichi Wilfrid M. Voynich acquistò un certo numero di manoscritti medievali provenienti da una sconosciuta località europea. Tra questi c’era un codice su pergamena di 234 pagine, scritto in una lingua sconosciuta. Il manoscritto, riccamente illustrato con immagini di piante e altri soggetti, sembrava essere un’opera scientifica medievale, ma la lingua oscura del testo ne faceva un vero e proprio mistero. Voynich portò il manoscritto in America con l’obiettivo di farlo decifrare, ma, a cent’anni di distanza, esso rimane uno degli enigmi più elusivi del mondo della crittografia. Allegata al manoscritto era una lettera datata 1666 scritta in latino da Johannes Marcus Marci di Kronland, che era stato rettore dell’università di Praga, indirizzata all’erudito gesuita Athanasius Kircher a Roma, in cui gli chiedeva di provare a tradurre l’opera e lo informava che esso era stato comprato dall’imperatore Rodolfo II (1552–1612) per seicento ducati d’oro. Più oltre Johannes Marcus Marci segnalava che si riteneva che l’autore fosse il francescano inglese Ruggero Bacone (1214–1294).


Le successive ricerche consentirono di ricostruire l’intera serie dei proprietari, dalla corte imperiale praghese fino alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library della Yale University dove si trova tuttora registrato come MS 408, ma non la sua origine. I vari tentativi effettuati nel corso degli anni di decifrare il testo non hanno portato a risultati: si ignora se esso abbia una relazione con le immagini e c’è persino chi dubita che abbia un senso. D’altra parte gli esami effettuati sulla pergamena con il metodo del carbonio-14, che datano il supporto alla prima metà del XV secolo, tendono a escludere una burla attuata in tempi moderni. Anche l’ipotesi di un falso perpetrato ai tempi e ai danni dell’imperatore Rodolfo II è stata esclusa sulla base degli studi delle ricorrenze delle “parole” del manoscritto, che sembrano rispettare le frequenze dei linguaggi naturali e non potrebbero essere state determinate dal caso. Coloro che si sono occupati del manoscritto più recentemente tendono a datarlo tra il 1450 e i primi decenni del ‘500, indicando il suo luogo d’origine l’Italia o l’Europa centrale.



Le immagini del manoscritto Voynich sono assai singolari e costituiscono l’unica chiave per investigare sulla natura del volume, che su queste basi sembra essere un testo scientifico, in gran parte un erbario con sezioni minori dedicate all’astronomia e all’astrologia, alla biologia e, probabilmente, alla descrizione di ricette farmaceutiche. La parte dedicata alla botanica occupa circa la metà dell’opera e consiste di disegni di piante a tutta pagina con piccoli paragrafi di testo scritti negli spazi vuoti. In qualche caso sulla stessa pagina compaiono due immagini. Questa disposizione è simile a quella degli erbari medievali conosciuti. La maggior parte delle piante sembra non corrispondere ad alcuna specie reale. Nel 1944 il botanico americano Hugh O’Neill identificò diverse piante rappresentate nel manoscritto come specie originarie del Nuovo Mondo, in particolare un girasole americano e un peperoncino. Ciò avrebbe indicato nel 1492, data del primo viaggio di Cristoforo Colombo, un termine post-quem. Oggi tuttavia l’identificazione di O’Neill non sembra godere di grande consenso.



La Nonsense Botany

Di Edward Lear (1812–1888) ho parlato più volte in questo blog, perché è colui che ha in qualche modo codificato e diffuso il limerick come forma standard di poesia umoristica inglese e perché è, al pari di Lewis Carroll, un maestro del nonsense, termine da lui stesso inventato. Lear si guadagnava da vivere grazie al suo talento artistico, soprattutto come disegnatore naturalistico e reporter grafico dei suoi numerosi viaggi. Dopo il successo dei suoi libri di limerick, illustrati con uno stile inconfondibile, Lear pubblicò anche diversi libri disegnati di vario argomento, sempre contraddistinti dal suo ingegno brillante, tra i quali varie Nonsense Botany (1871–1877), con l’illustrazione di una botanica immaginaria, in cui l’elemento vegetale si mescola con oggetti quotidiani, animali o personaggi con un effetto comico esilarante, sottolineato dalla presa in giro della nomenclatura linneana, con nomi specifici quali Manypeeplia Upsidownia, Piggiwiggia Pyramidalis e Pollybirdia Singularis. Alcune delle sue invenzioni surreali avrebbero poi fatto scuola.


La Botanica parallela.

Leo Lionni (1910-1999) fu un artista poliedrico: pittore, grafico, scrittore e illustratore di libri per ragazzi. Nato a Amsterdam, dove suo padre faceva il tagliatore di diamanti, giunse in Italia nel 1929 per frequentare l’università, iniziando la carriera di pittore. Nel 1935 si laureò in economia a Genova e cominciò ad interessarsi al design, ma nel 1939 fu costretto a emigrare negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. Oltreoceano scelse di dedicarsi all'attività grafica e divenne art director per alcune campagne pubblicitarie e, in seguito, per l'importante rivista Fortune, collaborando con alcuni tra gli artisti americani più importanti. Nel 1962 tornò in Italia, dedicandosi alla scrittura e illustrazione di libri per bambini. Nel 1976 pubblicò per Adelphi La botanica parallela, trattato serioso e surreale sulle specie vegetali sconosciute agli stessi naturalisti.


Le piante parallele si differenziano da quelle comuni per la loro “amatericità”, l’apparente assenza di strutture osservabili a livello molecolare e cellulare, alla quale ogni specie o varietà aggiunge altre proprietà più difficilmente definibili e spesso assai sconcertanti. L’amatericità è la conseguenza di un improvviso arresto del tempo, se non di un’anomalia dello spazio–tempo. Così ci sono piante fotografabili, ma invisibili all’occhio umano, mentre altre, come l’Anaclea taludensis, non sono sottoposte alle leggi della prospettiva, apparendo di grandezza inalterata a qualsiasi distanza le si osservi. Così Lionni descrive le Artisie:

Le piante parallele che hanno sollevato più perplessità tra coloro che hanno seguito gli sviluppi della "botanica parallela" sono senza dubbio le Artisie. E ciò è comprensibile quando si pensi che delle due flore, quella comune e quella parallela, le artisie occupano un posto del tutto speciale, quanto mai ambiguo per l’aspetto abotanico, qualche volta addirittura anorganico, di probabile origine umana, che è il loro carattere dominante.
Quando Chambanceau vide per la prima volta una artisia, esclamò estasiato: "Oh, enfin une fleur humaine!".
Il noto botanico dilettante Theo van Schamen osservò: "Non è ancora chiaro se la pianta nella sua dicotomia artificio/natura, esprima l’influenza della natura sull’arte oppure quella dell’arte sulla natura".
Sappiamo, beninteso, che la verità non è né l’una né l’altra e che, a parte il suo parallelismo, l’artisia è tutta natura. Ma come spiegare il mistero delle sue forme, così ovviamente "artistiche" che in alcuni esemplari sembrano addirittura artefatte, copiate dai ghirigori decorativi del 700? Vi è chi ha descritto il fenomeno come "la natura imita l’arte". A dire il vero le artisie da noi osservate se non fosse stato per le radici ben visibili, non ci sarebbero sembrate piante ma piuttosto frammenti logori di candelabri o di cornici settecentesche, racimolati, forse, al marchè aux puces.
Esse rappresentano senza dubbio un fenomeno sconcertante che, nella nostra ignoranza, abbiamo attribuito ad un "folle impulso della natura ad imitare l’arte". (…)

La botanica parallela divide le specie in due gruppi. Quelle del primo gruppo (gruppo Alpha o Parealòdoni) sono percepibili dai nostri sensi e dagli strumenti di osservazione e misura, anche se sono “ferme nel tempo”, mentre quelle del secondo gruppo (gruppo Beta o Irrealòdoni) giungono alla nostra conoscenza solo indirettamente, attraverso segni verbali o iconografici o altre tracce che possono indicarne la presenza.

Nelle sue 32 tavole in bianco e nero, Lionni si occupa di 12 specie di piante parallele, delle quali fornisce un’ampia descrizione, accompagnata da uno o più disegni. Il trattato dell’artista fornisce anche le biografie particolareggiate degli scienziati che le hanno studiate, cita testi scientifici praticamente sconosciuti, relazionando persino sui lavori del primo Congresso di botanica parallela tenutosi ad Anversa nel 1968.

Il Codex Seraphinianus
 

Sicuramente ispirato dal manoscritto di Voynich è il Codex Seraphinianus scritto e illustrato in trenta mesi tra il 1976 e il 1978 da Luigi Serafini (1949), artista, architetto e designer industriale. Il libro, di circa 360 pagine a seconda dell’edizione, è concepito come un’enciclopedia di un mondo sconosciuto (come non ricordare il racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius di Borges?), scritta in una delle sue lingue con una scrittura alfabetica tuttora indecifrata, e corredata da un migliaio di illustrazioni surreali.

La scrittura utilizzata, molto curvilinea come il corsivo georgiano, appare modellata sui sistemi di scrittura occidentali: righe compilate da sinistra a destra, presenza di maiuscole e minuscole, lettere talvolta doppie. Essa ha sfidato l’analisi dei linguisti che hanno cercato di carpirne il segreto. Lo stesso Serafini, in una conferenza tenuta ad Oxford nel maggio dello scorso anno, ha voluto confortare gli studiosi affermando che la scrittura del Codex è asemica, del tutto priva di senso, nasce da un’esperienza simile alla scrittura automatica dei surrealisti e ha lo scopo di far provare al “lettore” la stessa sensazione che provano i bambini di fronte ai libri che ancora non possono capire, sebbene siano consapevoli che quei segni hanno un senso per gli adulti. Il sistema utilizzato per numerare le pagine è stato invece interpretato, rivelandosi una variante del sistema di numerazione con base 21.


Il primo degli undici capitoli di questo libro bellissimo, divenuto ormai leggendario (la prima edizione, introdotta da Italo Calvino e pubblicata da Franco Maria Ricci in due volumi nel 1981, ha prezzi inavvicinabili), è dedicata a una botanica chimerica, con fiori stranissimi, alberi che si sradicano da soli e incominciano a nuotare, rami luminosi, e così via, in un delirio visionario supportato da un’abilità tecnica sopraffina. Le illustrazioni, colorate vivacemente e ricche di particolari, sembrano spesso parodie surreali del mondo reale, altre volte sono completamente immaginarie o astratte. Talvolta la stranezza del libro può sconcertare, perché dà la sensazione di celebrare il caos e l’incomprensibilità: tutto sembra scorrere, trasformarsi, mutare continuamente, perdere identità e sfidare le normali leggi del mondo. Alcuni l’hanno visto come allucinatorio e kitsch. Al contrario, Calvino nel 1994 (in Collezione di Sabbia, Mondadori) sosteneva che “come l’Ovidio delle Metamorfosi, Serafini crede nella contiguità e permeabilità d’ogni territorio dell’esistenza (…) L’uomo e il vegetale si completano (…) Come certi animali assumono la forma d’altre specie che vivono nello stesso habitat, così gli esseri viventi sono contagiate dalle forme degli oggetti che li circondano”. Secondo me, il Codex Seraphinianus possiede una sua sublime bellezza esotica, e, se vogliamo, una sua logica provocatoria e surreale. Un nuova edizione più accessibile, in un solo volume, con qualche illustrazione aggiuntiva e una “prefazione” dell’autore, è stata curata da Rizzoli nel 2006. Chi fosse interessato può comunque trovare in rete il pdf dell’edizione americana del 1983.

26 commenti:

  1. Popinga, io non ho mai avuto un erbario in vita mia. Mai raccolto violette naif lungo i fossi da piccola, mai seccato petali ardenti di baccarat donate da grande. Ho il pollice killer e non so disegnare nemmeno un ago di pino. Questa è la prima volta che mi sento una botanica, tipo un' Alsophila Graham (te lo ricordi il film con Walter Matthau?). Hai fatto una lezione meravigliosa, di quelle che gli studenti poi si sentono degli Unti del Signore (chi l'avrebbe mai detto che ti toccasse in sorte un tal ruolo, quello dell'Untore, intendo ovviamente, eh?) e vanno a casa e dicono: Mamma, ho deciso: voglio fare il Botanico (appunto), oppure L'Illustratore, oppure Il Cacciatore di pergamene.
    Non avrei mai pensato che l'Aldrovandi mi significasse un'epifania. Magari domani mi vado a comprare un semino di patata americana, lo custodisco nell'ovatta e decido di vederci dentro un'anima umana prolissa che mi somiglia. Faccio così.

    B

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  2. Ma Maestro Pop questo post è in qualche modo collegato alle iniziative dei creotardi, nostrani e turchi, convenuti a Milano, alle Stelline, con il plauso delle autorità tutte?
    Almeno le opere da te descritte hanno un senso. E il Serafini adesso finisce a fare il mio wallpaper.

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  3. laperfidanera21/10/10, 14:54

    Ho scaricato immediatamente il pdf del Codex, perché non lo trovavo nel mio PC sebbene ricordassi di averlo già scaricato tempo fa. E infatti...
    Questo dimostra due cose:
    1- sono una allieva diligente e obbediente
    2- sono enormemente disordinata (avevo salvato il Codex nella carpetta "divertimento" anziché in "letture" dove conservo i libri in pdf)

    @ B
    Ciao, è sempre un piacere leggerti!
    Un consiglio: non cercare semi di patata americana, qui mi dicono che si riproduce solo piantandone una (io ho sempre usato il metodo di metterla a mollo in un vasetto tipo quelli per i bulbi)

    LPN

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  4. Nel frattempo l'ho scaricato e cominciato a leggere anch'io. Siccome non ho fatto il classico l'unica cosa che avevo già visto è il coccodrillo.
    Ma ho scoperto come decifrarlo.
    ------======spoiler======------
    Smettete di leggere se non volete che vi rovini il gioco.
    Dovete sapere che per motivi che non mi sono ben chiarito sto leggendo (a piccoli spizzichi) "L'Universo Elegante" di Brian Greene. Che parla della teoria delle stringhe e poi arriverà anche alle M-brane.
    Orbene da un po' mi ero convinto che fosse quasi come la teologia e mi stavo chiedendo se vale la pena di continuare per vedere come va a finire.
    Ma...
    Adesso è tutto chiaro: è stato FSM a ispirarmi perché dev'essere visto come propedeutico al Codex Ser--quello lì, e viceversa.
    Appena lo finisco passo a Voicinicix, e vi faccio sapere.

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  5. io l'erbario l'ho fatto per l'esame di botanica e l'ho rivenduto due ore dopo che ho dato l'esame. Siccome me lo aveva fatto la mia futura moglie è capitato che lei diede l'esame subito dopo a quello a cui lo avevo venduto, essendo il suo uguale al mio (li aveva fatti entrambi), fu cazziata e bocciata. Sono le ingiustizie della via e comunque confermo che le patate americane come quelle nostrane non si seminano (da seme ) ma si moltiplicano propagandone i tuberi (ho fatto un corso di una settimana sulle patate alla università di Vaageningen, tanto per spandere un po'). e non dite che sono soltanto un tuttologo.

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  6. Le patate! Si fa in fretta a dire patate; ultimamente Enfrans ho mangiato patate viola, forse perché ultimamente Ubuntu usa quelle tonalità, o viceversa.

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  7. Ehi, ma allora come devo fare con la patata? Io intendevo di quelle cose che tu aspetti, metti il Seme (e come faccio se non va bene il seme? Cerco una patata intera e la metto nell'ovatta? Io ho solo quelle surgelate già precotte fatte a bastoncino, andranno bene lo stesso? LPN; metto a mollo quelle?), poi lo copri con l'ovatta e aspetti che germogli e lo metti in un punto in alto, tipo in cucina, così le cose verdi scendono e si allungano e tu osservi il fu seme e ti senti tanto contenta. Io ci vedo anche un qualchecosa di inquietate, in questa cosa verde che cresce e si allunga, infatti è per quello che non ha mai allevato una patata americana. Però adesso, per colpa di Popinga, io ci terrei.
    Enrico, come si propaga un tubero? Mi sembra una cosa tipo un morbo, o un virus, detta così. Insomma, adesso, fin che non trovo la maniera di avere questa patata americana che cresce nella mia cucina, io non ci dormo la notte. Ecco.
    Juhan, ho studiato questo Enfrans e questo Ubuntu pensando che fossero dei nomi di patate-fumetto, mannaggiattè. Giuro.
    Scusa Popinga, ma stasera avevo voglia di scherzare, che poi la patata si presta, agli scherzi, per dire...

    B

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  8. Non ti preoccupare, B., che spesso da bambino mi dicevano che avevo lo spirito di patata e io pensavo a un fantasma...

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  9. Dear B. non aver paura delle cose che si allungano, verdi o meno. Prendi una patata, tagliala a pezzi. In ogni pezzo ci deve rimanere una parte di buccia con almeno un cosiddetto "occhio" , Lasciale riposare una settimana o due , poi mettile sotto terra (qualche centimetro)verso aprile /maggio a seconda di dove stai, ogni pezzo a 20 cm circa di distanza , ricopri il tutto e aspetta con fiducia, verso settembre vai a vedere e le troverai tutte secche e mangiate dalla dorifora, perchè non avrai voluto di certo usare malefici pesticidi e ti leverai la fatica di raccoglierle. Se invece sarai così sfortunata da non avere avuto insetti, funghi, fusariosi, peronospere e nematodi, munisciti di zappa (a manico lungo e tira fuori i 5 /10 tuberi che si saranno formati sotto ogni piantina. La maggior parte, data la scarsa manualità, li trincerai con la zappa e non varrà la pena di raccoglierli, gli altri li potrai portare a casa dove , bene asciutti li potrai conservare in cantina, dove verranno rose dai topi prima che tu abbia tempo di consumarle. Potrai però andare al vicino supermercato e acquistarne una retina da 3/5 kg a 2/3 euro secondo stagione.

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  10. Enrico, sei un grande! :-)

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  11. Propongo l'Enrico ministro dell'agricoltura. Se ben ricordo il suddetto Enrico è tuttora presidente dei Sandrobondisti Anonimi; sarebbe bello se desse l'esempio e si dimettesse.
    @ Enrico mi sia consentito di porgere le mie felicitazioni.

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  12. laperfidanera23/10/10, 19:40

    Ha ragione Enrico, io non ci provo neanche a coltivare patate. Infatti, se non accade nulla di quello che dice lui, avrai un mucchio di patate di cui non saprai che fare prima che vadano in malora: per questo tutti i miei vicini, quando le raccolgono, ne regalano una parte (anche a me). Che sugo c'è a lavorare tanto (rincalzi, diserbi...) per poi regalare quasi tutto? vabbè, in realtà io faccio così con i fagiolini (cornetti), però mi piacciono di più e posso conservarli congelati regalandone solo una piccola parte ;-)

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  13. Noto con simpatia l'affiorare delle nostre comuni radici bressaniniane...

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  14. Io le patate aiuto a coltivarle. Faccio sono il manovale non specializzato perché è un'arte mica da ridere. Tanto per dire da noi si usa andare al mattino a caccia di dorifore e metterle in un barattolo con della nafta (il gasolio degli agricoltori) quindi niente antiparassitari.
    Ma la cosa più importante è la Luna: attenzione a interrare i pezzi di patata (come descritto dal ministro Enrico) e a raccoglierle al momento giusto (che lo sa solo mio padre, se del caso chiedere). Poi quando le avete raccolte bisogna tenerle all'oscuro che altrimenti buttano. Buttano comunque e bisogna passarle e togliere gli occhi, sempre in funzione della luna. Non ho capito come tocca sempre a me: dev'essere l'oroscopo.

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  15. laperfidanera23/10/10, 20:56

    Nunca mejor dicho, trattandosi di piante...

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  16. Mi dimetto subito da presidente di quella roba la, non si possono avere due cariche contemporaneamente. Però non so se posso accettare il ministero dell'agricoltura, essere considerato un successore di zaia, mi incupisce.
    Comunque le felicitazioni di Juhan le accetto a man bassa. fan sempre piacere. C'è stato un periodo che ho dovuto seminarle le patate, in montagna che il gusto ci guadagna. Mi ci costringeva mio suocero, Ne mettevamo giù circa 50 kg e ne raccoglievamo dopo mesi di fatiche 40/45 (e attenzione io nasco agronomo, ma chinarsi è fatica, molto più semplice parlarne di agricoltura, infatti per venti anni ho dispensato consigli in materia sementiera e siccome la so raccontare erano addirittura apprezzati, ahahahah). Comunque è vero che ho fatto un corso in Olanda sulla patata, e smettetela di ridere per favore, sui tuberi ella patata. Anni dopo quando ho cambiato vita, ho venduto ai russi un linea di 40 metri per friggere le patatine, dal tubero al sacchetto nello scatolone, chiavi in mano. Quindi basta ironizzare, qualche volta , invece di fare melensi sproloqui nostalgici come mi capita da un po' di tempo (ho la sbronza triste in questo periodo), lo racconto da me. E adesso vado a dormire che è tardi , buonanotte a tutti.
    Anzi vi lascio con questa crittografia mnemonica che mi avete ispirato :

    DI NUOVO CON LA NINFOMANE (10, 3, 2, 6, 8)

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  17. Meraviglia. Ok, le patate le ho chiare, da piccino apprezzavo molto i fagioli perché germinavano in pochi giorni, per la soddisfazione anche di un bambino impaziente. Il bello di tutte queste piante fantastiche è che servono nuovi nomi, nella nonsense botany ad esempio si riconoscono dei begli esemplari di maialalbero, di pescespuglio e di salice acconciatore.

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  18. Enrico, La Patata bollente è un film molto carino, vero?
    Che bello che in Olanda hai fatto un corso non sui tulipani, che quelli li fanno tutti!
    Io non le so nemmeno comperare, le patate. Non ci azzecco mai con le retine, o con le retate.

    B

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  19. I miei bambini sono rimasti affascinati.
    Anche io :-)

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  20. Che bello, Popinga, il Codex è fantasmagorico! Grazie :)

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  21. Brava B anche se per l'esattezza la soluzione è: Ritrovarsi con la patata bollente.

    I fatti di oggi e relative polemiche (Marchionne e C.) me ne hanno suggerita un'altra che mi sembra carina, ma l'ho già postata da me.

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  22. Post bellissimo. Guarda un po' le combinazioni. Oggi ho pubblicato un post su "La botanica parallela" di Leo Lionni.

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  23. Tutto bellissimo. Di Leo Lionni ho il libro. Ci feci un post. Ciao

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  24. Ops che sbadato, c'ero già stato qui. A quest'ora la memoria falla.

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