sabato 17 aprile 2010

Parole inventate 3: il gliglico di Rayuela

Il gioco del mondo (Rayuela), pubblicato in lingua originale nel 1963 e in Italia da Einaudi nel 1969 e poi nel 2002, è il libro più importante scritto dallo scrittore argentino Julio Cortázar (1914–1984). Opera tortuosa, affascinante, complessa, a suo modo filosofica, Rayuela è stata a torto considerata un romanzo combinatorio, per via della sua struttura a incastro che consente due diverse modalità di lettura. Come affermò lo stesso autore in un’intervista a Omar Prego, nessun artificio combinatorio è però alla base della sua costruzione, maturata man mano che procedeva la scrittura. Così l’autore illustra le modalità di lettura nella Tavola d’orientamento che precede il testo:

“A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56. (...) Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l'ordine indicato a piè pagina d'ogni capitolo...".

Tra le numerosissime riflessioni che il romanzo suscita, in questo articolo voglio occuparmi di una cosa che potrebbe sembrare di poco conto: spero di convincervi del contrario. Cortázar è infatti un onomaturgo, un inventore di parole, addirittura ideatore di un linguaggio, il gliglico, che il protagonista, Horacio Oliveira, condivide con Lucia, “la Maga”, nei momenti di più appassionata intimità. Un idioma giocoso, musicale, segreto, che, separandoli dal resto del mondo, rende i due amanti ancor più complici e vicini. Penso che ciascuno di noi abbia provato, magari solo da bambino/a, l’esperienza emozionante di parlare un linguaggio esclusivo, che gli altri non possono capire (il farfallino è l’esempio più noto – l’efesefempiofo piufu nofotofo). E, siccome si cerca di ritrovare il bello del nostro passato, forse anche perché nell’amore la componente giocosa è fondamentale, tra persone che si amano non è inconsueto che l’intimità sia fatta anche di parole segrete, magari prive di un significato definito, ma ricorrenti per via del loro suono, oppure perché evocano sensazioni condivise (una specie di “lessico famigliare” ancor più ristretto). Il merito di Cortázar è quello di aver ricordato questo aspetto importante della nostra affettività.

Il gliglico compare per la prima volta nel testo in un momento particolare, all’inizio della crisi che porterà alla rottura tra i due protagonisti, una rottura voluta più che altro da Oliveira, in cerca di qualcosa che egli stesso non sa definire con precisione (dice “un centro”). In una lunga conversazione (capitolo 20) in cui i due riflettono sulla loro unione e sui loro rapporti con il gruppo di amici di cui entrambi fanno parte, tra pianti e risate, c’è anche l’occasione per una finta scenata di gelosia (un altro aspetto dell’amore a due in cui tutti possiamo ritrovarci):

– Decime cómo hace el amor Ossip – murmuró Oliveira, apretando los labios contra los de la Maga-.
– Pronto que se me sube la sangre a la cabeza, no puedo seguir así, es espantoso.
– Lo hace muy bien – dijo la Maga mordiéndose el labio –. Muchísimo mejor que vos y más seguido.
– ¿Pero te retila la murta? No me vayas a mentir. ¿Te la retila de veras?
– Muchísimo. Por todas partes, a veces demasiado. Es una sensación maravillosa.
– ¿Y te hace poner con los plíneos entre las argustas?
– Sí, y después nos entreturnamos los porcios hasta que él dice basta basta, y yo tampoco puedo más, hay que apurarse comprendés. Pero eso vos no lo podés comprender, siempre te quedás en la gunfia más chica.
– Yo y cualquiera – rezongó Oliveira, enderezándose –. Che, este mate es una porquería, yo me voy un rato a la calle.
– ¿No querés que te siga contando de Ossip? – dijo la Maga –. En glíglico.
– Me aburre mucho el glíglico. Además vos no tenés imaginación, siempre decís las mismas cosas. La gunfia, vaya novedad. Y no se dice – contando de –.
– El glíglico lo inventé yo – dijo resentida la Maga –. Vos soltás cualquier cosa y te lucís, pero no es el verdadero glíglico.

Che la traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini rende così nell’edizione italiana:

– Dimmi come fa l’amore Ossip, – mormorò Oliveira, premendo le labbra contro quelle della Maga. – Fa’ presto, che mi va il sangue alla testa, non posso continuare così, è spaventoso.
– Lo fa benissimo, - disse la Maga, mordendogli il labbro. – Molto ma molto meglio di te, e più a lungo.
– Ma ti retilla la murta? Non dirmi bugie. Ti retilla davvero?
– Moltissimo. Dappertutto, qualche volta troppo. È una sensazione meravigliosa.
– E ti fa mettere i plinei fra le arguste?
– Sì, e poi ci intrattorniamo i porzi finché lui non mi dice basta basta, e anch’io non ne posso più, bisogna fare in fretta, capisci. Ma forse non lo puoi capire tu, ti limiti a restare nella scoccia più piccola.
– Io e chiunque altro, - brontolò Oliveira, raddrizzandosi. – Eh, questo mate è schifoso, scendo un attimo in strada.
– Non vuoi che continui a contarti di Ossip? – disse la Maga, - In gliglico’
– Non sai quanto mi annoi il gliglico. E poi non hai fantasia, dici sempre le stesse cose. La scoccia, che novità. E poi, non si dice “contare”.
– Il gliglico l’ho inventato io, - disse la Maga risentita. – Tu tiri fuori la prima cosa che ti viene e ti dài delle arie, ma non è vero gliglico.

Anche se a prima vista sembra incomprensibile, il linguaggio è inventato da Cortázar con estrema cura: il gliglico è dal punto di vista sintattico e grammaticale uno spagnolo corretto. Egli usa combinazioni di suoni idiomatiche della lingua, utilizza verbi e nomi riconoscibili, e li inserisce in frasi e periodi correttamente strutturati. Ciò che rompe le regole si trova a livello del lessico: molte parole sono parole–valigia, costruite combinando sillabe o gruppi di suoni di parole esistenti. Molti hanno pensato che l’autore sia stato influenzato dal Jabberwocky di Lewis Carroll, e in effetti egli conosceva bene la letteratura inglese, al punto da dichiarare di aver imparato dagli inglesi il potere dell’ironia. Va ricordata anche (cap. 18) la citazione, scorretta, da parte di Oliveira di un verso della poesia di Carroll, con un of in più: “Beware of the Jabberwocky my son.”

Cortázar ha dichiarato poi che “Il gliglico di Rayuela è di solito associato con l’erotismo: l’intenzione era che questa lingua inventata potesse veicolare ciò il linguaggio convenzionale non riesce a fare.” Curiosamente Alice, dopo aver ascoltato la recita del Jabberwocky, fa un commento che sembra suggerire proprio questi caratteri: “In qualche modo sembra che mi riempia la testa di idee, anche se non so proprio che cosa siano!”.

Il trionfo del gliglico è il capitolo 68 (da inserire prima del capitolo 9 nell’ipotesi alternativa di lettura) in una circostanza in cui l’amore tra Horacio e la Maga è al suo apice e nessuna nube ancora offusca l’orizzonte. Qui è la voce narrante dell’autore a descrivere una scena erotica:

Apenas él le amalaba el noema, a ella se le agolpaba el clémiso y caían en hidromurias, en salvajes ambonios, en sustalos exasperantes. Cada vez que él procuraba relamar las incopelusas, se enredaba en un grimado quejumbroso y tenía que envulsionarse de cara al nóvalo, sintiendo cómo poco a poco las arnillas se espejunaban, se iban apeltronando, reduplimiendo, hasta quedar tendido como el trimalciato de ergomanina al que se le han dejado caer unas fílulas de cariaconcia. Y sin embargo era apenas el principio, porque en un momento dado ella se tordulaba los hurgalios, consintiendo en que él aproximara suavemente sus orfelunios. Apenas se entreplumaban, algo como un ulucordio los encrestoriaba, los extrayuxtaba y paramovía, de pronto era el clinón, la esterfurosa convulcante de las mátricas, la jadehollante embocapluvia del orgumio, los esproemios del merpaso en una sobrehumítica agopausa. ¡Evohé! ¡Evohé! Volposados en la cresta del murelio, se sentían balpamar, perlinos y márulos. Temblaba el troc, se vencían las marioplumas, y todo se resolviraba en un profundo pínice, en niolamas de argutendidas gasas, en carinias casi crueles que los ordopenaban hasta el límite de las gunfias.

Ecco la traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossigni:

Appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo, sentendo in qual modo a poco a poco le arniglie si specunnavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si tortorava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfenni. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccrestare, li contrunniva e li parammoveva, all'improvviso era l’urgano, la stervorosa convolcante delle materglie, l'annesante imboccapluvia dell'orgomio, gli esproemi del mirpasmo in una surrumitica argopausa. Evohé Evohé! Avvolpati nella cresta del morelio, si sentivano balparamare, perlacei e marili. Tremava il troc, erano vinte le marpenne. e tutto si ressogliva in un profondo pinnice, in nioremi d'argatesi garze, in carenie quasi crudeli che li artavagliavano fino al limite delle cunfee.

E il testo originale recitato dallo stesso autore


Fu la Perfida Nera la prima a parlare del gliglico in questo blog: a lei è dedicato l'articolo.

9 commenti:

  1. laperfidanera17/04/10, 13:08

    Grazie, commossa
    LPN

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  2. laperfidanera22/04/10, 14:51

    Non vorrei averti dato un’impressione errata. In realtà, Rayuela, che ti avevo citato solo come esempio per il suo “gliglico”, non mi è piaciuto, e anzi è uno dei pochissimi libri che non mi sono data la pena di leggere fino in fondo. Lo rileggerò per vedere se mi dà una sensazione diversa.
    I personaggi non mi dicono molto, e la lingua, sebbene molto interessante perché mi mostra le differenze dell’argentino rispetto al castellano, mi infastidisce un poco perché, proprio per tali differenze, non mi presenta la scorrevolezza che desidererei: ho l’impressione di “inciampare” quasi a ogni passo. Come andare in automobile su un “pavé” sconnesso o ascoltare un balbuziente! :-(

    Inoltre, l’ambientazione (Parigi vista da stranieri) mi ricorda uno dei libri più brutti che abbia mai letto, che ho terminato solo con enorme sforzo di volontà, cioè “Tropico del Cancro” di Henry Miller. L’impressione che ho avuto di tale romanzo è che il Miller abbia prefissato (come unica meta, temo) una certa quantità di parole da usare e spargere a piene mani qua e là, scelte tra le seguenti:
    1- tutti i sinonimi possibili che definiscano gli organi sessuali maschile e femminile
    2- tutte le secrezioni ed escrezioni e umori e liquidi che un corpo umano possa produrre (forse, non ricordo, con l’eccezione del cerume delle orecchie :-) )
    3- e ovviamente, il “bidet”, simbolo per gli anglosassoni di perdizione e peccato, non di pulizia come per noi.
    I personaggi poi, invece di quelli in fondo quasi normali di Rayuela, sono i tipici statunitensi, che credevano (credono tuttora?) che il fatto di vivere a Parigi giustifichi e anzi imponga “genio e sregolatezza” a ogni costo, in contrapposizione con il falso moralismo che professano in patria.
    Insomma, pollice verso.

    Scusa la lungaggine, ma in fondo su questo post sembra che siamo soli! :-D

    Ciao
    LPN

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  3. Su Henry Miller concordo in pieno. Uno degli scrittori più noiosi mai affrontati, proprio per le sue "trasgressioni". Sulle altre idee del tuo commento ti risponderò più avanti (quella su Miller la dovevo dire subito).

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  4. Dire che Miller è solo un noioso maleducato pareva non si potesse fare, o almeno a me MI hanno sempre criticato. Io non ci ho trovato nulla di geniale, solo ridondanza sgradevole. Anzi, è stato proprio lui a farmi venire il complesso delle parolacce, che mi imbarazza sia scriverle che leggerle (ma è una cosa che intendo superare, cacchio!). Non conosco il libro citato nel post, però ho fatto fatica anche solo a leggere le tue citazioni, Popinga. Però pensavo che il gliglico fosse un po' come leggere i Malavoglia, che all'inizio si fa fatica magari, ma poi io l'ho adorato, quel libro. Oppure Camilleri (che mi piace tanto). Lo so che non c'entrano nulla nessuno di questi esempi, era per dire che ho pensato che potesse essere la stessa cosa, per il gliglico, nella mia testa. Però mi sembra come di darmi come una smartellata per la fatica. agli occhi (il dove lo specifico per quella cosa delle parolacce che ho detto prima).
    B

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  5. laperfidanera26/04/10, 18:45

    Voglio fare pubblica ammenda al mio primo commento su Rayuela. Ho peccato di superficialità e frettolosità. Ora che ho riletto la parte già letta, e sto terminando il resto, devo dire che lo trovo molto piacevole. Non mi dilungo, avevo scritto un commento moooolto più lungo, ma blogspot non l'ha accettato! :-)

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  6. La parte argentina è più leggera e scorrevole. La lunga scena della passerella tra le due case è da incorniciare (ed è stata la prima scritta da Cortázar tornato a Baires).

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  7. Dopo la risposta di Popinga ad un mio commento sul suo Blog (http://keespopinga.blogspot.it/2011/09/perche-di-notte-il-cielo-e-buio.html), e dopo aver letto questa recensione e i commenti non vedo l'ora di ricevere il libro che dovrebbe arrivare a giorni, lo sto aspettando come fosse uno stipendio:)
    E Agosto é sistemato:))

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  8. Penso che rayuela sia un libro prezioso, capace di emozionare come pochi. Il capitolo sul bacio, credo sia il 7, e' semplicemente divino....

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