martedì 31 agosto 2010

XUHKXZU MOGIUHHU G BUEGMKX (accendiamo il cervello)

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Quando l’abate Bérenger–Saunière lo vide nella cripta sotto l’altare della chiesa di Rennes–le–Château, non credette ai propri occhi. Allora sarebbe stato quello l’uomo che avrebbe portato la Grande Panzana nel mondo? Era nelle sue vene che scorreva il Sang Gnurant, segno di una lunga tradizione incolta che percorreva tutta la storia? Scosse la testa, trattenendo a stento le lacrime. Uscì dall’edificio e attraversò il solito cerchio nel grano comparso anche quella notte di fianco alla canonica. Pensò che questi alieni stavano incominciando a stancare con la loro mania di writers bucolici. Entrò nella piramide vecchia di 10.500 anni e sedette alla scrivania, tra i teschi di cristallo, le figurine dei calciatori di Andromeda e le mappe di Atlantide appena arrivate dal Touring Club.

Adesso doveva pensare a cosa fare. Dalla finestra vide l’astronave aliena delle 8:45, con il suo carico di persone rapite da riportare sulla terra prive di memoria. Cercò di ricordare le fattezze di quella persona: quel volto non gli ispirava fiducia. Si concentrò sulla scritta misteriosa che aveva visto brillare nel soffitto e riflettersi nell’acqua:

XUHKXZU MOGIUHHU G BUEGMKX

La scrittura sembrava aliena, ma si ricordò di averla già vista nella casa misteriosa di Parigi in cui abitano Jim Morrison e Moana Pozzi, che non sono morti e vivono e lottano insieme a noi. Aprì il rarissimo dizionario templare e trovò la voce che gli interessava:

Linguaggio segreto dei Maya: il linguaggio misterioso con il quale i profeti del popolo Maya (vedi) prevedevano la fine del mondo (vedi) ogni quattro anni, secondo il ciclo divino dettato dai Mondiali di Calcio (vedi). Si costruiva partendo dall’alfabeto (vedi) inglese con una traslazione (vedi) che faceva corrispondere la A alla U.

Adesso gli era tutto chiaro. Conosceva anche il nome del falso profeta e del metodo al quale quell’uomo avrebbe affidato la diffusione della sua dottrina ingannevole. Decise di creare un gruppo per sbugiardarlo. Ora poteva versarsi un goccio di quello buono.

Sapreste decrittare anche voi l’antica scritta misteriosa?

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Avete appena letto un cumulo di idiozie. Eppure, bufale come queste sono continuamente spacciate come ipotesi scientifiche dalla TV pubblica, finanziata in gran parte con i soldi del canone, cioè i nostri soldi, e addirittura con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali.

Per fortuna nasce però ora su Internet il più grande gruppo online contro il fenomeno dilagante in TV di trasmissioni che vivono sulla credulità popolare.

CENTINAIA DI BLOGGER, SCIENZIATI E GIORNALISTI UNITI PER SEGNALARE LA "CATTIVA" DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN TV E SBUFALARE, DIVERTENDOCI, CHI CAMPA SULLA NOSTRA BUONA FEDE.

"Accendiamo il cervello" e divertiamoci a smascherare le trasmissioni che campano sulla credulità popolare.

Partecipa con (Cattiva) Scienza in TV ai giochi che verranno proposti ogni mese segnalando le trasmissioni in TV e descrivendo gli errori e le bufale scientifiche che sentiamo e vediamo. Potrai vincere i bellissimi premi che verranno messi in palio a partire dal mese di settembre 2010!

Registrati al sito scienzaintv.ning.com oppure iscriviti alla pagina facebook .

Partecipa al gioco sul portale oppure proponi inziative che possano diffondere la consapevolezza nel distinguere informazione corretta da disinformazione.

Sono soprattuto i giovani, gli studenti, i ragazzi di ogni età invitati a partecipare segnalando le "bufale" televisive, e inviando una email a scienzaintv@gmail.com, oppure segnalando sul sito scienzaintv.ning.com qualsiasi caso sospetto di "attentato" alla nostra buona fede.

Una curiosa ma intelligente iniziativa nata da centinaia di blogger, giovani di ogni età, genitori, scienziati e giornalisti che lancia una divertente controffensiva ai programmi TV che giocano sulla credulità popolare spacciandosi per scienza.

Con il Patrocinio dell’UAI (Unione Astrofili Italiani).

Ad un primo appello hanno già aderito all’iniziativa alcuni tra i nomi più eccellenti del panorama scientifico, del giornalismo e della divulgazione tra cui: Cesare Barbieri, Enrica Battifoglia, Leopoldo Benacchio, Enrico Bernieri, Piero Bianucci, Giovanni Fabrizio Bignami, Patrizia Caraveo, Annamaria De Rosa, Claudia Di Giorgio, Corrado Lamberti, Tommaso Maccacaro, Piergiorgio Odifreddi, Telmo Pievani, Piero Salinari, Stefano Sandrelli, Emilio Sassone Corsi.

lunedì 30 agosto 2010

Carnevale della Fisica n. 10


Benvenuti al decimo Carnevale della Fisica. Carnevale d’agosto, mese in cui la maggior parte di noi si concede qualche giorno o settimana di meritato riposo. Anche in questo mese c’è tuttavia chi sente il furor della divulgazione scientifica e trova comunque il tempo di scrivere articoli e pubblicarli sul proprio sito o blog. Non tutti gli articoli poi raggiungono il Carnevale, ma questa manifestazione non ha l’ambizione di essere un catalogo, volendo semplicemente fare da vetrina a una realtà, quella della divulgazione della fisica in rete, amatoriale o professionale che sia, che in Italia sta indubbiamente crescendo sia dal punto di vista della quantità sia da quello della qualità.


Il tema proposto, non vincolante, di questa edizione è Fisica della Terra e della vita, vale a dire lo studio dei processi e dei fenomeni fisici che riguardano il nostro pianeta in quanto corpo celeste “vivo”, sia con riferimento alle dinamiche sotterranee, superficiali, atmosferiche, idrologiche, oceaniche, ambientali che lo riguardano, sia perché esso è l’unico che finora conosciamo in cui ha potuto svilupparsi quello straordinario fenomeno che è la vita, in tutte le sue manifestazioni. Qua e là, nella presentazione dei contributi che sono giunti, il lettore troverà articoli attinenti al tema proposto, che ho scelto di non distinguere da quelli a tema libero per comodità espositiva, preferendo utilizzare la consolidata traccia che presenta gli articoli in base ai loro autori, nell’ordine con il quale sono pervenuti. Per lo stesso motivo ho voluto non appesantire questa mia presentazione con un articolo nell’articolo, lasciando alle immagini il compito di trattare il tema proposto, nella convinzione, che ritengo condivisa, del loro straordinario potere informativo oltre che estetico.


Passo ora a parlare dei contributi giunti per questa edizione del Carnevale.

Dieci alla meno nove è il blog dal nome deliziosamente evocativo dell’esperto di nanotecnologie Aldo Ficara, che ha ospitato l’edizione n. 7 del nostro Carnevale. Aldo ci mostra innanzitutto La danza del ferrofluido, video dello spettacolare gioco che è possibile realizzare con i ferrofluidi, i liquidi composti da nanoparticelle ferromagnetiche sospese in un veicolo fluido, che possono essere fortemente polarizzati in presenza di un campo magnetico. Marte al posto della Luna è invece una divertente animazione su come si vedrà il pianeta rosso nella primavera del 2020, spettacolo che si spera l’uomo potrà vedere dal vivo, anche alla luce dei nuovi piani sottoscritti da Obama che puntano sull’evoluzione della tecnologia necessaria per inviare astronauti su Marte.

Paolo Pascucci su Questione della decisione, il suo blog di fisiologia della mente e di riflessioni varie, ci porta verso il mondo dei sistemi complessi, parlandoci di Fisica elementare dei sistemi auto-organizzati, che costituiscono, secondo Prigogine, il preludio alla complessità tipica dei viventi. Dall’esame del fenomeno delle celle di Benard e dalla reazione di Belusov-Zabotinskij, Prigogine giunge a definire gli aspetti cruciali della creazione di quelle che definisce strutture dissipative.


Il Profeta Incerto, che già i lettori del Carnevale conoscono per i paradossali articoli e per l’amore per la logica estrema, ci invita a leggere L’uomo che guarda, in cui si riflette sulla sublime vastità che in astronomia si svela dietro la sintesi del dato numerico.

La partecipazione di Gianluigi Filippelli alla nostra impresa è garanzia mensile di una gran messe di interessanti articoli pubblicati su Science Backstage. Li presento seguendo la traccia che lo stesso Gianluigi ha avuto la cortesia di inviarmi, suddividendo i contributi per sezioni.
Commemorazioni: La matrice CKM: Cabibbo ci ha lasciato è un brevissimo, doveroso ricordo del grande scienziato morto durante questo mese.
Sport: Il salto di Andrew riguarda a fisica del salto in lungo.
News: Dimitar Sasselov parla al TED 2010 di pianeti extrasolari ci relaziona sulla conferenza di Sasselov al TED Global di quest'anno a Oxford per spiegare quello che fa Kepler e, soprattutto, che i 706 pianeti trovati sono, al momento, dei semplici candidati, almeno fino all'esame completo dei dati. Nasa ed Esa a braccetto verso Marte è invece la storia di una collaborazione che dovrebbe portare nel prossimo decennio le due agenzie spaziali a mandare su Marte una serie di sonde e rover.
Astronomia: Nel mese delle lacrime di San Lorenzo, non poteva mancare un post sull'argomento. Ed ecco, ispirato ad una quasi contemporanea (ed omonima) storia su Topolino, un articolo sulle Perseidi: protagonisti Margherita Hack, Federico Taddia e... Paperoga! Nella seconda parte, invece, una breve analisi mitologica del fenomeno: Dove cadono le stelle cadenti? In La terza sfera di Amici, Gianluigi, avendo come guida un articolo di Mario Bono dell'Università di Milano, esamina alcuni dettagli del trattato di Giovanni Battista Amici, astronomo cosentino, che fu un pioniere del sistema eliocentrico. A bottega da Copernico, non ebbe il tempo di completare il suo lavoro perché fu ucciso, forse durante una rapina.
Biografie: In Luigi Lilio, diciannovesimo appuntamento della serie di Biografie, viene presentata la figura del medico e astronomo calabrese (originario di Cirò) che è stato il principale artefice della riforma del calendario attuata durante il papato di Gregorio XIII.
Libri: Sotto il titolo De caelo supremo immobili et terra infima stabili sono raccolte alcune recensioni di libri, in particolare Cosmologie in lotta di Luigi Guerrini, che propone la prima traduzione italiana del trattato anti-copernicano scritto nel 1547 dal frate domenicano Giovanni Maria Tolosani. In Che Cos'è la vita? si parla dell’omonimo libro di Erwin Schrödinger sulla natura quantistica della biologia e della genetica, basato su una lezione tenuta sullo stesso argomento nel 1943 al Trinity College di Dublino. Si tratta di un libro fondamentale per la fisica, la genetica e la scienza in generale. Il cammino dello spettro è il titolo originale del romanzo di Rebecca Scott pubblicato in Italia con il titolo modaiolo Il codice Newton: si tratta di un romanzo ricco di molte cose: fisica, matematica, alchimia, esperimenti sugli animali. È, però, soprattutto un romanzo su Newton, che Gianluigi propone ai lettori del Carnevale dal suo blog personale.
Fumetti: I grilli atomici prende l’avvio dalla fantastica storia Topolino e i grilli atomici di Martina e Bioletto, pubblicata a puntate su Topolino nel 1950, per parlare della storia dei modelli atomici.
Storia: Agosto è stato un mese ricco di storia sulle pagine di SciBack, e all'appuntamento non poteva mancare nemmeno la fisica, con l'esame di un articolo dedicato ad Archimede e alla sua lotta contro la flotta romana mentre assediava la sua città, Siracusa. C’è anche un’ipotesi alternativa alla leggenda degli specchi ustori: Come fu che Archimede incendiò le navi romane.
La sezione Immagini chiude la rassegna dei contributi da Science Backstage. Una lega di straordinari gentiluomini, da un concorso di Marco Delmastro, è un post sulle Solvay Conference, su Einstein, su Bohr. Infine Addestramento ci mostra il MASTIF, una delle macchine utilizzate dalla Nasa per addestrare gli astronauti. Un caloroso grazie è il minimo che possa inviare a Gianluigi da questa pagina elettronica.


Rosalba Cocco partecipa al Carnevale con alcuni articoli comparsi su Crescere creativamente, il blog dedicato alla scuola primaria e a tutti coloro che riconoscono la sua importanza fondamentale nella formazione di adulti consapevoli (insomma credo che la Gelmini non lo conosca). In Le stelle cadenti: riconoscerle con i bambini Maestra Rosalba organizza un’attività didattica sostenendo che questa operazione ha una rilevante valenza: imparare e/o cercare fin da piccoli attraverso un ragionamento significa abituarsi a pensare in maniera rigorosa, orientare il pensiero alla scientificità e superare l'aspetto magico e superstizioso sostenuto ancora da tanta informazione. La tempesta solare di agosto è invece una rassegna dei video più belli riguardanti la nuova fase di attività del Sole, che provoca nelle zone circumpolari della Terra quegli affascinanti fenomeni atmosferici noti come aurore polari (boreali nel nostro emisfero), che possiamo ammirare in I video più belli delle aurore polari di agosto 2010. L’ultimo link che ci invia Rosalba porta all’E-book In una goccia d'acqua: giocare, conoscere, sperimentare l'acqua, scritto appositamente per questo Carnevale: si tratta di un percorso didattico unitario, che racconta da dove deriva l'acqua del pianeta e ne descrive proprietà fisiche e chimiche; di ciascun aspetto realizza uno o più esperimenti, così da comprendere la proprietà tramite la pratica.


Peppe Liberti ha brillantemente presentato il Carnevale precedente su Rangle. Per questo appuntamento ci invia tre articoli, altrettanto brillanti e pieni di interrogativi. I tentativi (falliti) di capire la superconduttività segnala un lavoro pubblicato nel volume Bardeen Cooper and Schrieffer: 50 YEARS, ovvero la storia dei tentativi di capire il fenomeno della superconduttività, come pretesto per affrontare la questione della costruzione delle Teorie e dei Modelli in Fisica e di come il lavoro di ricerca sia una faticosa scalata collettiva (costellata di cadute) piuttosto che l'improvvisa risposta del genio. Ho trovato piuttosto inquietante, ma non sorprendente, la vicenda poco conosciuta narrata in La guerra dei Fisici, che tratta della "Jason Division", il gruppo di Fisici di primissimo piano dell'Accademia Statunitense, consulenti del Pentagono su questioni militari strategiche, durante gli anni della guerra del Vietnam. Infine Non ci sono più le costanti di una volta prende in esame i nuovi controversi risultati nella ricerca sulle costanti fisiche fondamentali. Conoscerne i valori numerici con elevata precisione è estremamente importante sia perché da essi dipendono le previsioni quantitative delle teorie fondamentali della fisica ma anche perché ciò può provare la loro coerenza e la correttezza. Alcune recenti ricerche sembrano aprire scenari inimmaginabili, ma la cautela, in questi casi, è d’obbligo.

Leonardo Petrillo ha inviato un link al suo blog Scienza e Musica per farci leggere l’interessante articolo Siamo soli? Gli alieni: verità o menzogna? Analisi dal punto di vista scientifico, che riguarda la descrizione della possibilità di vita extraterrestre con particolare riferimento alla fisica e all'astronomia, prendendo spunto dal tema assegnato all'esame di maturità di quest'anno. Leonardo tratta di molti argomenti con linguaggio semplice e chiaro, non dimenticando di segnalare come tra le fonti fornite agli studenti maturandi se ne annidi una caratterizzata da un certo pregiudizio antiscientifico.


L’articolo di Scienza e Musica mi dà l’occasione di segnalare la recentissima nascita del network (Cattiva) Scienza in TV, che ha lo scopo di divulgare la consapevolezza nel grande pubblico nel distinguere l’informazione scientifica corretta dalla disinformazione. Con lo slogan Accendiamo il cervello, i membri del gruppo, che ha anche una pagina su Facebook e si rivolgono in particolare al pubblico giovanile, si propongono di passare al vaglio della scienza notizie continuamente spacciate in trasmissioni di successo della TV pubblica come ipotesi scientifiche e che non sono altro che bufale o credenze popolari meritevoli di spernacchiante confutazione.

Torno alla presentazione dei contributi al Carnevale. Tutti noi conosciamo Amedeo Balbi e la sua meritoria opera di divulgatore, sia dal suo blog personale, Keplero, sia da quelle del giornale elettronico Il Post, sia come autore di La musica del Big Bang. Per questo Carnevale, Amedeo propone tre articoli. Da dove viene la vita? prende lo spunto dall’omonimo libro di Paul Davies, un buon resoconto divulgativo del problema dell'origine della vita visto in un contesto cosmico, per descrivere le due scuole di pensiero contrapposte che vedono l’una (iniziata da Jacques Monod) la vita come un evento fortuito e improbabile, l’altra (incarnata da Christian de Duve) come una conseguenza necessaria delle leggi dell'universo, cioè un evento che si verifica facilmente ogni volta che esistano le condizioni adatte. Batteri coraggiosi ci parla delle forme di vita estremofile, cioè capaci di vivere in ambienti inospitali. La recente scoperta di una colonia di batteri autosufficiente in una miniera in Sudafrica, a quasi tre chilometri di profondità, crea prospettive interessanti anche per l’esobiologia, la ricerca di forme di vita extraterrestri. Colpa della Luna, infine, si apre con la domanda su quale effetto ha avuto la presenza di un satellite così grande sul mantenimento delle condizioni ambientali necessarie per l'origine e lo sviluppo della vita, concludendo che la strada per comprendere le connessioni tra origine della vita e ambiente cosmico è ancora molto lunga.


I Padri Fondatori del Carnevale, ovvero gli amici di Gravità Zero, sono stati tra gli ultimi a inviare i loro contributi, facendomi temere di dover curare la prima edizione orfana. Fortunatamente per tutti, noi non è stato così. Walter Caputo segnala Fisica e viaggi fai da te lungo i fiumi, dove un episodio curioso descritto dall'esploratore Walter Bonatti genera una serie di riflessioni sulla fisica del galleggiamento (e il consiglio per i canoisti di non appesantire un’estremità dell’imbarcazione con delle pietre!). Claudio Pasqua in Nicola Cabibbo: 1935-2010 ricorda uno tra gli scienziati del XX secolo ad aver dato i più importanti contributi alla conoscenza della fisica contemporanea, che ci ha lasciato in questo mese. La fisica del tacco 12. Il libro che spiega perché la scienza è un gioco da ragazze, infine, recensisce in termini elogiativi, come merita, il libro scritto dal fisico Monica Marelli. Niente formule o teorie incomprensibili ma tanto humour e divertimento, con spiegazioni alla portata di tutte le donne (e uomini) curiosi di sapere perché il tacco 12 è decisamente più scomodo di una zeppa, come mai le diete devono sempre fare i conti con la termodinamica, per quale motivo gli schermi a cristalli liquidi e al plasma sono più delicati dei vecchi televisori e tante altre questioni quotidiane piene di scienza.
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Enrico Maraffino, dei Maghimatici laboratori scientifici, mi ha inviato in extremis il suo link, che ho potuto accettare solo facendo approvare in fretta e furia un lodo ad personam, in considerazione del fatto che saranno proprio i Maghimatici ad ospitare il prossimo appuntamento con il Carnevale della Fisica n. 11, fissato al 30 settembre. Il tema, come sempre non vincolante, sarà “A che gioco giochiamo?”. Per la presente edizione l’articolo proposto è Please call the author to explain, che ci racconta come nel 1904, durante una conferenza di Rutherford sulle scoperte sulla radioattività, avvenne un simpatico siparietto fra lo stesso Rutherford e Kelvin sulla stima dell'età della Terra. La radioattività avrebbe presto sconvolto le teorie di Lord Kelvin sulla nascita del pianeta, eppure fino ai primi decenni del Novecento, pochi avevano il coraggio di contraddire il vecchio Barone...

Da bravo ospite, concludo la rassegna con gli articoli proposti sul mio blog Popinga. Questo mese ricorreva il 65° anniversario delle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki, che ho voluto ricordare in Sei agosto, sessantacinque anni fa attraverso le immagini di uno dei Sogni del maestro giapponese Akira Kurosawa, perché sempre ci si ricordi della duplice valenza della tecnica, portatrice di sviluppo, ma anche di morte, sin da quando si scheggiò la prima pietra. In modo solo apparentemente più leggero lo stesso concetto è ribadito dal francese Paul Braffort, scienziato, poeta e cantante, che scrisse nel 1958 la canzone Le petit atome, triste storia di un piccolo atomo strappato alla sua molecola e poi distrutto perché De méchants hommes, savants, subtils, en firent une bombe atomique: Il piccolo atomo di Paul Braffort. L’articolo con il quale concludo questa presentazione parla invece di Van Gogh e la galassia M51. Il pittore olandese è sempre stato un attento osservatore della volta celeste, che ha dipinto in molte opere con cura, al di là dello stile particolare della sua pittura. Lo scienziato e divulgatore John D. Barrow avanza l’ipotesi plausibile che, in Notte stellata, Van Gogh abbia raffigurato la galassia doppia Vortice, di cui potrebbe aver conosciuto il disegno dalle opere di divulgazione astronomica.


Concludo augurandovi una buona lettura e un buon divertimento.

mercoledì 25 agosto 2010

Van Gogh e la galassia M51

Vincent Van Gogh è sempre stato un attento osservatore della volta celeste. In molte opere eseguite negli ultimi anni della sua vita, il cielo stellato, rappresentato con cura al di là dello stile particolare della sua pittura, occupa un posto preminente. Nella tarda estate del 1888 realizzò ad Arles Esterno di caffè, di notte (Kröller-Müller Museum, Otterlo), nel quale si riconosce la costellazione dell'Acquario. Sempre ad Arles dipinse, nel settembre dello stesso anno, Notte stellata sul Rodano (Musée d’Orsay, Parigi) dove si individua facilmente la costellazione dell'Orsa Maggiore, particolare confermato da una lettera al fratello: “Sto lavorando (...) a uno studio del Rodano, della città illuminata dai lampioni a gas riflessi nel fiume blu. In alto il cielo stellato con il Gran Carro, un luccichio di rosa e verde sul campo blu cobalto del cielo stellato, laddove le luci della città e i suoi crudeli riflessi sono oro rosso e verde bronzeo (...)".


La precisione di certe rappresentazioni ha destato l’interesse degli astronomi. Paesaggio con covoni e luna nascente (Kröller-Müller Museum, Otterlo), che Van Gogh realizzò dall'interno della sua cella nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, è stato datato con precisione al 13 luglio 1889, alle 21:08, dall’equipe guidata da Donald Olson della Texas State University, sulla base della posizione della luna piena rispetto alle colline sullo sfondo e della presenza dei covoni, che hanno permesso di escludere l’altra data possibile del 16 maggio (D. W. Olson, R. L. Doescher, and M. S. Olson, "Dating van Gogh's Moonrise, in Sky & Telescope 106, No. 1, 54 – July, 2003).

In Strada con cipressi e cielo stellato (Kröller-Müller Museum, Otterlo) nel cielo si staglia un cipresso, alla cui destra compaiono due punti luminosi, mentre la Luna compare sulla sua sinistra. Sempre Olson ha individuato dalla posizione dei due punti Mercurio e Venere, riconoscendo la congiunzione dei due pianeti avvenuta il 20 aprile 1890 tra le 19 e le 20 e, sulla base di meticolose osservazioni e di un sofisticato software planetario, ha identificato in Venere il corpo celeste che domina La casa bianca di notte (Hermitage, San Pietroburgo) realizzato ad Auvers–sur–Oise, datando l’opera al 16 giugno 1890, cioé solo 40 giorni prima che il grande pittore si togliesse la vita.


Il quadro in cui più evidente l’interesse dell’artista olandese per la volta celeste e che più è stato studiato dal punto di vista astronomico è tuttavia la Notte stellata (Museum of Modern Art, New York), anch’esso dipinto a Saint-Rémy-de-Provence. La data di realizzazione di quest’opera è stata desunta dalla lettera al fratello Theo del 2 giugno 1889, in cui l'artista vi fa esplicito riferimento: "(...) Questa mattina dalla mia finestra ho guardato a lungo la campagna prima del sorgere del Sole, e non c'era che la stella del mattino, che sembrava molto grande. (...) Per quanto riguarda la mostra degli indipendenti, mi è assolutamente indifferente, fa' come se non ci fossi. Per non rimanere assente e per non esporre qualcosa di troppo pazzo, forse potresti mandare Notte stellata e il paesaggio verde-giallo, che era nella cornice di noce. Poiché sono due quadri di colori contrastanti, forse riusciranno a dare agli altri lo spunto per ottenere effetti notturni migliori (...)".


L’opera era quindi già stata realizzata a quella data e, poiché la Luna è rappresentata al primo quarto, una data plausibile sembra essere il 23 maggio, quando le posizioni della Luna e delle stelle corrispondevano a quelle dipinte e Venere (“la stella del mattino”) era al massimo di luminosità ed era osservabile poco prima dell'alba.


La figura precedente, che illustra quale doveva essere l’aspetto del cielo a Saint-Rémy prima dell’alba del 23 maggio 1889 (e non giugno, come riportato erroneamente nella didascalia), non spiega tuttavia come mai Van Gogh abbia rappresentato tra Venere e la Luna quel vortice spiraleggiante di luce. Una possibile risposta è fornita da John D. Barrow nel suo bellissimo libro Le immagini della scienza (Mondadori, Milano, 2009): si tratterebbe della galassia Vortice, M51.

L’oggetto celeste fu scoperto il 13 ottobre 1773 da Charles Messier mentre era intento ad osservare una cometa che era comparsa nel cielo in quell’anno e diventò il n. 51 del grande catalogo astronomico che l’astronomo francese stava compilando. In realtà si tratta di un sistema formato da una coppia di galassie interagenti a formare una spirale: la galassia Vortice propriamente detta, quella più grande (M51A), e la compagna più piccola (M51B), scoperta da Pierre Méchain otto anni dopo, parzialmente coperta da un braccio di polvere della prima. Questo sistema fu osservato nella primavera del 1845 anche da William Parsons, conte di Rosse, con il grande telescopio di 182 cm di diametro che aveva istallato a Birr Castle, in Irlanda. Egli ne fece alcuni accurati disegni, le cui copie circolarono nel mondo scientifico e suscitarono grande impressione quando furono presentate all’assemblea della British Association for the Advancement of Science che si tenne a Cambridge nel giugno successivo. Iniziò con queste riproduzioni lo studio esteso delle galassie a spirale. Nel 1879 l'astronomo francese Camille Flammarion, che era stato tra i primi a osservare la galassia Vortice, pubblicò L'astronomie populaire, un libro di grande successo destinato a esercitare una vasta influenza sull’opinione pubblica. Il libro fu tradotto in inglese nel 1894 come Popular Astronomy. Flammarion vi inserì il disegno di Rosse della galassia doppia, che così divenne familiare a tutti i lettori.


John D. Barrow, che ha deciso di dedicare all’argomento uno dei capitoli del suo volume, ritiene che ''(…) uno dei lettori di quel libro debba essere stato il grande pittore postimpressionista Vincent van Gogh. Se si osserva con gli occhi di un astronomo la sua opera più famosa, Notte stellata, (…) l'impressione dominante è quella di grandi vortici spirali di luce che uniscono due centri. Nessuno poteva aver mai visto la configurazione spiraliforme delle stelle di una galassia a meno che avesse guardato nel telescopio di Rosse o avesse visto i suoi disegni. La somiglianza con gli schizzi del conte di Rosse è considerevole e io credo che van Gogh li avesse ammirati sui giornali in seguito al richiamo di cui avevano goduto, oppure sul libro di Flammarion negli anni successivi al 1880, quando questo faceva scalpore in tutta la Francia, e che ne avesse tratto la sua ispirazione astronomica”. In effetti, la somiglianza tra la spirale dipinta da Van Gogh nel cielo di Saint–Rémy e il disegno realizzato da Lord Rosse è impressionante.

La Galassia Vortice è una delle galassie più brillanti del cielo: è infatti abbastanza luminosa da poter essere osservata anche con un binocolo se la notte è propizia e in assenza di inquinamento luminoso. Essa si mostra come una macchia chiara di forma ovale. Con un telescopio amatoriale è possibile localizzare la compagna minore e l'alone esteso della galassia principale. Un telescopio da 150 mm di apertura consente di osservare la sua struttura a spirale.

Oggi sappiamo molto di più della galassia Vortice grazie al potere risolvente dei nostri strumenti di osservazione, che possono lavorare con diverse frequenze d’onda. Così le immagini delle galassie spiraliformi ci sono molto più familiari. Una delle più note è proprio quella di questo oggetto celeste realizzata nel gennaio 2005 dal telescopio spaziale Hubble.


La Galassia Vortice dista dalla Terra circa 37 milioni di anni luce ed è ampia circa 38.000 anni luce. La sua massa presunta è di circa 160 miliardi di masse solari. Buona parte della sua intensa luminosità è dovuta alla presenza, nei bracci spirali, di giovani ammassi stellari che si formano perché in quelle regioni le forze gravitazionali sono più intense e la materia viene compressa maggiormente. La rotazione della galassia porta sempre nuova materia nei bracci, con la formazione di nuove stelle e l’emissione di una maggiore quantità di luce.

Una galassia spirale è senza dubbio uno degli spettacoli più emozionanti che il cielo possa offrire. La celeste ed elementare eleganza del sistema M51, inserito da Van Gogh nel cielo primaverile della Provenza, ha reso indimenticabile l’immagine della Notte stellata.

lunedì 23 agosto 2010

La poesia palindromica di Filiberto Tomatis

Del professor Filiberto Tomatis non sopportiamo la prosa ampollosa e la supponenza pari solo alla forbita ignoranza. Difficilmente comprendiamo come il mondo accademico abbia potuto anche solo prendere in considerazione le strambe idee scientifiche che qua e là compaiono nei suoi saggi divulgativi, come quella che gli oceani, come i fiumi, abbiano delle sorgenti, che non conosciamo solo perché poste ad abissali profondità, oppure che gli strati rocciosi della Terra siano le pagine di un libro rovesciato dove le ultime parole scritte sono quelle che si trovano più prossime alla superficie, quindi appena sotto la prima di copertina. Della sua ultima impresa e dell’incidente diplomatico con l’ambasciatore della Sublime Porta ha parlato a sufficienza il Monitore Cittadino, perciò eviteremo di dilungarci sulla sua affermazione che il divano sia un’invenzione occidentale e non orientale, “vista l’eccellenza dei seguaci dell’Alcorano nella fabbricazione dei tappeti, non dei divani”.

Vogliamo qui invece entrare nel merito dell’ardita ipotesi, contenuta nella prefazione a Xanax, il suo unico volume di poesie, secondo la quale la lingua nella quale Iddio pronunciò il Verbo creatore fosse costituita da palindromi, in quanto il Volto di Dio si contemplerebbe nella forma della più perfetta delle figure geometriche: il cerchio. “Questa santa forma - sostiene infatti il Tomatis - rappresenta la perfezione manifestata del punto primordiale, vale a dire del Creatore di Tutto, il non-manifestato. Essa è il simbolo dell’immutabile moto delle sfere celesti e dell’armonia universale, di cui imita l’intelligenza; raccolto in se stesso, senza inizio né fine, compiuto e senza pecche, il cerchio è il segno dell’Assoluto, con il quale s’identifica e non a caso la sua superficie si calcola moltiplicando il quadrato del raggio per 3,14. E se Iddio si manifesta come cerchio, – assicura il Nostro, – la lingua divina non può essere altro che circolare”. A stento cogliamo l’affinità tra le qualità di Dio e le proprietà delle figure geometriche, ma osserviamo con rispettoso scetticismo che, proprio volendo accostare Nostro Signore a una figura geometrica, questa dovrebbe semmai essere il triangolo, simbolo della Trinità come ci insegnano le Scritture e la tradizione.

“L’idioma perfetto circolare – continua Tomatis – procede per palindromi”, cioè parole o frasi che possono essere lette indifferentemente da sinistra a destra o viceversa, come otto, acca, o la famosa frase degli alchimisti “sator arepo tenet opera rotas”. Egli afferma inoltre che, esplorando tutte le infinite possibilità di una lingua palindromica, prima o poi sarà possibile ricostruire la favella perfetta e primordiale e pronunciare di nuovo la parola divina che ha generato il Mondo: “Alla fine un uomo, forse un poeta, perché solo un poeta, un pazzo o un fanciullo possiedono l’entusiasmo, l’avere in sé il divino, proferirà la parola o la frase giusta nella lingua di Dio e il mondo sarà creato di nuovo”. Non occorre, prosegue nel suo volo pindarico il nostro illustre concittadino, che le frasi abbiano un senso in una qualsiasi delle lingue dell’umanità, “la cui imperfezione è nota dopo la confusione generata dall’empio tentativo di costruire la torre di Babilonia”: la frase primigenia potrà nascere per caso, o per ispirazione dell’Onnipotente. L’unica cosa che il Tomatis dice di auspicare, da persona razionale quale egli si valuta, è che il caso venga aiutato dalla probabilità. Pertanto indica nella “moltiplicazione vertiginosa” dei palindromi scritti o pronunciati da tutti gli uomini l’unica via per accrescere l’occasione che “il suono divino risuoni ancora sopra l’Abisso”. È davvero arduo, secondo il nostro modesto parere, che la fallace umanità possa riscattarsi per mezzo di versi dalle sonorità mussulmane come:

Tanidem al ambaradan nad Arab mala Medinat
Samala Rahmah al abbaq Qabbalah amhar alamas
Taniqut la mad wan naw dam al tuqinat,
Samun clerikal ballaroth Torallab lakirel cnumas
Ala joan padan u nadap najoalà
Al alaai eaièm eia eia alalà.

Il professor Tomatis, alla cui cattedra di Scienze Naturali e Orientali nel nostro illustre Ateneo avrà sicuramente giovato il fatto che egli disponga di un ingente patrimonio in immobili e denaro (oltre al fatto di essere cugino di primo grado del Rettore, il professor Ettore Rebaudengo), conclude la sua prefazione invitando i poeti tutti a cimentarsi nella “poesia palindromica, la cui compiuta e amabile specularità offre la possibilità di liberarsi dalla tirannia del significato, con la speranza di attingere all’unico significato per il quale valga la pena di dedicarsi alla scrittura”. Pur esercitando anche chi scrive queste note le belle lettere, rispediamo al mittente il cortese invito, nella convinzione che la poesia non può e non deve diventare ostaggio delle idee strampalate di un illustre personaggio che sembra voglia spegnere definitivamente i Lumi della Ragione. Non altrimenti spiegheremmo castronerie (vere cose dell’Altro Mondo) come:

Xilolco popocatepetl xanax l’tepetaco popò lolix,
Xilitol tenothuican aciuh tonet loti lix


[La recensione del notaio Teresio Blanchet comparve nel numero del maggio 1835 de “La fiaccola, bimestrale di varia umanità e di amene lettere della Società dei Liberi”, poco prima che la meritoria rivista fosse chiusa dall’autorità di Sicurezza Pubblica con l’accusa di predicare il liberalismo e la sovversione delle istituzioni. Blanchet, accusato di calunnia, perse gran parte dei suoi clienti, ma fu riabilitato pienamente nel 1848, quando Tomatis fu ricoverato nel reparto frenologico del locale ospedale per essersi spogliato completamente e aver arringato la folla nella cattedrale in un linguaggio incomprensibile. La diagnosi emessa dai medici parlava di “grave forma di paranoja schizofrenica neofasica, con ricorrenti crisi di glossolalia megalomane”.]

venerdì 20 agosto 2010

Piccola antologia dei poeti inesistenti (9): Thomas Rowley

“Mie love ys dedde,
Gon to hys death-bedde,
Al under the wyllowe tree”.

A più di due secoli dalla sua morte, il poeta e falsario Thomas Chatterton resta una delle figure più affascinanti della letteratura inglese. Nato a Bristol il 20 novembre 1752, inizialmente considerato piuttosto lento nell’apprendimento, Chatterton visse una prima infanzia infelice e solitaria, durante la quale non riusciva a memorizzare le più elementari nozioni che la madre, rimasta vedova quattro mesi dopo la sua nascita, cercava di trasmettergli. Un giorno, vedendola fare carta straccia di uno degli antichi spartiti francesi che erano appartenuti al padre, il ragazzo fu attirato dalle lettere maiuscole miniate e qualcosa si accese nella sua mente. Imparò a leggere assai prima dei suoi coetanei, proprio sui documenti antichi che aveva a disposizione, conservati in una cassapanca della chiesa di St. Mary Redcliffe, della quale i suoi famigliari erano sacrestani da generazioni: fogli musicali, una bibbia scritta con i caratteri gotici, le carte dell’archivio parrocchiale, talvolta vecchie di secoli. Quelle carte lo affascinarono a tal punto da creare nella sua mente un mondo medievale che inesorabilmente diventava il suo mondo, nel quale si isolava sempre di più. Egli amava rinchiudersi in una piccola soffitta che aveva appositamente allestito per i suoi studi, nella quale viveva assieme agli eroi e alle eroine de i tempi della Guerra delle Due Rose.

Nel 1760 fu ammesso al Edward Colston's Charity, la scuola operaia di Bristol, il cui curriculum era limitato a leggere, scrivere, far di conto e al catechismo. Questa esperienza contribuì poco alla sua formazione, che fu quasi completamente da autodidatta. Le condizioni di salute precarie e l’instabile equilibrio del giovane consigliarono alla famiglia il ricovero nell’ospedale di Colston, dove iniziò a scrivere su incoraggiamento dello zio.

La prima prova poetica di Chatterton fu On the Last Epiphany, scritta a dieci anni nello stile di John Milton. Appena un anno dopo scrisse, su frammenti di pergamene trovate nella parrocchia, Elinoure and Juga una ecloga pastorale nella lingua e nello stile del XV secolo, che attribuì all’opera di un monaco poeta di Bristol, Thomas Rowley, il cui nome gli era stato suggerito da una lapide tombale della chiesa di St. John. Ecco un esempio di ciò che riusciva a scrivere a undici anni il piccolo falsario, in una lingua a stento comprensibile dai suoi stessi connazionali a lui contemporanei:

Onne Ruddeborne bank twa pynynge Maydens sate,
Theire teares faste dryppeynge to the waterre cleere;
Echone bementynge for her absente mate.
Who atte Seyncte Albonns shouke the morthynge speare.
The nottebrowne Elinoure to Juga fayre
Dydde speke acroole, wythe languishment of eyne,
Lyche roppes of pearlie dew, lemed the quyvryng brine.

Ciò che era iniziato come un gioco di un bambino di talento divenne da quel momento un’attività poetica parallela alla sua attività letteraria “ufficiale”. Thomas Rowley diventò l’alter ego di Chatterton, che spese tutta la sua genialità poetica nel creare un personaggio che avrebbe anticipato temi e sentimenti dell’incipiente Romanticismo.

Nel 1767, all’età di quattordici anni, entrò come apprendista in uno studio legale. Iniziò a collaborare con suoi scritti ad alcuni giornali locali. Mantenne tuttavia i suoi interessi per la storia e la poesia e presto imboccò il cammino che gli avrebbe portato la notorietà, purtroppo postuma. All’inizio il pubblico di Chatterton (e di Rowley) era limitato agli antiquari locali, eccitati dall’idea della scoperta di un poeta medievale di Bristol. Ben presto, tuttavia, il giovane falsario diventò più ambizioso. Inviò un saggio dell’opera di Rowley all’editore James Dodsley, che tuttavia non rispose. Nel tentativo di ottenere l’interessamento di Horace Walpole, il cui racconto gotico Il castello di Otranto (1765) era la finta traduzione di un manoscritto italiano perduto e ritrovato, Chatterton gli inviò nel 1769 una Ryse of Peyncteyning yn Englande wroten by T. Rowleie 1469 for Mastre Canynge con il suggerimento che esso potesse essere di qualche utilità “per qualsiasi ulteriore edizione che avesse voluto scrivere” e che naturalmente attribuì a Rowley. Walpole, che sulle prime parve entusiasta della “scoperta” del giovane poeta, cambiò idea e nutrì forti dubbi sull’autenticità dei manoscritti. Scrisse a Chatterton domandandogli dove fossero stati rinvenuti, ottenendo come risposta una mezza verità: “In un baule di ferro nella chiesa di St. Mary Redcliffe”. Ciò non lo convinse. Rispose con fredda cortesia, invitando Chatterton a non disturbarlo più.

Nel 1769 Chatterton riuscì a pubblicare una poesia attribuita a Rowley sul Town and Country Magazine di Londra: sarebbe stata l’unica opera del presunto monaco pubblicata durante la sua vita. Il rifiuto oppostogli da Walpole lo convinse tuttavia a dedicarsi ad altro. Si trasferì a Londra, dove si diede alla satira politica, scrivendo articoli sotto diversi pseudonimi che gli procurarono una certa fama presso alcuni circoli letterari, ma gli diedero scarsi proventi. Egli conduceva infatti una vita di estrema miseria, minata dalla fame e dalla depressione. Ottenne qualche soddisfazione dal successo del libretto dell’opera comica The Revenge, ma spese tutto in regali per la madre e la sorella. Sempre più smunto, malato e malinconico, riprese a scrivere nello stile di Rowley le tragedie in versi Aella e Goddwyn e l’opera forse più patetica del monaco del XV secolo: An Excelente Balade of Charitie, spedita all'editore del Town and County Magazine, ma rifiutata. In una nota al sottotitolo As wroten bie the goode Prieste Thomas Rowley, 1464, Chatterton aggiunse qualche particolare sulla vita di Rowley: “Thomas Rowley, l’autore, nacque a Norton mal-reward nel Somersetshire, fu educato nel Convento di St. Kenna a Keynesham, e morì a Westbury nel Gloucestershire”. La Ballata di Carità si apriva così:

In Virgyne the sweltrie sun gan sheene,
And hotte upon the mees did caste his raie;
The apple rodded from its palie greene
And the mole peare did bende the leafy spraie;
The peede chelandrie sunge the livelong daie;
'Twas nowe the pride, the manhood of the yeare,
And eke the grounde was dighte in its most defte aumere.

Fu l’ultima opera di Chatterton. Privo di speranze, barcollante per la fame, usciva raramente dalla soffitta in cui si era quasi murato. Oramai rifiutava il cibo che amici caritatevoli gli offrivano, finché, nella notte del 24 agosto 1770, si uccise con l’arsenico. Non aveva ancora compiuto diciotto anni.


La fama, come ho già anticipato, arrivò postuma. Nel 1777 fu pubblicata dall’editore londinese T. Payne and Son la prima raccolta delle poesie di Rowley, dal titolo Poems, Supposed to Have Been Written at Bristol, by Thomas Rowley and others, in the fifteenth century, che fu accolta con sentimenti contrastanti di entusiasmo e scetticismo. Il buon successo di vendite convinse Payne a stampare una seconda e una terza edizione l’anno successivo. Nella terza edizione il curatore, Thomas Tyrwhitt, aggiunse un’appendice in cui analizzava il linguaggio delle opere, concludendo che esse “Non erano state scritte nel XV secolo [ed] erano interamente l’opera di Thomas Chatterton”.

Il poeta Thomas Warton, nella sua History of English Poetry (1778), mise in dubbio l’autenticità delle poesie di Rowley e le definì dei falsi, ma il clima culturale stava cambiando, le idee romantiche si stavano facendo strada, e la triste avventura terrena dello “scopritore” di Rowley ne fece un perfetto eroe romantico. Nell’edizione delle poesie di Rowley, sempre edita da Payne nel 1782, Jeremiah Milles, diacono di Exeter, le riteneva autentiche, così come aveva fatto l’anno precedente Jacob Bryant in Observations upon the Poems of Thomas Rowley: in which the Authenticity of Those Poems Is Ascertained. Le note biografiche contenute nella seconda edizione di Love and Madness: in a Series of Letters, One of which Contains the Original Account of Chatterton (1786) di Sir Herbert Croft contribuirono poi a rendere la tragica esistenza di Chatterton nota a un vasto pubblico.

Arrivarono poi i tributi dei grandi poeti: Samuel Taylor Coleridge scrisse un lamento per la sua morte, William Wordsworth lo definì “the marvelous boy”, Percy Bysshe Shelley gli dedicò una stanza in Adonais, John Keats gli dedicò Endymion: A Poetic Romance e fu fortemente influenzato dalla sua opera. Più tardi ci furono i tributi di George Crabbe, Lord Byron, Sir Walter Scott e Dante Gabriel Rossetti. Varcata la Manica, la fama del poeta di Bristol raggiunse la Francia, dove fu celebrato dal dramma (poco) storico Chatterton di Alfred de Vigny, da cui Ruggero Leoncavallo trasse persino un’opera mediocre e sfortunata. Nel 1856 il pittore Henry Wallis dipinse La morte di Chatterton, che sarebbe diventata l’immagine più famosa dedicata al geniale poeta e falsario.


La controversia sull’autenticità delle poesie di Thomas Rowley durò per circa un secolo e solo alla fine dell’Ottocento si stabilì definitivamente che il monaco poeta era un parto della fantasia di Thomas Chatterton. Fu l’esegeta Walter William Skeat, nel saggio introduttivo alla seconda edizione dei The Poetical Works of Thomas Chatterton (1871), a dimostrare inoppugnabilmente che lo stile, il lessico e il nome stesso del supposto autore non potevano essere autentici. Skeat scoprì anche quale fosse il metodo di lavoro di Chatterton: le poesie venivano scritte in inglese moderno e poi tradotte mediante un “dizionario inglese–Rowleyano” che il giovane falsario si era costruito a partire dalle parole obsolete di varia provenienza e di varie epoche tratte da fonti diverse, mescolate con termini e frasi dialettali tratte dal folklore inglese e dalle antiche ballate nell’inglese degli scozzesi. Molte delle parole erano del tutto inventate e solo il 17% del lessico sembrava essere il vero inglese del XV secolo.

Smascherato l’inganno, da allora in poi l’opera di Chatterton viene letta e studiata per quello che è: uno splendido ed affascinante falso letterario costato una breve vita.

sabato 14 agosto 2010

Cover Porn – Le cover scellerate scelte da Massimo De Pascale


Nel mese di luglio l’amico Massimo De Pascale ha proposto su Facebook una serie di cover scellerate di canzoni straniere ad opera di esecutori italiani. Si tratta in genere di vera e propria pornografia musicale, come è indicato dal titolo e come risulterà dall’ascolto. Ci siamo chiesti se è possibile stilare una classifica dell’orrore e ho offerto lo spazio di questo blog per sperimentare questa operazione, contando sul fatto che i lettori abituali di Popinga godono della fama di avere grande fegato e di non arretrare di fronte alle situazioni più repellenti. Il manipolo di eroi che lo vorrà, potrà indicare nei commenti la cover più scellerata tra quelle proposte. Quelli con gusto e abilità vivisettorie sono invitati a segnalare le più gravi infamie anche nelle seguenti categorie: peggior testo, peggior arrangiamento, peggior interpretazione. C’è tempo fino al 31 agosto per votare. Coraggio.


1. Si parte subito con i pezzi da novanta. Bruno Filippini incise nel 1968 questa cover di With a Little Help from My Friends dei Beatles, anticipando di un anno il Joe Cocker di Woodstock.


2. Il gruppo dei Wretched nel 1967 così torturò Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Per certi crimini non c’è prescrizione.


3. Questa credo sia assolutamente imbattibile (anche per gli inquietanti risvolti teologici che comporta la trasformazione del Cristo in una ragazza, diciamo così, "capricciosa"...)


4. Come non aderire all'invito del leggendario chansonnier pugliese?


5. Senza Catene di Igor Mann e i Gormanni, ovvero come distruggere uno degli standard romantici (l’originale era Unchained Melody dei Righteous Brothers, 1965: è meglio scriverlo perché altrimenti non si capisce).


6. Il delitto perfetto


7. Cos'avrà spinto due mostri (sacri) del teatro nazionale a prodursi in quest'agghiacciante performance?


8. Purtroppo c'è cascata anche la leggendaria Dalida (al secolo Iolanda Gigliotti).


9. Sia pure con la morte nel cuore, corre l'obbligo di collocare nella serie anche il cantautore ufficiale di Lotta Continua. Benché benemerita colonna sonora di innumerevoli manifestazioni, il brano in questione è un adattamento apocrifo (cui pare abbia messo mano anche Giovanna Marini) di Eve of Destruction di Barry McGuire di cui travisa volutamente il generico pacifismo postkennedyano rovesciandolo in incendiario appello all'insurrezione armata... Non c'è bisogno di dire che si trattò di un vero esproprio proletario e che McGuire non vide mai un soldo di diritti d'autore.


10. Questa la incisero in tanti (fra gli altri Dino e I Nuovi angeli) ma riporto quella del gruppo capitanato dal grande Demetrio Stratos. Da notare alcune soluzioni metriche, come minimo avventurose...


11. La House of the rising sun dell'originale brano folk americano (nonché della celeberrima riproposta degli Animals) era in realtà un bordello. Per equanimità bisogna aggiungere che Riki Maiocchi, leader dei Camaleonti, ne diede una versione molto più aderente all'originale (come testo), che però ebbe scarsa fortuna.


12. Il molleggiato, in uno dei suoi frequenti trip mistici, e Don Backy (non ancora dissidente dal Clan) trasformarono Stand by me in una vicenda di redenzione gravida di simbolismi luministici.


13. Let it be, nella versione del cantante italo-libanese Patrick Samson, quello di Soli si muore (a sua volta cover di Crimson and Clover di Tommy James & The Shondells).


14. Questa in fondo non è malaccio, quello che li frega è il confronto con l'originale.


15. Per gentile segnalazione del pictor optimus Alessandro Marziano. I temerari sono gli "Uh!" (un nome, una sentenza).


16. Questa, a rigore, è un'autocover (per di più al contrario). Ma la tentazione è stata troppo forte...


17. Non che il brano di partenza fosse molto meglio (peraltro la stessa Françoise Hardy si rese responsabile di un'autocover in italiano). Ma la goffaggine della traduzione (sublime il distico "per andare nelle strade/a parlare dell'amore") la fanno includere di diritto nella rassegna.


18. Il martello della Rita nazionale proveniva in realtà dal vecchio Pete Seeger (If I Had a Hammer, ripresa anche da Peter, Paul & Mary). Inutile aggiungere che le martellate del glorioso folk singer avevano tutt'altri obiettivi...


19. Un reperto che definire agghiacciante è fin troppo riduttivo. Un cenno doveroso all'originale: Soeur Sourire, al secolo Jeanne-Paule Marie Deckers, è stata un'autentica suora domenicana belga che, dopo aver impazzato a livello internazionale con questa ed altre consimili canzoncine, gettò la tonaca alle ortiche per vivere liberamente la propria omosessualità. Morì suicida nel 1985 insieme alla compagna, anche lei ex suora, dopo che il governo belga aveva chiuso una scuola per bambini autistici, che le due gestivano, perché esigeva le tasse arretrate sui guadagni del suo album più famoso, soldi che invece erano andati tutti all'ex convento della suora canterina. Al confronto, le storie di Pedro Almodovar sono favolette.


20. Qualsiasi commento risulterebbe inadeguato. Corresponsabile del misfatto (come spesso in questi casi) l'ineffabile "poeta" e miliardario Giulio Rapetti...


21. Anche in questo caso ogni commento è superfluo... Per dovere di cronaca aggiungo solo che gli sciagurati traduttori (!!!!!) sono il non mai abbastanza vituperato Paolo Limiti e tale Piccaredda, autore insieme al "poeta" Mogol di un'altra perla, la versione italiana di Obladì obladà. A dimostrazione, ahimè, che il crimine paga eccome!


22. Gli ineffabili Camaleonti trasformano il testo visionario e ironico degli Stones in una cosa di una piattezza disarmante. Autori del misfatto Menegazzi, Serengay e Colombini. Il 45 giri originale conteneva addirittura altre due cover, ma questa sembra la più micidiale.


23. La nemesi per i legami di The Voice con Cosa nostra giunse sotto le apparentemente dimesse spoglie di Johnny Dorelli (il brano fu poi reinciso da Claudio Villa e, con opportuni cambi di desinenza, financo da Dalida). Gli stranieri della versione originale erano notoriamente un paio, e per di più di sesso diverso, il che apriva una serie di sviluppi interessanti. La riduzione ad uno solo getta su tutta la vicenda una luce di inemendabile tristezza che la apparenta piuttosto alla indimenticata Disperato erotico stomp di Dalla…


24. Dino, ex cantante dei Kings, dopo il successo solistico di Gli occhi miei, complice Carlo Rossi (autore del testo italiano) ridusse in versione oculistica anche il celeberrimo pezzo di Simon & Garfunkel. Il brano fu inciso in italiano anche dai Bisonti, dai Dik Dik, da Mike Lidell e gli Atomi, da Gianni Morandi e dagli irlandesi Bachelors.


25. Ancora I Camaleonti (nomen omen) nella cover di Groovy Kind of Love dei Mindbenders. Da notare che lo stesso brano, tredici anni più tardi, ebbe una versione pirata da parte del compianto Ivan Graziani, intitolata Agnese.


26. L’originale era Everybody loves somebody sometime, uno dei cavalli di battaglia di Dean Martin. Il titolo originale, per inciso, meriterebbe di figurare in tutti i manuali di inglese al capitolo su aggettivi, pronomi e avverbi indefiniti... La versione fornita da un Claudio Lippi pre–Mediaset è segno profetico di una carriera.


27. Eccoli ancora, I Ribelli, con una straziante cover di Yummi Yummi Yummi dei 1910 Fruitgum Co., gruppo pop americano piuttosto sciocchino, allora noto in tutto il mondo anche con Simon says (Il ballo di Simone, che rese noti Giuliano e i Notturni in saecula saeculorum).


28. Un'efferata versione di Lady Jane ad opera dei New Dada dell'indimenticato Maurizio Arcieri (in seguito animatore del duo Krisma, insieme alla notevole consorte) conclude degnamente questa rassegna.


29. Su richiesta telepatica di Masssimo e Melassa, aggiungiamo in extremis questa cover di Lou Reed perpetrata da Patti Pravo. Walk on the Wild Side traformata in I giardini di Kensington ed "eseguita" (si tratta di una vera e propria esecuzione sommaria) a "Piccoli Fans", così vi cuccate anche la presentazione di Sandra Milo.






Carnevale della Matematica n. 28


Oggi, 14 agosto, è il giorno del Carnevale della Matematica, giunto alla sua ventottesima edizione. Lo ospita sul blog Gli studenti di oggi l’eccellente Zar, che presenta i diversi contributi con il consueto stile vivace e allo stesso tempo accurato. Tra i vari contributi, tutti interessanti, segnalo il mio, dedicato all’opera isolata del poeta coreano Yi Sang, che presenta diversi aspetti matematici, e quello di Melassa, che, dietro mio invito, esordisce nella manifestazione con un bellissimo articolo sul più bel libro di geometria che sia mai stato pubblicato.

Il prossimo 14 settembre la lodevole manifestazione, giunta al n. 29, sarà ospite delle pagine elettroniche dei Rudi Matematici. Avanti!

mercoledì 11 agosto 2010

La matematica visionaria di Yi Sang

Yi Sang (pseudonimo di Kim Haekyong) quest’anno avrebbe compiuto cent’anni. Per la biografia e per le opere potrebbe far parte dell’antologia dei poeti inesistenti, invece è vissuto veramente e nel suo paese è oggi considerato un maestro del Novecento. Il poeta e scrittore coreano era nato da una modesta famiglia di Seul nel 1910, nel primo anno dell’occupazione giapponese. Educato dallo zio paterno, ingegnere e funzionario statale, dopo aver studiato brillantemente architettura, accettò un posto nell’amministrazione del governo d’occupazione. Nel 1930 pubblicò il suo primo racconto a puntate su una rivista della capitale coreana. Nel 1933 si ammalò di tubercolosi e lasciò il lavoro di funzionario pubblico per gestire un bar. Ciò non gli impedì di rimanere in contatto con il mondo letterario e di pubblicare diverse poesie in coreano e giapponese, molte delle quali raccolte in Vista con gli occhi del corvo. Il fallimento della sua attività imprenditoriale, dovuto ad affari azzardati e alla frequentazione assidua di prostitute, lo porto per breve tempo a lavorare in una casa editrice. Nel giugno 1936 si sposò e si trasferì a Tokio, dove fu arrestato e rinviato a giudizio con l’accusa di divulgare idee sovversive. La sua salute peggiorò rapidamente e morì in un ospedale dopo qualche mese, a soli 27 anni d’età. Scrisse anche opere in prosa, tre le quali è degno di nota il racconto Le ali, storia malinconica e allo stesso tempo sperimentale di un rapporto tra un marito claustrofobico e una moglie disinvolta e desiderosa di avventure.

La raccolta di versi Vista con gli occhi del corvo (Ogamdo) fu pubblicata inizialmente in giapponese nel 1931 e poi in coreano nel 1934, a puntate sul quotidiano Choson chungang, suscitando un vespaio di polemiche che portarono alla chiusura del giornale. Nello stesso anno le poesie furono raccolte in volume. Lo stile sibillino e visionario dei suoi versi gli valse la qualifica di surrealista, ma in realtà Yi Sang può essere difficilmente ascritto a una scuola o a una corrente, ricordando forse un poco il Mallarmé poeta visuale di Un coup de dés jamais n’abolira le hasard.

Le sue singolari poesie sono caratterizzate da versi liberi, originali grafie, giochi di parole, che disorientano il lettore, allora come oggi. Spesso il carattere e l’impaginazione hanno un aspetto matematico, evocando formule numeriche e combinatorie, con simboli, parentesi, punti, deliberata sovversione degli spazi tra le parole e tra i versi. Riflettendo la sua formazione culturale d’architetto, egli spesso utilizza diagrammi e numeri per ampliare i confini tradizionali dell’espressione linguistica. Inoltre i testi della traslitterazione coreana rivelano, secondo gli esperti, un gioco occulto di regole e contraintes, di ripetizioni, di simmetrie e di giochi di specchi impossibili da rendere nel nostro alfabeto. E proprio lo specchio è un tema ricorrente nella poesia di Yi Sang, che qui riflette sulla natura duplice dell’uomo:

Non c’è suono nello specchio,
nessun’altra parola così immobile.
Nello specchio ho proprio orecchie,
due penose orecchie che non afferrano le mie parole!
L’Io nello specchio è un mancino,
che non può né accettare né conoscere la mia stretta di mano.
Non posso toccare l’Io nello specchio a causa dello specchio,
ma, senza la specchio, come potevamo incontrarci?
Ora non ho alcuno specchio, ma l’Io nello specchio è sempre là.
Dev’essere impegnato in qualche sinistra impresa.
L’Io nello specchio – il mio altro sé – mi assomiglia.
Con rimpianto non posso né preoccuparmi di lui né esaminarlo.

Tranne poche eccezioni, le opere poetiche di Yi Sang sono prive di titolo, ma sono numerate, rompendo decisamente con la tradizione lirica. Esse provocano angoscia e destrutturano la realtà tramite l’astrazione e l’apparente mancanza di senso. Ecco ad esempio la poesia numero 1 di Ogamdo:

13 bambini corrono per la via.
(un vicolo cieco potrebbe andar bene)

Il bambino n°1 dice che ha paura.
Anche il bambino n°2 dice che ha paura.
Anche il bambino n°3 dice che ha paura.
Anche il bambino n°4 dice che ha paura.
Anche il bambino n°5 dice che ha paura.
Anche il bambino n°6 dice che ha paura.
Anche il bambino n°7 dice che ha paura.
Anche il bambino n°8 dice che ha paura.
Anche il bambino n°9 dice che ha paura.
Anche il bambino n°10 dice che ha paura.

Il bambino n°11 dice che ha paura.
Anche il bambino n°12 dice che ha paura.
Anche il bambino n°13 dice che ha paura.
I 13 bambini non erano che bambini
spaventosi e spaventati
(sarebbe meglio non avere un’altra situazione).

Tra di loro, 1 bambino potrebbe essere spaventoso.
Tra di loro, 2 bambini potrebbero essere spaventosi.
Tra di loro, 2 bambini potrebbero essere spaventati.
Tra di loro, 1 bambino potrebbe essere spaventato.

(persino una stradina aperta potrebbe andar bene)
i 13 bambini non possono correre per la via.

E la poesia numero 2 :

Quando mio padre cade dal sonno di fianco a me divento il padre di mio padre e ancora il padre del padre di mio padre, mentre mio padre rimane mio padre. Allora, perché Io divento sempre il padre del padre del padre di mio padre, perché devo scavalcare mio padre, perché alla fine devo assumere il mio proprio ruolo, quello di mio padre, quello del padre di mio padre e quello del padre del padre di mio padre tutti insieme?


In Strana reazione reversibile è presente l’enigmatica domanda “La linea ha assassinato il cerchio?” Qua e là alcuni personaggi sono rappresentati dai simboli di operatori matematici, come Δφ (laplaciano), ∇ (nabla, che in realtà non è un operatore ma un simbolo utilizzato di frequente per indicare l’operatore gradiente),  (D’alembertiano), ecc. Sono presenti poi considerazioni su Newton, la velocità della luce, il paradosso dei gemelli e cenni alla relatività generale, rivelando che il poeta era aggiornato sui principali sviluppi delle scienze fisico–matematiche della sua epoca..

La singolarità di Yi Sang risiede nel fatto che la sua poesia è essa stessa un oggetto matematico, sia dal punto di vista grafico che da quello del testo. Molto originale è il suo gusto per la geometria, le rette, le curve, le traiettorie dei corpi celesti. Egli passava molte ore seduto davanti all’abaco e al tavolo da disegno, pennellando ideogrammi giapponesi e coreani nei quali traslitterava e rendeva foneticamente anche numerose parole occidentali: inglesi, tedesche, francesi. Egli avrebbe potuto rappresentare un precoce legame tra la cultura del suo paese e le avanguardie letterarie e pittoriche occidentali, sulle quali si teneva costantemente aggiornato. La storia e il destino hanno voluto diversamente, lasciando isolata e a lungo incompresa la sua opera.