venerdì 22 marzo 2013

Arnaldo Biserani poeta

Il 19 marzo 1963 moriva tragicamente il pittore e poeta Arnaldo Biserani (1905-1963). Di lui ci rimane solo una fotografia che lo ritrae intorno al 1955, schietto rappresentante della gente di Romagna. La sua fama di pittore, e la complessità della sua opera che copre trent’anni di storia dell’arte contemporanea italiana, ha purtroppo messo in secondo piano il Biserani poeta, che non è azzardato definire una delle figure più complesse e significative del periodo. Nel cinquantenario della morte è doveroso ripercorrere il suo cammino perché anche il grande pubblico incontri e apprezzi la sua perizia letteraria. 

L’uomo Biserani, così come lo ricordano la sorella Adua e gli amici, era dotato di un carattere gioviale ed estroverso, nel quale ogni tanto emergevano momenti di vero e proprio spleen, soprattutto se alle dodici e mezza non era ancora pronto in tavola. Sin da piccolo amava gli scherzi, che poi commentava con la sua grassa, inconfondibile, risata. Ciò non gli impedì mai di essere un curioso e accanito divoratore di libri, soprattutto di poesia, ma anche romanzi e saggi letterari. Giunse ad accumulare più di trenta libri, che furono donati dagli eredi alla biblioteca di Porto Corsini, dove gli studiosi possono consultarli. 

Alla fine degli anni ’20 si accostò alla poesia, stimolato dalla lettura di Ungaretti. Il suo ermetismo non è tuttavia disperato, ma impregnato dello spirito solare della sua terra. Scriveva in dialetto e in italiano, in rima o con verso libero, secondo l’estro del momento e in funzione di ciò che aveva mangiato. La sua prima poesia, Pulpàtta (Polpetta), fu pubblicata nel 1930 sulla rivista letteraria “Parnaso ravennate”. Ecco una traduzione in italiano, che rende solo in parte l’intima musicalità del vernacolo e le insondabili geometrie lessicali di quest’opera impregnata di misticismo: 

Patata, aglio, prezzemolo, uova,
l’uomo ha tanti ingredienti 
di cui non si rende conto, 
e pensa come una polpetta 
che loda la propria polpettità 
ignorando le mani che la fecero. 

Più mature e tuttavia più semplici le poesie contenute nella raccolta Sardine impanate fritte alla fermata del treno (1937), nella quale l’alternarsi dei codici linguistici riflette gli stati d’animo dell’autore, sempre attento agli atti semplici della vita quotidiana, soprattutto in cucina. Rileggiamo da questa raccolta un’opera che, più di altre, riflette il carattere libero dell’autore, capace di esprimere un amore universale in controtendenza con le incombenti leggi razziali. Si intitola I funghi.

Figli del bosco e dell’acqua, 
i funghi sono detestati dai vegetali, 
perché non lavorano 
e vivono a spese degli altri. 
I funghi sono gitani, 
arrivano improvvisi 
e improvvisi spariscono, 
con note di violino. 
Tanti funghi sono delinquenti, 
velenosi, allucinogeni, osceni, 
possono uccidere, possono fare impazzire. 
Ma quelli buoni sono buoni, 
c’è scritto anche nel nome, 
e se sposano il riso 
si coprono di un manto 
di burro e prezzemolo. 


Biserani torna un’ultima volta alla poesia nella seconda metà degli anni Cinquanta, pubblicando infine Cicciolata (1962) qualche mese prima della sua morte prematura. Si tratta di uno smilzo volumetto di una trentina di opere, vero e proprio testamento spirituale, che anticipa molte delle correnti letterarie della fine del secolo, dal Gruppo ’63 alla beat generation. Le sue tematiche si aprono alla questione sociale, gli stili si fanno più incisivi, le tecniche compositive più sperimentali. La raccolta si apre con Maiali nell’alba, che qualche critico come il Dell’Orto ha voluto accostare con impudenza ad Allen Ginsberg, ma che a suo modo anticipa le attuali sensibilità animaliste: 

Sono andato con la macchina nuova 
all’allevamento dei maiali del Baretti 
su fino a Mirandola, e li ho visti. 
Ho visto le bestie migliori 
della mia generazione 
distrutte dalla follia, ingrassate, nude, 
trascinarsi nei recinti negri all'alba 
in cerca di un sollievo astioso, 
un pastone nel truogolo celeste, 
nella dinamo stellata nel meccanismo 
della notte. Con gli occhi vuoti 
sedevano grugnendo nell'oscurità 
chiedendosi il perché e il come 
di una vita vissuta per diventare 
costine e salami, prosciutti e ciccioli, 
per i Biserani come me, angeli 
sterminatori dell’Apocalisse suina. 

Più intimista è Quelle ciliegie, opera sospesa sul filo del ricordo dell’infanzia, nella quale troviamo anche la sorella Adua, con la quale visse per tutta la vita, nonostante le sue numerose avventure sentimentali. Il tono colloquiale, che la traduzione in italiano tradisce inevitabilmente, e il metro libero, danno al componimento i toni di un vero e proprio flusso di coscienza:

Stanotte ero lì che non avevo più sonno 
e sono uscito intanto che l’Adua dormiva, 
e mi è venuto in mente quell’orto incantato, 
dove noi bambini andavamo a rubare 
ciliegie, mugnéghe e anche gli zucchetti 
perché c’era la fame, mica come adesso, 
allora ho preso la bici e ho pedalato forte: 
ho sentito il campanone delle tre e mezza, 
dall’altra parte della statale, verso i colli. 
Quasi mi perdevo, ma certe strade poi 
le memorizzi, come gli uccelli migratori, 
che non c’è Africa che li faccia scordare 
il nido o la gronda rugginita dove sono nati. 
Dietro un magazzino di vernici, al buio, 
dove c’era il casolare dei ferraresi, 
ho trovato un pezzo di siepe di bosso, 
che era quella che eroici scavalcavamo, 
e un albero, un vecchio ciliegio storto, 
che aveva su tante belle ciliegie rosse, 
che mi sono arrampicato e ho raccolto, 
saranno state un chilo, un chilo e mezzo. 
Ne ho mangiata qualcuna e le altre 
le ho messe nella borsa sulla canna 
e sono tornato indietro che anche Coppi 
mica mi prendeva, tanto che andavo. 
Son tornato a casa e mi sono disteso, 
e ho preso sonno mentre il sole sorgeva. 
Mia sorella mi sveglia alle dieci 
e mi dice sei tornato in quell’orto, vero? 
Quelle ciliegie le ricordo anch’io. 


La solitudine e i guai della maturità sono l’oggetto di Riccione ’61, ispirata da una notte estiva nella città romagnola, trascorsa in compagnia dell’amico e collega Dello Feltraro, da lui sempre considerato uno sfigato approfittatore. Il contrasto tra l’atmosfera di vacanza e lo stato d’animo dei protagonisti è un archetipo dell’incomunicabilità dell’uomo moderno. Per la prima e unica volta nella sua opera poetica, il Biserani non ha fame:

Abbiamo bevuto, invorniti, fatto il giro dei bar 
nella lunga notte delle tedesche allegre e disponibili. 
Luci al neon sopra le Spaten provvisorie, poca schiuma, 
e risate e pingpong e minigolf nel luna-park estivo. 
A un certo punto mi dice che gli è venuta fame, 
ma non ha soldi che ha lasciato il giubbotto in stanza, 
allora gli dico, patacca, è già la terza volta che lo fai, 
ma mi hai preso per un coglione? Torniamo indietro, 
che a me ‘sto Nico Fidenco mi ha rotto i maroni, 
che non ho digerito e poi a noi di cinquant’anni 
invorniti e incazzati le tedesche mica ce la danno. 

La raccolta contiene anche un paio opere ermetiche, in una sorta di ritorno alle radici della sua poesia, mediato dal Giappone e dalla lettura dei francesi come Èluard. Commuovente questa perla, con la quale rende omaggio all’eterno femminino romagnolo: 

Nel brodo dei ricordi, 
le donne preziosi tortellini, 
fumanti di vita. 


Echi di America e beat generation, oltre a sorprendenti conoscenze geometriche, caratterizzano infine la poesia che chiude la raccolta, Milano, forse l’ultima composta in italiano dal Biserani, sempre legata ai temi che gli sono più cari. Con questi versi emblematici concludo il suo ricordo. 

A Milano in un lungo inverno scuro, quando il sole è cosa di Romagna, 
incontro la cassoela untuosa, le puntine, le cotenne, i salamini 
nella verza accogliente come una vagina innamorata; alla sera mi portano
in un ristorante di pesce a Lambrate, nella sera metallica e nebbiosa 
di treni e di tram e gente che si aggira indefinita e gelida 
e trovo nel menù il rombo di nuovo, e le sue forme regolari 
e schiacciate di pesce geometrico, con la superficie prodotto 
delle diagonali, quattro lati, paralleli due a due, ingobbiti 
dalla pressione dell’acqua, ma io ordino un gran fritto misto, 
che dicono che qui è più fresco che al porto di Rimini, 
può darsi ma non lo sanno fare e sa di bombolone riscaldato, 
allora prendiamo la macchina e andiamo a bere un digestivo 
in centro, dove i camerieri hanno più puzza sotto il naso 
dei clienti ricchi, industriali e negozianti con il gozzo 
da macellaio che ordinano vischi d’annata per loro e le due-tre 
puttane che li accompagnano fumando Muratti e Mercedes. 
Usciamo sotto le colonne e la nebbia è sparita, tira aria di neve, 
allora ci congediamo e ci diamo appuntamento per la mostra 
di Fontana l’indomani, e io sono contento, tra i primi fiocchi 
illuminati dai fanali, di tornare al caldo, mettermi in pigiama, 
e sedermi sul water che mi scappa anche da cagare.

Per chi desiderasse approfondire la conoscenza del Biserani pittore, raccomando l'illuminante e documentato saggio dell'amica e collega Maria Clara Bottoni, su BAU 2.0, che esce in contemporanea con questo articolo.

1 commento:

  1. apprezzo il lirismo:
    saranno state un chilo, un chilo e mezzo

    chissà in quale raccolta sarà finito quel famigerato e tragico capolavoro dell'altrettanto immortale lucio fontana

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