lunedì 9 marzo 2009

Il sogno di Kekulé


Un grande scienziato, solo po’ bugiardo

Nel 1865 il tedesco August Kekulé (1829 –1896) fu il primo ad ipotizzare la struttura ciclica del benzene. Kekulé è considerato uno dei fondatori della moderna chimica organica e, nel 1858 aveva dimostrato come gli atomi del carbonio possano unirsi a formare lunghe catene. Nel caso del benzene considerò l'ipotesi che i sei atomi di carbonio fossero disposti ai vertici di un esagono regolare, con un atomo di idrogeno legato a ciascun atomo di carbonio. Affinché ogni atomo di carbonio fosse tetravalente, egli postulò un'alternanza di legami semplici e di legami doppi, che cambiano continuamente posizione lungo l'anello.

Lo scienziato non volle rivelare come fosse arrivato a tale conclusione. Solo nel 1890, durante una festa in suo onore a Berlino chiamata Benzolfest, Kekulé raccontò che nell’inverno 1861-62, mentre risiedeva a Gand, in Belgio, in una buia stanzetta da scapolo, si era addormentato davanti al fuoco e nel sonno aveva visto un serpente che si mordeva la coda:

“Ero seduto intento a scrivere, ma il lavoro non progrediva; i miei pensieri erano altrove. Girai la sedia verso il camino e mi appisolai. Di nuovo gli atomi giocavano di fronte ai miei occhi (…). Il mio occhio mentale, reso più acuto da questa ripetuta visione, era ora in grado di distinguere strutture più grandi di multiforme conformazione; lunghe file talvolta sistemate più strettamente, tutte sinuose e ricurve come il moto di un serpente. Ma guarda! Che cos’è? Uno dei serpenti aveva afferrato la sua stessa coda, e la forma girava beffardamente davanti ai miei occhi. Come per un lampo improvviso mi risvegliai e passai il resto della notte a elaborare la mia ipotesi.”

Curiosamente una simile rappresentazione della struttura del benzene era comparsa nel 1886 nel Berichte der Durstigen Chemischen Gesellschaft (Giornale dell’Assetata Società di Chimica), una parodia, scritta in un linguaggio pseudo-accademico, del Berichte der Deutschen Chemischen Gesellschaft, con la sola differenza che il testo umoristico parlava, invece che di un serpente, di scimmie che si afferrano a vicenda formando un cerchio. Alcuni hanno ipotizzato che la parodia fosse una satira dell’aneddoto del serpente, che doveva circolare oralmente già prima del racconto in una sede ufficiale. Altri hanno addirittura pensato che Kekulé nel 1890 abbia voluto a sua volta prendersi gioco della burla delle scimmie, per cui il sogno del serpente sarebbe una mera invenzione. Altri ancora non escludono che lo stesso Kekulè fosse tra i buontemponi del finto giornale.

A complicare le cose esiste il racconto di un altro sogno, fatto nella stessa festosa occasione da Kekulé, secondo il quale la danza di atomi e molecole che gli avrebbe ispirato la precedente scoperta dei legami tra gli atomi di carbonio nelle catene degli alcheni e degli alchini, sarebbe stata vista – disse – in un dormiveglia durante un viaggio su un omnibus a cavalli a Londra, nel 1853:

“Durante il mio soggiorno a Londra abitavo in Clapham Road. (…) Spesso passavo le serate con il mio amico Hugo Mueller (…) Parlavamo di molte cose, ma soprattutto della nostra amata chimica. Una sera di fine estate [mentre] tornavo a casa con l’ultimo omnibus (…) caddi in una reverie e, ecco, gli atomi serpeggiavano davanti ai miei occhi. Tutte le volte fino ad allora in cui questi minuscoli esseri mi erano apparsi, erano sempre stati in movimento. Ora, invece, vedevo come, spesso, due atomi più piccoli si univano a formare una coppia; come una coppia più grande abbracciasse i due più piccoli; come alcune ancor più grandi afferrassero tre o anche quattro dei più piccoli; come il tutto continuasse a girare in una danza vertiginosa. (…) Il grido del conduttore “Clapham Road!” mi risvegliò dal sogno, ma passai una parte della notte a mettere su carta i primi abbozzi di queste forme viste in sogno”.

A questo punto si potrebbe pensare che il chimico tedesco fosse o un gran bugiardo o un gran burlone, senza escludere che fosse entrambi contemporaneamente. Ma non è finita qui. Nel 1984 i biochimici americani John Wotiz e Susanna Rudofsky vollero indagare il motivo che aveva spinto Kekulé a un così lungo silenzio sulla circostanza del sogno. Negli archivi di Kekulé all'Università di Darmstadt, i due studiosi trovarono una lettera scritta nel 1854 a un editore tedesco, in cui lo scienziato proponeva la pubblicazione del testo Methode de Chemie del chimico francese Auguste Laurent (1807–1853), comparso postumo nel 1854. Trovarono inoltre una pubblicazione del 1858 in cui Kekulé citava di nuovo il saggio di Laurent, e in particolare la sua pagina 408. In effetti, alla pagina 408, il chimico francese proponeva per il cloruro di benzoile una formula di struttura esagonale:

Insomma, quando Kekulé rese pubblica la formula, in realtà già la conosceva da almeno 11 anni.

Una difficoltà nel progresso della scienza è il bisogno di molti scienziati di riconoscimento e status. Il riconoscimento del mondo scientifico è una delle priorità nel pubblicare nuovi risultati. La cosa triste è che gli scienziati, anche quelli grandi, non sempre sono modelli di rettitudine morale quando si tratta di reclamare la propria primogenitura su una scoperta. Tuttavia è ormai raro che una scoperta venga fatta da un singolo ricercatore. Diverse scoperte simultanee sono la norma. Perciò le dispute sulla priorità sono inevitabili. Anche a costo di ricorrere a bugie e storie fantastiche, magari riprese dalla tradizione o dalla letteratura.

Kekulé non dice se aveva già incontrato l’immagine serpentiforme prima del suo fantomatico celebre sogno (quello di Gand, non quello di Londra), ma è probabile che l’abbia vista in un libro o in un museo, perché si tratta di un simbolo con una lunga storia in molte culture. E anche sulla scoperta ispirata da un sogno c’è qualcosa da dire.


L’uroboro

L’immagine di un serpente (o di un drago) che si morde la coda (Ouroboros) compare in tutto il mondo già dai tempi protostorici, dall’Egitto alla Grecia, dall’India all’America centrale, e continua a essere presente nelle sculture delle cattedrali medievali e nella tradizione alchemica. Furono i greci a dargli il nome con il quale oggi lo designiamo, che significa proprio “che si mangia la coda”. Questa figura rappresenta, in forma di cerchio zoomorfico, l’eterno ritorno, l’esistenza di un nuovo inizio che avviene inevitabilmente dopo ogni fine. L’uroboro rappresenta mediante il cerchio la metafora espressiva di una riproduzione ciclica, come la morte e la rinascita, la fine del mondo e la creazione, e di conseguenza anche l’eternità iconograficamente rappresentata dal cerchio stesso.

L’uroboro è anche la coincidenza degli opposti ed è talvolta associato alla figura dell’androgino, l’unione dei principi femminile e maschile che si realizza in alchimia nel compimento dell’opera, nella Pietra Filosofale. Curiosamente ho trovato quest’immagine anche in una delle più belle canzoni di Leonard Cohen, Last Year's Man (1975), dove è utilizzata per descrivere poeticamente un rapporto sessuale:

"And when we fell together
all our flesh was like a veil
That I had to draw aside
to see the serpent eat its tail."

E quando insieme cademmo
Tutta la nostra carne era come un velo
Che avrei voluto tirar da parte
Per vedere il serpente mangiare la sua coda..

Carl Gustav Jung considerò l’uroboro come un archetipo e interpretò il sogno di Kekulé come un esempio di criptomnesia, o plagio involontario. Secondo lo psicanalista svizzero, si ha criptomnesia quando una persona ricorda erroneamente di aver avuto un’idea che in realtà non è sua. Il suo plagio non è dovuto a intenzione, ma a una distorsione nel meccanismo della memoria. Nel mondo della musica capita di frequente.


Il sogno ispiratore

Le circostanze del secondo sogno di Kekulé, quello dell’uroboro, ricordano quelle della visione che avrebbe ispirato al poeta romantico inglese Samuel Taylor Colerige la scrittura del poema incompiuto Kubla Khan, uno dei suoi capolavori. Ecco il racconto che fa lo stesso Coleridge parlando in terza persona nelle note che accompagnano la prima pubblicazione dell’opera (1816):

“Nell'estate dell'anno 1797 l'autore, infermo, si era ritirato in una fattoria solitaria tra Porlock e Linton, (…) A causa di una lieve indisposizione era stato prescritto un anestetico [in realtà era oppio], per effetto del quale egli si addormentò seduto mentre leggeva nel Pilgrimage di Purchas la seguente frase, o parole analoghe: "Qui il khan Kubla ordinò che fosse costruito un palazzo con annesso un imponente giardino. Così dieci miglia di terreno fertile furono circondate da un muro".

L'autore continuò a dormire profondamente per tre ore, almeno per quanto riguarda i sensi esteriori, e in questo periodo di tempo egli ha la più viva certezza di aver composto non meno di duecento o trecento versi, se invero può dirsi composizione il sorgere davanti a lui di tutte le immagini come cose, ciascuna accompagnata dalle espressioni corrispondenti, senza alcuna sensazione o consapevolezza di sforzo. Al risveglio gli parve di ricordare chiaramente il tutto e, prendendo carta, penna e inchiostro, subito e rapidamente mise per iscritto i versi che sono qui preservati. A questo punto fu malauguratamente chiamato fuori da una persona venuta da Porlock per affari (…) e quando tornò alla sua stanza scoprì con non poca sorpresa e delusione che, per quanto conservasse un vago e impreciso ricordo del significato generale della visione, tutto il resto, a eccezione di otto o dieci versi e immagini slegati, era svanito come le immagini sulla superficie di un corso d'acqua in cui è stata gettata una pietra, ma, ahimè, senza che esse si ricomponessero in seguito!”

Come gli atomi di carbonio di Kekulé, il testo casualmente letto dal poeta inglese prende a germinare e a moltiplicarsi: nel sonno prende corpo una serie d'immagini visuali e, semplicemente, di parole che le manifestano. Al risveglio l’idea della struttura del benzene e il poema sono lì, come ricevuti in dono, e al sognatore non rimane che mettere per iscritto quanto ricorda. E ciò che ricorda Colerige è di rara bellezza:

In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree:
Where Alph, the sacred river, ran
Through caverns measureless to man
Down to a sunless sea.
So twice five miles of fertile ground
With walls and towers were girdled round:
And there were gardens bright with sinuous rills,
Where blossomed many an incense-bearing tree;
And here were forests ancient as the hills,
Enfolding sunny spots of greenery.

(…)

The shadow of the dome of pleasure
Floated midway on the waves;
Where was heard the mingled measure
From the fountain and the caves.
It was a miracle of rare device,
A sunny pleasure-dome with caves of ice!

A damsel with a dulcimer
In a vision once I saw:
It was an Abyssinian maid,
And on her dulcimer she played,
Singing of Mount Abora.
Could I revive within me
Her symphony and song,
To such a deep delight 'twould win me,
That with music loud and long,
I would build that dome in air,
That sunny dome ! those caves of ice!
And all who heard should see them there,
And all should cry, Beware! Beware!
His flashing eyes, his floating hair!
Weave a circle round him thrice,
And close your eyes with holy dread,
For he on honey-dew hath fed,
And drunk the milk of Paradise.

Kubla Khan fece in Xanadù
Un duomo di delizia fabbricare:
Dove Alfeo, sacro fiume, verso un mare
Senza sole fluiva giù
Per caverne che l'uomo non può misurare.
Per cinque e cinque miglia di fertile suolo
Lo circondò con torri e mura;
C'erano bei giardini, ruscelli sinuosi,
Alberi da incenso in fioritura;
C'erano boschi antichi come le colline
E assolate macchie di verzura.

(…)

L'ombra del duomo di delizia
Fluttuava sull'acqua a mezzo via,
Dove si confondeva il ritmo sovrapposto
Della fontana e delle grotte.
Era un prodigio di rara maestria:
Antri di ghiaccio e cupola solatìa.

Una fanciulla con salterio
Io vidi in una visione:
Era una giovane Abissina
E col suo salterio sonava,
Del Monte Abora cantava.
Potessi in me resuscitare
Quel suo canto e melodia,
Vinto di gioia ne sarei,
Di piena musica nell'aria
Quel duomo anch'io fabbricherei,
Quelle grotte di ghiaccio, la cupola di sole!
E ognuno che ascoltasse li vedrebbe,
Tutti gridando: attento! Attenti!
I suoi occhi di lampo, le sue chiome fluenti!
Fargli tre volte intorno un cerchio,
Chiudi gli occhi con santo timore,
Perché con rugiada di miele fu nutrito
E bevve latte di paradiso.

Il caso, benché straordinario, non è unico. Il violinista e compositore Giuseppe Tartini sognò che il Diavolo (suo schiavo) eseguiva sul violino una prodigiosa sonata; il musicista, una volta sveglio, trasse dal suo imperfetto ricordo il Trillo del Diavolo. Un altro esempio di creazione incosciente è quello di Robert Louis Stevenson, al quale un sogno (come egli stesso ha narrato) dette, nel 1884, l'argomento di Jekyll e Hyde.

Forse non si sogna più come una volta.


2 commenti:

  1. Interessantissimo articolo.. complimenti!

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  2. Anch'io conoscevo la storia di Kekulè, letta sul mio libro il "Nardelli", ma non era così approfondita e dettagliata come nel tuo post! Complimenti!!

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