giovedì 26 marzo 2009

La “poesia scientifica” di René Ghil



“Tra cinquant’anni il poeta sarà colui che comanderà delle macchine fonetiche. La poesia sarà una scienza oppure non sarà”
(René Ghil)

Per gli psicologi, la sinestesia indica stati in cui la stimolazione di un senso è percepita come due eventi distinti e contemporanei. Essa è presente in molte persone (la sua incidenza è di circa 1 individuo su 2.000), nelle quali la percezione di uno stimolo (ad esempio il suono) induce la reazione chiara e specifica di un altro senso (ad esempio la vista). Esperienze di tipo sinestetico possono essere indotte in maniera artificiale, mediante l'uso di sostanze psicotrope, con la meditazione, oppure intervengono in alcuni tipi di malattie che colpiscono la corteccia cerebrale.

Nell’Ottocento la sinestesia è stata considerata la radice della creazione di ogni opera d’arte. Per i Simbolisti la corrispondenza tra tutti gli elementi della natura può essere colta dal poeta che riconosce dentro di sé la corrispondenza tra tutti i sensi. La poesia era considerata in grado di svelare i misteri che si celano dietro l’apparenza, cogliendo rapporti di corrispondenza anche fra cose lontane. Essa sarebbe in grado di esprimere le relazioni che legano il mondo interiore del poeta a quello esteriore.

I poeti decadenti hanno fatto della sinestesia il loro manifesto. Gli Scritti sull’arte di Baudelaire sono ricchi di osservazioni sull’intimo congiungimento tra colori, suoni e profumi. Accanto a lui, Gautier, Huysmans e Rimbaud hanno reso in poesia le loro esperienze sinestetiche, talvolta indotte dalla droga o dall’assenzio.

In questo contesto si spiega il celebre sonetto di Rimbaud sulle vocali, scritto nel 1872, che associa le lettere dell’alfabeto ai colori:

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu; voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bobinent autour des puanteurs cruelles,

Golfes d'ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d'ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;

U, cycles, vibrements divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d'animaux, paix des rides
Que l'alchimie imprime aux grands fronts studieux;

O, suprême Clairion plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges;
- O l'Oméga, rayon violet de Ses Yeux!


A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre origini segrete:
A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti
Che ronzano intorno a fetori crudeli,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di fieri ghiacciai, re bianchi, brividi di umbelle*;
I, porpore, sangue sputato, riso di belle labbra
Nella collera o nelle ebbrezza penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace dei pascoli seminati di animali, pace delle rughe
Che l'alchimia scava nelle ampie fronti studiose.

O, Tuba suprema piena di stridori strani,
Silenzi attraversati dai Mondi e dagli Angeli:
- O l'Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi

*Le umbelle (o ombrelle) sono le infiorescenze racemose in cui tutti i fiori hanno peduncolo di lunghezza più o meno uguale: sono tipiche delle piante appartenenti alla famiglia delle Apiaceae (dette anche Ombrellifere o Umbelliferae).

All’interno di questi fermenti sinestetici occupa una posizione particolare il poeta francese René Ghil (1862-1925). Oggi quasi dimenticato, conobbe ai suoi tempi una certa, ambigua, notorietà, talvolta ferocemente discussa più per le sue teorie che per la sua opera di poeta. Ancora oggi i suoi critici non sono teneri: c’è chi parla di megalomania e i più severi lo classificano tra i freaks della letteratura.

Dopo gli esordi sotto l’ala protettrice di Mallarmé, il quale aveva scritto la prefazione al suo primo libro di teoria poetica, il Traité du Verbe (1886), Ghil si distaccò dai simbolisti, dei quali contestò con forza l’idealismo e l’irrazionalità. Si scagliò contro quella che definiva la “poesia di rêverie”, di cui stigmatizzò a più riprese la religiosità, l’impressionismo e l’incoerenza, opponendole Lamarck e Darwin. Ghil assegnava alla poesia e la “nuovo Poeta” la “missione” di “ricreare coscientemente una commossa armonia di questo universo”. Ricreare, razionalmente, con l’ausilio della scienza. Le sue idee furono ribadite e sviluppate nel 1909, quando pubblicò De la Poésie Scientifique, e nel 1920, con La Tradition de Poésie-Scientifique.

Così scriveva nel Traité du Verbe : “Il dovere del poeta, ora, è di pensare e di conoscere, in primo luogo secondo il pensiero e la conoscenza del sapiente che sperimenta, e poi (…), inducendo e deducendo più in fretta e più oltre (…) leggi e leggi e leggi di supporto, sintetizzare in una parola molteplice la logica e la musica!” Per questa missione impossibile un po’ presuntuosa, Ghil si appoggiava all’atomismo di Lucrezio, all’enciclopedismo degli illuministi, all’evoluzionismo nelle sue varie declinazioni e persino al concetto non dualista del cosmo tipico del buddismo, da poco tempo introdotto in Francia.

Le sue concezioni poetiche si basavano sulle teorie linguistiche di Rousseau: all’origine del linguaggio c’è “il grido”, espressione della sensibilità pura. In seguito, attraverso stadi successivi, si è verificata una crescente complessità dell’espressione e a una perdita della sua unità primordiale. Un’implacabile dissociazione ha allontanato gli “ideogrammi” (i grafemi) dai loro corrispondenti fonemi. La missione del poeta è allora quella di ritrovare “il carattere originale della parola”.

A sostegno di questo programma, Ghil portò le teorie acustiche e fonetiche di Hermann von Helmholtz, grande fisico e fisiologo e valente musicista, tradotte in francese nel 1868. Nella “Dottrina della percezione dei toni come fondamento per una teoria della musica” (1862), il tedesco aveva esposto una teoria della musica, basata sui dati sperimentali elaborati con strumenti matematici, che spiegava le leggi dell’acustica fisiologica proposte in precedenza da Ohm. Per Helmholtz l’estetica musicale dipende dall’acustica e dalla biologia dell’apparato uditivo.

Una lettura troppo semplicistica ed entusiasta dell’opera di Helmholtz e del sonetto di Rimbaud sulle vocali portò Ghil, che poco sapeva di teoria musicale, a elaborare la sua dottrina della Strumentazione verbale: ogni timbro della lingua corrisponde a quello di uno strumento musicale e a uno stato psicologico e, per sincretismo, a un colore. È con questa combinazione di timbri e con il significato delle parole in cui essi compaiono, che il poeta, come fa il musicista con le note, deve comporre le sue opere. Questa modalità di composizione semio-acustica si combina con una concezione originale del ritmo: viene conservato il sillabismo, ma sono ignorate per principio le regole tradizionali della metrica, per far posto a modi di scansione del verso che mirano a creare armonie e discordanze per rendere possibile la lettura del ritmo stesso dell’universo. Insomma, una scienza mal masticata a supporto di una elucubrazione metafisica e dell’asserzione che “scientificamente il linguaggio è musica”.

I risultati pratici di queste idee sono contradditori. Ghil mostra a volte un certo talento, seppure asservito alle sue concezioni teoriche:

Vie, et ride des eaux, depuis que hors l'amère
Navrure de ses Yeux son âme ne sourd plus,
De ses Yeux inlassés la Vieille aux os de pierre
Morne et roide regarde : et sa voix de prière
Très aigre, égrène au soir les avés des élus.

Diversamente da Rimbaud, Ghil associa la U al color oro e la O al rosso. Prende in considerazione anche i suoni delle consonanti: la R, ad esempio, è rossa e corrisponde “alla serie grave dei sassofoni” e alle idee di predominio e di gloria. Tuttavia, la R unita alla U, corrisponde “alla serie delle trombe, dei clarinetti e dei pifferi” e “alle idee di tenerezza, del riso, dell’istinto amoroso”. Le parole assumono dunque, oltre al loro senso interno, un senso esterno, meno definito, che deriva dai fonemi elementari che le costituiscono. Il bravo poeta deve saper utilizzare parole che corrispondono al meglio alla loro famiglia semantica. I risultati di questi deliri teorici sono a volte davvero irritanti per il lettore, anche se dotato di buona volontà:

Le rudiment hésitant se retrouve
complexe et sûr aux nuits humides de l'ovaire
et des lourds génitoires, de l'oogone et
de l'antéridie en la même algue où itère
le génital attrait des deux pôles!

Oppure :

Tout étonnés et languissants de l'éparrant
choc en retour,
qui de tous Sens de notre grand
néoraxe impressionna, d'éclair ! et à les rendre
notre présente réduction, – nos germes à
s'unir en ustïon de leur phosphore,
cendre
vivante et qui efferve...

Nessuna musica verbale può temperare lo sconcerto provocato da tali accostamenti di parole e di neologismi. Ghil sembra scegliere semplicemente le parole in cui suono e senso gli appaiono avvicinarsi, sicuro che nel testo troveranno il loro reciproco accordo.

Come “duro investigatore della vita”, tuttavia, il poeta francese non poteva accontentarsi a lungo di restare confinato nelle gabbie di una lingua. Egli voleva nominare le cose con parole che fossero esteticamente congruenti con esse. Ad un certo punto la lingua indonesiana dell’isola di Giava, “in cui così sensibilmente stanno uniti i sensi e i suoni” gli sembrò adatta allo scopo. Le Pantoun des pantoun, un lungo poema narrativo scritto nel 1904 in ricordo di una danzatrice di Giava incontrata all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, è il frutto di questa esuberanza maccheronica. I versi sono permeati di un lirismo che vuol essere complesso e delicato, nel quale si mescolano l’esotismo orientale e il ricordo amoroso, la lingua insulare e il francese maltrattato dall’autore. Eccone un assaggio:

Plus doux
que la nuit de noudioum' dont le vent luit sur nous.
quand miaulent-perteha sous l'emper, les koutshin'g .

Più dolce
che la notte di noudioum', il cui vento brilla su di noi!
Quando miagolano perteha sotto l’emper, i koutshin'g.

L’opera è seguita da un glossario che spiega che i noudioum' sono le stelle, perteha vuol dire miagolare (e quindi miaulent-perteha può voler dire “miagolano e miagolano”), l’emper è un arbusto fiorito (Buddleja davidii), i koutshin'g sono i gatti domestici.

Se questo gramelot franco-indonesiano può far sorridere, bisogna almeno notare che René Ghil fu terribilmente coerente fino in fondo con le sue idee iniziali.


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